Le pentole di santa Teresa
L'Osservatore Romano
Dio va anche fra le pentole, scriveva santa Teresa d’Ávila. Il Signore dell’universo si muove nella nostra cucina, fra brocche, pentole, stoviglie, casseruole e tegami. Nella decima e ultima meditazione degli esercizi spirituali predicati al Papa e alla Curia romana nella Casa Divin Maestro di Ariccia, padre Ermes Ronchi ha spiegato venerdì mattina, 11 marzo, il significato della presenza di Dio nelle cose quotidiane, ordinarie, domestiche.
È il messaggio che viene dai trenta anni trascorsi da Gesù a Nazaret, ha sottolineato il religioso. Durante quel periodo, che Paolo vichiamava la grande scuola di cristianesimo, Maria vive il miracolo del quotidiano, senza clamori, facendo a meno di angeli e visioni. In questo senso, trovare Dio in cucina significa portare Dio in un territorio di prossimità. Il servo di Maria ha ricordato in proposito Giuliana di Norwich, che in una delle sue visioni parla di Dio con l’aggettivo di domestico, familiare, di casa. Del resto, se non lo si avverte nelle cose più semplici — ha ammonito padre Ronchi — non abbiamo ancora trovato il Dio della vita; anzi, siamo ancora alla rappresentazione del Dio della religione.
Il predicatore ha fatto notare che la donna di Nazaret lancia all’umanità una sfida enorme: passare da una spiritualità che si fonda sulla logica dello straordinario a una mistica del quotidiano. In pratica, si va dalla rappresentazione teorica alla realtà tangibile, che è semplice, domestica, dimessa. E Dio la attraversa. Siamo così proprio nella cucina, nel luogo che ricorda il nostro corpo, il bisogno del cibo, la lotta per la sopravvivenza, il gusto di cose buone, i nostri piccoli piaceri, e poi la trasformazione dei doni della terra e del sole.
Il dramma della nostra fede, ha sottolineato Ronchi, è che il Dio della religione e il Dio della vita si sono allontanati. Insieme con Maria abbiamo questa occasione di ricongiungere il Dio della religione, del culto, al Dio della vita, quello del cantico delle creature, che colora di luce gli sguardi e riscalda gli abbracci.
Il religioso ha poi invitato a riflettere sulle parole dell’angelo che entra nella casa di Maria. Questo avviene in un giorno qualunque, in un luogo qualunque. E si tratta di una giovane donna qualunque: il primo annuncio di grazia del Vangelo è dunque consegnato nella normalità di una casa. In effetti — ha fatto notare il predicatore — qualcosa di colossale accade nel quotidiano, senza testimoni, lontano dalle luci e dalle emozioni del tempio. È bello pensare, ha aggiunto, che Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle cattedrali, nelle abbazie, nelle cappelle, nelle veglie, ma anche, e soprattutto, nella vita comune, nel quotidiano. Infatti la casa non è solo la dimora che accoglie e ripara: è una fessura sull’infinito, perché Dio è là dove siamo noi stessi. È nella casa che Dio sfiora, tocca le sue creature, sia quando esse sono nella gioia, sia quando sono nel pianto.
Dove immaginiamo oggi la presenza di Dio? Forse nelle chiese, nelle liturgie? Rispondendo affermativamente a questo interrogativo il predicatore ha ricordato tuttavia che il nostro è un Dio da sorprendere nelle strade, nelle case, nelle culle, nelle mani di chi spezza il pane. E infatti l’immagine che resta di Gesù non è quella della frequentazione dei templi ma quella della frequentazione della vita: strade, campi, lago, la casa dove si banchetta, dove si piange. Maria — ha spiegato padre Ronchi — cambia il volto di Dio: invita a ridipingere l’icona di Dio, a farne un Dio desiderabile, bello, attraente.
Quale immagine di Dio trasmette Maria? Prima di tutto il suo è il Dio della gioia. La lieta notizia che apre la lieta notizia, quasi un raddoppio di evangelo, è nella prima parola dell’angelo kaire: rallegrati, Maria. Gioia è la prima parola. Non si tratta di un saluto rispettoso, ma di un invito, quasi un ordine, un imperativo: «Rallegrati, esulta, gioisci! Sii felice Maria, Dio ha posto in te il suo cuore». Parole in cui vibra una nota che tutti i giorni cerchiamo: la gioia. Infatti l’angelo non dice: «Prega, inginocchiati, fa’ questo o quello», ma semplicemente: «Apriti alla gioia, come una porta si apre al sole».
Dio, ha rimarcato il servo di Maria, si avvicina e porta una carezza, viene e stringe in un abbraccio, viene e porta una promessa di felicità. La vicinanza divina conforta la vita e seduce ancora perché parla il linguaggio della gioia. In effetti, la gioia di Maria, che diventa danza e canto nel Magnificat, fa sì che la fede sia ciò che è: ospitalità di un Dio innamorato e affidabile. Per questo Maria ricorda che la fede o è fiducia gioiosa o non è. Forse — ha fatto notare padre Ronchi — è più fondamentale per la fede il sorriso gioioso della ragazza di Nazaret che non l’impressionante serietà di antichi profeti o il ruvido Battista. In questo senso, Maria entra in scena come una profezia di felicità per la nostra vita, come una benedizione di speranza, consolante, che scende sul nostro male di vivere, sulle solitudini patite, sulle tenerezze negate, sulla violenza che ci insidia ma che non vincerà, perché la bellezza è più forte del drago della violenza.
Il messaggio portato dall’angelo assicura che c’è una felicità nel credere, un «piacere» di credere. In effetti, non è Maria a essere felice, è la sua fede. Lo confermano Elisabetta («beata te perché hai creduto») e Gesù a Tommaso («beati quanti crederanno»). La fede — ha aggiunto il religioso — non porta sottrazioni, ma addizioni: più Vangelo entra nella mia vita più siamo vivi. Credere, ha spiegato, è acquisire bellezza del vivere, cioè credere che è bello vivere, lavorare, pensare, creare, avere amici, dare vita, essere prete e suora. Tutto questo ha un senso e questo senso è positivo e durerà per tutta l’eternità. In pratica, credere è una festa.
Il predicatore ha poi ricordato che Maria è una ragazza che crede nell’amore: l’angelo fu mandato a una vergine, promessa sposa di un uomo chiamato Giuseppe. Questo significa che la ragazza ha già detto il suo primo sì; ma non a Dio, a Giuseppe. Con i racconti del Vangelo, di Maria sappiamo due cose: ha un amore e una casa. In effetti, ha osservato Ronchi, noi possiamo fare a meno di molte cose ma non di una casa. Possiamo essere poveri di tutto, ma per vivere abbiamo bisogno di amore. Benché povera di tutto — ha fatto notare — Dio non ha voluto che Maria fosse povera d’amore. L’amore ha sete di eternità e interpella il perché dell’esistenza. Da parte sua, la Vergine crede nell’amore umano: è innamorata di Giuseppe, e proprio per questo è aperta al mistero. Dato che la ragazza è entrata nelle cose dell’amore, ora può anche entrare nelle cose del cielo. D’altronde, se c’è qualcosa sulla terra che apre la via all’assoluto, questo è l’amore, luogo privilegiato dove arrivano gli angeli. Infatti, il cuore è la porta di Dio.
Anche nella meditazione di giovedì pomeriggio, 10 marzo, il predicatore aveva invitato a riflettere sull’amore di Dio per l’uomo che accende i cuori e apre gli occhi. L’uomo che vuole amare trova davanti a sé un ostacolo pericoloso: l’indifferenza. In effetti, il contrario dell’amore non è l’odio, ma proprio l’indifferenza. Partendo dall’episodio della manifestazione di Gesù ai discepoli sul lago di Tiberiade in una notte senza stelle, padre Ronchi ha ricordato la domanda: «Mi ami tu?», rivolta a Simon Pietro e rinnovata per tre volte. Si tratta di un interrogativo centrale per l’uomo. Occorre riscoprire il cuore semplice della fede: credere nell’amore che Dio ha in noi. Infatti la salvezza non consiste nel fatto che noi amiamo Dio, ma nel fatto che Dio ama noi. L’amore che Dio ha nei nostri confronti è un amore verso di noi, ma anche dentro di noi: ciò vuol dire che non solo ama noi, ma ama in noi. In ogni nostro amore è lui che ama. Dio è l’amore in ogni amore. Esiste un unico grande amore — ha detto il predicatore — che muove il sole e le altre stelle, che muove il Creatore verso la sua creatura, il Signore verso la Chiesa, Adamo verso Eva, ed è un unico mistero. Dice Paolo: questo mistero è grande.
L'Osservatore Romano
È il messaggio che viene dai trenta anni trascorsi da Gesù a Nazaret, ha sottolineato il religioso. Durante quel periodo, che Paolo vichiamava la grande scuola di cristianesimo, Maria vive il miracolo del quotidiano, senza clamori, facendo a meno di angeli e visioni. In questo senso, trovare Dio in cucina significa portare Dio in un territorio di prossimità. Il servo di Maria ha ricordato in proposito Giuliana di Norwich, che in una delle sue visioni parla di Dio con l’aggettivo di domestico, familiare, di casa. Del resto, se non lo si avverte nelle cose più semplici — ha ammonito padre Ronchi — non abbiamo ancora trovato il Dio della vita; anzi, siamo ancora alla rappresentazione del Dio della religione.
Il predicatore ha fatto notare che la donna di Nazaret lancia all’umanità una sfida enorme: passare da una spiritualità che si fonda sulla logica dello straordinario a una mistica del quotidiano. In pratica, si va dalla rappresentazione teorica alla realtà tangibile, che è semplice, domestica, dimessa. E Dio la attraversa. Siamo così proprio nella cucina, nel luogo che ricorda il nostro corpo, il bisogno del cibo, la lotta per la sopravvivenza, il gusto di cose buone, i nostri piccoli piaceri, e poi la trasformazione dei doni della terra e del sole.
Il dramma della nostra fede, ha sottolineato Ronchi, è che il Dio della religione e il Dio della vita si sono allontanati. Insieme con Maria abbiamo questa occasione di ricongiungere il Dio della religione, del culto, al Dio della vita, quello del cantico delle creature, che colora di luce gli sguardi e riscalda gli abbracci.
Il religioso ha poi invitato a riflettere sulle parole dell’angelo che entra nella casa di Maria. Questo avviene in un giorno qualunque, in un luogo qualunque. E si tratta di una giovane donna qualunque: il primo annuncio di grazia del Vangelo è dunque consegnato nella normalità di una casa. In effetti — ha fatto notare il predicatore — qualcosa di colossale accade nel quotidiano, senza testimoni, lontano dalle luci e dalle emozioni del tempio. È bello pensare, ha aggiunto, che Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle cattedrali, nelle abbazie, nelle cappelle, nelle veglie, ma anche, e soprattutto, nella vita comune, nel quotidiano. Infatti la casa non è solo la dimora che accoglie e ripara: è una fessura sull’infinito, perché Dio è là dove siamo noi stessi. È nella casa che Dio sfiora, tocca le sue creature, sia quando esse sono nella gioia, sia quando sono nel pianto.
Dove immaginiamo oggi la presenza di Dio? Forse nelle chiese, nelle liturgie? Rispondendo affermativamente a questo interrogativo il predicatore ha ricordato tuttavia che il nostro è un Dio da sorprendere nelle strade, nelle case, nelle culle, nelle mani di chi spezza il pane. E infatti l’immagine che resta di Gesù non è quella della frequentazione dei templi ma quella della frequentazione della vita: strade, campi, lago, la casa dove si banchetta, dove si piange. Maria — ha spiegato padre Ronchi — cambia il volto di Dio: invita a ridipingere l’icona di Dio, a farne un Dio desiderabile, bello, attraente.
Quale immagine di Dio trasmette Maria? Prima di tutto il suo è il Dio della gioia. La lieta notizia che apre la lieta notizia, quasi un raddoppio di evangelo, è nella prima parola dell’angelo kaire: rallegrati, Maria. Gioia è la prima parola. Non si tratta di un saluto rispettoso, ma di un invito, quasi un ordine, un imperativo: «Rallegrati, esulta, gioisci! Sii felice Maria, Dio ha posto in te il suo cuore». Parole in cui vibra una nota che tutti i giorni cerchiamo: la gioia. Infatti l’angelo non dice: «Prega, inginocchiati, fa’ questo o quello», ma semplicemente: «Apriti alla gioia, come una porta si apre al sole».
Dio, ha rimarcato il servo di Maria, si avvicina e porta una carezza, viene e stringe in un abbraccio, viene e porta una promessa di felicità. La vicinanza divina conforta la vita e seduce ancora perché parla il linguaggio della gioia. In effetti, la gioia di Maria, che diventa danza e canto nel Magnificat, fa sì che la fede sia ciò che è: ospitalità di un Dio innamorato e affidabile. Per questo Maria ricorda che la fede o è fiducia gioiosa o non è. Forse — ha fatto notare padre Ronchi — è più fondamentale per la fede il sorriso gioioso della ragazza di Nazaret che non l’impressionante serietà di antichi profeti o il ruvido Battista. In questo senso, Maria entra in scena come una profezia di felicità per la nostra vita, come una benedizione di speranza, consolante, che scende sul nostro male di vivere, sulle solitudini patite, sulle tenerezze negate, sulla violenza che ci insidia ma che non vincerà, perché la bellezza è più forte del drago della violenza.
Il messaggio portato dall’angelo assicura che c’è una felicità nel credere, un «piacere» di credere. In effetti, non è Maria a essere felice, è la sua fede. Lo confermano Elisabetta («beata te perché hai creduto») e Gesù a Tommaso («beati quanti crederanno»). La fede — ha aggiunto il religioso — non porta sottrazioni, ma addizioni: più Vangelo entra nella mia vita più siamo vivi. Credere, ha spiegato, è acquisire bellezza del vivere, cioè credere che è bello vivere, lavorare, pensare, creare, avere amici, dare vita, essere prete e suora. Tutto questo ha un senso e questo senso è positivo e durerà per tutta l’eternità. In pratica, credere è una festa.
Il predicatore ha poi ricordato che Maria è una ragazza che crede nell’amore: l’angelo fu mandato a una vergine, promessa sposa di un uomo chiamato Giuseppe. Questo significa che la ragazza ha già detto il suo primo sì; ma non a Dio, a Giuseppe. Con i racconti del Vangelo, di Maria sappiamo due cose: ha un amore e una casa. In effetti, ha osservato Ronchi, noi possiamo fare a meno di molte cose ma non di una casa. Possiamo essere poveri di tutto, ma per vivere abbiamo bisogno di amore. Benché povera di tutto — ha fatto notare — Dio non ha voluto che Maria fosse povera d’amore. L’amore ha sete di eternità e interpella il perché dell’esistenza. Da parte sua, la Vergine crede nell’amore umano: è innamorata di Giuseppe, e proprio per questo è aperta al mistero. Dato che la ragazza è entrata nelle cose dell’amore, ora può anche entrare nelle cose del cielo. D’altronde, se c’è qualcosa sulla terra che apre la via all’assoluto, questo è l’amore, luogo privilegiato dove arrivano gli angeli. Infatti, il cuore è la porta di Dio.
Anche nella meditazione di giovedì pomeriggio, 10 marzo, il predicatore aveva invitato a riflettere sull’amore di Dio per l’uomo che accende i cuori e apre gli occhi. L’uomo che vuole amare trova davanti a sé un ostacolo pericoloso: l’indifferenza. In effetti, il contrario dell’amore non è l’odio, ma proprio l’indifferenza. Partendo dall’episodio della manifestazione di Gesù ai discepoli sul lago di Tiberiade in una notte senza stelle, padre Ronchi ha ricordato la domanda: «Mi ami tu?», rivolta a Simon Pietro e rinnovata per tre volte. Si tratta di un interrogativo centrale per l’uomo. Occorre riscoprire il cuore semplice della fede: credere nell’amore che Dio ha in noi. Infatti la salvezza non consiste nel fatto che noi amiamo Dio, ma nel fatto che Dio ama noi. L’amore che Dio ha nei nostri confronti è un amore verso di noi, ma anche dentro di noi: ciò vuol dire che non solo ama noi, ma ama in noi. In ogni nostro amore è lui che ama. Dio è l’amore in ogni amore. Esiste un unico grande amore — ha detto il predicatore — che muove il sole e le altre stelle, che muove il Creatore verso la sua creatura, il Signore verso la Chiesa, Adamo verso Eva, ed è un unico mistero. Dice Paolo: questo mistero è grande.
L'Osservatore Romano
*
Dio è sempre vicino all’uomo, di una prossimità “domestica”, accanto ai suoi bisogni quotidiani. Questa è stata l’esperienza di Maria nei suoi 30 anni a Nazareth, “senza clamori” né “visioni”. Lo ha ricordato padre Ermes Ronchi nell’ultima meditazione degli esercizi spirituali predicati a Papa Francesco e alla Curia Romana, terminati in mattinata ad Ariccia. La riflessione del predicatore è stata incentrata sul brano evangelico dell’Annunciazione.
“Un giorno qualunque, in un luogo qualunque, una giovane donna qualunque”. La scena di un evento “colossale”, l’angelo che visita Maria a Nazareth, avviene in un contesto di normalità disarmante. Perché è la semplicità la cifra di Dio.
“Dio è in cucina”
Per la meditazione conclusiva degli esercizi spirituali padre Ermes Ronchi propone al Papa e alla Curia un viaggio dentro i versetti dell’Annunciazione, l’evento che, nota il predicatore, “accade nel quotidiano, senza testimoni, lontano dalle luci e le emozioni del tempio”. “Il primo annuncio di grazia del Vangelo è consegnato nella normalità di una casa”, ovvero – dice padre Ronchi – nel luogo dove ognuno è se stesso. Ed è lì che “Dio ti sfiora e ti tocca”:
Per la meditazione conclusiva degli esercizi spirituali padre Ermes Ronchi propone al Papa e alla Curia un viaggio dentro i versetti dell’Annunciazione, l’evento che, nota il predicatore, “accade nel quotidiano, senza testimoni, lontano dalle luci e le emozioni del tempio”. “Il primo annuncio di grazia del Vangelo è consegnato nella normalità di una casa”, ovvero – dice padre Ronchi – nel luogo dove ognuno è se stesso. Ed è lì che “Dio ti sfiora e ti tocca”:
“Santa Teresa d’Avila ne ‘Il Libro delle Fondazioni’ (…) ha scritto per le sue monache una lettera tra cui queste parole: sorelle ricordatevi, Dio va fra le pentole, in cucina. Ma come, il Signore dell’universo che si muove nella cucina del monastero, fra brocche, pentole, stoviglie, casseruole e tegami (...) Dio in cucina, significa portare Dio in un territorio di prossimità (...) Se non lo senti domestico, cioè dentro le cose più semplici, non hai ancora trovato il Dio della vita. Sei ancora alla rappresentazione razionale del Dio della religione”.
Promessa di felicità
A Maria guardiamo, afferma il predicatore, proprio “per tentare di ricucire lo strappo più drammatico della nostra fede”: il “Dio della religione” che "si è separato dal Dio della vita”. La donna di Nazareth, prosegue, “come donna di casa, ci lancia una sfida enorme: passare da una spiritualità che si fonda sulla logica dello straordinario ad una mistica del quotidiano”. E in questo quotidiano il sentimento prevalente è la gioia. Lo sono le prime parole dell’Annunciazione: “Rallegrati Maria”. Perché quando Dio si avvicina “porta una promessa di felicità":
A Maria guardiamo, afferma il predicatore, proprio “per tentare di ricucire lo strappo più drammatico della nostra fede”: il “Dio della religione” che "si è separato dal Dio della vita”. La donna di Nazareth, prosegue, “come donna di casa, ci lancia una sfida enorme: passare da una spiritualità che si fonda sulla logica dello straordinario ad una mistica del quotidiano”. E in questo quotidiano il sentimento prevalente è la gioia. Lo sono le prime parole dell’Annunciazione: “Rallegrati Maria”. Perché quando Dio si avvicina “porta una promessa di felicità":
“A noi che siamo ammantati di gravità e di pesantezze, ammantati di responsabilità anche, Maria ricorda che la fede o è gioiosa fiducia o non è (...) Maria entra in scena come una profezia di felicità per la nostra vita, come una benedizione di speranza, consolante, che scende sul nostro male di vivere, sulle solitudini patite, sulle tenerezze negate, sulla violenza che ci insidia ma che non vincerà, perché la bellezza è più forte del drago della violenza, assicura l’Apocalisse. E l’angelo con questa prima parola dice che c’è una felicità nel credere, un ‘piacere’ di credere”.
All’opera nelle nostre case
Maria poi, indica padre Ronchi, “entra in scena come una donna che crede nell’amore”. “L’Angelo – si legge nel Vangelo – fu mandato a una vergine, promessa sposa di un uomo chiamato Giuseppe”. Secondo l’evangelista Luca, rileva il predicatore, l’annunciazione è fatta a Maria, secondo Matteo invece a Giuseppe:
Maria poi, indica padre Ronchi, “entra in scena come una donna che crede nell’amore”. “L’Angelo – si legge nel Vangelo – fu mandato a una vergine, promessa sposa di un uomo chiamato Giuseppe”. Secondo l’evangelista Luca, rileva il predicatore, l’annunciazione è fatta a Maria, secondo Matteo invece a Giuseppe:
“Ma se sovrapponiamo i due Vangeli vediamo con gioia che l’annuncio è fatto alla coppia, allo sposo e alla sposa insieme, al giusto e alla vergine innamorati (...) E Dio è all’opera nelle nostre relazioni, parla dentro le famiglie, dentro le nostre case, nel dialogo, nel dramma, nella crisi, nei dubbi, negli slanci (…) Ecco che Dio non ruba spazio alla famiglia, non invade, non ferisce, non sottrae, cerca un sì plurale, che diventa creativo perché è la somma di due cuori, la somma di molti sogni e moltissimo lavoro paziente”.
Fede granitica o fragile, purché autentica
Infine, Maria sa chiedere a Dio, chiede come potrà accadere ciò che le è stato prospettato. “Avere perplessità, porre domande è un modo per stare davanti al Signore con tutta la dignità umana”, sostiene padre Ronchi. “Accetto il mistero, ma al contempo uso tutta la mia intelligenza. Dico quali sono le mie strade e poi accetto strade al di sopra di me”:
Infine, Maria sa chiedere a Dio, chiede come potrà accadere ciò che le è stato prospettato. “Avere perplessità, porre domande è un modo per stare davanti al Signore con tutta la dignità umana”, sostiene padre Ronchi. “Accetto il mistero, ma al contempo uso tutta la mia intelligenza. Dico quali sono le mie strade e poi accetto strade al di sopra di me”:
“Da nessuna parte è detto che la fede granitica sia meglio della fede piccola intrecciata a domande. Basta che sia autentica (…), quella che nella sua piccolezza ha ancora più bisogno di Dio. E infatti quello che mi dà speranza è vedere come nel popolo di Dio continuano a crescere le domande, nessuno si accontenta più di risposte… di parole già sentite, di risposte da prontuario, vogliono capire, andare più a fondo, vogliono fare propria la fede. Un tempo quando tutti tacevano davanti al sacerdote era un tempo di maggior fede? Credo sia vero il contrario e se questo è più faticoso per noi, è anche un alleluia, un finalmente”.
Il pensiero conclusivo è sulla maternità di Dio. “Senza il corpo di Maria il Vangelo perde corpo”, è la considerazione finale di padre Ronchi. E tutti i cristiani “sono chiamati a essere madri di Dio, perché Dio ha sempre bisogno di venire al mondo”. RV
***
Padre Ermes Ronchi: il credente è un rianimatore di legami in Dio
Radio Vaticana
L’amore di Dio per l’uomo infiamma il cuore e apre gli occhi. E’ l’architrave della nona meditazione tenuta nel pomeriggio da padre Ermes Ronchi a Papa Francesco e alla Curia Romana, nel quinto giorno degli esercizi spirituali ad Ariccia. “Il contrario dell’amore non è l’odio - ha rimarcato - ma l’indifferenza”, dobbiamo “tornare a innamorarci”. Massimiliano Menichetti: (...)
***
Padre Ermes Ronchi: il credente è un rianimatore di legami in Dio
Radio Vaticana
L’amore di Dio per l’uomo infiamma il cuore e apre gli occhi. E’ l’architrave della nona meditazione tenuta nel pomeriggio da padre Ermes Ronchi a Papa Francesco e alla Curia Romana, nel quinto giorno degli esercizi spirituali ad Ariccia. “Il contrario dell’amore non è l’odio - ha rimarcato - ma l’indifferenza”, dobbiamo “tornare a innamorarci”. Massimiliano Menichetti: (...)