domenica 2 ottobre 2011

XXVII Domenica del T.O. Approfondimenti


XXVII Domenica del T.O.

Approfondimenti


1. COMMENTO DI SILVANO FAUSTI,

"UNA COMUNITA' LEGGE IL VANGELO DI MATTEO"

Messaggio nel contesto

«La pietra che i costruttori hanno scartato, questa è diventata testata d'angolo», dice Gesù ai capi del popolo. Dichiara così qual è il suo potere e da dove gli viene: è quello della «pietra scartata» diventata «testata d'angolo», quello del Figlio croci­fisso e risorto. La croce, stoltezza e debolezza per sapienti e potenti, è sapienza e potenza di Dio che salva l'uomo, distruggendo i suoi deliri di morte.

Gesù è il Messia che viene nel nome del Signore (v. 9), perché viene sull'asina. Ciò per cui è scartato, è il potere stesso di Dio, che alla fine sarà riconosciuto pro­prio da chi lo crocifigge (27,54).

Questo potere, che da sempre il Figlio ha in ciclo, gli viene conferito in terra da coloro che lo rifiutano - dai signori del tempio e del popolo, che non conoscono il Signore della gloria (ICor 2,6-8). Questi scatenano ciecamente contro di lui la loro violenza di morte. E lui si fa loro salvatore e Signore, perché assorbe in sé il loro male senza restituirlo, rivelando così chi è Dio e chi è l'uomo a sua immagine.

Senza soluzione di continuità con la parabola precedente, questo brano è un'allegoria della storia d'Israele, che nella parabola successiva sarà estesa alla Chiesa. Espone una «teologia della storia» in senso forte: dice come Dio vede la no­stra realtà, rivelando le «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (13,35). Dal punto di vista di Dio il mistero che sta all'origine del mondo è il suo amore di Padre verso i figli nel Figlio: tutto è fatto per lui e in vista di lui, e tutto in lui sussiste (Col l,16s). Ma noi, per ignoranza, strutturiamo tutto sul nostro egoismo, che ci uccide come figli e come fratelli.

Due cose occulte stanno quindi ora all'origine del mondo: il Corpo del Figlio e il cadavere del fratello. E Dio ne fa una sola: il fratello, al quale togliamo la vita, è il  Figlio che dà la vita per noi. La storia è un libro sigillato che solo l'Agnello immo­lato è in grado di aprire e leggere (Ap 5,9). Dio ha voluto fin dall'inizio un mondo bello, riflesso della sua gloria; ma noi ne abbiamo fatto un mondo brutto, pieno di violenza, che uccide il fratello. Al Signore, che rispetta la nostra libertà, non rimane che diventare lui stesso il fratello su cui si scarica la nostra violenza, per restituirci nel suo amore la nostra verità di figli. È una soluzione veramente divina: anche chi si oppone a lui, non fa che eseguire il suo disegno. La storia è una progressiva mani­festazione del mistero di un Dio che vince il nostro male portandolo su di sé, e fa del nostro sommo misfatto la sua mirabile opera di salvezza per tutti.

Il racconto narra l'intreccio tra la nostra infedeltà e la sua fedeltà. Il suo ve­nirci incontro e il nostro rifiuto. È una passione infelice, senza sbocco. La nostra è una provocazione sorda e continua, con una perversità latente che solo alla fine si esprime. Il brano presenta il braccio di ferro tra il potere dell'uomo, che è violenza distruttiva e autodistruttiva, e quello di Dio, che è amore più forte della morte.

Nell'uccisione del Figlio si compie tutto, sia la nostra perversità sia la sua bontà. Il nostro male esaurisce la sua carica negativa, togliendo la vita all'autore della vita; e Dio si manifesta tale, donando la sua vita a noi che gliela rubiamo. Nel­l'uccisione del Figlio otteniamo davvero la sua eredità: abbiamo tra le mani il frutto che ci fa simili a Dio (Gen 3,5)! Il Figlio, che nella sua mitezza si fa oggetto di pre­potenza, eredita da noi la nostra nudità, e noi da lui la sua veste di figlio (27,35).

Il racconto inizia descrivendo la cura che Dio ha per la sua vigna: manifesta il suo amore con i fatti, perché lo comprendiamo e possiamo fare quel frutto che ci rende simile a lui (vv. 33-34).

Al moltiplicarsi dei suoi gesti di bontà corrisponde un crescendo della nostra cattiveria: percuotiamo e uccidiamo sistematicamente i profeti che ci richiamano a produrre il frutto desiderato (vv. 35-36). La nostra risposta alle sue premure è un'automatica e monotona reazione. Non c'è via d'uscita. All'ostinazione del suo amore, corrisponde il muro sempre più spesso del nostro rifiuto!

Alla fine il Padre manda «il» Figlio. Proprio davanti a lui esce allo scoperto l'intenzione che covavamo nei suoi confronti: ucciderlo per rapirne l'eredità (vv. 37-39). Gli ascoltatori, interpellati da Gesù, rispondono dicendo che il delitto è de­gno della più severa condanna (w. 40-41). Ma il Signore da un'altra interpreta-zione: il rifiuto dei capi sarà l'inizio di un nuovo popolo, e la pietra scartata sarà te­stata d'angolo del nuovo tempio (vv. 42-44). I capi del popolo capiscono finalmente che si parla di loro, e si accingono a fare ciò che Gesù ha appena detto (vv. 45-46).

Si dice giustamente che la storia è rivelazione. In essa infatti la violenza toglie sempre più la maschera del suo potere mortifero. Non è un caso, se proprio oggi qualcuno scrive un «Elogio della mitezza» e un «Elogio della solidarietà». Sarebbe però fuori luogo un «Elogio del nostro tempo», se non si fa prima un elogio dell'a­sina e del fico, per ridare all'uomo la sua umanità e a Dio la sua realtà.

Gesù, il Figlio dell'uomo disprezzato e ucciso fuori le mura, è la pietra scartata che diventa pietra angolare: è il Figlio che ci da l'eredità, è il Pontefice che unisce il Padre ai fratelli e questi tra di loro. La sua croce svela la distruttività della nostra violenza e la forza del suo amore. Questa è l'opera meravigliosa di Dio: la nostra miseria fa uscire la sua misericordia.

La Chiesa riconosce in Gesù l'Agnello, immolato e vittorioso (Ap 5,6.13), che vince il male con il bene (Rm 12,21), spegnendo in sé la nostra potenza di morte. Uniti a lui, israeliti e pagani, siamo figli nel Figlio, albero fruttifero e tempio dello Spirito.

Lettura del testo

v. 33: C'era un uomo, un proprietario. È il Signore, del quale è la terra e quanto contiene, l'universo e i suoi abitanti (Sai 24,1). Lui però non è un padrone. Non si appropria di nulla e di nessuno; al contrario dona tutto a tutti, fino a dare se stesso. Il nostro errore, fin dall'inizio, fu pensarlo diverso da quello che è; noi poi, essendo figli e volendo diventare simili a lui (Gen 3,5), ci siamo efficacemente dati da fare per diventare come l'avevamo immaginato.

piantò una vigna. La vigna è Israele (Is 5,1-7), il primogenito, scelto da Dio tra tutti i popoli come sua proprietà (Es 19,5). Non perché è il più numeroso o forte; è anzi il più piccolo tra tutti i popoli (cf. Dt 7,7). In lui ha voluto far brillare il suo amore di Padre per i suoi figli, in modo che diventi luce per i fratelli.

«Piantare la vigna» è un lavoro paziente e intelligente, che esige impegno e fa­tica. Bisogna cercare il terreno giusto, adeguatamente solatio, scavarlo profonda­mente e drenarlo, scegliere e piantare ogni vitigno. Il contadino fa questo con gioia, pensando al frutto. «Piantare la vigna» sintetizza l'azione di Dio per il popolo eletto, dai patriarchi ai Giudici, dalla promessa all'eredità della terra, attraverso la liberazione dall'Egitto e il dono della Parola.

Questa vigna è fatta per rispondere all'amore del Padre con l'amore verso i fratelli (7,12; 22,36-40; Dt 4,6s e Lv 19,18). Se non lo fa, è come il fico sterile.

la circondò con una siepe. La siepe delimita e protegge la proprietà da ciò che la danneggia, ladri o bestie. È simbolo della legge, che caratterizza il popolo nella sua diversità: lo rende simile a Dio, indicandogli il bene e proteggendolo dal male.

vi scavò un torchio. Il torchio, posto al centro della torre per spremere il frutto della vigna, è l'altare da cui sale quel sacrificio gradito a Dio che è la misericordia dell'uomo (9,13; 12,7). Se non c'è questo, le foglie, anche se rigogliose, sono segno di sterilità e maledizione (vedi le critiche profetiche al culto del tempio, ad es.: Is 1,10-20; 58,lss; Ger 7,lss; Am 5,21-27; MI 3,1-5).

costruì una torre. La torre richiama il tempio, che serve a custodia della vigna e deposito dei frutti. Non dovrebbe essere pieno di mercanti e briganti, ma casa di co­munione con il Padre e con i fratelli, aperta a tutte le genti.

la affidò a dei coltivatori. Sono gli ascoltatori di Gesù, i capi del popolo, e quanti con loro si identificano. Dovrebbero, come Adamo, collaborare all'azione di Dio coltivando e custodendo il giardino (Gen 2,15), e non distruggerlo per posse­derlo.

emigrò. Dio non è impiccione. All'uomo fa dono di tutto. Soprattutto della li­bertà di agire come lui! Fatto al sesto giorno, ha il compito di portare la creazione al settimo, al riposo di Dio. Per questo lui è assente: la sua presenza di Padre è affidata alla responsabilità di figli adulti, che vivono da fratelli. Addirittura emigra all'e­stero: si fa estraneo, e lo incontriamo in ogni straniero che cerca accoglienza (cf. 25,31-46).

In questo versetto si sottolinea, con verbi di azione, la fatica di quel Dio che con la semplice parola ha creato tutto: è la cura del suo amore per formarsi un figlio adulto, il primogenito. Non è un padrone che fa lavorare altri per rapirne i frutti -come fanno i padroni di questo mondo. Lavora personalmente, a sue spese, e senza vantaggio; l'unica ricompensa per il padre è la felicità del figlio. «Pianta» con cura la vigna, vitigno per vitigno, perché ognuno fruttifichi secondo il suo cuore; la «cinge» di una siepe, che la protegga come le sue braccia; vi «scava» un torchio nella roccia, perché possa godere del proprio frutto; «costruisce» una torre, perché vegli su di lei e la custodisca; «emigra» altrove, per darle la libertà di essere come lui.

v. 34: il tempo dei frutti. La vigna è coltivata in vista di quel frutto che rallegra Dio e l'uomo (Gdc 9,13; cf. Sai 104,15): è l'amore per i fratelli, di cui ha fame tanto il Figlio quanto il Padre.

inviò i suoi servi. Invece di «servo», in greco c'è «schiavo». Lo schiavo è pro­prietà del suo signore. Schiavi sono i profeti, che appartengono a Dio, come Dio ap­partiene a loro (cf. Ct 2,16; 6,3; 7,11). Essere l'uno dell'altro per amore, è la vita stessa del Padre e del Figlio, e di chiunque ha il suo Spirito. I profeti vivono il mede­simo dramma del loro Signore che li manda. Vedi in particolare Elia, Geremia e il Battista (cf. 16,14). Sono inviati ai fratelli come testimoni, martiri dell'amore che chiama a conversione.

Oltre l'istituzione del tempio e della monarchia, comune a tutti i popoli - il re rappresenta Dio in terra e il tempio gli garantisce la protezione di Dio - in Israele c'è un'anti-istituzione: il profetismo. Il profeta è contro ogni sacralizzazione e asso-lutizzazione del tempio e della legge, e, a maggior ragione, del re, che dovrebbe ri­spettarla. Egli è contro la violenza religiosa e politica: richiama alla fraternità, ricor­dando al re l'osservanza della legge, e agli osservanti della legge l'amore di Dio e del prossimo.

per prenderne i frutti. Il Signore ha «fame» del frutto della vigna (21,18), come ha «bisogno» dell'asina (21,3). Egli desidera che l'uomo, suo figlio, si realizzi nell'a­more e nella libertà di servire, come lui.

v. 35:presi i suoi servi, ecc. È la sorte dei profeti (cf. 23,29-32): portando la mi­tezza del Padre, sono preda della violenza dei fratelli. Sono martiri, testimoni in­sieme del nostro male e del suo amore: sono i giusti, prefigurazione del Giusto, sul quale ricade l'ingiustizia (cf. Sap 2,12-20). Nelle loro ferite si spurga la virulenza della nostra cattiveria (cf. Is 53,1-12); nel loro silenzio si spegne la nostra menzogna. Chi opera il bene - può parere scandaloso - non resta mai impunito!

Noi, invece di ascoltare la voce dei profeti, tagliamo loro la gola. Più il Signore ci chiama con la loro parola e il loro esempio, più ci allontaniamo da lui. Chiamati a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo! Ma Dio è Dio, e non uomo. Per questo freme; ma non di ira, bensì di compassione, e viene a noi nella sua misericor­dia (cf. Os 11,2.7.9).

v. 36: di nuovo inviò altri servi, più numerosi dei primi. Dio non si stanca; molti­plica con generosità i suoi appelli. E noi ripetiamo, autisticamente, con violenza sem­pre più folle, il nostro rifiuto. Sordi alla Parola, uccidiamo chi la dice, facendo monu­menti a quelli che i nostri padri hanno ucciso. Ma questo non ci dissocia dalla loro colpa; ci serve solo da alibi per continuare le loro malefatte, testimoniando così di es­sere loro degni figli (23,29-32). Circa la sorte dei profeti, vedi anche Eb 11,32-40.

v. 37: alla fine inviò loro il Figlio suo (cf. Eb l,ls). Dio non ha nulla di più da dirci che la sua stessa Parola, nulla di più da darci che il suo stesso Figlio. Il quale non si vergogna di chiamarsi nostro fratello (cf. Eb 2,lls)!

v. 38: / coltivatori, visto il Figlio. È il Figlio perfetto come il Padre (5,48), irra­diazione della sua gloria, impronta della sua sostanza, che tutto sostiene con la sua Parola (Eb 1,3). È il Figlio che fa la volontà del Padre, il quale fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (5,45).

è l'erede: venite, uccidiamolo, e avremo la sua eredità. Davanti al Figlio si svela l'intenzione perversa dei fratelli: la sua diversità manifesta la nostra. Noi vogliamo la morte del Padre e del fratello, per impadronirci dell'eredità; vogliamo possedere in proprio ciò che è donato (Gen 3; Ez 16). Questo è il movente della violenza che consuma la nostra storia: appropriarci del dono, non accorgendoci che così lo di­struggiamo. E siccome tutto è dono - il mondo, il mio io e Dio stesso - tutto è tra­volto nelle fauci della morte.

Noi vogliamo l'eredità del Figlio, il tesoro del Padre, ignorando che essa è lo Spirito d'amore, vita di ambedue. Ma proprio uccidendo il Figlio, ne otteniamo l'e­redità: a noi, che gli togliamo la vita, egli dona la sua vita.

In questo modo il bene trionfa di ogni male!

v. 39: presolo, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. È la storia che sta accadendo a Gesù, della quale gli ascoltatori (allora come adesso!) sono attori. Tra due giorni lo prenderanno nell'orto, lo cacceranno fuori le mura e lo uccideranno sul Golgota.

v. 40: Il Signore della vigna cosa farà a quei coltivatori? Gesù domanda agli ascoltatori il giudizio su ciò che stanno facendo. La loro risposta, senza pietà, è la stessa di Davide a Natan, che gli sta parlando del suo peccato (cf. 2Sam 12,5s). Gesù dice in anticipo ciò che essi intendono fare. Quando sarà accaduto, sapranno al­meno che «c'è un profeta», che ha predetto il loro male e l'ha portato su di sé, co­scientemente e liberamente. Solo allora potranno dire: «Ho peccato contro il Si­gnore» (2Sam 12,13) e capire che «davvero costui era Figlio di Dio» (27,54).

v. 41: sterminerà malamente quei malvagi. È la lettura della storia che facciamo noi: pensiamo che Dio sia più violento dei cattivi, e li ripaghi con la stessa moneta. La condanna che, senza saperlo, pronunciamo su di noi, sarà portata dal Signore stesso, che per noi si è fatto maledizione e peccato, perché noi diventassimo giusti­zia di Dio (Gai 3,13; 2Cor 5,21).

affiderà la vigna ad altri coltivatori, ecc. Questi coltivatori «altri» saranno quanti, vedendo il segno del Figlio dell'uomo, si batteranno il petto (24,30), ricono­scendo il proprio no e il suo eterno sì. Essi porteranno frutto, accettando il dono che il Messia crocifisso fa a quanti glielo rapiscono. Tra questi «altri» c'è la Chiesa di Matteo, composta da giudei che hanno ascoltato i profeti e riconosciuto, nel per­dono, il loro Signore (cf. Ger 31,31-34).

v. 42: la pietra che i costruttori hanno scartato, ecc. (Sai 118,22s). Questo stesso salmo, citato anche nell'ingresso messianico (21,9), offre a Gesù un'altra interpreta-zione del fatto, veramente divina. «Pietra» e «il Figlio» in ebraico si richiamano ('eben e haben): colui cheabbiamo disprezzato, proprio questi è il Figlio che, in quanto ucciso, da la vita per tutti. Così diviene pietra angolare del nuovo tempio, che unisce ciclo e terra, divinità e umanità, giudei e pagani, formando di tutti un solo popolo, annullando ogni inimicizia e condanna tra gli uomini (cf. Ef 2,14-18).

dal Signore venne questo, ed è una meraviglia. Questa è l'opera del Signore, la meraviglia da lui compiuta davanti ai nostri occhi. Noi, del bene che lui ci da, ne fac­ciamo del male; lui, del male che noi gli diamo, ne fa un bene.

Con l'uccisione del Figlio noi abbiamo usato la nostra libertà - massimo bene che ci rende simili a lui - per compiere il massimo male, addirittura impensabile: uc­cidere l'autore della vita (At 3,15). E lui ne fa il sommo bene, per tutti: il dono di sé. Come Giuseppe ai suoi fratelli, Gesù dice: «Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si av­vera: far vivere un popolo numeroso» (Gen 50,20).

Davvero tutto, anche il male, coopera al bene (cf. Rm 8,28). Tutti si sono riu­niti contro il Cristo, per compiere ciò che la mano e il cuore di Dio aveva preordi­nato che avvenisse (At 4,28), per realizzare il suo disegno e la sua parola (cf. Ap 17,17). Con i perversi, Dio è astuto (Sai 18,27), divinamente astuto: noi facciamo dei suoi doni un furto, e lui fa del nostro furto il suo dono!

Il risultato ultimo della nostra violenza - oltre l'uccisione della vita non può andare nessun potere di morte! - non è la distruzione di tutto. Come dal caos primi­tivo la Parola creò il mondo, ora lo ricrea nuovo, pieno della sua gloria. Veramente grande e santo è Dio!

v. 43: sarà levato loro il regno e dato a un popolo (pagano) che ne faccia i frutti. Nel Regno ci precedono pubblicani e prostitute (v. 31), quelli che hanno dato frutti di conversione. Il nuovo popolo è fatto da quanti, giudei o no, si riconoscono pecca­tori e accettano nel Figlio crocifisso l'eterno sì del Padre a tutti i suoi figli. Costoro conoscono l'amore del Padre, e possono portare il frutto di una vita fraterna.

v. 44: chi cade su questa pietra, sarà sfracellato, ecc. È un versetto misterioso, che allude a Dn 2,31-45. Il sasso che frantuma il gigantesco colosso e diventa una grande montagna, la forza di Dio che fa crollare l'idolo grande, splendido e terribile che l'uomo si è costruito, è la debolezza della croce. Gesù crocifisso è la pietra di scandalo per tutti, il giudizio di Dio su Israele, sulla Chiesa e su ogni uomo, perché ormai tutti siamo un solo popolo, uniti nella colpa e nel perdono. Queste parole non sono da leggere in senso antigiudaico, ma universale. La storia di Israele è pro­fezia di ogni altra: ciò che è accaduto al primogenito, è ammonimento per noi (ICor 10,11). Coloro sui quali la pietra è caduta, sono i giudei che per primi hanno rice­vuto il Figlio della promessa. Coloro sui quali cade, siamo noi, partecipi della stessa promessa (cf. Gen 12,3).

Il Messia crocifisso, pietra di scandalo - presto o tardi tutti cadiamo su di lui come lui è caduto sui nostri padri -, sfracella e stritola la nostra immagine di Dio e di uomo, per restituire a Dio la sua gloria e all'uomo la sua libertà.

v. 45: i sommi sacerdoti e i farisei. Agli anziani, che c'erano all'inizio (v. 23), succedono i farisei, ai quali sarà dedicato in particolare il e. 23. La parabola è diretta a loro e a noi, a chiunque non riconosce il potere del Figlio, che è quello dell'asina e del suo asinelio.

v. 46: cercando di impadronirsi di lui. I nemici stanno eseguendo alla lettera ciò che Gesù ha appena detto. Lo faranno tra due giorni (cf. 26,2). È chiaro anche a chi ascolta che si parla di lui: è un racconto che gli svela ciò che sta facendo! Ma la grande sorpresa è vedere come l'azione dell'uomo esegua e riveli sempre il mistero nascosto - quello della nostra violenza e della vittoria dell'Agnello. Grande è la po­tenza di Dio: la malvagità nostra, alla fine, non fa che compiere la sua bontà nei no­stri confronti.

temettero la folla, ecc. La folla l'ha osannato poco prima. Tra due giorni, quando vedrà che il potere del Figlio è quello della pietra scartata, tutto il popolo dirà: «Sia crocifisso», e invocherà su di sé il suo sangue, la sua eredità (27,22.23.25). I sudditi sono come i capi, che in loro si riconoscono; per questo li vogliono e li scel­gono così (cf. Gdc 9,8-15; ISam 8,lss).

Il risultato ultimo della nostra violenza - oltre l'uccisione della vita non può andare nessun potere di morte! - non è la distruzione di tutto. Come dal caos primi­tivo la Parola creò il mondo, ora lo ricrea nuovo, pieno della sua gloria. Veramente grande e santo è Dio!

v. 43: sarà levato loro il regno e dato a un popolo (pagano) che ne faccia i frutti. Nel Regno ci precedono pubblicani e prostitute (v. 31), quelli che hanno dato frutti di conversione. Il nuovo popolo è fatto da quanti, giudei o no, si riconoscono pecca­tori e accettano nel Figlio crocifisso l'eterno sì del Padre a tutti i suoi figli. Costoro conoscono l'amore del Padre, e possono portare il frutto di una vita fraterna.

v. 44: chi cade su questa pietra, sarà sfracellato, ecc. È un versetto misterioso, che allude a Dn 2,31-45. Il sasso che frantuma il gigantesco colosso e diventa una grande montagna, la forza di Dio che fa crollare l'idolo grande, splendido e terribile che l'uomo si è costruito, è la debolezza della croce. Gesù crocifisso è la pietra di scandalo per tutti, il giudizio di Dio su Israele, sulla Chiesa e su ogni uomo, perché ormai tutti siamo un solo popolo, uniti nella colpa e nel perdono. Queste parole non sono da leggere in senso antigiudaico, ma universale. La storia di Israele è pro­fezia di ogni altra: ciò che è accaduto al primogenito, è ammonimento per noi (ICor 10,11). Coloro sui quali la pietra è caduta, sono i giudei che per primi hanno rice­vuto il Figlio della promessa. Coloro sui quali cade, siamo noi, partecipi della stessa promessa (cf. Gen 12,3).

Il Messia crocifisso, pietra di scandalo - presto o tardi tutti cadiamo su di lui come lui è caduto sui nostri padri -, sfracella e stritola la nostra immagine di Dio e di uomo, per restituire a Dio la sua gloria e all'uomo la sua libertà.

v. 45: i sommi sacerdoti e i farisei. Agli anziani, che c'erano all'inizio (v. 23), succedono i farisei, ai quali sarà dedicato in particolare il e. 23. La parabola è diretta a loro e a noi, a chiunque non riconosce il potere del Figlio, che è quello dell'asina e del suo asinelio.

v. 46: cercando di impadronirsi di lui. I nemici stanno eseguendo alla lettera ciò che Gesù ha appena detto. Lo faranno tra due giorni (cf. 26,2). È chiaro anche a chi ascolta che si parla di lui: è un racconto che gli svela ciò che sta facendo! Ma la grande sorpresa è vedere come l'azione dell'uomo esegua e riveli sempre il mistero nascosto - quello della nostra violenza e della vittoria dell'Agnello. Grande è la po­tenza di Dio: la malvagità nostra, alla fine, non fa che compiere la sua bontà nei no­stri confronti.

temettero la folla, ecc. La folla l'ha osannato poco prima. Tra due giorni, quando vedrà che il potere del Figlio è quello della pietra scartata, tutto il popolo dirà: «Sia crocifisso», e invocherà su di sé il suo sangue, la sua eredità (27,22.23.25). I sudditi sono come i capi, che in loro si riconoscono; per questo li vogliono e li scel­gono così (cf. Gdc 9,8-15; ISam 8,lss).


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2. da www.nostreradici.it

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L’argomento che affrontiamo nel quadro delle nostre ricerche sulla relazione del Nuovo Testamento col Giudaismo, è molto delicato, perché tocca un nervo scoperto nella storia dei rapporti tra le due religioni, ebraica e cristiana.

Tradizionalmente, i cristiani, anche coloro che dal punto di vista religioso non sono aggressivi, si ritengono pacificamente i successori degli ebrei. Essi basano questa convinzione sul fatto che essendo Gesù Cristo colui che ha realizzato le promesse dell’AT, e nonostante ciò non essendo riconosciuto dagli ebrei, questi sono stati travolti e sorpassati dall’avvento del cristianesimo.

Queste idee assumono talvolta dei risvolti che, se non implicassero dei fatti drammatici, sarebbero di certo comici.

Un tale modo di pensare fa coincidere la storia reale con una convinzione di fede, così che ciò che per la fede è errato o inesatto, viene semplicemente destituito di esistenza propria. Ma basterebbe conoscere tutta la storia dell’ebraismo post-biblico, così ricca di pensiero e di religiosità, per vedersi contraddetti.

In realtà, lo specifico cristiano, che è e deve rimanere unico, è un’opzione di fede fatta duemila anni fa da gruppi di ebrei che hanno riconosciuto in Gesù di Nazaret il Messia e il figlio di Dio e che hanno tramandato tale opzione alle generazioni a venire che avrebbero anch’esse creduto, venendo a costituire in seguito una vera e propria nuova religione.

Tuttavia, il processo storico non è stato così semplice. All’inizio il giudaismo era come un’immensa galassia della quale facevano parte movimenti e partiti e corrispondenti aspettative e sistemi di pensiero. Pur essendo tutti di fede ebraica, la psicologia movimentista accendeva le polemiche e accentuava le divisioni così che ciascun gruppo si riteneva l’esclusivo Israele di Dio.

È su questo sfondo che vanno situate le due parabole matteane di questo nostro contributo, ed anche se esse hanno dato adito ad un’interpretazione ecclesiologica di separazione e opposizione tra “Chiese”, siamo di certo lontani ancora dal momento in cui il cristianesimo diverrà una vera e propria religione nuova, che, come tutte le religioni esclusive, non riconoscerà alcun diritto agli altri credo religiosi (è un atteggiamento fondamentalista che la Chiesa cristiana ha tenuto in alcune epoche, ma che è tenuto anche dall’ebraismo e dalla terza religione monoteista, l’islamismo, quando sacrificano l’uomo immagine di Dio ad una visione integralista che soffoca l’anelito più autentico delle tre religioni abramitiche).

Mt 20, 1-16 è la parabola degli operai chiamati da un padrone generoso nelle varie ore del giorno. La sua generosità consiste nel dare la stessa mercede a tutti i lavoranti, agli ultimi come ai primi chiamati.

Se da un lato questo va contro la comune logica umana, come dimostrano le lamentele dei primi assunti, dall’altro rivela la logica di Dio, la quale, però, non offende la giustizia umana ma piuttosto ne discopre una certa ipocrisia: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (vv. 13-15).

È evidente che la giustizia non può essere mai offesa, neanche da un atto di generosità, ma è il concetto umano di giustizia che si rivela intimamente fragile: chi riceve per un contratto giusto e accettato, pretende ancora di più per invidia dell’altro, in nome di una giustizia che al fondo è solo, come diremmo oggi, “consumistica” ed egoistica.

Trasferita su un piano più prettamente ecclesiologico, la parabola può fare riferimento alla capacità da Dio donata agli ultimi arrivati, i pagani, di entrare a far parte del suo regno.

Ogni invidia va eliminata, perché senza fondamento, o meglio si scontra con la bontà misericordiosa di Dio, che sopravanza la “giustizia” retributiva di chi pensa di aver diritto naturale alla grazia di Dio, perché da più tempo con lui.

Certamente, la parabola fa riferimento ai rapporti tesi tra i due gruppi religiosi, quello giudaico e quello cristiano; ma chi volesse vedervi sancita la sconfitta dell’ebraismo, non solo va al di là del testo in maniera anacronistica, ma tradisce il testo stesso. Difatti, se il racconto di Gesù ci rivela qualcosa dell’atteggiamento buono di Dio ed è un invito agli operai della prima ora (gli ebrei o i giudeo-cristiani) a non aver invidia dei nuovi arrivati (i pagani), è anche vero che esso trascende la contingenza storica per divenire, questo sì, un insegnamento di vita.

Anche all’interno della comunità cristiana vi possono essere i primi e gli ultimi: ebbene, chi è dalla parte di Dio non può assolutamente nutrire invidia, perché tutto è gratuito, anche quello che “appartiene” ai primi.

Come si può notare, con questa spiegazione siamo lontani da una interpretazione antigiudaica della parabola, che sarebbe per giunta errata.

La parabola di Mt 21, 33-44 è invece più violenta e ancora più orientata della precedente in senso ecclesiologico.

Si tratta della famosa parabola dei vignaioli omicidi. Il racconto è noto.

Un padrone pianta una vigna per farla fruttare; alla vendemmia invia varie serie di servi per ritirare il raccolto, ma inutilmente, finché egli non decide di inviare lo stesso suo figlio, che invece verrà ucciso. Il giudizio finale è terribile: «Perciò vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato ad un popolo che lo farà fruttificare».

Il riferimento alla storia della salvezza fino a Cristo, così come la presentava il kerygma (= predicazione) primitivo (cf. At 2, 14-36; 7) è evidente.

Dietro queste parole vi sono le sofferenze di un gruppo che ha subito anche persecuzioni da parte di un altro gruppo di fede affine, quella giudaica, e che si è visto uccidere il proprio leader, il rabbi di Nazaret Gesù.

Eppure, neanche questa così sofferta presentazione delle cose può legittimare una lettura semplicisticamente antigiudaica.

In primo luogo, perché nella prima ora entrambi i gruppi condividevano la comune fede giudaica, anzi era in base ad essa che si giudicavano e condannavano a vicenda.

In secondo luogo, perché bisogna storicizzare il racconto e non vi si può sovrapporre il susseguente atteggiamento più decisamente antigiudaico verso cui la Chiesa scivolerà, quando diventerà una potenza sociale e politica.

In terzo luogo, infine, perché, la parabola, in quanto parola di Gesù, non può ricevere solo una lettura legata ad una contingenza storica, bensì deve elevarsi ad insegnamento teologico che ci dà in mano la chiave per interpretare la storia umana come una serie di vicende nelle quali, a prescindere dalla nazionalità o dalla stessa religione, l’uomo si mostra ricorrentemente avversario di quella grazia che Dio periodicamente gli invia.

Un duro monito per tutti, per ebrei e per cristiani, anzi per gli uomini tout court.


* * *


La parabola dei vignaioli omicidi

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La parabola dei vignaioli omicidi, che la Chiesa assegna alla tredicesima domenica dopo la Pentecoste, appare in tutti e tre i Vangeli sinottici. Il brano che abbiamo letto è quello del Vangelo Secondo Matteo (al capitolo 21). In questa storia strana, ricca di simboli e di tensione drammatica, si racconta con minuzia di dettagli la preparazione di un terreno, e tre diversi episodi in cui i lavoratori assegnati ad avere cura del terreno maltrattano gli emissari del loro padrone. Nell'ultimo dei tre incidenti, è il figlio stesso del padrone a essere gettato fuori della vigna e ucciso.

La storia è presentata come una condanna a quegli ebrei che presto avrebbero rifiutato il Messia (e di fatto, alla conclusione del brano, si sente serpeggiare l'ira dei sacerdoti e dei farisei, che capiscono che la parabola riguarda loro stessi); come accade nei passi del Vangelo, tuttavia, ci sono molti altri significati racchiusi in queste parole. Ricordiamoci anzitutto che c'è in gioco la nostra salvezza, e c'è sempre un significato delle parole del Vangelo che illustra direttamente il processo della salvezza. Qui lo scopo della parabola, ovvero l'aspettativa del padrone della vigna, non è nient'altro che la crescita dei beni che Dio ci ha dato, o che ha "piantato" in noi.

In questo racconto, il padrone della vigna è indubbiamente Dio. La vigna, nell'interpretazione che i sacerdoti e i farisei colgono subito, è il popolo di Israele, guidato da capi disonesti, che invano il Signore cerca di avvertire inviando i suoi profeti, e in ultimo il proprio stesso Figlio. Con la venuta del Messia, possiamo ora vedere anche la Chiesa come vigna, o popolo, del Signore. Ma in una visione più interiore dei simboli di questo racconto, la vigna rappresenta noi stessi, forniti di tutto il necessario per la salvezza tramite il battesimo e la molteplice e continua misericordia di Dio, nonché, come dice il Beato Teofilatto nel commentario a Luca 20:9-16, "responsabili della coltivazione di noi stessi".

Matteo, più di Marco e Luca, insiste nel suo racconto sui particolari della costruzione della vigna: il padrone "piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre" (Mt 21:33) Tutti questi dettagli hanno qualcosa da dirci. Una siepe di recinzione viene di solito piantata per proteggere un terreno dagli animali predatori e dai ladri. Questa era la funzione della Legge, che proteggeva il popolo ebraico dalla contaminazione pagana dell'idolatria. Secondo un'altra interpretazione che ci danno i Padri la siepe rappresenta gli angeli, che custodivano Israele. In entrambi i casi, la siepe protegge quanti credono in Dio in modo corretto, e lo adorano in Spirito e verità. Un simbolo simile è il fianco di una nave, che protegge i marinai dalle tempeste (anche l'arca e le navi, così come la vigna, sono forti simboli della Chiesa).

Il frantoio, che era usato come pressa per i grappoli d'uva, è visto come simbolo dell'altare, che era tanto essenziale nel culto e nei sacrifici ebraici, e che prefigurava, con il sangue degli animali sacrificali, il Sangue redentore di Gesù Cristo. Oggi l'altare è ancor più importante per noi, dato che da esso ci viene data in nutrimento la "medicina dell'immortalità" (la Santa Eucaristia). La torre (che nell'usanza ebraica conteneva il frantoio e il magazzino dell'uva e del vino) è il Tempio: si tratta del luogo in cui il lavoro della vigna trova il suo compimento, e nel quale i lavoratori ricevono ristoro e protezione.

Tutta la preparazione della vigna è fatta dal padrone: i vignaioli sono lasciati responsabili della vigna DOPO che questa è stata piantata. Succede lo stesso nella vita cristiana. Dio si rivela a noi attraverso la sua misericordia, e ci dona tutto il necessario per la nostra salvezza. Non dobbiamo appropriarci il credito delle cose che ci sono date, poiché "Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene" (Ef 2:8-9). Tuttavia, dopo che ci è donata la grazia del battesimo, dobbiamo prenderci cura della vigna, vale a dire, compiere il proposito per cui Dio ci ha creati: "Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo" (Ef 2:10).

Anche i vignaioli possono essere interpretati in due modi. I primi vignaioli sono gli insegnanti del popolo ebraico, gli scribi e i farisei (che del resto si riconoscono subito nel racconto del Signore). Ai nostri tempi, i vignaioli sono i pastori della Chiesa, i vescovi, i preti che rappresentano i vescovi nelle parrocchie, e tutti i cristiani che credono e agiscono rettamente.

Dopo che la vigna è stata affidata ai vignaioli, il padrone va "in un paese lontano". C'è sempre un profondo significato in questi spostamenti: pensate, per esempio, a quanto è importante il senso del "paese lontano" nella parabola del figliol prodigo, in cui l'allontanamento significa l'abbandono della virtù. In questo caso, però, è Dio stesso ad allontanarsi, e questo può far pensare che Egli voglia abbandonare il suo popolo. Tutt'altro: come si vede in seguito, ogni istante riflette la preoccupazione del padrone per la sua vigna. Ma Egli agisce sempre attraverso intermediari, e in questo si manifesta il grande mistero dell'amore e della pazienza di Dio, che aspetta il nostro pentimento senza intimidirci con una sua presenza potente o schiacciante. Se sappiamo usare bene il tempo che il Signore ci dà proprio quando Egli sembra più lontano da noi, allora sapremo anche trarre frutto dalla libertà di azione che ci ha donato.

Conoscendo la nostra debolezza, tuttavia, Dio ci manda anche altri stimoli a seguirlo, attraverso persone che parlano a suo nome (è questo il senso più autentico della parola "profeti"). Ecco il senso dei servitori che vengono inviati a più riprese a reclamare i frutti della vigna per conto del padrone. Essi arrivano "quando è il tempo dei frutti", e di fatto l'intera era dei profeti era un periodo in cui si predicava l'arrivo imminente del Messia e la prossima redenzione dell'uomo. Le sventure a cui vanno incontro i profeti sono ben note (pensiamo a Isaia segato in due, a Geremia malmenato e gettato in un pozzo, a Elia inseguito dai cani da caccia, a Zaccaria ucciso tra il tempio e l'altare): La Lettera agli Ebrei, al capitolo 11, ne offre un resoconto drammatico.

Alla fine, il messaggio dei profeti (in questa parabola, così come nella storia della salvezza) si compendia nella venuta del Figlio unigenito di Dio. Nella parabola, Gesù profetizza la sua stessa morte parlando della morte del figlio "cacciato fuori" dalla vigna (il Signore fu crocifisso fuori delle mura di Gerusalemme). Può sembrare strano che il padrone della vigna (che dopotutto è Dio, e ci si aspetta che conosca il cuore degli uomini) si ponga una domanda sull'efficacia del ruolo del figlio, e addirittura (nel Vangelo di Luca) mostri incertezza: ma questo dubbio apparente vuole insegnarci che Dio ci dà piena libertà di scelta, e la sua conoscenza anticipata delle cose non è la causa della nostra disubbidienza (Beato Teofilatto, Commentario su Luca 20:9-16). Questa forma letteraria si trova presto nelle Scritture.

La parabola si chiude con una profezia sul fato dei vignaioli omicidi, che nel caso dei sacerdoti e dei farisei si compì esattamente trentacinque anni dopo quello stesso giorno, quando Tito distrusse la "vigna" di Gerusalemme. La vigna del popolo di Dio fu passata quindi ad altri vignaioli, i pastori e i fedeli della nostra Chiesa. Ancora oggi, cari fratelli e sorelle, spetta a ciascuno di noi il compito di custodire la vigna del Signore e portare i frutti che sono stati seminati in noi al momento del battesimo.

Al termine del brano del Vangelo c'è una citazione, in cui Cristo parla di se stesso:

La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri?

(Salmo 117:22-23)

Questi due versi sono letti spesso in Chiesa (nella maggior parte degli offici del Mattutino, al canto antifonale di "Dio è il Signore". Una testata d'angolo è la pietra più solida si un edificio, che tiene in piedi assieme due muri. Nella comprensione della Chiesa, Cristo è la pietra angolare che tiene assieme i "muri" degli ebrei e dei gentili. Rifiutando Cristo come pietra angolare, gli scribi e i farisei (di ogni epoca) perdono il Regno di Dio, che viene dato ad altri.

"Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà" (Mt 21:44) Questa promessa è terribile e al tempo stesso enigmatica. La profezia di distruzione, da una parte, è rivolta direttamente agli ebrei, realizzandosi alla vista di tutti nella distruzione di Gerusalemme. L'altro aspetto della profezia riguarda tutti coloro che incontrano Cristo, e indica la perdita totale di un'anima che rifiuta di credere in lui: la prima parte del verso parla tuttavia del processo di redenzione dei peccatori, come dice San Girolamo:

"Chiunque pecca, ma crede in lui, cade invero su una pietra e si spezza, ma non viene distrutto del tutto, bensì è custodito per la salvezza attraverso la perseveranza. Ma su chiunque cade la pietra, ovvero chiunque assale questa pietra negando completamente Cristo, essa lo stritolerà in tal modo, che non rimanga in lui un osso da cui poter trarre una goccia d'acqua."

Chiediamo a Dio, mentre si avvicina il "tempo dei frutti" della nostra vita, di saper riconoscere sempre la pietra d'angolo su cui è costituita la nostra esistenza e la nostra felicità.

sabato 1 ottobre 2011

Vi sarà tolto il Regno di Dio



Oggi 2 Ottobre celebriamo la
XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno A




Dalla «Regola pastorale» di san Gregorio Magno, papa (Lib. 2, 4 PL 77, 30-31)
Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò ch'è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che deve essere svelato. Un discorso imprudente trascina nell'errore, così un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro che potevano evitarla. Spesso i pastori malaccorti, per paura di perdere il favore degli uomini, non osano dire liberamente ciò ch'è giusto e, al dire di Cristo ch`è la verità, non attendono più alla custodia del gregge con amore di pastori, ma come mercenari. Fuggono all'arrivo del lupo, nascondendosi nel silenzio.
Il Signore li rimprovera per mezzo del Profeta, dicendo: «Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare» (Is 56, 10), e fa udire ancora il suo lamento: «Voi non siete saliti sulle brecce e non avete costruito alcun baluardo in difesa degli Israeliti, perché potessero resistere al combattimento nel giorno del Signore» (Ez 13, 5). Salire sulle brecce significa opporsi ai potenti di questo mondo con libertà di parola per la difesa del gregge. Resistere al combattimento nel giorno del Signore vuol dire far fronte, per amor di giustizia, alla guerra dei malvagi.
Cos'è infatti per un pastore la paura di dire la verità, se non un voltar le spalle al nemico con il suo silenzio? Se invece si batte per la difesa del gregge, costruisce contro i nemici un baluardo per la casa d'Israele. Per questo al popolo che ricadeva nuovamente nell'infedeltà fu detto: «I tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato le tue iniquità, per cambiare la tua sorte» (Lam 2, 14). Nella Sacra Scrittura col nome di profeti son chiamati talvolta quei maestri che, mentre fanno vedere la caducità delle cose presenti, manifestano quelle future.
La parola di Dio li rimprovera di vedere cose false, perché, per timore di riprendere le colpe, lusingano invano i colpevoli con le promesse di sicurezza, e non svelano l'iniquità dei peccatori, ai quali mai rivolgono una parola di riprensione.
Il rimprovero è una chiave. Apre infatti la coscienza a vedere la colpa, che spesso è ignorata anche da quello che l'ha commessa. Per questo Paolo dice: «Perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono» (Tt 1, 9). E anche il profeta Malachia asserisce: «Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti» (Ml 2, 7).
Per questo il Signore ammonisce per bocca di Isaia: «Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce» (Is 58, 1).
Chiunque accede al sacerdozio si assume l'incarico di araldo, e avanza gridando prima dell'arrivo del giudice, che lo seguirà con aspetto terribile. Ma se il sacerdote non sa compiere il ministero della predicazione, egli, araldo muto qual'è, come farà sentire la sua voce? Per questo lo Spirito Santo si posò sui primi pastori sotto forma di lingue, e rese subito capaci di annunziarlo coloro che egli aveva riempito.

MESSALE

Antifona d'Ingresso Est 13,9.10-11
Tutte le cose sono in tuo potere, Signore,
e nessuno può resistere al tuo volere.
Tu hai fatto tutte le cose, il cielo e la terra
e tutte le meraviglie che vi sono racchiuse;
tu sei il Signore di tutto l'universo.


Colletta

O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare. Per il nostro Signore...



Oppure:

Padre giusto e misericordioso, che vegli incessantemente sulla tua Chiesa, non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato: continua a coltivarla e ad arricchirla di scelti germogli, perché innestata in Cristo, vera vite, porti frutti abbondanti di vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura Is 5,1-7
La vigna del Signore degli eserciti è la casa d'Israele.

Dal libro del profeta Isaia
Voglio cantare per il mio diletto
il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna
sopra un fertile colle.
Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi
e vi aveva piantato viti pregiate;
in mezzo vi aveva costruito una torre
e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva;
essa produsse, invece, acini acerbi.
E ora, abitanti di Gerusalemme
e uomini di Giuda,
siate voi giudici fra me e la mia vigna.
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna
che io non abbia fatto?
Perché, mentre attendevo che producesse uva,
essa ha prodotto acini acerbi?
Ora voglio farvi conoscere
ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe
e si trasformerà in pascolo;
demolirò il suo muro di cinta
e verrà calpestata.
La renderò un deserto,
non sarà potata né vangata
e vi cresceranno rovi e pruni;
alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti
è la casa d’Israele;
gli abitanti di Giuda
sono la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia
ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine
ed ecco grida di oppressi.


Salmo Responsoriale
Dal Salmo 79
La vigna del Signore è la casa d'Israele.

Hai sradicato una vite dall’Egitto,
hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare,
arrivavano al fiume i suoi germogli.

Perché hai aperto brecce nella sua cinta
e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco
e vi pascolano le bestie della campagna.

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.

Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo,
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.


Seconda Lettura
Fil 4,6-9
Mettete in pratica queste cose e il Dio della pace sarà con voi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.
E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.
In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri.
Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!


Canto al Vangelo
Gv 15,16
Alleluia, alleluia.

Io ho scelto voi, dice il Signore,
perché andiate e portiate frutto
e il vostro frutto rimanga.

Alleluia.


Vangelo Mt 21,33-43
Darà in affitto la vigna ad altri contadini.

Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Parola del Signore.


* * *



IL COMMENTO


Nel Vangelo di questa domenica il Signore ci parla di noi, della nostra famiglia, della sua storia, per illuminarla e così poter annunciarci la Buona Notizia. Essa è buona davvero solo quando incontra qualcosa di cattivo, la schiavitù secondo l'etimologia della parola cattivo; la notizia del Vangelo è buona perchè infonde speranza laddove questa è perduta, e annuncia un cambiamento radicale, un sovvertimento. Il cuore del cristianesimo - il Discorso della Montagna - descrive ilparadosso del Regno dei Cieli, la vigna che produce frutto a suo tempo: "ma io vi dico" ripete il Signore, sospingendo il nostro sguardo a guardare più in là, laddove non avremo mai pensato, aduna pietra scartata, al fallimento, al disprezzo, ai criteri di Dio: "Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1 Cor. 1, 26-29). Dio ha scelto una vigna perchè gli dia gloria, peso e sostanza nel mondo. Una vigna che dia i frutti: i segni inequivocabili della sua esistenza e della sua presenza, annunciando e autenticando la parola della predicazione con pensieri, attitudini, opere perchè "chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3, 21).


E' lo stile di Dio, come ripente sovente Benedetto XVI: "Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini" (1 Cor. 1, 20-25). I frutti di cui il Signore parla nel Vangelo di oggi sono quelli che fruttificano dalla stoltezza e dalla debolezza di Dio, il paradosso che ha smascherato la malizia dello stile del mondo: l'amore folle e infinito rivelato nell'ultimo degli uomini, Cristo crocifisso, scandalo e stoltezza e per questo perseguitato, maltrattato, rifiutato e infine ucciso: il frutto nel quale anche gli altri acquistano sapore e fragranza, l'unico che permette ad ogni altro frutto di nascere, crescere e giungere a maturazione: "Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto: "Chi si vanta si vanti nel Signore" (1 Cor. 1, 30-31). In Lui il vanto diviene testimonianzadella sua potenza che si manifesta pienamente nella debolezza, frutto squisito e rigenerante preparato per ogni fame e sete di giustizia.


Non a caso il Vangelo, nella descrizione della vigna, seguendo il famoso Cantico della Vigna di Isaia, pone al centro un frantoio: la croce sulla quale il Signore ha versato il suo sangue, il frutto che lava il peccato. Nel cuore della vigna la vite preparata per dar frutto: la Croce. Ed il frutto benedetto, il Signore Gesù Cristo Crocifisso. Per entrare nella vigna, nell'assemblea santa eletta e convocata, il Popolo chiamato a dar frutto, occorre accogliere la Vite. I riti che inaugurano il battesimo infatti iniziano con l'assunzione del neofita da parte dei padrini e poi dal suo venire interamente ricoperto dal segno della Croce compiuto dai padrini e dal ministro. E' la vigna che "sin dall'inizio prende, in certo qual modo, possesso del catecumeno tracciando sopra di lui il segno della Croce. Non soltanto egli ne verrà interamente avvolto, ma ognuno dei suoi sensi ne riceverà l'impronta" (L. Bouyer, Invito alla Parola di Dio). All'inizio del rito il ministro dice:


Ricevete la croce sulla fronte:
Cristo stesso vi protegge
con il segno della sua vittoria.
Imparate ora a conoscerlo e a seguirlo.


Poi, Mentre si segnano gli orecchi:


Ricevete il segno della croce sugli orecchi
per ascoltare la voce del Signore.


Mentre si segnano gli occhi:


Ricevete il segno della croce sugli occhi,
per vedere lo splendore del volto di Dio.


Mentre si segnano la bocca:


Ricevete il segno della croce sulla bocca,
per rispondere alla parola di Dio.


Mentre si segnano il petto:


Ricevete il segno della croce sul petto,
perché Cristo abiti
per mezzo della fede nei vostri cuori.


Mentre si segnano le spalle:


Ricevete il segno della croce sulle spalle,
per sostenere il giogo soave di Cristo.


Poi il celebrante segna da solo contemporaneamente tutti i catecumeni tracciando su di essi il segno della croce, senza toccarli, mentre dice:


Vi segno tutti
nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito Santo,
perché abbiate la vita nei secoli dei secoli.


Al termine il ministro prega così:



Dio onnipotente,
che per mezzo della croce
e della risurrezione del tuo Figlio,
hai donato la vita al tuo popolo,
concedi che questi catecumeni,
che abbiamo segnato con il segno della croce,
seguendo gli esempi del Cristo,
attingano da essa la forza che salva
e con l’esempio della loro vita
ne rendano testimonianza.
Per Cristo nostro Signore.



Per entrare a far parte della Vigna occorre dunque ricevere la vera Vite, la Croce sulle quali il Signore ha disteso le sue braccia per offrire ad ogni uomo i frutti del suo amore sino alla fine. Da quel momento il catecumeno sarà accompagnato, istruito, corretto, scrutato; è il tempo del catecumenato, tempo di preparazione e di gestazione: come è stata la storia del Popolo di Israele, una lunga formazione per poter accogliere il Figlio e a Lui finalmente dare i frutti coltivati. "«Piantare la vigna» è un lavoro paziente e intelligente, che esige impegno e fa­tica. Bisogna cercare il terreno giusto, adeguatamente solatio, scavarlo profonda­mente e drenarlo, scegliere e piantare ogni vitigno. Il contadino fa questo con gioia, pensando al frutto. «Piantare la vigna» sintetizza l'azione di Dio per il popolo eletto, dai patriarchi ai Giudici, dalla promessa all'eredità della terra, attraverso la liberazione dall'Egitto e il dono della Parola" (S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Matteo). La siepe era un muretto a secco eretto a protezione della vigna: era il simbolo della Legge, che santificava il Popolo di Israele, lo separava dagli altri popoli, proteggendolo dalle contaminazioni: era il sigillo dell'Alleanza, la cifra della presenza divina, ne indicava il cammino della vita, disegnava profeticamente i frutti che avrebbe dato. La torre era una costruzione posta all’interno della vigna, per difenderla dai ladri e dalle bestie selvatiche, nella stagione dei frutti: era il segno del Tempio dove raccogliere i frutti. Il frantoio era infine segno dell'altare dei sacrifici, laddove i frutti, venivano offerti in sacrificio, di comunione o di supplica. Il frantoio altare dove guardare a Dio e ricevere misericordia, la siepe della Parola e la Torre della liturgia: Dio aveva fatto tutto perchè la sua vigna desse frutto a suo tempo. Così come ha fatto tutto perchè la Chiesa, il Popolo della Nuova Alleanza, dia il frutto che salvi le generazioni. Così come ha fatto con ciascuno di noi: quanto amore, quanta pazienza, quante grazie: il perdono dei peccati, la predicazione, i sacramenti, la comunità, i pastori e i catechisti. Tutto perchè potessimo dar frutto, l'amore stesso rivelato nella Croce.


E invece Invidia. Violenza. Concupiscenza. Nel Vangelo di oggi appare un parossismo di violenza senza fine. I vignaioli sono preda di una carne schiava, imprigionata dalle passioni. E tutto esplode al momento del raccolto, quando si debbono fare i conti. Dare e avere. Questo l'angusto limite nel quale i vignaioli avevano chiuso il loro rapporto con il padrone. Immagine di un rapporto sterile, giocato sulle convenienze, senza amore. E dove non c'è amore, le passioni, qualunque esse siano, alla lunga si scatenano. E i frutti? Probabilmente v'erano dei frutti. Ma i coltivatori se ne volevano appropriare, e, con essi, volevano far propria tutta l'eredità. L'inganno più profondo, quello sussurrato dal serpente ai piedi dell'albero della vita. tu dio! Appropriarsi dei doni, non capendo che sono donati. E allora bisognerà uccidere e fare violenza; lottare e conquistarsi un posto, una posizione; sgomitare per un traguardo, e compromessi, sotterfugi, astuzie, furbizie. Offrire tutto a se stessi e in tutto ed in tutti scorgere un nemico da cui difendersi e da combattere. Oppure atteggiamenti serissimi, intransigenti, tutti-dun-pezzo per avere quello che si ritiene spetti di diritto. E si uccidono i messaggeri. E si uccide il Figlio, Lui, che viene a donare. Lui che viene ad amare. Gli occhi accecati dall'inganno più feroce, che Dio non è amore, solo leggi, e sbarramenti, e tabù, e ingiustizie. Se Dio non è amore, allora niente amore in nessuno, l'equazione è fin troppo semplice. E giù violenza, apparentemente senza senso, senza moventi, se non quelli d'un veleno che scorre impazzito nelle vene, nei cuori e nelle menti.


Tutto è avvelenato. La verità è amore, innanzi tutto. L'amore pervertito, il dono, il gratuito dono d'amore è trasformato in vile commercio, in violenta rapina. E, alla fine, il Figlio giace appeso ad una Croce. Lì, fuori della città. E tutta la violenza, i peccati, gli inganni vengono caricati sulle Sue carni. Eccolo muto, come un agnello di fronte ai suoi tosatori. Ecco la pietra scartata dai costruttori di imperi di carta. Solo. Gettato in preda all'inferno. L'amore consumato. E compiuto, nel perdono, di cui la risurrezione ne è la prova. L'ultimo divenuto primo, il rigettato divenuto testata d'angolo. E' questa l'opera di Dio, ed è una meraviglia. La malizia del nostro peccato, quella violenza che giace sotto la cenere dei giorni che sembrano sempre uguali, passati a mormorare, a giudicare, tramando rivincite e riscatti, il fuoco che s'impenna alla resa dei conti, quelle fiamme d'ira che ci travolgono finalmente spente nelle viscere di misericordia di chi ci ama davvero. Per questo la santa umiltà di Cristo è la salvezza. In Lui germoglia il frutto più dolce: l'amore che sconvolge. Al male ecco la risposta inaspettata. Al nostro male, ai nostri inganni, la risposta del suo amore: questa è la verità. Noi, vecchi coltivatori fraudolenti e assassini rinnovati nel Suo sangue per consegnare i frutti a suo tempo. I frutti del Suo amore, frutti gratuiti. Il cristianesimo e la nostra vita hanno senso solo in questo amore gratuito.


In Cristo, e solo in Lui, possiamo oggi vedere distrutto l'uomo vecchio simboleggiato dai vignaioli assassini e rinascere come un uomo nuovo, entrare a far parte degli altri cui è data la vigna, la primogenitura. Quando Gesù sente che i Greci, i pagani, lo vogliono vedere, riconosce in questo il segno che è giunta l'ora di glorificare il Padre, di dare frutto. "Se il chicco di grano caduto in tera non muore rimane solo. Ma se muore produce frutto. Per questo sono giunto a quest'ora!". E' questo il criterio che il Signore vuol donarci, quello degli amministratori fedeli che consegnano il frutto a suo tempo. Immersi nell'amore di Dio, aggrappati ai suoi doni, riconoscere in ogni persona, in ogni evento, l'ora in cui dare frutto. Il tempo è già compiuto, ora! Il frutto non consiste in un programma realizzato, neanche in un'opera missionaria che abbia successo. Il frutto non è cambiare gli eventi e neanche le persone che ci sono accanto. Il frutto è l'amore qui ed ora, riconoscere l'ora e glorificare, nella Croce, nel fallimento, nell'avversione, nel nemico che si fa prossimo, nella malattia, in ogni evento. E' questa la pienezza della vita, essere crocifissi con Cristo e illuminare e salvare il mondo attraverso la sua presenza viva in noi. La stoltezza e la debolezza di Dio incarnata nella nostra storia per salvare ogni debolezza e ogni stoltezza che avvelena l'uomo. E' questo momento quello favorevole per dare frutto, Lui ha già preparato tutto, basta solo aprire una fessura nel nostro cuore, lasciare che Egli operi e abbandonarci al suo amore.


Come il Signore, gettato in questo mondo come un banalissimo e insignificante chicco di Vita, abbandonato in un giardino, giustiziato su una croce, sepolto in una grotta, ha salvato una moltitudine immensa, così anche le nostre vite. Così apparentemente uguali e insignificanti. Così perdute nella massa informe d'una storia che sembra non far caso di noi. O peggio, scoprire di non essere importanti per chi amiamo; le nostre ansie, le speranze, i dolori, indifferenti allo sposo, alla sposa, ai figli, ai genitori, agli amici. Un lavoro, un progetto degnati neanche d'uno sguardo. Eccoci, semi gettati, lievito invisibile dentro il susseguirsi delle ore. Ma Lui è dentro la storia. Il Signore è proprio lì, nel gelo d'una terra amara, e noi sepolti con Lui nel battesimo della morte che schiude alla vita. Al fondo della zolla appena vangata, un progetto andato in fumo, un fidanzato che ti ha lasciato, nell'umido di quel grumo di terra, Lui è ad aspettarci. Per riscattarci, per colmarci di Lui, della Sua vita piena ed eterna. Nascosti con Cristo in Dio, il Suo amore per noi dove tutto di noi sembra perduto. La Vita nella morte, noi con Lui nella storia, portando in noi, sempre e ovunque la morte del Signore, perchè in noi sia manifesta anche la sua risurrezione. La nostra vita in Cristo è la vigna che dà frutto, e noi i vignaioli che lo offrono a tutti, il Regno dei cieli dischiuso per il mondo. Per qualunque vita v'è una speranza: la nostra vita raggiunta da Cristo, ogni nostro istante come un ramo disteso ad abbracciare ogni uomo. In Cristo ogni nostra esistenza è il frutto perchè ogni uomo possa esser saziato dell'amore di Dio rivelato in noi.


Fa che io non dimentichi mai che Tu hai stabilito in terra un regno che è Tuo,
che la Chiesa è opera Tua,
da Te stabilita, il Tuo strumento;
che noi siamo soggetti alle Tue regole, alle Tue leggi, al Tuo sguardo,
che quando la Chiesa parla, sei Tu che parli.

John Henry Newman, Meditations and Devotions


Altri commenti.

Commento 1: Congregazione per il Clero

«La vigna del Signore degli eserciti è la casa d'Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita». Con queste parole il profeta Isaia ci dona l’orizzonte interpretativo della parabola di Gesù. Egli è il Figlio inviato dal Padrone della Vigna a raccoglierne i frutti.

Alcuni elementi paiono di particolare rilievo, soprattutto per il tempo presente.

Innanzitutto la Vigna non è dei vignaioli. L’esperienza fondamentale della vita umana consiste nella sua irriducibile “datità”! Nessuno è padrone della vita, perché nessuno è autore della vita! La vita è un dono e, con essa, il cosmo nel quale siamo inseriti, ci è dato.

Questa esperienza universale, tanto evidente quanto oscurata dalla cultura dominante e da un’idea ristretta di ragione, è l’orizzonte nel quale vivere ed operare. Tutti siamo al lavoro nella vigna del Signore; siamo donne ed uomini che vivono ed operano in un contesto che è loro donato, del quale in alcun modo si possono pienamente impossessare e che, inevitabilmente, un giorno verrà loro tolto.

Questa evidenza, lungi dall’intristire la vita, la rende maggiormente affascinante, carica di significato e responsabilità, fiera e certa, perché non orfana, ma totalmente “in relazione” con il disegno grande di Dio.

Per richiamare costantemente gli uomini a tale realtà, il Signore nella storia ha scelto un popolo, perché fosse luce per tutte le nazioni, ed ha inviato molti profeti, perché riconducessero, quel popolo, e in esso tutta l’umanità, alla verità del rapporto tra gli uomini ed il cosmo, tra gli uomini e Dio.

Il dono più grande che il “padrone della vigna” potesse fare ai “vignaioli”, per ricondurli al dovere di “portare frutti”, era inviare il suo proprio Figlio.

A questo punto si inserisce drammaticamente, nella parabola e nella storia, il menzognero, il quale riesce a far credere agli uomini che eliminando il Figlio di Dio, prossimità ultima, nella carne, del Mistero, potranno divenire “padroni” di se stessi e della realtà.

Mai menzogna più grande fu insinuata nel cuore umano!

Eliminare Dio significa andare incontro alla propria distruzione, alla perdita del centro e del significato; significa perdere tutto, essere espropriati della vigna e non poter più, in alcun caso, portare frutto.

La condizione per poter continuare a “lavorare nella vigna”, ad essere partecipi dell’opera del Regno è portare frutto. Se come singoli cristiani non portassimo frutto e non riconoscessimo umilmente che ogni frutto deriva dalla Grazia di Dio, alla quale liberamente cooperiamo, ci autoescluderemmo dalla vigna.

Misteriosamente, il rifiuto e l’uccisione del Figlio ha dilatato i confini del Regno, rendendolo universale, cioè cattolico, come costituzione e come vocazione: infatti tutti gli uomini sono ordinati alla Chiesa!

Grati per questo grande disegno, nel quale, senza nostro merito, siamo inseriti, viviamo l’esortazione dell’Apostolo: «Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).

La Beata Vergine Maria, mistica Vigna nella quale è germogliato il frutto più bello della storia, ci sostenga nel cammino della vita e ci renda capaci di portare i frutti che Dio si attende da noi.


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Commento 2 : p. R. Cantalamessa ofmcapp.

Il contesto immediato della parabola dei vignaioli omicidi riguarda il rapporto tra Dio e il popolo d'Israele. È ad esso che storicamente Dio ha inviato dapprima i profeti e poi il suo stesso Figlio. Ma come tutte le parabole di Gesù, essa è una "storia aperta". Nella vicenda Dio-Israele viene tracciata la storia del rapporto tra Dio e l'umanità intera.

Gesù riprende e continua il lamento di Dio in Isaia della prima lettura. È lì che si deve cercare la chiave di lettura e il tono della parabola. Perché Dio ha "piantato la vigna" e quali sono "i frutti" che si aspetta e che a suo tempo viene a cercare? Qui la parabola si distacca dalla realtà. I vignaioli umani non piantano certo una vigna e non vi spendono le loro cure per amore della vigna, ma per il loro beneficio. Non così Dio. Egli crea l'uomo, entra in alleanza con lui, non per suo interesse, ma per il vantaggio dell'uomo, per puro amore. I frutti che si aspetta dall'uomo sono l'amore per lui e la giustizia verso gli oppressi: tutte cose che servono al bene dell'uomo, non di Dio.

Questa parabola di Gesù è terribilmente attuale applicata alla nostra Europa e in genere al mondo cristiano. Anche in questo caso bisogna dire che Gesù è stato "cacciato fuori della vigna", estromesso da una cultura che si proclama post-cristiana, o addirittura anti-cristiana. Le parole dei vignaioli risuonano, se non nelle parole almeno nei fatti, nella nostra società secolarizzata: "Uccidiamo l'erede e sarà nostra l'eredità!".

Non si vuole più sentire parlare di radici cristiane dell'Europa, di patrimonio cristiano. L'uomo secolarizzato vuole essere lui l'erede, il padrone. Sartre mette in bocca a un suo personaggio queste terribili dichiarazioni: "Non c'è più nulla in cielo, né Bene, né Male, né persona alcuna che possa darmi degli ordini. [...] Sono un uomo, e ogni uomo deve inventare il proprio cammino".
Quella che ho indicato è una applicazione per così dire "a banda larga" della parabola. Ma quasi sempre le parabole di Cristo hanno anche una applicazione a banda stretta, o a livello individuale: si applicano a ogni singola persona, non solo all'umanità o alla cristianità in genere. Siamo invitati a chiederci: che sorte ho riservato io a Cristo nella mia vita? Come corrispondo all'incomprensibile amore di Dio per me? Non l'ho per caso anch'io cacciato fuori delle mura della mia casa, della mia vita...cioè dimenticato, ignorato.

Ricordo che un giorno ascoltavo questa parabola durante una Messa, mentre ero abbastanza distratto. Arrivato al punto in cui si sente il padrone della vigna dire tra sé: "Avranno rispetto di mio Figlio", ebbi un soprassalto. Capii che quelle parole erano rivolte personalmente a me, in quel momento. Adesso il Padre celeste stava per mandare a me il Figlio nel sacramento del suo corpo e del suo sangue; ero compreso della grandezza del momento? Ero pronto ad accoglierlo con rispetto, come il Padre si aspettava? Quelle parole mi richiamarono bruscamente dai miei pensieri...

Aleggia nella parabola dei vignaioli omicidi un senso di rammarico, di delusione. Non si direbbe davvero una storia a lieto fine! Ma a leggerla in profondità, essa parla solo dell'amore incredibile di Dio per il suo popolo e per ogni sua creatura. Un amore che alla fine, anche attraverso le alterne vicende di smarrimenti e di ritorni, sarà sempre vittorioso e avrà l'ultima parola.

I rifiuti di Dio non sono mai definitivi, sono abbandoni pedagogici. Anche il rifiuto d'Israele che risuona velatamente nelle parole di Cristo: "Sarà tolto a voi il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare", appartiene a questo genere, come è quello descritto da Isaia nella prima lettura. Abbiamo visto, del resto, che questo pericolo incombe anche sulla cristianità, o almeno su vaste parti di essa.

Scrive S. Paolo nella lettera ai Romani: "Dio avrebbe forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! Anch'io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino...Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio. ...Forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani, per suscitare la loro gelosia. Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?" (Rom 11, 1 ss.).

Nella settimana appena trascorsa, il 29 Settembre, i fratelli hanno celebrato la loro festa forse più sentita il Capodanno, detto presso di loro Rosh Ha-shanà. Vorrei cogliere questa occasione per far giungere ad essi il mio augurio di pace e di prosperità. Con l'Apostolo Paolo grido anch'io: "Sia pace su tutto l'Israele di Dio".

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Commento 3 : L. Manicardi

Isaia e Matteo sottolineano il tema del fare: c’è unfare di Dio che attende un fare umano come risposta; in particolare, attende da parte della vigna-Israele un fare frutti adeguati. La prassi del credenti è un fare frutto: si tratta di entrare in una relazione che dona fecondità. L’agire cristiano, pastorale in specie, rischia spesso la cecità dell’attivismo, la pigrizia della forza d’inerzia, l’insipienza di chi ha “freddo il senso e perduto il motivo dell’azione” (Thomas Stearns Eliot). Il raffreddarsi della carità (cf. Mt 24,12) si può accompagnare a un fare dissennato, indiscreto e senza discernimento. La fede nel fare di Dio per l’uomo, dunque nel suo amore, è il fondamento dell’agire del credente.

Il fare di Dio per la sua vigna è un lavorare (cf. Is 5,2) che ne esprime l’amore (cf. Is 5,1). L’amore è un lavoro, una fatica: la “fatica dell’amore” (1Ts 1,3). Anche per l’uomo, lungi dall’essere un’attività facile e immediata, l’amore è un lavoro che esige un’ascesi. La maturità umana trova nella capacità di lavorare efficacemente e di amare in modo adulto due elementi qualificanti decisivi.

L’amore divino nutre un’attesa nei confronti dell’amato: non attende amore di ritorno, ma giustizia(cf. Is 5,7). La giustizia umana onora l’amore di Dio. L’amore che attende qualcosa dall’amato esercita una dolce violenza, ma un amore che non attenda nulla dall’amato è semplicemente irreale.

Prima lettura e vangelo sono brani di teologia della storia, di rilettura della storia alla luce della fede. Isaia parla dell’agire di Dio verso il suo popolo e la parabola evangelica rilegge la storia degli invii dei profeti e del loro rigetto da parte del popolo, fino all’invio del Figlio. Emerge la difficoltà di discernere il servo di Dio, il profeta. L’alterità insostenibile di Dio diviene l’alterità del profeta che si traduce nella sua presenza scomoda, imprevedibile, non racchiudibile in etichette del tipo “progressista” o “conservatore”. Uomo del pathos di Dio, le reazioni del profeta agli eventi storici ed ecclesiali sfidano il buon senso comune e il comune sentire religioso e appaiono di volta in volta eccessive, non allineate, sproporzionate, difficilmente comprensibili, trascurabili, ininfluenti. Ed egli stesso viene sentito spesso come insopportabile o deriso come sognatore o considerato come presenza di cui si può tranquillamente non tener conto alcuno.

L’atteggiamento dei contadini a cui è affidata la vigna (cf. Mt 21,33-39) denuncia un pericolo perenne nella comunità cristiana: l’occupazione dello spazio ecclesiale da parte di chi vi esercita una leadership (cf. Mt 21,38). Questo avviene quando un gruppo di persone che rivestono ruoli dirigenti nella chiesa assolutizza la propria visione e cerca di far divenire norma generale le proprie opzioni.

La parabola pone di fronte all’enigma della violenzache può scandalosamente farsi presente in uno spazio religioso. Nell’alveo ecclesiale la violenza non riveste normalmente forme clamorose come la violenza fisica, ma più sottili come il non ascolto, il rifiuto, l’emarginazione, il disprezzo, la non accoglienza, il disinteresse, la pressione e l’abuso psicologico.

Avviene così che l’agire di Dio, che fa dello scarto umano il fondamento della storia di salvezza (cf. Mt 21,42), sia contraddetto dall’agire ecclesiale che crea scarti e produce emarginati. Questo l’agire di Dio: “Dio sceglie ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato” (1Cor 1,28). Questo lo scandaloso agire messianico, e questo è chiamato a essere l’agire dei messianici, i “cristiani”.

Lo stupore e lo scandalo che suscita in noi l’agire del padrone della vigna che, dopo avere visto tanti suoi servi subire una sorte violenta, infine invia il figlio, quasi sottovalutando il rischio, è indice della nostra distanza dal pensare di Dio, dalla radicalità del suo amore, dalla follia della sua gratuità.

Il passaggio della vigna a un popolo che la farà fruttificare non è un giudizio sulla vigna-Israele, ma sui suoi capi, ed è anche invito e ammonimento agli “eredi” a essere fecondi. Nessun sostituzionismo (i vignaioli non si sostituiscono alla vigna!): nessuna idea di chiesa come nuovo o vero Israele scaturisce dal testo.


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Commento 4 : Enzo Bianchi

Siamo sempre nel tempio di Gerusalemme, doveGesù rivolge ai sommi sacerdoti e gli anziani del popolouna seconda parabola, dopo quella dei due figli, ascoltata domenica scorsa.

Un padrone di casa «pianta una vigna, la circonda con una siepe, vi scava un frantoio e vi costruisce una torre» (cf. Is 5,2). Sono parole tratte dal «cantico della vigna» del profeta Isaia, ben conosciuto dagli ascoltatori di Gesù: questa pagina esprime in modo mirabile la storia dell’amore di Dio per la sua vigna, ossia il popolo di Israele (cf. Is 5,7; Sal 80), ma anche la chiesa e l’umanità tutta. È il Signore che crea, custodisce e colma di doni la sua vigna, instaura con lei quella relazione che è fonte di fecondità: occorre però che gli uomini accolgano tale amore, perché Dio ha bisogno di partners che credano al suo amore e vi rispondano con un amore capace di portare frutti abbondanti.

Dopo aver iniziato l’opera, il proprietario affida la vigna a degli agricoltori e parte in viaggio. Al momento del raccolto egli invia alcuni servi a ritirare l’uva, ma ecco accadere l’impensabile: «i vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono»; e lo stesso avviene una seconda volta, quando il padrone manda servi più numerosi dei precedenti. Più egli si prende cura della sua vigna, più cresce l’ostilità di coloro che dovrebbero semplicemente collaborare con lui alla raccolta dei frutti. Eppure il padrone non si scoraggia ma continua a perseverare in una logica di folle gratuità, fino a inviare addirittura il proprio figlio, dicendo: «Avranno rispetto almeno di mio figlio!». Alla vista di quest’ultimo l’odio dei vignaioli giunge al culmine. Essi prima tramano contro di lui certi che, una volta eliminato l’erede, l’eredità passerà a loro. Poi passano all’azione: «Presolo, lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero». Questa affermazione è fondamentale per decodificare la parabola e, di conseguenza, fare luce sull’autocoscienza di Gesù: è lui il Figlio che sarà crocifisso fuori dalle mura di Gerusalemme (cf. Mt 27,31-33); è lui che «patì fuori della porta della città» (Eb 13,12). E allora appare chiaro che i servi inviati in precedenza sono i profeti, donati con premura da Dio eppure sempre osteggiati dal popolo, in particolare dalle sue guide religiose: si pensi solo alle persecuzioni subite da Geremia ad opera dei sacerdoti del tempio…

Gesù ha di fronte a sé proprio alcuni capi religiosi, ma significativamente non emette alcun giudizio; si limita a porre una domanda, lasciando che siano loro stessi a prendere coscienza della propria situazione: «Quando verrà il padrone che farà a quei vignaioli?». Essi rispondono senza esitare: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri che gli consegneranno i frutti a suo tempo»; pensano probabilmente che il duro verdetto non li tocchi direttamente ma riguardi altri… Ecco perché Gesù li rimanda ancora una volta all’autorità delle Scritture: «Ma non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile ai nostri occhi” (Sal 118,22-23)?». Certo, essi avevano letto il Salmo, così come conoscevano il passo di Isaia, ma non avevano compreso in profondità la Parola contenuta nelle Scritture: non potevano accettare la logica paradossale di Dio, il suo operare meraviglie attraverso ciò che è disprezzato dagli uomini (cf. 1Cor 1,28), il suo salvare il mondo attraverso lo scandalo di un Messia impotente e crocifisso (cf. 1Cor 1,17-25)! A questo punto, finalmente, gli interlocutori di Gesù capiscono che egli sta parlando di loro e cercano di catturarlo (cf. Mt 21,45-46): questa volta non ci riescono, ma per Gesù la fine si avvicina…

Prima di concludere questo difficile dialogo Gesù afferma: «Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a chi lo farà fruttificare». Queste parole non riguardano solo i suoi interlocutori storici ma sono rivolte anche a noi, sempre tentati di pensare che il giudizio non ci tocchi, né personalmente né come chiesa. Esse sollecitano la nostra responsabilità a lasciare che Dio regni su di noi. Come? Facendo di Gesù la Roccia su cui fondare la nostra vita (cf. 1Pt 2,4-5), non «una pietra d’inciampo, di scandalo» (cf. 1Pt 2,8). Confidando cioè sulla sua promessa: «Beato chi non si scandalizza di me» (Mt 11,6).


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Dalla Tradizione Patristica


San Basilio (circa 330-379), monaco e vescovo di Cesarea in Cappadocia, dottore della Chiesa
Omelia 5 sull' Hexameron, 6 ; SC 26, 304


Portare frutto


I Signore non cessa di paragonare l'anima degli uomini a delle vigne: «Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle» (Is 5,1); «Ho piantato una vigna e l'ho circondata con una siepe» (cfr Mt 21,33). Sono evidentemente chiamate da Gesù come sua vigna, le anime, che egli ha circondate, con i suoi comandamenti e con la custodia dei suoi angeli, come con una siepe. Infatti «l'angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono» (Sa 33,8). Poi ha piantato attorno a noi una specie di supporto, stabilendo alcuni nella Chiesa «in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri» (1 Cor 12,28). Inoltre, con gli esempi dei santi che ci hanno preceduto, eleva i nostri pensieri senza lasciarli cadere a terra dove meriterebbero di venire calpestati. Vuole che gli abbracci della carità, come i viticci di una vigna, ci attacchino al prossimo e ci facciano riposare su di lui. Così, tenendo sempre il nostro slancio diretto verso il cielo, ci eleveremo come delle vigne rampicanti, fino ai più alti vertici.


Ci chiede ancora di consentire ad essere sarchiati. Ora un'anima è sarchiata quando si allontana dalle preoccupazioni del mondo che sono un fardello per i nostri cuori. Così colui che allontana da sé l'amore carnale e l'attaccamento alle ricchezze o che ritiene detestabile e disprezzabile la passione per questa miserabile vana gloria è per così dire stato sarchiato, e nuovamente respira, sgombrato dal fardello inutile delle preoccupazioni del mondo.


Ma, per rimanere nella linea della parabola, non occorre produrre soltanto del legno, cioè vivere con ostentazione, né ricercare la lode di quelli di fuori. Occorre portare frutto, riservando cioè le nostre opere per mostrale al vero vignaiolo (Gv 15,1).