mercoledì 16 marzo 2016

La Passione di Cristo: un incrocio impensabile



di don Massimo Vacchetti
Si può vivere senza passione?” è l’espressione della protagonista di un film che ho fatto vedere in una delle classi in cui insegno. La domanda, in prima battuta, sembrerebbe retorica: no, non si può vivere senza passione!
Eppure, sappiamo – è l’esperienza personale a ricordarcelo amaramente- che le nostre giornate sono piene di quest’assenza, gonfie di tanto vuoto, abitate da sconfinati deserti. E continuiamo a vivere, senza vivere veramente. Nella Via Crucis che il Giovanni Paolo II nel Venerdì Santo del 1999 fece scrivere al poeta fiorentino Mario Luzi si trovano questi versi messi sulle labbra del Cristo sofferente mentre si rivolge al Padre: “Com’è solo l’uomo, come può esserlo! Tu sei dovunque, ma dovunque non ti trova.
Ci sono luoghi dove tu sembri assente e allora geme perché si sente deserto e abbandonato”.
Il dramma della vita dell’uomo si gioca sulla verità della sua vita. E’ tragicamente possibile vivere senza passione. Ed è disperatamente possibile far tacere il grido di infinito, di felicità, di eternità che esplode in me cosicché è possibile che le ore, i giorni, i mesi, gli anni, perfino una vita – pur nell’intensità e nell’affanno delle cose da fare, da vedere, da gustare, ossia nell’inganno di vivere – rischiano di passare vanamente senza cioè aver vissuto veramente.
Anzi, è possibile – e questa è l’illusione più tremenda – scambiare l’arrendevolezza con la vibrazione ed il coraggio, la noia con la passione. Luzi definisce questa perversione con questa immagine: “Non sappiamo se la gente che è davanti alla televisione sia con le mani alzate in segno di resa o di adorazione”.
E’ bene che qualcuno ci ricordi che senza passione non è possibile vivere! Solo chi ha nel cuore e nell’animo un grande ideale può pensare di affrontare la vita, “non con le mani alzate in segno di resa”, ma con quelle alzate del vincitore. Senza una ragione per cui alzarsi al mattino, anche il lavoro più soddisfacente, gli affetti più rasserenanti, la salute più agiata, non sono sufficienti per dare valore alla vita. E la vita, presto o tardi ce ne chiederà conto. Perché la vita è severa. Perché il cuore – che domanda la verità, la felicità, l’eternità – è esigente.
La parola passione è evocativa per me, per un giovane, di due sentimenti opposti. Il primo indica un’ ardore, una vibrazione, un’animazione dei sensi e dell’essere, ultimamente un amore travolgente, un amore erotico; il secondo indica, una sofferenza, una privazione, una solitudine inaccessibile, nemmeno a Dio.
Io desidero l’una e rifiuto l’altra, almeno per quanto sta nelle mie facoltà. Sono inconciliabili.
Recentemente un altro Papa, Benedetto XVI, ha detto una cosa incredibile. Quasi nessuno se n’è accorto e questo è ancora più incredibile. Pensiamo di sapere già e non sappiamo niente. Queste sono le sue parole: “Nella Croce si manifesta l’amore erotico di Dio per noi. Eros è infatti quella forza che non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato“. Quale più “folle eros” di quello che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri delitti?”
C’è un uomo – Gesù di Nazareth – che ha alzato le braccia, per sempre. Ha vissuto la vita, donandola in modo ap-passionante, dall’inizio alla fine. Anzi da prima dell’inizio all’eternità. La sua pretesa è tale da identificarsi con la vita stessa: “Io sono la vita e sono venuto a per la dare vita in abbondanza”. Luzi mette in bocca al Figlio di Dio questo canto d’amore alla vita: “Io non sono di questo mondo eppure non potevo se non teneramente amarla […] Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. E’ bella e terribile la terra […] Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne, perfino i deserti”. (Via Crucis 6; 12).
Le sue braccia sono alzate. La sua non è una resa, ma una vittoria. Ha unito nel segno della croce, come in uno sposalizio impossibile, l’amore con il dolore, la miseria con la misericordia. “Nulla è impossibile a Dio” aveva detto l’angelo a sua madre. Si riferiva alla possibilità di vivere la vita come una passione d’amore.
Com’è possibile vivere così?
E’ lui stesso a dircelo e a mostracelo in un gesto perché se le parole non si raccordano con i fatti sono vuote, cioè diventano utopia, eresia del vero.
E’ l’evangelista Giovanni, il discepolo amato, a ricordarle e a consegnarcele nelle sacre Scritture: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” – cioè prima che “gli facciano festa”, vive il rapporto con i suoi amici, in modo totalmente appassionante. Sino alla fine vuol dire sino alle conseguenze più esigenti dell’amore, cioè “senza una fine”. Questo è l’eros a cui si riferiva il Papa. “Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell`acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l`asciugatoio di cui si era cinto“. Sino alla fine, sino ai piedi, sino alle ossa, passando per il cuore, la mente, le mani…tutto di me gli interessa. Io sono la Sua Passione! E terminato questo gesto immenso rivolto ai suoi, oggi, a noi, dice: “Vi ho dato infatti l`esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi“.
La Passione di Cristo è la Sua Passione per me, perché io viva della Sua stessa Passione.
Ho bisogno di uno che mi dica che è possibile vivere la mia giornata, la mia fatica, il mio lavoro, la mia malattia in un modo che non sia solo la lamentela o il desiderio di fuga. Ho bisogno di uno che coniughi tutto il vivere in un abbraccio d’amore, con i piedi lavati e le mani alzate…partecipe della sua vittoria!

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La resurrezione di Cristo come adempimento della promessa



di Marco Luscia
Ripensiamo ad Isacco, per coglierne tutta la portata e l’elemento profetico in direzione dell’annuncio cristiano.
Osserva Joseph Ratzinger: “ Isacco ha visto il montone; e questo significa: ha visto il segno di ciò che sta per venire, di colui che viene: l’agnello. Nell’agnello egli ha visto colui che per noi si lasciò catturare nel groviglio della storia, per noi si lasciò legare; si sostituì a noi e ci liberò(…).Per i Padri della Chiesa Isacco ha realmente gettato uno sguardo nei cieli. Lo sguardo al montone era lo sguardo nel cielo aperto. Infatti in esso egli vide Dio che provvede ed è presente, proprio là, sulla soglia della morte(…). Nel montone Isacco ebbe la stessa visione di Giovanni a Patmos. Giovanni la descrive così: « Poi vidi in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato(…). Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano: a colui che siede sul trono e all’Agnello, lode,onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli.» (Ap.5,6.13).
La venuta di Cristo muta radicalmente la situazione. Con Gesù la speranza di salvezza non è più qualcosa da attendere, da immaginare nel futuro, ma un qualcosa di presente. Cristo, via, verità, e vita, è il regno reso presente; la realtà stessa di Dio che si immerge nella storia e la assume. Il presente della salvezza è messo in evidenza dal vangelo di Giovanni. Ma questo “oggi” della salvezza non è un dato immediato, quasi che all’uomo non spettasse che un semplice sì, per giovarsi del dono. La salvezza è riconoscibile soltanto attraverso la fede, perciò all’oggi si contrappone il non ancora. La gioia piena non è posseduta interamente in questa vita.
Dunque la Speranza appartiene, anche dopo la venuta di Cristo, alla dimensione tipica del cristiano; essa si lega -come abbiamo già avuto modo di vedere- alla fede, ma anche -e questo è l’elemento di novità- alla carità. La speranza cristiana appare perciò come il frutto dell’annuncio operato da Gesù, ma soprattutto del dono dello spirito che rese capaci i discepoli, oramai vinti dalla disperazione, di mutare atteggiamento subitaneamente e diventare annunciatori di Cristo. Il cuore della speranza cristiana non è dunque una dottrina religiosa o semplicemente morale: è la natura stessa di Dio che si dona come amore. La croce in tal senso rappresenta il luogo in cui l’amore di Dio, la sua carità, si rende presente in maniera ineguagliabile; la croce porta a compimento una vita che è totalmente orientata a Dio. E l’amore di Dio è vita che vince la morte, che la prende sulle spalle in tutte le sue forme (morte fisica, morte morale) e la trafigge, la annienta. Gesù ha fatto proprio ciò che noi fuggiamo e lo ha sconfitto. La resurrezione è la testimonianza di questo evento.
Questa è la radice ultima di ogni sperare, questa la “follia della croce.” Ora, anche la speranza di Abramo trova il suo compimento, perché egli stesso, il giusto, vive per sempre, con Isacco e Sara. Come vivono i martiri e i miliardi di uomini che lungo i secoli hanno sperato, hanno sognato. E forse, trova compimento anche il tragitto di quanti, per i più svariati motivi si sono disperati, perché la vita a loro parve una passione inutile. Il compito dell’annuncio cristiano è solo questo: testimoniare nei gesti, nelle parole, nei sorrisi la sensatezza della vita, annunciando che persino “Dio ha conosciuto la disperazione” sulla croce, dove tutto sembrava perduto. Eppure quel Gesù cui tutti guardiamo seppe rimettere lo spirito nelle mani del padre e bevve il calice secondo la sua volontà e non la propria.
La speranza cristiana si connette al problema centrale che assilla ogni uomo: il problema della morte. A tale questione si lega necessariamente il senso della vita, nella misura in cui accettiamo che la vita ci provochi, ci interroghi. Spesso l’uomo contemporaneo fugge davanti a quelle domande che, se accolte, avrebbero la capacità di proiettarlo nella dimensione del divino. Egli si illude di controllare, di dominare tutto e qualora la morte si affacci, la risposta più adeguata gli appare il ritorno ad una sorta di fatalismo, quasi che l’avvento cristiano non avesse liberato l’essere umano dalla potenza del fato. La morte, se ben intesa, ci rivela il limite, ma in Cristo tale limite è vinto e la paura del nulla che è dentro il cuore di tutti appare scongiurata.
Cos’è allora la speranza cristiana? Osserva il nostro Papa: “ Non vogliamo la morte, e la vita che conosciamo non la vogliamo per sempre. Forse l’uomo è una contraddizione in se stesso, un errore della natura?(…)Solo chi può riconoscere una speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Che cosa ha dato agli uomini che hanno lasciato qui i segni ( nelle catacombe) della loro fede la possibilità di avere una fiducia tanto trasparente da riuscire ancora oggi a interpellarci nell’oscurità di questi corridoi sotterranei?(…) essi vedevano che l’uomo è spiegabile solo se c’è Dio. Se c’è Dio: per loro questo se non era più un se, e proprio in questo sta la soluzione.
I credenti, i primi cristiani, hanno rappresentato nelle catacombe la risposta cristiana alla domanda sul senso della vita. Per loro era chiaro che se Dio esiste e se questo Dio ha voluto e creato l’uomo allora, come ribadisce il Papa: “ E’ chiaro che il suo amore può ciò che il nostro desidera invano: tenere in vita l’amato al di là della sua morte.” E’ muovendo da questa speranza, che nella storia e nella vita di innumerevoli credenti, si fa strada una testimonianza di santità e di dedizione assoluta all’amore oblativo. La nostra vita è costantemente chiamata oggi più che mai ad affrontare un mondo incredulo, distratto, illuso e adorante nei confronti di idoli effimeri. Il soffio di Dio sembra sempre più relegato nell’intimo e perciò soggetto ad ogni mutamento d’umore, ad ogni suggestione, debolezza.
E’ via via venuta meno una dimensione collettiva della fede e della speranza. E la carità che i più preferiscono chiamare solidarietà, è stata delegata alle strutture, alle istituzioni, agli specialisti, ai tecnici. Meno carità, meno contatto con il dolore, ha fatto perdere agli uomini il senso del limite, ossia la via che conduce alla fede. Con tutto questo le persone si rivelano sempre più fragili e disperate. Nostro compito primario mi appare dunque quello di annunciare Gesù morto e risorto in ogni angolo del mondo; il piccolo mondo del nostro quotidiano e il grande mondo delle nazioni e delle genti. La speranza cristiana non è illusione, essa fissa negli occhi ogni realtà, essa vuole guardare in faccia il mondo, essa non teme l’abisso scuro, la valle cupa delle lacrime, perché riposa su colui che ha vinto il male.
La speranza confida in Dio, anche quando “quest’ultimo” la tenta con prove fortissime. Potremmo a lungo scrivere e dire della vita di innumerevoli Santi la cui speranza seppe farsi certezza e perciò azione, forza che vince il mondo e vince il timore della morte. Ricordiamone uno fra tutti, un uomo la cui testimonianza ci lascia senza fiato, tanto è solenne e semplice, tanto è eroica, tanto è cristiana: padre Massimiliano Kolbe. Questo sacerdote nell’inferno del campo di concentramento seppe confortare i fratelli, seppe essere testimone di speranza in un luogo in cui tutto contribuiva a spegnere ogni barlume di umanità. Padre Massimiliano seppe scegliere la morte, non con l’impavida ed eccitata tempra del gladiatore, ma con la mansueta fermezza che solo gli uomini di Dio sanno manifestare. La morte, per lui che adorava la santissima Maria, e che viveva nella costante comunione di preghiera con Cristo, fu un dovere accolto e un dono d’amore che restituì la vita ad un padre di famiglia.
Oggi, in un tempo in cui l’orizzonte dell’aldilà sembra sempre più offuscarsi, anche per un certo disinteresse nei confronti di tale tema, che caratterizza la predicazione di molti sacerdoti, l’uomo appare smarrito e quindi incapace perfino di comprendere la logica del sacrificio di colui che spera. Nella stessa Chiesa la dimensione comunitaria dell’annuncio cristiano, sola forza capace di rigenerare il senso del comune sperare, appare in crisi. Così per molti uomini oramai lontani dalla fede cristiana, la possibilità della vita eterna, la realtà del giudizio Divino, paiono retaggi di un passato superstizioso.
Ma è proprio a questo livello che emerge un dato paradossale: quanto più l’uomo si allontana da Dio tanto più cresce la superstizione e con essa un atteggiamento che spera nel miracolo non in quanto “prodotto della fede”, ma in quanto colpo di fortuna, ultima possibilità cui si ricorre come estrema ratio. E’ ancora una volta il genio di Solzenicyn ha venirci in soccorso quando mette sulle labbra di uno dei personaggi di Padiglione Cancro queste parole: “ Per quanto possiamo ridere dei miracoli fintanto che siamo sani, forti e godiamo della vita, non appena le cose si mettono male che solo un miracolo potrebbe salvarci, in questo unico straordinario miracolo noi crediamo!”. Così, non è l’uomo di Dio che spera nei miracoli, quanto soprattutto l’uomo senza Dio.
Ma la speranza cristiana vive di altro: dei testimoni della fede, del semplice impegno quotidiano dei padri e delle madri che continuano, nonostante il pessimismo serpeggiante, a credere nella vita. La speranza cristiana vive di umiltà e preghiera come osserva Benedetto XVI nella Spe Salvi al numero32: “ Un primo essenziale luogo di apprendimento della speranza è la preghiera. Se non mi ascolta nessuno, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c’è più nessuno che possa aiutarmi –dove si tratta di una necessità o di un’attesa che supera l’umana capacità di sperare- Egli può aiutarmi. Se sono relegato in estrema solitudine(…); ma l’orante non è mai totalmente solo. Da tredici anni di prigionia di cui nove in isolamento, l’indimenticabile Cardinale NguyenVan Thuan ci ah lasciato un prezioso libretto: Preghiere di speranza. Durante tredici anni di carcere, in una situazione di disperazione apparentemente totale, l’ascolto di Dio, il poter parlargli, divenne per lui una crescente forza di speranza, che dopo il suo rilascio gli consentì di diventare per tutti gli uomini del mondo un testimone di della speranza. Di quella grande speranza che anche nelle notti di solitudine non tramonta.”
Vorrei concludere queste mie riflessioni con una testimonianza di straordinario valore umano: è quella di un fedele ebreo condannato a morte in un campo di concentramento. “ Ho seguito Dio anche quando mi ha respinto. Ho adempiuto il suo comando anche quando, per premiare la mia osservanza, Egli mi colpiva. Io L’ho amato, Lo amavo e lo amo ancora anche se mi ha abbassato fino a terra, mi ha torturato fino alla morte, mi ha ridotto alla vergogna e alla derisione…Tu hai tentato di tutto per farmi cadere nel dubbio, ma io muoio come ho vissuto: in una fede incrollabile in Te.” Ecco, in queste parole la speranza si mostra invincibile. Esse, grazie a Cristo vibrano di possibilità infinite.