sabato 13 febbraio 2016

Santa Messa nella Basilica di Guadalupe. Omelia di Papa Francesco.



Nuovo tweet del Papa: "Maria è la donna del sì, un sì di dedizione a Dio, un sì di dedizione ai suoi fratelli. Seguiamola nella sua dedizione." (14 febbraio 2016)

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Papa Francesco: "Basta che cammini per le strade del tuo quartiere, della tua comunità, della tua parrocchia come mio messaggero; innalza santuari condividendo la gioia di sapere che non siamo soli, che lei è con noi"
Santa Messa nella Basilica di “Nuestra Señora de Guadalupe” a Città del Messico. Omelia del Santo Padre

Nel pomeriggio, lasciata la Nunziatura Apostolica, il Santo Padre Francesco si è trasferito in papamobile alla Basilica di “Nuestra Señora de Guadalupe”, il principale santuario del Messico e il più grande santuario mariano del mondo ove viene venerata la Vergine di Guadalupe, Patrona del Messico, dei Paesi Americani e delle Filippine. Il Papa è arrivato alla Basilica minore e da lì alle ore 17 si è recato in processione alla nuova Basilica dove ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nel corso della quale, dopo la proclamazione del Vangelo, ha pronunciato l’omelia che riportiamo di seguito:
Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua italiana
Abbiamo ascoltato come Maria andò a visitare la cugina Elisabetta. Senza indugi, senza dubbi, né lentezze, va ad accompagnare la sua parente che era agli ultimi mesi di gravidanza.
L’incontro con l’angelo non ha fermato Maria, perché non si è sentita privilegiata, o in dovere di staccarsi dalla vita dei suoi. Al contrario, ha ravvivato e messo in moto un atteggiamento per il quale Maria è e sarà sempre ricordata: la donna del sì, un sì di dedizione a Dio e, al tempo stesso, un sì di dedizione ai suoi fratelli. E’ il sì che la mise in movimento per dare il meglio di sé, ponendosi in cammino incontro agli altri.

Ascoltare questo brano del Vangelo in questa Casa ha un sapore speciale. Maria, la donna del sì, ha voluto anche visitare gli abitanti di questa terra d’America nella persona dell’indio san Juan Diego. Così come si mosse per le strade della Giudea e della Galilea, nello stesso modo raggiunse il Tepeyac, con i suoi abiti, utilizzando la sua lingua, per servire questa grande Nazione. Così come accompagnò la gravidanza di Elisabetta, ha accompagnato e accompagna la “gravidanza” di questa benedetta terra messicana. Così come si fece presente al piccolo Juanito, allo stesso modo continua a farsi presente a tutti noi, soprattutto a quelli che come lui sentono “di non valere nulla” (cfr Nican Mopohua, 55). Questa scelta particolare, diciamo preferenziale, non è stata contro nessuno, ma a favore di tutti. Il piccolo indio Juan che si chiamava anche “mecapal, cacaxtle, coda, ala, bisognoso lui stesso di esser portato” (cfr ibid.) è diventato “il messaggero, molto degno di fiducia”.
In quell’alba di dicembre del 1531, si compiva il primo miracolo che poi sarà la memoria vivente di tutto ciò che questo Santuario custodisce. In quell’alba, in quell’incontro, Dio risvegliò la speranza di suo figlio Juan, la speranza del suo Popolo. In quell’alba Dio ha risvegliato e risveglia la speranza dei più piccoli, dei sofferenti, degli sfollati e degli emarginati, di tutti coloro che sentono di non avere un posto degno in queste terre. In quell’alba Dio si è avvicinato e si avvicina al cuore sofferente ma resistente di tante madri, padri, nonni che hanno visto i loro figli partire, li hanno visti persi o addirittura strappati dalla criminalità.
In quell’alba, Juanito sperimenta nella sua vita che cos’è la speranza, che cos’è la misericordia di Dio. Lui è scelto per sorvegliare, curare, custodire e favorire la costruzione di questo Santuario. A più riprese disse alla Vergine che lui non era la persona adatta, anzi, se voleva portare avanti quel lavoro doveva scegliere altri perché non lui era istruito, letterato o appartenente al novero di coloro che avrebbero potuto farlo. Maria, risoluta – con la risolutezza che nasce dal cuore misericordioso del Padre – gli disse no, che lui sarebbe stato il suo messaggero.
Così riesce a far emergere qualcosa che non sapeva esprimere, una vera e propria immagine trasparente di amore e di giustizia: nella costruzione dell’altro santuario, quello della vita, quello delle nostre comunità, società e culture, nessuno può essere lasciato fuori. Tutti siamo necessari, soprattutto quelli che normalmente non contano perché non sono “all’altezza delle circostanze” o non “apportano il capitale necessario” per la costruzione delle stesse. Il santuario di Dio è la vita dei suoi figli, di tutti e in tutte le condizioni, in particolare dei giovani senza futuro esposti a una infinità di situazioni dolorose, a rischio, e quella degli anziani senza riconoscimento, dimenticati in tanti angoli. Il santuario di Dio sono le nostre famiglie che hanno bisogno del minimo necessario per potersi formare e sostenere. Il santuario di Dio è il volto di tanti che incontriamo nel nostro cammino…
Venendo in questo santuario ci può accadere la stesso cosa che accadde a Juan Diego. Guardare la Madre a partire dai nostri dolori, dalle nostre paure, disperazioni, tristezze, e dirle: “Che cosa posso dare io se non sono una persona istruita?”. Guardiamo la Madre con occhi che dicono: “Sono tante le situazioni che ci tolgono la forza, che ci fanno sentire che non c’è spazio per la speranza, per il cambiamento, per la trasformazione”.
Per questo può farci bene un po’ di silenzio, e guardarla, guardarla molto e con calma, e dirle come fece quell’altro figlio che la amava molto:
«Guardarti semplicemente - Madre -, tenendo aperto solo lo sguardo; guardarti tutta senza dirti nulla, e dirti tutto, muto e riverente.
Non turbare il vento della tua fronte; solo cullare la mia solitudine violata nei tuoi occhi di Madre innamorata e nel tuo nido di terra trasparente.
Le ore precipitano; percossi mordono gli uomini stolti l’immondizia della vita e della morte, con i loro rumori.
Guardarti, Madre; contemplarti appena, il cuore tacito nella tua tenerezza, nel tuo casto silenzio di gigli
». (Inno liturgico).
E in questo rimanere a contemplarla, sentire ancora una volta che ci ripete: “Che c’è, figlio mio, il piccolo di tutti? Che cosa rattrista il tuo cuore?” (cfr Nican Mopohua, 107.118) «Non ci sono forse qui io, io che ho l’onore di essere tua madre?» (ibid., 119).
Lei ci dice che ha “l’onore” di essere nostra madre. Questo ci dà la certezza che le lacrime di coloro che soffrono non sono sterili. Sono una preghiera silenziosa che sale fino al cielo e che in Maria trova sempre posto sotto il suo manto. In lei e con lei, Dio si fa fratello e compagno di strada, porta con noi le croci per non lasciarci schiacciare da nostri dolori.
Non sono forse tua madre? Non sono qui? Non lasciarti vincere dai tuoi dolori, dalle tue tristezze – ci dice. Oggi di nuovo torna ad inviarci come Juanito; oggi di nuovo torna a ripeterci: sii mio messaggero, sii mio inviato per costruire tanti nuovi santuari, accompagnare tante vite, asciugare tante lacrime. Basta che cammini per le strade del tuo quartiere, della tua comunità, della tua parrocchia come mio messaggero; innalza santuari condividendo la gioia di sapere che non siamo soli, che lei è con noi. Sii mio messaggero – ci dice – dando da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, da’ un posto ai bisognosi, vesti chi è nudo e visita i malati. Soccorri i prigionieri, perdona chi ti ha fatto del male, consola chi è triste, abbi pazienza con gli altri e, soprattutto, implora e prega il nostro Dio. In silenzio diciamo a Lei ciò che che dice il cuore.
Non sono forse tua madre? Non sono forse qui? – ci dice ancora Maria. Vai a costruire il mio santuario, aiutami a risollevare la vita dei miei figli, tuoi fratelli. 

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ANDREA TORNIELLI
AP
Il mistero dell’immagine che nel 1531 si formò sulla tilma di un umile indio convertitosi al cattolicesimo. Francesco questa sera vuole pregare da solo davanti alla Vergine patrona delle Americhe

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Il programma del viaggio in Messico del Santo Padre per domani, 14 febbraio 

Ecatepec - Santa Messa 
Domenica 14 febbraio – 10:00 (in Italia 16.00) 
Al primo mattino, dal Campo militare "Marte", in un elicottero Puma dello Stato Maggiore della presidenza, il Santo Padre si trasferirà al Centro Studi Superiori di Ecatepec, distante 50 km. Nell'area campestre del Centro, che può contenere 400.000 persona, il Pontefice presiederà una Concelebrazione Eucaristica. Sarà accolto e salutato dal vescovo della diocesi mons. Oscar Roberto Dominguez Couttolenc. La Santa Messa, per laici e famiglie impegnati nella pastorale, avrà inizio alle ore 10.15, in Italia 16.15. Al termine, il Papa farà rientro, sempre in elicottero a Città del Messico (Campo Marte) e poi andrà subito in Nunziatura. Alle 16.30 (in Italia 22.30) Francesco farà visita all'Ospedale Pediatrico "Federico Gómez" (7 Km).

Ecatepec - Santa Messa
Domenica 14 febbraio – 16:30 (in Italia 22.30)
Al termine della Santa Messa, sempre in elicottero, Papa Francesco rientra a Ciudad de Mèxico. Il suo arrivo all'eliporto di Campo Marte è previsto per le 13.10 (in Italia 19.10). Il pranzo sarà presso la Nunziatura e da qui alle 16.15 (22.15 in Italia), il Pontefice si trasferirà in auto aperta all'Ospedale per bambini "Federico Gómez" (7 Km) che ogni giorno offre assistenza a 800 bambini e che in media ha altri 200 in situazione di ricovero. Dopo un incontro del Pontefice con i bambini e un discorso sarà accompagnato all'Unità di Emato-Oncologia (ludoteca e reparto di chemioterapia) e, successivamente, visiterà in forma privata i bambini degenti al secondo piano.