venerdì 28 febbraio 2014

Un anno fa il pellegrino Benedetto saliva sul monte


«Il mio anno vissuto al fianco del Papa emerito»
«Attentissimo» alla vita della Chiesa guidata da papa Francesco con cui ha un «ottimo rapporto» e nessuna «contrapposizione», nonostante quello che scrivono «alcuni giornalisti». «Attento» anche alle vicende del mondo - con un occhio particolare all’Italia e alla sua Germania. Molto impegnato a disbrigare una copiosa corrispondenza privata che cresce di giorno in giorno. È questo il Papa emerito Benedetto XVI visto molto da vicino che l’arcivescovo Georg Gänswein, suo segretario particolare e prefetto della Casa Pontificia del suo successore, racconta ad Avvenire. Incontriamo il presule nei suoi uffici alla vigilia del primo anniversario dal termine del pontificato di Benedetto XVI. Con lui raccontiamo la vita quotidiana che il Papa emerito conduce nel monastero Mater Ecclesiae, edificio che ospitava originariamente la direzione della Radio Vaticana e che Giovanni Paolo II aveva trasformato in residenza di una comunità di monache di clausura.

Eccellenza, chi vive col Papa emerito nel monastero Mater Ecclesiae?
Ci sono le quattro memores Domini - Carmela, Loredana, Cristina e Rossella - e chi parla. Durante la giornata poi viene anche la sua segretaria suor Birgit Wansing che la sera però torna nella sua casa dell’Istituto di Schoenstatt di cui fa parte.

Non era con voi anche un diacono fiammingo della famiglia spirituale "Das Werk"?
Sì, è vero. È stato con noi all’inizio dopo la rinuncia per alcune settimane, ma poi è tornato alla sua comunità per continuare la sua formazione. Tra poco verrà ordinato sacerdote.

La giornata comincia con la celebrazione della Santa Messa…
Come sempre. Nella semplice bella cappella del monastero. Poi c’è la recita del breviario e quindi la prima colazione.

E poi?
Comincia il primo tempo della giornata. Il Papa emerito prega, legge, cura la sua corrispondenza privata, riceve ospiti. Quindi c’è il pranzo, che, insieme alla siesta, segna l’intervallo con il secondo tempo della giornata, che inizia intorno alle sedici con la consueta passeggiata nei Giardini vaticani e con la recita del Santo Rosario.

E lei lo accompagna?
Sì, come lo accompagno nelle brevi camminate che il Papa emerito ama fare dopo i pasti.

Poi?
Il secondo tempo della giornata, come nelle partite di calcio, è simile al primo. Preghiera, lettura, corrispondenza, visite. Con un ritmo piuttosto umano, non da caserma prussiana.

Cosa legge?
Ora ha più tempo per dedicarsi al suo primo amore, la teologia. Ma arrivano tanti libri di vario genere. Ovviamente non li può leggere tutti, ma guarda, sfoglia e - se gli interessano - legge anche testi di storia e biografie di grandi personalità.

Qualche titolo?
Preferisco mantenerli nel mio cuore.

La sua grande biblioteca è stata tutta trasferita nel monastero?
Sì. Tutti i suoi amati libri sono accanto a lui.

Legge giornali?
Sì.

Quali?
Anche in questo caso non voglio far nomi. Comunque sfoglia quotidiani italiani e tedeschi e poi c’è anche la rassegna stampa compilata dalla Segreteria di Stato.

Corrispondenza diceva. Ne ha molta?
È cresciuta. Il Papa emerito ha un bel ritmo. Risponde a molte lettere, sia di chi già conosce, ma spesso anche a quelle - e aumentano sempre più - di chi non conosce.

Quindi se si scrive a lui c’è la fondata speranza di poter ricevere una risposta?
Che sia sempre lui stesso a rispondere questo non si può promettere. Ma se una persona scrive, di solito riceve una risposta.

Sta scrivendo qualche nuovo libro, magari di carattere autobiografico?
No. Non si possono prevedere nuovi libri a sua firma. Né autobiografici, né teologici. Una diversa questione sono i volumi dell’Opera omnia, edita dalla Herder e dalla Lev, che continuano ad essere pubblicati secondo programma.

Incontra persone già conosciute o anche nuove?
Preferisce ricevere chi già conosce, perché sono già tanti. Ma lei non può immaginare quanti siano quelli che lo vogliono incontrare, vedere. Io comunque gli sottopongo tutte le richieste e lui poi decide. Nel frattempo la lista d’attesa è già diventata molto lunga…

Ascolta musica?
Certamente sì.

Generi?
Soprattutto musica classica: Mozart innanzitutto, e poi Bruckner, Liszt, Bach, Schubert, Beethoven, Brahms. Ma anche musica religiosa: gregoriano e polifonia. E non possono mancare ovviamente le registrazioni dei Regensburger Domspatzen del fratello Georg.

Suona?
Ogni tanto. La sera, dopo cena.

Quali autori?
Ama improvvisare. Ma riconosco anche qualche pezzo di Mozart e di altri compositori da lui preferiti.

Guarda la televisione?
Solo i telegiornali delle 20 o delle 20,30 se c’è qualche ospite e la cena si prolunga.

Vede dvd?
Ogni tanto.

Quali?
I vecchi film di Don Camillo con Fernandel e quelli della serie Rex, il pastore tedesco famoso anche in Italia, dei bei filmati sui santi e anche alcune puntate di Don Matteo. Inoltre ci sono degli interessanti documentari che riceviamo.

Segue la politica?
Sì, per quanto gli è possibile. Innanzitutto le grandi questioni internazionali. Ma anche le vicende italiane e quelle del suo Paese.

Fa commenti?
Certo, ma preferisco tacerne...

Segue la vita della Chiesa?
Attentamente.

Quindi anche l’attività di papa Francesco?
Ovviamente, giorno per giorno.

Anche le nomine?
Le legge quando vengono pubblicate sull’Osservatore Romano.

Il Papa e il Papa emerito si sentono frequentemente?
C’è un ottimo rapporto. Le modalità con cui si sentono sono diverse. Si telefonano, si scrivono, si vedono, mangiano insieme. Più volte papa Francesco è stato ospite a pranzo nel monastero. Una volta, dopo Natale, il Papa emerito è stato anche a Santa Marta.

C’è chi li contrappone.
È un gioco preferito anzitutto da alcuni giornalisti. Che non mi piace. Io ho la grazia di vivere con uno e di lavorare con l’altro. E così posso permettermi di dire di conoscere abbastanza bene entrambi. Non li vedo come opposti, ma come complementari. È ovvio che lo stile, la gestualità e anche la modalità di governo di papa Francesco sono diverse da quelle di papa Benedetto. Ma non si può creare una opposizione soltanto su questo. Fare le cose in modo diverso non vuol dire farle in modo opposto. Occorre sempre avere in mente ciò che il Papa emerito ha scritto al professor Hans Küng e ripetuto ad Andrea Tornielli, quando ha espresso «identità di vedute e amicizia di cuore» nei confronti di papa Francesco.

Anche sulla liturgia ci sono sensibilità diverse.
È vero, questo è un fatto oggettivo, e non è offensivo dirlo. Ma anche in questo caso, ripeto, fare le cose in modo diverso non vuol dire farle in modo opposto.

Il Papa emerito come ha seguito e come segue il dibattito che si è avuto al Concistoro e il cammino sinodale sulla pastorale familiare?
Segue anzitutto tramite i mass media. Prende atto quindi di ciò che si scrive, di ciò di cui si parla, di ciò che si decide. In modo passivo ad extra e in modo attivo ad intra.

Cioè?
Ascolta e legge quello che si è potuto sentire riguardo al Concistoro o al questionario inviato dalla Segreteria generale del Sinodo. Ma non chiama nessuno "in alto" per dare consigli o indicazioni. Lui si è ritirato. Non prende più parte al governo della Chiesa. E questo non è stato detto una volta e poi dimenticato. Vale e varrà anche in futuro.

Il Papa emerito non si è mai pentito di essersi dimesso?
Mai. Anche per questo vive totalmente in pace con sé, e con il Signore.

E di farsi chiamare Papa emerito?
Neanche. Ritiene che questo titolo corrisponda alla realtà.

Ha mai pensato di ritirarsi in Germania?
Per quanto posso sapere, mai. Nei miei colloqui con lui non ho mai percepito questo desiderio, questa nostalgia, questa idea.

Gianni Cardinale (Avvenire)

*

Il Segretario di tre Papi racconta la rinuncia di Benedetto XVI 

Mons. Alfred Xuereb racconta della sua nomina come Segretario particolare di Bergoglio, dell'amicizia tra Wojtyla e Ratzinger e l'emozione provata per la beatificazione del Papa polacco


“C’era il rischio di veder esprimere tante critiche contro Papa Benedetto XVI; molti avrebbero detto: 'Ha cominciato un’opera e non ha avuto il coraggio di completarla. Invece, io ho visto la eroicità in questo gesto: lui non ha guardato al rischio che la sua rinuncia potesse essere considerata una mancanza di pavidità, ma era convinto che quello fosse ciò che il Signore gli chiedeva in quel momento”. A parlare così è monsignor Alfred Xuereb, già prelato di anticamera pontificia con Giovanni Paolo II, poi secondo segretario di Benedetto XVI e attuale primo segretario particolare di Papa Francesco. Era lui uno dei pochi - insieme a mons. Georg Ratzinger, a mons. Georg Gänswein e alle quattro Memores Domini - a sapere da tempo le intenzioni di Joseph Ratzinger di rinunciare al ministero petrino. Di seguito l'intervista esclusiva a mons. Xuereb.
***
Lei era a conoscenza in anteprima dell’annuncio della rinuncia di Benedetto XVI? Come Le è stata comunicata la decisione? Qual è stata la Sua reazione? C’erano già dei segni che Benedetto XVI stava prendendo questa decisione?
Mons. Xuereb: Già qualche tempo prima dell'annuncio, mi colpiva il raccoglimento intenso che Papa Benedetto faceva prima della Messa in sacrestia. La Messa doveva iniziare alle 7.00. Alcune volte, però, si sentiva suonare l’orologio nel Cortile di San Damaso, e lui rimaneva in raccoglimento. Pregava. C’è stato un periodo in cui si raccoglieva in modo più intenso del solito. Avevo una netta sensazione: qualcosa di molto importante stava avvenendo nel cuore del Papa, c’era qualche intenzione particolare per la quale il Santo Padre stava pregando. Non so di preciso, ma forse proprio quello è stato il tempo del travaglio interiore che lui ha vissuto prima di arrivare all’eroica decisione della rinuncia. La notizia è stata comunicata a noi in modo personale. Io sono stato convocato da lui in modo ufficiale. Mi sono seduto davanti alla sua scrivania. Anche se non era la prima volta, percepivo di dover ricevere una comunicazione molto importante. Ovviamente, nessuno se lo aspettava. Lui era calmo, come uno che aveva già passato un travaglio e superato il momento dell’indecisione. Era sereno come colui che sa di essere nella volontà del Signore. Appena ho appreso la notizia, la mia prima reazione è stata: “No, Santo Padre! Perché non ci pensa ancora un po’?”. Poi ho frenato me stesso e mi sono detto: “Chissà da quanto tempo esamina questa decisione. Mi sono ritornati alla mente come in un baleno i momenti lunghi e raccolti della preghiera prima della Messa e ho ascoltato attentamente le sue parole. Era già tutto deciso. Mi ha ripetuto per due volte: “Lei andrà con il nuovo Papa”. Forse aveva avuto un’intuizione, non lo so. Il giorno in cui ho lasciato Papa Benedetto a Castel Gandolfo, ho pianto e l’ho ringraziato per la sua grande paternità.
In che modo è cambiata la sua quotidianità dopo la notizia?
Mons. Xuereb: Per me è cambiata molto. Avevo crisi di pianto, era molto difficile staccarmi da Papa Benedetto XVI. L’11 febbraio 2013, nella Sala del Concistoro, ero su uno sgabello al lato, mentre lui leggeva io piangevo, la persona accanto a me mi dava delle gomitate e mi diceva “controllati perché anch’io sono commosso”. Ero meravigliato dalle espressioni dei cardinali che avevo davanti a me. Mi ricordo il card. Giovanni Battista Re che non credeva alle sue orecchie. A tavola, quel giorno, abbiamo parlato di questo e ho detto a Papa Benedetto: “Ma Santo Padre, Lei è rimasto molto tranquillo”. “Sì”, mi ha risposto deciso. La decisione era presa, il parto era avvenuto, adesso spettava a noi aderire a questa scelta grande che aveva fatto: una scelta di governo, che all’inizio poteva sembrare la scelta di un abbandono del governo. Tanti cardinali, finito il concistoro - alcuni perché non avevano udito, altri perché non conoscono bene il latino - si sono avvicinati ai cardinali Angelo Sodano e Giovannni Battista Re per capire meglio quello che aveva detto Benedetto. Il Santo Padre è rimasto tranquillo fino all’ultimo giorno, anche quando si è recato a Castel Gandolfo.
Non tutti hanno capito ancora quali siano le ragioni della rinuncia …
Mons. Xuereb: Benedetto XVI era convinto di quello che il Signore gli chiedeva in quel momento. “Io non ho più forze per continuare la mia missione - ha detto -  la mia missione è conclusa, rinuncio in favore di qualcun altro che ha più forze di me e porterà avanti la Chiesa”. Perché la Chiesa non è di Papa Benedetto, ma di Cristo.
Moltissime persone hanno cominciato a inviare a Benedetto XVI quelli che lui ha chiamato “segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera”. Lei cosa sa di questo?
Mons. Xuereb: Mi ricordo benissimo. Dopo il 28 febbraio 2013, a Castel Gandolfo sono cominciate ad arrivare migliaia di lettere. Era impressionante. Prima non ne arrivavano così tante. Tutti si sono scatenati nello scrivere al Papa. Ma quello che era bello, era vedere che quanti scrivevano spesso allegavano qualche cosa alla lettera: un oggetto fatto a mano, uno spartito musicale, un calendario, un disegno. Come se la gente volesse dire: “Grazie di tutto quello che hai fatto, apprezziamo il sacrificio che hai fatto per noi. Vogliamo non solo esprimere questi sentimenti, ma regalarti qualcosa di nostro”. Tra queste lettere ne arrivavano tantissime dai bambini. Riempivo tutto lo scaffale con le lettere in arrivo. Ovviamente il Papa non aveva il tempo di guardarle tutte, perché erano migliaia. Una sera, passandogli accanto, ho detto: “Guardi, Santo Padre, queste sono le lettere che sono arrivate oggi, tra cui molte di bambini.” Lui si è rivolto a me e mi ha detto: “Quelle sono lettere molto belle”. Mi ha colpito molto, questa tenerezza nei confronti dei bambini. Il Papa ha avuto sempre un carattere tenero. Forse, voleva aggiungere: “A differenza delle lettere che mi preoccupano, che mi creano problemi.” Credo che fossero come un antidoto, una carica per lui, che lo hanno aiutato a sentirsi ben voluto.
Lei stava con Benedetto XVI nei giorni del Conclave. Come ha vissuto quel periodo il Papa emerito?
Mons. Xuereb: Con molta aspettativa per il Conclave, l’elezione ecc. Era ansioso di sapere chi sarebbe stato il suo Successore. Per me è stata commovente la telefonata che subito il nuovo Pontefice ha fatto a Papa Benedetto. Io ero accanto e gli ho passato il ricevitore. Che emozione sentire Benedetto dire: “Io La ringrazio, Santo Padre, perchè ha pensato a me. Io Le prometto fin da subito la mia obbedienza. Io prometto la mia preghiera per Lei!”. Sentire queste parole da una persona con la quale ho vissuto e che era il mio Papa, sentire questo mi ha procurato un emozione molto forte.
Poi, è arrivato il momento del congedo…
Mons. Xuereb: Sono stato con lui fino a due, tre giorni dopo l’elezione di Papa Francesco. Il momento in cui sono dovuto andare via lo ricordo minuto per minuto, perché è stato – se posso usare questo aggettivo – straziante per me. Ho vissuto quasi otto anni accanto a una persona che mi ha voluto bene come un padre, che mi ha permesso di entrare in una confidenzialità sempre rispettosa, ma molto intima, ed è arrivato il giorno del distacco. Papa Benedetto aveva scritto una bellissima lettera – della quale mi ha consegnato una copia che conservo come un gioiello – nella quale indicava al nuovo Papa alcuni miei pregi. Forse ha voluto evitare di scrivere dei miei difetti... Assicurava che mi aveva lasciato libero. Mi ricordo anche il modo in cui ho fatto le valigie. Mi dicevano: “Affrettati, perché il Papa ha bisogno di te, sta aprendo da solo le lettere. È solo, non c’è nessuno. Manda le tue cose giù in fretta”. Non sapevo niente di quello che stava succedendo a Santa Marta, non sapevo neanche che Papa Francesco non avesse un segretario. Poi è arrivato il momento toccante, quando sono entrato nell’ufficio di Benedetto per salutarlo personalmente. Dopo c’era il pranzo, ma io l’ho salutato in quel momento e gli ho detto: “Santo Padre, per me è molto difficile staccarmi da Lei. La ringrazio molto per quello che Lei mi ha donato”. La mia gratitudine non era dovuta al fatto che lui mi concedeva di stare con il Papa nuovo, come aveva scritto qualcuno, ma alla sua grande paternità. Papa Benedetto in questi momenti non si è emozionato. Si è alzato, io mi sono inginocchiato, come eravamo abituati, per baciare l’anello. Non solo mi ha permesso di baciare l’anello, ma ha alzato la mano su di me e mi ha dato la benedizione. Ci siamo congedati in questo modo. Poi, c’era il pranzo, ma non sono riuscito a dire una parola.
Come è arrivata la Sua nomina a secondo segretario di Papa Benedetto?
Mons. Xuereb: Io già lavoravo alla Seconda loggia come prelato di anticamera per accompagnare le personalità che avevano l’udienza privata nella Biblioteca. Un giorno mi è stato detto: “Il Papa ha bisogno di parlarti". Rimasi molto colpito di trovarmi seduto su quella stessa sedia su cui per alcuni anni, prima con Giovanni Paolo II, poi con lo stesso Benedetto, avevo invitato le persone ad accomodarsi al lato della scrivania del Papa. Benedetto XVI volle parlarmi personalmente, e mi disse delle bellissime parole: “Come Lei sa, mons. Mietek adesso torna in Ucraina. Siamo stati molto contenti di lui e ho pensato che Lei potrebbe sostituirlo. So – diceva – che Lei è stato in Germania, quindi conosce anche un po’ di tedesco”. Io ho risposto che ero stato a Műnster, che avevo fatto pratica in un ospedale che il Papa mi disse di conoscere. Conosceva anche la zona dove noi abitavamo e la parrocchia, e persino il parroco perché lui aveva abitato nelle vicinanze e aveva insegnato lì. Conosceva due professori, il prof. Pieper e un teologo di nome Pasha. A causa di un bombardamento la sua casa era andata distrutta ed era stato poi invitato dalle stesse persone dove io ero ospitato. Il Santo Padre disse anche una cosa su Malta e aggiunse: “Ovviamente adesso ognuno avrà i suoi compiti.” Quindi capii che si doveva cominciare presto. E cominciai subito.
Immagino che quella volta Lei abbia fatto le valigie con gioia…
Mons. Xuereb: Anche con emozione. Tanta emozione...
Benedetto XVI ha proseguito la tradizione di Giovanni Paolo II di portare nella preghiera personale le tante intenzioni presentate tramite la segreteria?
Mons. Xuereb: Sì, già lo faceva Giovanni Paolo II ed era compito di mons. Mietek. Io ho ereditato questo bellissimo compito. Le intenzioni arrivavano quasi ogni giorno; tante non arrivavano a noi della segreteria particolare, ma direttamente in Segreteria di Stato. A quelle si rispondeva che il Papa avrebbe rivolto una intenzione generale durante la sua preghiera. Benedetto XVI rimaneva molto impressionato: quante malattie diverse che magari noi non conoscevamo, e quante famiglie vivevano il dramma della malattia! Pensava non soltanto alla persona malata, ma anche a tutta la famiglia che giorno e notte, Natale e Pasqua, estate e inverno, doveva curare e accudire i propri ammalati, alcuni molto gravi. Quante famiglie erano in angoscia perché si trattava dei bambini appena nati o piccoli! E quando c’era qualche intenzione di preghiera da Malta o dalla mia città lui mi chiedeva: “Queste persone Lei le conosce?”. Alcune volte dicevo di sì perché le conoscevo, altre volte dicevo no, perché non le conoscevo. Ma quello che mi colpiva era che il Papa, dopo alcuni giorni, più di una volta finito il rosario nei Giardini, si rivolgeva a me e chiedeva: “Ha avuto delle notizie di quel signore – mi diceva il cognome – di cui Lei mi aveva parlato?”. In alcuni casi dovevo dire che purtroppo la persona era morta, e mi colpiva il fatto che il Santo Padre si raccogliesse e recitasse subito l’Eterno Riposo. E invitava anche me, che gli davo questa notizia, a pregare subito. Il Papa, che aveva mille cose, mille pensieri, considerava la sua preghiera per i malati un ministero pastorale importantissimo. Lasciavo i foglietti con i nomi delle persone per cui pregare sull’inginocchiatoio, che aveva una specie di cassetta. So che lui li sfogliava spesso. Erano lì, non li toglievo mai finché lui non me lo diceva.
Si avvicina la canonizzazione di Giovanni Paolo II. Benedetto XVI lo ricordava spesso?
Mons. Xuereb: Si, certo. Lo chiamava "il Papa". Quando diceva "il Papa", all’inizio non capivo. Lui considerava se stesso come uno che collaborava con "il Papa". Penso che egli abbia servito fedelmente "il Papa" non soltanto perché sapeva cosa vuol dire teologicamente “il Successore di Pietro”, ma anche per la venerazione particolarissima per il Pontefice a cui era stato educato nell’ambiente religioso bavarese. In questo senso per lui servire "il Papa" è stato un dono grandissimo. 
Dalla Sua posizione, come vedeva questo rapporto di amicizia tra Giovanni Paolo II e card. Ratzinger?
Mons. Xuereb: Ho partecipato una sola volta agli incontri che il card. Ratzinger ha avuto con Giovanni Paolo II, e precisamente in occasione dell’Udienza plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, di cui era Prefetto. Posso solo confermare quello che era già noto a tutti, e cioè che Giovanni Paolo II aveva una grandissima fiducia in Ratzinger, si rivolgeva a lui per chiedere pareri o per stilare e correggere documenti importanti. Il fatto stesso che Giovanni Paolo II non abbia accettato, più volte, le dimissioni del card. Ratzinger, che aveva già compiuto da qualche anno i 75 anni di età, vuol dire che non voleva perdere un uomo di fiducia, un collaboratore così valido. Qui vedo un altro aspetto della santità di Giovanni Paolo II, e cioè la sua lungimiranza. Lui guardava molto avanti e forse prevedeva anche che Ratzinger sarebbe potuto essere il suo Successore.
Come avete vissuto la beatificazione di Giovanni Paolo II?
Mons. Xuereb: Papa Benedetto era molto contento di questo. Si vedeva anche alla Messa, quando ha pronunciato, durante l’omelia, la frase “Ora è beato!”. Basterebbe rivedere il filmato per capire quanto fosse contento!
----------------------------------------------------------------------------------------------
Monsignore Alfred Xuereb, maltese, classe 1958. Il Servizio per la Santa Sede è cominciato sotto il pontificato di Giovanni Paolo II nel 2001 nella Prima sezione della Segreteria di Stato. In seguito, è diventato collaboratore del Mons. James Harvey nella Prefettura della Casa Pontificia e da settembre 2003 ha assunto la funzione di prelato di anticamera pontificia, cioè del prelato responsabile per la presentazione al Papa degli ospiti ricevuti da lui in udienze private nel Palazzo Apostolico. In questo tempo don Alfred Xuereb ha avuto l’opportunità di conoscere Giovanni Paolo II più da vicino. Dal settembre 2007 ha svolto accanto a Georg Gänswein la funzione di secondo segretario di Benedetto XVI. Prima di lui c’era il polacco, don Mieczysław Mokrzycki, ora arcivescovo metropolita di Lemberg, in Ucraina. Dopo l’elezioni del cardinale. Jorge Maria Bergoglio al soglio di Pietro, è diventato il primo segretario particolare di Papa Francesco.
*
Questa intervista è stata pubblicata in polacco sul blog cattolico “Stacja 7” www.stacja7.pl

*

Un anno fa il pellegrino Benedetto saliva sul monte

Di Marco Mancini
Un anno fa si chiudeva in diretta televisiva, trasmessa in tutto il mondo, il portone del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Una porta si chiudeva plasticamente su un intero pontificato, quello di Benedetto XVI la cui rinuncia – alle 20 di un anno fa – diventava ‘operativa’. Indelebile negli occhi, nella mente e nel cuore di tutti quell’elicottero bianco che si staccava dal suolo vaticano e che, con a bordo il Papa, sorvolava la cupola della Basilica Vaticana per dirigersi a Castel Gandolfo. Lì l’ultimo saluto pubblico di Papa Benedetto XVI ai fedeli. Il pellegrino Benedetto saliva sul monte e si accomiatava augurando una informale ‘buona notte!’.
Benedetto XVI da allora – dalle 20 del 28 febbraio di un anno fa – è Papa emerito, un titolo che mai nessuno prima di lui aveva assunto nella storia della Chiesa Cattolica.
Un pontificato quello ratzingeriano durato poco meno di otto anni, ricco non soltanto di numeri ma anche di significati. Il Papa, ora emerito, ha combattuto su più fronti, forse tre le direttrici principali: la lotta contro il relativismo, quella contro la pedofilia nella Chiesa e la campagna per la trasparenza finanziaria. Battaglie che adesso combatte in prima linea Papa Francesco. Quelle di Papa Benedetto non sono state sortite formali, parole vuote, slogan pubblicitari. Al contrario Joseph Ratzinger ha dimostrato una coerenza fuori dal comune, anteponendo i fatti alle parole. Si ricordino, soltanto per fare due esempi, la modifica in senso più restrittivo delle Normae de gravioribus delictis ed il Motu proprio per la prevenzione ed il contrasto delle attività illegali in campo finanziario e monetario.
Lungo l’arco del suo pontificato Benedetto XVI ha donato ai fedeli tre encicliche (quasi quattro per la verità, visto che buona parte della Lumen Fidei firmata da Francesco è opera di Papa Ratzinger). Quattro le esortazioni apostoliche post sinodali, la trilogia su Gesù di Nazareth firmata sia come Joseph Ratzinger sia come Benedetto XVI. Un Pontefice accusato spesso di essere freddo e distante ma che invece si è dimostrato vicino e aperto al dialogo: prova ne siano la lettera inviata per spiegare il motivo della remissione della scomunica ai Vescovi Lefebvriani e quelle spedite ai cattolici irlandesi e cinesi per esprimere chiedere perdono ai primi ed esprimere vicinanza ai secondi.
Papa Ratzinger ha lavorato alacremente anche sul fronte dell’ecumenismo. Da segnalare, ad esempio, l’impegno profuso per reinserire nella Chiesa Cattolica i cosiddetti ‘anglicani tradizionalisti’. Con la costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus, Benedetto XVI apriva le porte di Roma a clero e fedeli anglicani disposti a tornare nel recinto dell’Apostolo Pietro. Molto intenso anche il rapporto con il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. ‘Noi lo onoreremo sempre – commentava infatti Bartolomeo – come caro e fedele amico della nostra Chiesa e fedele servitore della causa sacra dell’unione di tutti’.
Papa Benedetto ha presieduto cinque concistori, nei quali ha creato complessivamente 90 cardinali, provenienti da 37 nazioni diverse. E nonostante l’età avanzata – eletto a 78 anni – Benedetto XVI non ha voluto rinunciare a viaggiare, seguendo le orme dei suoi predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II. Il Papa ha compiuto 24 viaggi apostolici internazionali raggiungendo tutti i continenti: dalla Germania – tre volte – agli Stati Uniti, dal Brasile all’Australia, dalla Turchia alla Terra Santa.
Gli inciampi, le difficoltà, le prove non sono mancate. E Benedetto le ha affrontate senza mai tirarsi indietro. Mettendoci la faccia, in prima persona. Non sottraendosi mai alla responsabilità di guidare la barca di Pietro. Nel libro intervista ‘Luce del Mondo’ il Papa disse che dare le dimissioni era un dovere qualora le forze fossero venute a mancare, ma che non avrebbe mai lasciato in un momento di tempesta. Benedetto ha portato la nave in porto, poi ha ceduto il passo restando però all’interno della Chiesa. La croce è rimasta sulle sue spalle.
Ripercorrere l’intero pontificato di Benedetto XVI in poche righe è un’impresa impossibile. E’ stato un pontificato fecondo, complesso, ricco. Forse non ancora compreso – da nessuno di noi – nella sua totalità. E soprattutto da non ridurre – semplificando – al gesto della rinuncia. Un grande gesto, che però deve essere inserito nel contesto corretto, come l’ultima tessera di un imponente, storico, stupefacente mosaico che Papa Benedetto ha donato con il suo operato e la sua testimonianza alla Chiesa e al suo Successore sulla Cattedra di Pietro.

Il Vescovo di Roma




«Che avrei fatto se mi avessero eletto?»
di Luigi Accattoli 

Con l'avvicinarsi del primo anniversario dell'elezione arriva in libreria «Il vescovo di Roma», il volume in cui Luigi Accattoli per l'editrice EdB parla delle «novità di Papa Francesco». Chi segue Vino Nuovo conosce bene la profondità e insieme l'ampiezza dello sguardo di Accattoli, che nel libro - ad esempio - non manca di dedicare un excursus interessante e niente affatto ostile anche ai «delusi da Francesco». Come assaggio del libro vogliamo però qui proporre le pagine conclusive, in cui l'autore si chiede che cosa sia cambiato in Jorge Mario Bergoglio tra il Conclave del 2005 e quello del 2013. Proponendo alla fine una personalissima parabola tutta da leggere... (G.Ber.)
-----------------
Come hanno fatto i cardinali a portare all'accettazione del papato a 76 anni chi non lo volle quando ne aveva 68? Penso che non lo sapremo mai e dobbiamo fare spazio alla sorpresa che è amica dei conclavi. In una conversazione avvenuta poco dopo la fumata bianca, il cardinale Angelo Scola mi ha dato questa buona risposta: «Lo Spirito Santo ci ha presi e ci ha rigirati». Credo che il rigiro ci sia stato anche per il cardinale Bergoglio ed esso ha ottenuto che l'umile argentino si sentisse pronto a osare il papato e a farsi da gesuita francescano.
Ricordo un colloquio con il cardinale Jorge Mejía, connazionale di Bergoglio che ora ha 91 anni e che ha avuto un infarto - pare superato bene - proprio il giorno dell'elezione di papa Francesco; un colloquio che avvenne alla vigilia del conclave del 2005 e nel quale rispose così alla mia domanda sul papabile Bergoglio: «È un santo, sarebbe un bellissimo papa, ma se vede che lo votano si spaventa ed è capace di rifiutare l'elezione per umiltà».
Questa idea della sua riluttanza dev'essere circolata tra i cardinali elettori anche nell'ultimo conclave: il cardinale Damasceno Assis, presidente della Conferenza episcopale brasiliana, ha detto il 21 marzo 2013 al Tg2: «Alcuni pensavano che non avrebbe accettato». Ho ascoltato di persona cardinali che mi hanno raccontato «il volto grave e come spaventato» che gli avevano visto durante gli scrutini in Sistina quando lo vedevano passare per portare la scheda all'urna.
Nell'intervista alle riviste dei gesuiti Francesco fa questa confidenza al padre Spadaro:
Mi dice che quando ha cominciato a rendersi conto che rischiava di essere eletto, il mercoledì 13 marzo a pranzo, ha sentito scendere su di lui una profonda e inspiegabile pace e consolazione interiore insieme a un buio totale, a una oscurità profonda su tutto il resto. E questi sentimenti lo hanno accompagnato fino all'elezione.
Dal buio alla luce, dall'ansia alla pace: nel colloquio con Scalfari il papa conferma che all'origine della sua accettazione del papato ci fu un'esperienza mistica, la chiama proprio così. «Chiesi di potermi ritirare per qualche minuto» racconta. «Chiusi gli occhi» e «una grande luce mi invase».
Quella luce nel buio della Sistina, che lo fa papa, non è solo un vivissimo elemento autobiografico, ma ci fornisce la chiave per intendere la serenità e l'audacia con cui egli va avanti da vescovo di Roma: avendo fatto quanto poteva per evitare il papato, si sente ora autorizzato a compiere il proprio cammino. Il portatore di un pontificato accettato dopo così viva resistenza può trarre dall'esperienza stessa dell'accettazione l'incoraggiamento a non temere critiche e calcoli.
Un richiamo al film di Nanni Moretti Habemus papam (2011) può aiutarci a intuire l'esperienza bergogliana. Il papa impersonato nel film da Michel Piccoli invoca di non essere eletto, piomba nel buio dell'accettazione e in quel buio non sarà raggiunto da alcuna luce perché la cerca dentro di sé dove trova solo inadeguatezza. Moretti ha intuito bene la crisi delle Chiese europee e l'odierna sproporzione del peso del papato rispetto a qualsiasi uomo a esso venga chiamato. Ma gli erano sfuggite le risorse di altre esperienze cristiane sul pianeta, oggi maggioritarie e pronte ad assumersi un ruolo di guida. Soprattutto gli era sfuggita la possibilità che nell'oscurità irrompa la luce.
Concludo la mia indagine su Francesco con una parabola di mia invenzione per dire non il segreto della sua inattesa accettazione ma la prontezza con cui è stato da subito un papa nuovo, quale sono venuto esponendo nei dodici capitoli.

Dopo lo spavento provato al conclave del 2005 - narra la parabola - il cardinale Bergoglio tornato a Buenos Aires più volte, in otto anni, si era svegliato la notte con la domanda: «Ma che avrei fatto se mi avessero eletto?». La domanda ritornante si faceva via via concreta: che nome sceglievo, che facevo con l'abito, con l'abitazione? Con le domande venivano le risposte ed erano audaci: tanto il pericolo era passato, il papa ora c'era, quello giusto, non uno impreparato come lui; e lui intanto era vecchio, e del resto non si rivota chi si è tirato indietro. Ecco perché quel pomeriggio verso sera di quasi primavera ebbe pronto il nome, il vestito, la croce pettorale. Ebbe pronta l'anima.

*

Tutti i contabili dell'Opus Dei   
Il Fatto Quotidiano - Rassegna "Fine settimana"
 
(Marco Politi) Nei gialli è sempre buona regola cercare la donna o il profumo dei soldi. Nel caso della rivoluzione di Bergoglio vale la pena di guardare anche dove sta l’Opus Dei. E non si sarà sorpresi a scoprire che gli opusdeini, teologicamente e culturalmente così lontani (...)

*

La fortuna di poter guardare il Papa con gli occhi della gente semplice

“I concetti creano gli idoli, solo lo stupore conosce”. L’insegnamento di Gregorio di Nissa, grande autore cristiano dei primi secoli, mi viene in mente ogni volta che mi imbatto nel web in commenti acidi verso papa Francesco da parte di cattolici “militanti”. Hanno un loro schema mentale, essere cristiani a tutto tondo significa per loro essere in uno stato di lotta permanente, sempre sulle barricate, accigliati e arrabbiati con il mondo. Papa Francesco purtroppo si ostina a non rientrare in questo schema. A questi cattolici non piace perché non strilla tutti i giorni, in pratica, contro aborto, eutanasia, matrimoni gay.
Nulla che esuli dai loro “concetti” li “stupisce”. Ad esempio il pensiero che baciare un disabile, deforme, o stringere al petto un neonato affetto da una grave malattia genetica, possa essere una predicazione più visivamente forte sul valore della vita che organizzare di continuo referendum o manifestazioni di piazza.
Altro enigma, per me. Alcuni cattolici che si sentono duri e puri invece che rallegrarsi per la simpatia che il papa riscuote tra tante persone lontane dalla Chiesa (e magari pensare come aiutare, con la propria testimonianza, un possibile ritorno) ne sono infastiditi. Sindrome del fratello maggiore del figliol prodigo, forse. Ma come, noi sempre in prima linea, per anni a menar fendenti e prendere botte… e ora questi che vengono da lontano, magari dal lato opposto della trincea, se la cavano con un piccolo passo e tanta misericordia “a buon mercato”?
Ho trovato patetica, tristemente patetica, l’euforia mal mascherata da indignazione con cui i devoti dell’ateo devoto Ferrara, il direttore del quotidiano italiano Il Foglio, hanno reagito al becero pronunciamento di una commissione Onu contro il Vaticano sulla questione del clero pedofilo. Cosa seria certo, e infatti la Santa Sede ha subito risposto, con puntualità e fermezza nel merito. Ma no, non era quello che interessava. Il caso Onu era solo un pretesto, per brindare, finalmente, alla “rottura della tregua” fra la chiesa e il mondo. Smaniosi di rispolverare le vecchie uniformi impolverate, tornare alla guerra. Perché è come se senza un nemico fossero spaesati. Non sapessero più che fare. Reazionari nel senso tecnico, lessicale del termine: di chi si lascia definire in reazione ad altro. Non da un positivo, che sovrabbonda.
Ma i primi che hanno seguito Gesù da cosa erano attratti? Si, alcuni, secondo i “concetti” della loro cultura religiosa e politica si aspettavano un Messia che venisse a liberare Israele dai romani. Un Messia contro, politico. Ma poi, al di la dei loro stessi schemi, a prevalere era lo stupore di fronte a quello sguardo mite, a quella libertà che lo spingeva a compiere miracoli di bene anche il sabato, violando la legge del riposo. Una corrispondenza inattesa fra la loro domanda di felicità, più profonda delle cose fin qui immaginate, e quella presenza così umana da non poter essere spiegabile in termini solo umani. “Il cristianesimo non cresce per proselitismo ma per attrazione”: la citazione di Benedetto XVI più ricorrente nei discorsi di Francesco.
Ho la fortuna, come giornalista che segue da molti anni l’attività dei papi, di potermi immergere nella folla spesso caotica che segue Francesco a san Pietro, nelle parrocchie di periferia, o nei suoi viaggi. Di vedere il papa con i loro occhi. Gente semplice, magari non tutti in grado elaborare discorsi sofisticati sulla fede. Ma d’istinto, leggi in quegli sguardi allegri o commossi uno stupore buono. Pensi che doveva essere qualcosa di simile, come un povero segno, a quello che accadeva duemila anni fa nelle strade della Palestina. E dimentichi i commenti acidi dei blog supercattolici, gli appelli contro il papa “cala-braghe”… Ma si, pensi, liberi tutti, e vorresti solo imparare lo stesso stupore da quella gente.

Venerdì della VII settimana del Tempo Ordinario



Amore mio, che altro posso fare?
Quale altra occupazione può avere un uomo valido su questa terra, fuorché di sposarvi?
Che alternativa c'è al matrimonio, eccetto il sonno?
Non certo la libertà.
A meno che non sposiate Dio, come le nostre monache in Irlanda,
bisogna sposiate un Uomo, cioè a dire Me.
La terza ed ultima ipotesi sarebbe che sposaste voi stessa
e viveste con voi, voi, voi sola:
cioè a dire in quella compagnia che mai è soddisfatta e non soddisfa mai.

Gilbert Keith Chesterton, Le avventure di un uomo vivo




Dal Vangelo secondo Marco 10,1-12.

Partito di là, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l'ammaestrava, come era solito fare. E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E' lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?». Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».


Il commento

Vi sono domande che non cercano risposte, domande che sembrano pistole puntate. Gesù ne ha fatto più volte esperienza. E il tema del Vangelo di oggi è di quelli scottanti, duemila anni fa come oggi. I farisei conoscevano perfettamente la Torah. E, di essa, ogni cavillo legislativo. Essi si avvicinano a Gesù per metterlo alla prova, per coglierlo in fallo, per poterlo denunciare come eretico. Loro conoscevano quello che stabiliva Mosè circa il ripudio. Interrogano Gesù per sapere cosa ne pensasse, della Legge e di Mosè, e così, con una domanda trabocchetto, volevano sapere che cosa Lui pensava di loro, paladini della purità e del compimento della Legge. Tante nostre discussioni conservano lo stesso sapore. Sappiamo bene dove sia la verità, e domandiamo, parliamo, ci scaldiamo mossi solo dal desiderio di veder crollare i nostri interlocutori, di tracciare un segno ben marcato a dividere gli "altri" tra amici e nemici, buoni e cattivi, onesti e mascalzoni. Molte, troppe volte, parliamo per poter viaggiare sicuri nelle nostre decisioni e sapere chi è dei nostri e chi non lo è. 
Ma "Gesù conosceva il cuore" dei farisei, come conosce il nostro. Lui è Dio. E risponde, inaspettatamente, con un'altra domanda, diversa dalla loro, perché piena d'amore. Avrebbe potuto stare lì a discutere, umiliare, deridere, vincere la sua battaglia ideologica, smascherare la perfidia e l'ipocrisia dei farisei. Lo potrebbe fare mille volte con noi. Invece il suo amore colpisce al cuore, incarnato nelle sue parole che, come una lama a doppio taglio, penetrano sino alle giunture più recesse dello spirito. Le sue parole, un bagliore di luce nell'oscurità del cuore indurito, il cuore dei farisei come quello di ciascuno di noi. E' questa la parola chiave del Vangelo di oggi: sklerokardia, la malattia del nostro cuore. E' un termine rarissimo nel Nuovo Testamento, è usato solo qui (e nel parallelo di Mt. 19,8) e nel finale di Marco, quando Gesù risorto, apparendo ai discepoli, li rimprovera per la loro incredulità e durezza di cuore. La malattia del cuore è dunque l'incredulità.

Si comprendono allora meglio le parole di Gesù sull'indissolubilità del matrimonio se le poniamo nel loro proprio contesto che è la fede. I farisei sono ciechi, non comprendono nulla di Gesù, esattamente come i discepoli. Non hanno fede. Il cammino sin qui percorso da Gesù, i fatti, i miracoli, le sue parole, ce lo hanno svelato. Pietro stesso, la mente preda di pensieri secondo il mondo, è apostrofato satana dal suo Maestro. E il menzognero sin da principio ispira anche i pensieri e le infide domande dei farisei. Parlando di un "ordine" da parte di Mosè Gesù apre la porta della verità dinnanzi ai farisei. Mosè infatti non ha dato alcun ordine riguardo al ripudio. In Dt. 24, 1-4, l'unico passo della Torah che ne tratta, il divorzio è scontato. In esso si tratta più specificatamente del caso di un uomo che ha ripudiato la moglie e vuole sposarla di nuovo, dopo che ella è stata sposa di un altro uomo. I farisei, che conoscono la Legge, rispondono infatti che non v'è nessun ordine in materia, ma solo un permesso. Si permette qualcosa non solo perchè sia valida, ma, a volte, si permette di fare qualcosa anche per riguardo alla debolezza. O per la durezza del cuore. Non si tratta quindi di liceità o meno. Il matrimonio è qualcosa di molto più grande, riguarda il principio, riguarda Dio, e, in Lui, raggiunge il cuore degli uomini, degli sposi. E' il peccato d'orgoglio di Adamo ed Eva che ha rotto l'equilibrio d'amore pensato da Dio. E' stata la loro incredulità, la durezza del loro cuore dinanzi al potere e all'autorità di Dio a spezzare il progetto di Dio sulla Sua creatura. La durezza di cuore che percorre tutta la storia di Israele è come cristallizzata nelle parole dei farisei del vangelo di oggi. La nostra durezza, la nostra malattia.

Il matrimonio, tale come traspare dalle parole di Gesù, è essenzialmente una Buona Notizia dell'amore di Dio, l'opera che Dio ha pensato creando l'uomo. Infatti la Scrittura, per parlare del rapporto tra Dio e l'uomo, usa immagini nuziali di rara bellezza e di sconosciuta misericordia. Dio ha sempre avuto misericordia del suo Popolo, anche quando ne è stato tradito più vergognosamente. E lo ha sempre amato e perdonato. Non vi era dunque solo un principio davanti agli occhi dei farisei. Vi era anche una storia di secoli, storia di misericordia dalla quale attingere per comprendere il mistero del matrimonio. Ma la storia sino a quel giorno non era bastata, come non basta per noi. Era necessario qualcosa di più, l'amore sino alla fine di Cristo. La croce, il letto d'amore dove Dio, nel suo Figlio, ha sposato tutti noi, il legno dove ci ha fatti carne della sua carne, una sola cosa con Lui. La parola della croce è la luce che promana dalle parole di Gesù. In essa Lui ha compiuto quel che oggi ci annuncia. Il principio nel quale Dio ha creato l'uomo a sua immagine, maschio e femmina, perchè fossero una sola carne e che nessuno avrebbe mai dovuto separare, l'amore che Dio ha pensato per ogni uomo, trova il compimento nella croce del Figlio. La fede nella croce, nel suo amore infinito, è il fondamento di ogni matrimonio. Non si tratta di carattere, affinità, etc. Si tratta di fede dinanzi alla croce, la fede di chi ha sperimentato l'amore di Dio capace di sciogliere un cuore indurito. L'amore che vince l'incredulità, le sue piaghe gloriose nelle quali sono impressi i nomi di tutti noi. Adamo cade in un sonno profondo mentre Dio estrae dal suo petto una costola per formarvi Eva, profetizzando il sonno di Cristo sulla Croce, la ferita del costato, la creazione della sua sposa immacolata, la Chiesa. L'amore nuziale è questa opera divina, e il suo compimento è il risveglio di Adamo e l'incontro pieno di stupore dinanzi a quella parte di sé per la quale era nato, per la quale aveva ricevuto quel corpo, e quella costola, che ha dovuto offrire nel sonno del sacrificio: “Lo stupore è il desiderio di sapere qualcosa. Esso nasce nell’uomo per il fatto che egli vede l’effetto e ignora la causa, per il fatto che la causa di quell’effetto trascende la conoscenza e la capacità dell’uomo. Perciò lo stupore è causa di piacere, in quanto vi è congiunta la speranza di poter giungere a conoscere ciò che desidero sapere” (S. Agostino). Il piacere esultante di Adamo dinanzi a quella donna, a quell'altro io che era quel tu così bello, e unico capace di richiudere la ferita che gli era occorsa nel petto. Solo Eva, solo lei era destinata a quell'anfratto che lo percuoteva e lo faceva sentire mancante, mendicante e incompleto: "Ciò che gli era stato rubato, gli è stato reso, trasfigurato dalla bellezza (Giacomo di Saroug, Hexameron ; Omelia per il sesto giorno). Era lei la sua pienezza, lei e solo lei, e per questo, diveniva gioia, piacere, stupore. Attraverso di lei sorgeva in Adamo la speranza di conoscere la fonte di tutto quello straripamento di pace, quel senso di pienezza e di soddisfazione, la fonte inestinguibile di ogni amore, di quell'amore che, lui lo sentiva, era l'unico che dava senso a tutto, al Paradiso nel quale era stato posto, alla sua esistenza. Eva era la porta che gli dischiudeva il mistero del principio, l'origine ferma e certa della sua stessa vita. Il principio di ogni amore è dentro un sonno fecondo, e nell'incedere sicuro di Dio che accompagna Eva al suo sposo, a quell'unico uomo per il quale e dal quale era stata tratta. Eva era un dono, ecco il segreto, il dono scaturito dal suo sonno, il frutto della Croce e della risurrezione del Signore. Eva, la sposa, l'unico approdo perchè il sonno non torni, malvagio questa volta, a strappare quell'allegria piena: "Amore mio, che altro posso fare? Quale altra occupazione può avere un uomo valido su questa terra, fuorché di sposarvi? Che alternativa c'è al matrimonio, eccetto il sonno?" (Gilbert Keith Chesterton, Le avventure di un uomo vivo).

Sempre sussiste, tuttavia, la possibilità di ribellarsi contro quel disegno d'amore: si ripresenta allora quella "durezza del cuore" (cfr Mt 19, 8) per la quale Mosè permise il ripudio, ma che Cristo ha definitivamente vinto. A tali situazioni bisogna rispondere con l'umile coraggio della fede, di una fede che sostiene e corrobora la stessa ragione, per metterla in grado di dialogare con tutti alla ricerca del vero bene della persona umana e della società. Considerare l'indissolubilità non come una norma giuridica naturale, ma come un semplice ideale, svuota il senso dell'inequivocabile dichiarazione di Gesù Cristo, che ha rifiutato assolutamente il divorzio perché "da principio non fu così" (Mt 19,8). Il principio del disegno di Dio ci è consegnato oggi nella Croce del Signore. La sua croce nella nostra, il luogo dove ci dà ogni giorno appuntamento per essere con Lui una sola carne. E, in lui, una sola carne marito e moglie, spesso "croci" gli uni per gli altri, e, quindi, nel Signore, più saldamente uniti. Indissolubilmente. E' nella croce che Dio li ha uniti, per sempre. Il verbo greco synezeuxen che indica "congiunto" infatti, è formato dalla preposizione-prefissosyn ("con") e dalla radice zeug-, che descrive anche due animali uniti dal "giogo" (zeugos). Il giogo che unisce gli sposi è dunque il giogo di Cristo, mite e umile di cuore. Esso è leggero e dolce perchè è l'unico adeguato a ciascuno dei due, l'unico che li fa, giorno dopo giorno, una sola carne. Non può esservi giogo diseguale, pena inciampare, cadere, rompere l'unità. Il giogo di Cristo, le sue braccia distese ad unire gli sposi, il suo amore infinito che ogni giorno perdona, e fa perdonare; ama e dona di amare. Che Dio conceda a tutti noi, "rientrati a casa" con il Signore, nel seno benedetto della Chiesa dove siamo gestati nella verità e nella libertà dei figli, la fede capace di aprire gli occhi sulla croce gloriosa del Signore risorto, e credere all'amore che vince ogni male, la fonte di vita per ogni matrimonio, il giogo soave che conduce gli sposi, indissolubilmente uniti, sino al Cielo.

giovedì 27 febbraio 2014

Attento alla baby trappola



condomadvert
di Jane
Il National Health Service, il servizio sanitario pubblico del Regno Unito, ha decisamente in grande considerazione gli uomini di oggi. Ha infatti lanciato una nuova pubblicità sull’uso del preservativo rivolto esclusivamente ad un pubblico maschile, mostrando l’immagine di un joystick di un videogame e di un ciuccio, e scrivendo a lato “Sei disposto a rinunciare a questo per questo? Attento alla baby trappola, usa un condom!”.
Sicuramente una pubblicità di grande effetto. E divertente. Un po’ come quella réclame della Durex che girava tempo fa su un padre alle prese con un figlio scalmatissimo, maleducato e fastidioso che terminava con “La prossima volta ricordati il condom”. Io, povera illusa, credevo fosse l’advert di “SOS Tata”, o una pubblicità sul ritorno alle sberle come metodo educativo d’emergenza.
Invece quelle menti dei pubblicitari – che sono davvero dei geni per me – devono sapere catturare l’attenzione e far passare diversi messaggi in modo sintetico ed efficace. E quale modo migliore per essere efficaci che creare stereotipi? Così quelli del NHS fanno passare l’uomo come un povero ebete che passa le sue giornate a giocare ai videogames: ma come, nessuna protesta maschilista? Le donne in grembiule in cucina no, gli uomini mononeurone sul divano sì? Io mi sento offesa per loro.
Lo stereotipo dell’uomo Peter Pan (che poi Peter Pan aveva sacrosante ragioni per non voler crescere, e poi cambia idea quando incontra Wendy) che non si priva dei piaceri della vita a patto che non comportino responsabilità, è davvero deprimente. L’uomo ebete addivanato che potrebbe diventare padre di un nano urlante e puzzolente conseguenza involontaria di una altrettanto sintetica ed efficace notte (o più probabilmente di una manciata di minuti visto che mancava l’ultimo tempo di Fifa) è uno degli incubi dell’uomo contemporaneo, secondo il NHS e la Durex: i bambini sono una trappola, stai attento, use a condom, e fatti aiutare a leggere le istruzioni, visto che probabilmente l’unica cosa che hai letto in vita tua è il retro della lattina di birra.
Ancora una volta il tentativo è quello di far passare l’uomo come una mezza bestia, il fare l’amore come un atto sessualeprêt-à-porter da cui proteggersi per evitare spiacevoli conseguenze. Ed è molto triste, e deprimente. La responsabilità non è più prendersi carico delle conseguenze delle proprie azioni, anche quando imprevedibili, ma casomai usare il condom per evitare quell’ipotetico guaio piagnucolante. Usare il condom è diventato un modo per preservare l’uomo dalla nuova malattia moderna: la paternità.
A pensarci bene non è poi così male che un uomo la cui massima aspirazione nella vita è stare in mutande a giocare ai videogames non si riproduca: il mondo è già abbastanza pieno di idioti. Ma si sa, c’è sempre la speranza che un bambino possa insegnare ad un genitore come si sta al mondo. A partire da un pannolino da cambiare. God save the Queen.

Il sangue versato per l’indissolubilità del matrimonio

Tommaso-Moro

San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro


(di Cristiana de Magistris su Conciliovaticanosecondo) Anche l’indissolubilità del matrimonio ha i suoi martiri, che la santa Chiesa di Dio celebra ogni anno col fasto dovuto ai suoi figli più illustri. Il 22 giugno, nel martirologio romano si legge: “Santi Giovanni Fisher, vescovo, e Tommaso Moro, martiri, che, essendosi opposti al re Enrico VIII nella controversia sul suo divorzio e sul primato del Romano Pontefice, furono rinchiusi nella Torre di Londra in Inghilterra.
Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, uomo insigne per cultura e dignità di vita, in questo giorno fu decapitato per ordine del re stesso davanti al carcere; Tommaso More, padre di famiglia di vita integerrima e gran cancelliere, per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica il 6 luglio si unì nel martirio al venerabile presule”. San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro furono decapitati per aver difeso l’indissolubilità del matrimonio contro il divorzio di Enrico VIII da Caterina d’Aragona. In tal modo rimasero fedeli al papa come a capo supremo della Chiesa, negando il giuramento di fedeltà al re Enrico VIII che si era proclamato “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”.
In un momento storico come quello attuale in cui par si voglia mettere in discussione anche l’indissolubilità del matrimonio, occorre rispolverare il passato e meditare a fondo sullo scisma d’Inghilterra, originato da un divorzio, e sul sangue dei suoi martiri, che ancor oggi continua a proclamare che il sacramento del matrimonio è di diritto divino.
La questione dell’indissolubilità del matrimonio si pose nel 1525 quando il re d’Inghilterra Enrico VIII, non avendo avuto eredi maschi da Caterina d’Aragona, si preoccupò della sua discendenza. Enrico era ancora cattolico al punto di aver meritato dal papa Leone X, nel 1521, il titolo di “defensor fidei” per la sua apologia dei sacramenti della Chiesa cattolica contro l’eresia luterana, titolo che – con ironica incongruenza – rimane coniato tuttora sulle monete inglesi.
Poiché Caterina era la vedova di suo fratello, Enrico pensò di poter metter in dubbio la validità del matrimonio. La storia mostrerà che – più che la preoccupazione per il trono – fu la sua passione per Anna Bolena, per altro cortigiana della moglie, che lo condusse al divorzio da Caterina e al susseguente scisma. Infatti, quando papa Clemente VII si rifiutò di annullare il matrimonio, Enrico gli disobbedì e si proclamò “Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra”, incorrendo nella scomunica. Ecco il succedersi degli eventi.
Nel 1527 il re aveva consultato – tra gli altri – Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, circa lo stato del suo matrimonio con Caterina d’Aragona che Enrico riteneva essere invalido. Fisher assicurò il re che non vi era il minimo dubbio sulla validità del matrimonio e che era pronto a difendere tale asserto davanti a chiunque. Per descrivere l’atteggiamento di Giovanni Fisher, il segretario del cardinal Campeggio, legato pontificio, nel 1529 così scrisse di lui: “Per non mettere in pericolo la sua anima, e per non essere sleale col re o mancare al dovere verso la verità in una materia così importante, egli dichiarò, affermò e dimostrò con ragioni probanti che il matrimonio del re e della regina non poteva essere sciolto da nessun potere umano o divino e per questo era disposto a dare la vita”.
Nel 1525, il vescovo di Rochester aveva scritto: “Una riflessione che mi colpisce profondamente circa il sacramento del matrimonio è il martirio di san Giovanni Battista, che morì per aver rimproverato la violazione del matrimonio. C’erano crimini in apparenza molto più gravi per la cui condanna il Battista poteva esser giustiziato, ma non c’era crimine più adatto dell’adulterio che potesse causare lo spargimento di sangue dell’amico dello sposo, poiché la violazione del matrimonio non è un insulto di poco consto a Colui che è lo Sposo per antonomasia”. A quel tempo, il problema del divorzio del re e della regina non era ancora stato sollevato. Ma le circostanze della morte di Fisher lo avvicineranno non poco alla sorte del Battista. Entrambi imprigionati, entrambi decapitati, entrambi vittime di donne impure. Ma ciò che Erode fece a malincuore, Enrico VIII compì con piena e crudele deliberazione.
Giovanni Fisher scrisse diversi libri in difesa di Caterina. I vescovi, che temevano l’ira del re –indignatio regis mors est, solevano dire –, lo invitarono a ritrattare, ma invano. Egli non poteva negare ciò che sapeva essere la verità.
La situazione, intanto, lungi dal sedarsi diveniva sempre più scottante. Il re, con le sue manie dittatoriali, non aveva alcuna intenzione di cedere. Roma aveva inviato i suoi legati per risolvere la complessa vicenda. Il clero inglese – salvo il vescovo di Rochester – era tristemente compatto nella resa, ossia nella desistenza all’autorità del re che finì col proclamarsi “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”, atto, questo, reso possibile proprio dalla capitolazione dei vescovi con quella che è passata alla storia come la “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532. Il giorno dopo, Tommaso Moro, fino a quel momento gran cancelliere d’Inghilterra, rassegnò le sue dimissioni. Piuttosto che scendere a compromessi, preferì ritirarsi. Nel 1533 Enrico sposò Anna Bolena e nel 1534, attraverso il cosiddetto “Atto di Supremazia”, si proclamò “capo supremo sulla terra della Chiesa d’Inghilterra”.
Tutti i vescovi prestarono il loro giuramento sulla supremazia del re in campo religioso tranne uno, Giovanni Fisher, il quale fu subito imprigionato nella torre di Londra, dove, durante i lunghi mesi di cattività, scrisse tre opere, due in inglese (A spiritual consolation e The ways of perfect religion) ed una in latino sulla necessità della preghiera. Nel medesimo giorno, il 13 aprile del 1534, venne fatto arrestare anche Tommaso Moro.
Durante la prigionia di Giovanni Fisher e Tommaso Moro (aprile 1534-giugno 1935), Enrico VIII proseguì con tenacia l’organizzazione d’una chiesa nazionale indipendente da Roma. Il re tentò di conquistare Giovanni Fisher alla sua causa attraverso la mediazione di alcuni vescovi che lo visitarono nella sua prigione. Durante uno di questi colloqui, Giovanni Fisher esortò i presuli ad essere uniti “nel reprimere l’intrusione violenta ed illegale fatta ogni giorno contro la comune madre, la Chiesa di Cristo” piuttosto che nel promuoverla. Fu quella l’occasione per pronunciare il suo storico giudizio sui suoi fratelli nell’episcopato: “La fortezza (ossia la Chiesa, ndt) è tradita da coloro stessi che dovrebbero difenderla!”.
Il 7 maggio il re inviò uno dei suoi consiglieri per tentare ancora una volta di piegare Fisher al compromesso. Il santo Vescovo ribadì senza mezzi termini che “secondo la legge di Dio, il re non è né può essere il Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”. Enrico non aveva bisogno d’ulteriori prove, e quando papa Paolo III – nella speranza di salvare la vita al vescovo di Rochester – lo nominò cardinale di Santa Romana Chiesa, Enrico VIII, alludendo all’imminente decapitazione del Santo, disse che il Sovrano Pontefice poteva ben inviare la berretta rossa, ma questa non avrebbe trovato più la testa su cui posarsi.
La sentenza venne eseguita alle 10 del 22 giugno 1535 nella Torre di Londra: la sua testa rimase esposta all’ingresso del ponte di Londra fino al 6 luglio, quando venne gettata nel Tamigi e sostituita da quella diTommaso Moro, che nella sua autodifesa, dopo la condanna a morte, disse che la vera causa della sua accusa di tradimento era stato il rifiuto di accettare l’annullamento del matrimonio di Enrico con Caterina.
Prima di morire, mentre nella torre di Londra Fisher meditava sull’incredibile cambiamento di scena avvenuto in Inghilterra negli ultimi 10 anni. “Guai a noi – scrisse nel suo libro sulla necessità della preghiera – che siamo nati in questi tempi maledetti, tempi – e lo dico piangendo – in cui chiunque abbia il minimo zelo per la gloria di Dio [... ] sarà mosso al pianto vedendo che tutto va alla rovescia, il bell’ordine delle virtù è capovolto, la luce spendente della vita è estinta, e della Chiesa non è rimasto nulla se non palese iniquità e falsa santità. La luce del buon esempio è spenta in coloro che dovrebbero brillare come lucerne in tutto il mondo […]. Purtroppo da loro non viene alcuna luce, ma solo tenebre oscure e inganno pestilenziale per cui innumerevoli anime si perdono”. Queste parole erano indirizzate anzitutto ai vescovi che, mancando gravemente al loro dovere di pascere il gregge di Cristo, invece di opporsi, con l’esempio e la predicazione, alla tirannia di Enrico, avevano tristemente cooperato all’apostasia con il loro silenzio colpevole.
San Tommaso Moro, nella stessa prigione e nel medesimo tempo, scriveva il suo “De tristitia Christi”, la sua opera sull’infinito amore e l’inesausta misericordia di Dio. Anche lui, riflettendo sull’apostasia dei vescovi inglesi, scriveva: “Se un vescovo è sopraffatto da uno stupido sonno che gli impedisce di compiere il suo dovere di pastore delle anime – come il capitano pauroso di una nave che, atterrito dalla tempesta, si nasconde e abbandona l’imbarcazione alle onde – se un vescovo agisce in questo modo, io non esito a paragonare la sua tristezza a quella che conduce all’inferno. Anzi, la considero assai peggiore poiché tale tristezza in questioni religiose sembra derivare da una mente che dispera dell’aiuto di Dio”.
Giovanni Fisher e Tommaso More furono giustiziati e, cogliendo la palma d’un glorioso martirio, volarono dalla prigione terrena ai gaudi dell’eterna beatitudine. Con san Giovanni Battista, essi sono i martiri dell’indissolubilità del matrimonio come non mancò di affermare Pio XI in occasione della loro canonizzazione: essi morirono perché non desistettero di “illustrare, provare e difendere coraggiosamente la santità del casto connubio”.
Ma quale fu la sorte di Enrico VIII dopo il suo divorzio da Caterina d’Aragona? Il re “sposò” Anna Bolena che, tre anni dopo, egli stesso fece giustiziare con l’accusa di alto tradimento, incesto e adulterio. Il giorno dopo l’esecuzione, il re “sposò” Jane Seymour, che morì nel 1537, un anno dopo, per complicazioni sopravvenute nel dare alla luce l’unico erede maschio alla corona, Edoardo VI. Enrico sposò allora, nel 1540, Anna di Cleves da cui divorziò pochi mesi dopo per sposare Caterina Howard, anch’essa fatta giustiziare dal re, nel 1542. L’ultima moglie fu Caterina Parr, che scampò alla morte perché questa colse prima Enrico, nel 1547.
Durante il suo ultimo connubio, il corpo di Enrico VIII, obeso, iniziò ad essere coperto di ulcere purulente. Morì all’età di 55 anni, nel 1547. Le sue ultime parole furono: “Monaci, monaci, monaci”, che probabilmente manifestavano il suo rimorso per aver espulso tanti monaci dai loro monasteri ed usato i loro beni per le sue guerre.
Un frate francescano gli aveva predetto che, come accadde al re Acab che fu maledetto da Dio, anche il suo sangue, dopo la morte, sarebbe stato leccato da cani. E così avvenne. Dalla bara di Enrico VIII fuoriuscì del liquido che subito divenne la bevanda di un cane.
A questa macabra fine si aggiunge un fatto storico degno di nota. Enrico VIII aveva giustificato il suo divorzio da Caterina col pretesto di voler dare un discendente maschio alla corona inglese. Ma, nonostante i suoi 5 successivi “matrimoni”, il re – morto l’unico erede maschio a meno di 18 anni – non riuscì a perpetuare la dinastia dei Tudor che, infatti, terminò con Elisabetta I, la quale, rimasta nubile, fece sì che la corona passasse agli Stuart. A chiudere la dinastia dei Tudor fu dunque l’unica figlia di Anna Bolena, colei che Enrico – divorziando da Caterina – aveva sposato per assicurare la discendenza alla corona.
Lo scisma anglicano è fondato su un divorzio. Se l’indissolubilità del matrimonio venisse negata, occorrerebbe per logica revocare la scomunica di Enrico VIII e a tutta la chiesa anglicana da lui fondata. Ma rimarrebbe il sangue dei martiri di quell’indissolubilità a testimoniare che il matrimonio è di diritto divino e nessuno, neppure “la Chiesa ha su di esso alcun potere” ..
I Vescovi inglesi del XVI secolo mancarono gravemente al loro dovere per quella pusillanimità di cui spesso si macchiano gli uomini di Chiesa. Lo scisma della Chiesa inglese fu dovuto non tanto alla forza malvagia di Enrico VIII quanto alla loro desistenza, solennemente manifestata con l’inglorioso Atto di “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532.
L’indissolubilità del matrimonio è nell’ora attuale al centro di un acceso dibattito. Memori di ciò che avvenne nel XVI secolo in Inghilterra, non ci stupiremo di trovare nella Chiesa vescovi pavidi e pronti alla resa. Confidiamo che la divina Provvidenza susciti miracolosamente anime generose, pronte a difendere i diritti di Dio, vescovi e laici emuli di san Giovanni Fisher e Tommaso Moro. Ma soprattutto speriamo che, nello scenario decadente che è sotto i nostri occhi, non ci tocchi la cattiva sorta di trovare nelle gerarchie ecclesiastiche qualche novello Erode o Enrico VIII: quod Deus avertat!