sabato 5 marzo 2016

Le parole non sono mai neutre




Nuovo tweet del Papa: "Il Signore ci liberi da ogni tentazione che allontana dall’essenziale della nostra missione: riscopriamo la bellezza di credere in Gesù!" (5 marzo 2015)

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Sfide del giornalismo ai tempi di Francesco.
L'Osservatore Romano
A Matera. «Le sfide del giornalismo ai tempi di Francesco» è il tema del XIX Congresso dell’Unione cattolica stampa italiana in corso a Matera. Pubblichiamo ampi stralci dal discorso di saluto pronunciato nella mattina del 5 marzo dal cardinale segretario di Stato, che nel pomeriggio presiede il rito della riapertura al culto della cattedrale dedicata a Maria Santissima della Bruna, chiusa per restauri dal 2003.
(Pietro Parolin) In uno dei suoi primi discorsi, il beato Paolo VI, rivolgendosi ai giornalisti, ricordò suo padre giornalista e precisò la vostra missione nel mondo: «Giornalista d’altri tempi, si sa, e per lunghi anni direttore d’un modesto, ma ardimentoso quotidiano di provincia; ma se dovessimo dire da quale coscienza della sua professione e da quali virtù morali fosse sostenuto, pensiamo che facilmente, senza esserne trascinati dall’affetto, potremmo tracciare il programma di chi concepisce la stampa una splendida e coraggiosa missione al servizio della verità, della democrazia, del progresso; del bene pubblico, in una parola» (Discorso ai rappresentanti della sala stampa ed estera, sabato 29 giugno 1963). 
È su queste dimensioni che vorrei soffermarmi. Anzitutto il servizio alla verità dei fatti e delle persone che non hanno voce. In un mondo sempre più interconnesso la verità si dà come un poliedro — direbbe Papa Francesco — che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità (cfr. Evangelii gaudium, n. 236).
Quando invece si disconosce la ricerca della verità, si finisce col dissolvere la stessa notizia. È vera la notizia che mette al centro la persona. Come annota Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium: «Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in Borsa» (n. 53). Oltre agli slogan e alle ideologie c’è una ricerca da compiere nello spazio pubblico per difendere ciò che è umano e denunciare ciò che è invece disumano.
Le parole non sono mai neutre, orientano la comprensione e dunque influiscono sui nostri atteggiamenti. Se saprete dire una parola di senso, di comprensione, di ascolto e di consolazione davanti alla vita e alle sue vicende, saprete ritrovare la più nobile missione del giornalismo, che è quella di dar voce a chi non l’ha, perché la credibilità si fonda sull’integrità, l’affidabilità, l’onestà e la coerenza del giornalista, che possono essere definite anche come un’alta forma di fedeltà alla democrazia.
Per la cura della democrazia una buona informazione può fare molto: serve a creare luoghi per ascoltarsi e garantire il pluralismo; e a scoprirci uniti da un medesimo destino. Un’informazione libera da interessi parziali ha il compito di costruire giorno dopo giorno sentieri di integrazione.
Grandi temi come il rapporto tra la democrazia e la comunicazione, la definizione di ciò che deve essere «servizio pubblico», e la missione del giornalismo vanno ripensati e accompagnati, non tanto approfondendo gli aspetti tecnici, quanto piuttosto quelli antropologici, che rimandano alle intenzioni, al senso dell’agire umano e alle sue conseguenze.
Nel messaggio per la 50A Giornata delle Comunicazioni sociali Papa Francesco ha ricordato che la costruzione di cittadinanza è uno dei fini della democrazia, e l’informazione di qualità ha una grande responsabilità in quanto, scrive il Pontefice, «l’ambiente digitale è una piazza, un luogo di incontro, dove si può accarezzare o ferire, avere una discussione proficua o un linciaggio morale».
Il Papa chiede quindi alle istituzioni di essere vigilanti su come si forma l’opinione pubblica, sul rispetto della libertà di pensiero e su chi ha sbagliato. Poi l’invito che tocca anche la vita della vostra associazione: «Ci vuole invece coraggio per orientare le persone verso processi di riconciliazione, ed è proprio tale audacia positiva e creativa che offre vere soluzioni ad antichi conflitti e l’opportunità di realizzare una pace duratura».
La Chiesa inoltre accompagna i progressi e i cambiamenti tecnologici con le conseguenze che essi producono. Colpisce sempre il gesto simbolico che, con l’evolvere della tecnologia, ogni Papa compie. Il 12 febbraio 1931 Pio XI lanciò il suo primo messaggio via radio; nel 1953 Pio XII è apparso per la prima volta in tv, il 3 dicembre 2012 Benedetto XVI ha lanciato il suo primo messaggio via twitter; nella festa del Corpus Domini del maggio 2014 Papa Francesco ha deciso di collegarsi in mondovisione con 500 cattedrali sparse nel mondo.
Già Pio XI (1857-1939) chiamò in Vaticano l’inventore della radio, Guglielmo Marconi, e inaugurando le sue installazioni, affermò in forma di preghiera: «Benedici questa serie di macchine che servono a trasmettere nelle onde dell’etere, affinché comunicando le parole apostoliche anche ai popoli lontani siamo riuniti con te in un’unica famiglia». Egli esprimeva il desiderio di utilizzare un mezzo tecnologico per costruire «un’unica famiglia». 
La scelta che nel tempo è stata fatta dai Papi può essere riassunta in un passo del messaggio della 47A Giornata mondiale delle Comunicazioni 2013: «Lo scambio di informazioni può diventare vera comunicazione, i collegamenti possono maturare in amicizia, le connessioni agevolare la comunione. Se i network sono chiamati a mettere in atto questa grande potenzialità le persone che vi partecipano devono sforzarsi di essere autentiche, perché in questi spazi non si condividono solamente idee e informazioni, ma in ultima istanza si comunica se stessi». Il Papa ha riconosciuto che i media favoriscono la condivisione delle notizie e che nella comunicazione, prima di portare un’idea, si è chiamati a comunicare se stessi.
Il giornalista non è un demiurgo, ma un mediatore. Per il giornalista cattolico la fede non si oppone alla ricerca. Al contrario: «Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta» (Lumen fidei, 1). L’essere «nel mondo, ma non del mondo» vi consente di collocarvi in una prospettiva capace di coniugare la responsabilità e l’impegno appassionato insieme alla libertà dagli interessi di parte e da forme di pensiero dominanti anche se passeggere.
Nell’era del web il compito del giornalista non è più “arrivare primo” ma “arrivare meglio”, per identificare le fonti credibili, contestualizzarle, interpretare ed essere così memoria storica di una comunità civile.
Nel settembre del 1959 i vostri fondatori, tra i quali mi limito a ricordare Giuseppe Dalla Torre (il primo presidente), Guido Gonella, Pietro Pavan, Andrea Spada, Raimondo Manzini, vissero insieme un’esperienza di fede che si incarnava in esperienza di dono e di servizio al Paese. Il ruolo sociale che l’Unione cattolica stampa italiana (Ucsi) ha svolto in questi anni di vita, si è sempre basato sui principi di laicità e di cittadinanza, che vi hanno permesso di tessere — come laici impegnati soprattutto in testate laiche — il dialogo Chiesa-mondo voluto dal concilio Vaticano II. La vostra professione e le vostre competenze siano un servizio ecclesiale al servizio di tutti i cittadini. Questo nuovo impegno valorizzerà la vostra laicità e la vostra indipendenza. La garanzia per creare sinergie, sia all’interno del mondo ecclesiale, sia in quello sociale è ripartire da un investimento nella formazione culturale. Insieme ai gesuiti di oggi della Civiltà Cattolica e a quanti hanno a cuore il tema della comunicazione come servizio pubblico, avete i mezzi per entrare nel dibattito pubblico con una rinnovata visione cristiana sui temi della comunicazione. 
In questi ultimi anni, attraverso la rivista «Desk», le pubblicazioni, la scuola di formazione al giornalismo, la nascita dell’Osservatorio Mediaetica e l’animazione culturale in molte parti del Paese, state esortando il giornalismo a non cessare di assolvere il proprio ruolo sociale. Siete tra le poche voci che parlano di etica. Il momento storico che viviamo chiede di unirsi e non di dividersi, di testimoniare il vostro servizio gratuito e di lavorare insieme con spirito comunitario.
Il 12 giugno 2010 la Chiesa ha proclamato beato il primo giornalista laico, Manuel Lozano Garrido, più conosciuto come “Lolo”. Vissuto ai tempi della guerra civile spagnola, quando essere cristiani significava rischiare la vita, con la sua macchina da scrivere non smise di raccontare la verità. Nonostante la malattia che lo costrinse a vivere 28 anni sulla sedia a rotelle, non cessò di amare la professione. Scrisse migliaia di pagine ispirate dalla fede: «Portate la macchina da scrivere, mettetela sotto il tavolo, in modo che il tronco della croce si conficchi nella tastiera e lì faccia radici». Nel suo “decalogo del giornalista” estremamente attuale e utile, raccomanda agli operatori della carta stampata di «pagare con la moneta della franchezza», di «lavorare il pane dell’informazione pulita con il sale dello stile e il lievito dell’eternità» e di non servire «né pasticceria né piatti piccanti, piuttosto il buon boccone della vita pulita e speranzosa».
L'Osservatore Romano