XXVII Domenica del T.O.
Approfondimenti
1. COMMENTO DI SILVANO FAUSTI,
"UNA COMUNITA' LEGGE IL VANGELO DI MATTEO"
Messaggio nel contesto
«La pietra che i costruttori hanno scartato, questa è diventata testata d'angolo», dice Gesù ai capi del popolo. Dichiara così qual è il suo potere e da dove gli viene: è quello della «pietra scartata» diventata «testata d'angolo», quello del Figlio crocifisso e risorto. La croce, stoltezza e debolezza per sapienti e potenti, è sapienza e potenza di Dio che salva l'uomo, distruggendo i suoi deliri di morte.
Gesù è il Messia che viene nel nome del Signore (v. 9), perché viene sull'asina. Ciò per cui è scartato, è il potere stesso di Dio, che alla fine sarà riconosciuto proprio da chi lo crocifigge (27,54).
Questo potere, che da sempre il Figlio ha in ciclo, gli viene conferito in terra da coloro che lo rifiutano - dai signori del tempio e del popolo, che non conoscono il Signore della gloria (ICor 2,6-8). Questi scatenano ciecamente contro di lui la loro violenza di morte. E lui si fa loro salvatore e Signore, perché assorbe in sé il loro male senza restituirlo, rivelando così chi è Dio e chi è l'uomo a sua immagine.
Senza soluzione di continuità con la parabola precedente, questo brano è un'allegoria della storia d'Israele, che nella parabola successiva sarà estesa alla Chiesa. Espone una «teologia della storia» in senso forte: dice come Dio vede la nostra realtà, rivelando le «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (13,35). Dal punto di vista di Dio il mistero che sta all'origine del mondo è il suo amore di Padre verso i figli nel Figlio: tutto è fatto per lui e in vista di lui, e tutto in lui sussiste (Col l,16s). Ma noi, per ignoranza, strutturiamo tutto sul nostro egoismo, che ci uccide come figli e come fratelli.
Due cose occulte stanno quindi ora all'origine del mondo: il Corpo del Figlio e il cadavere del fratello. E Dio ne fa una sola: il fratello, al quale togliamo la vita, è il Figlio che dà la vita per noi. La storia è un libro sigillato che solo l'Agnello immolato è in grado di aprire e leggere (Ap 5,9). Dio ha voluto fin dall'inizio un mondo bello, riflesso della sua gloria; ma noi ne abbiamo fatto un mondo brutto, pieno di violenza, che uccide il fratello. Al Signore, che rispetta la nostra libertà, non rimane che diventare lui stesso il fratello su cui si scarica la nostra violenza, per restituirci nel suo amore la nostra verità di figli. È una soluzione veramente divina: anche chi si oppone a lui, non fa che eseguire il suo disegno. La storia è una progressiva manifestazione del mistero di un Dio che vince il nostro male portandolo su di sé, e fa del nostro sommo misfatto la sua mirabile opera di salvezza per tutti.
Il racconto narra l'intreccio tra la nostra infedeltà e la sua fedeltà. Il suo venirci incontro e il nostro rifiuto. È una passione infelice, senza sbocco. La nostra è una provocazione sorda e continua, con una perversità latente che solo alla fine si esprime. Il brano presenta il braccio di ferro tra il potere dell'uomo, che è violenza distruttiva e autodistruttiva, e quello di Dio, che è amore più forte della morte.
Nell'uccisione del Figlio si compie tutto, sia la nostra perversità sia la sua bontà. Il nostro male esaurisce la sua carica negativa, togliendo la vita all'autore della vita; e Dio si manifesta tale, donando la sua vita a noi che gliela rubiamo. Nell'uccisione del Figlio otteniamo davvero la sua eredità: abbiamo tra le mani il frutto che ci fa simili a Dio (Gen 3,5)! Il Figlio, che nella sua mitezza si fa oggetto di prepotenza, eredita da noi la nostra nudità, e noi da lui la sua veste di figlio (27,35).
Il racconto inizia descrivendo la cura che Dio ha per la sua vigna: manifesta il suo amore con i fatti, perché lo comprendiamo e possiamo fare quel frutto che ci rende simile a lui (vv. 33-34).
Al moltiplicarsi dei suoi gesti di bontà corrisponde un crescendo della nostra cattiveria: percuotiamo e uccidiamo sistematicamente i profeti che ci richiamano a produrre il frutto desiderato (vv. 35-36). La nostra risposta alle sue premure è un'automatica e monotona reazione. Non c'è via d'uscita. All'ostinazione del suo amore, corrisponde il muro sempre più spesso del nostro rifiuto!
Alla fine il Padre manda «il» Figlio. Proprio davanti a lui esce allo scoperto l'intenzione che covavamo nei suoi confronti: ucciderlo per rapirne l'eredità (vv. 37-39). Gli ascoltatori, interpellati da Gesù, rispondono dicendo che il delitto è degno della più severa condanna (w. 40-41). Ma il Signore da un'altra interpreta-zione: il rifiuto dei capi sarà l'inizio di un nuovo popolo, e la pietra scartata sarà testata d'angolo del nuovo tempio (vv. 42-44). I capi del popolo capiscono finalmente che si parla di loro, e si accingono a fare ciò che Gesù ha appena detto (vv. 45-46).
Si dice giustamente che la storia è rivelazione. In essa infatti la violenza toglie sempre più la maschera del suo potere mortifero. Non è un caso, se proprio oggi qualcuno scrive un «Elogio della mitezza» e un «Elogio della solidarietà». Sarebbe però fuori luogo un «Elogio del nostro tempo», se non si fa prima un elogio dell'asina e del fico, per ridare all'uomo la sua umanità e a Dio la sua realtà.
Gesù, il Figlio dell'uomo disprezzato e ucciso fuori le mura, è la pietra scartata che diventa pietra angolare: è il Figlio che ci da l'eredità, è il Pontefice che unisce il Padre ai fratelli e questi tra di loro. La sua croce svela la distruttività della nostra violenza e la forza del suo amore. Questa è l'opera meravigliosa di Dio: la nostra miseria fa uscire la sua misericordia.
La Chiesa riconosce in Gesù l'Agnello, immolato e vittorioso (Ap 5,6.13), che vince il male con il bene (Rm 12,21), spegnendo in sé la nostra potenza di morte. Uniti a lui, israeliti e pagani, siamo figli nel Figlio, albero fruttifero e tempio dello Spirito.
Lettura del testo
v. 33: C'era un uomo, un proprietario. È il Signore, del quale è la terra e quanto contiene, l'universo e i suoi abitanti (Sai 24,1). Lui però non è un padrone. Non si appropria di nulla e di nessuno; al contrario dona tutto a tutti, fino a dare se stesso. Il nostro errore, fin dall'inizio, fu pensarlo diverso da quello che è; noi poi, essendo figli e volendo diventare simili a lui (Gen 3,5), ci siamo efficacemente dati da fare per diventare come l'avevamo immaginato.
piantò una vigna. La vigna è Israele (Is 5,1-7), il primogenito, scelto da Dio tra tutti i popoli come sua proprietà (Es 19,5). Non perché è il più numeroso o forte; è anzi il più piccolo tra tutti i popoli (cf. Dt 7,7). In lui ha voluto far brillare il suo amore di Padre per i suoi figli, in modo che diventi luce per i fratelli.
«Piantare la vigna» è un lavoro paziente e intelligente, che esige impegno e fatica. Bisogna cercare il terreno giusto, adeguatamente solatio, scavarlo profondamente e drenarlo, scegliere e piantare ogni vitigno. Il contadino fa questo con gioia, pensando al frutto. «Piantare la vigna» sintetizza l'azione di Dio per il popolo eletto, dai patriarchi ai Giudici, dalla promessa all'eredità della terra, attraverso la liberazione dall'Egitto e il dono della Parola.
Questa vigna è fatta per rispondere all'amore del Padre con l'amore verso i fratelli (7,12; 22,36-40; Dt 4,6s e Lv 19,18). Se non lo fa, è come il fico sterile.
la circondò con una siepe. La siepe delimita e protegge la proprietà da ciò che la danneggia, ladri o bestie. È simbolo della legge, che caratterizza il popolo nella sua diversità: lo rende simile a Dio, indicandogli il bene e proteggendolo dal male.
vi scavò un torchio. Il torchio, posto al centro della torre per spremere il frutto della vigna, è l'altare da cui sale quel sacrificio gradito a Dio che è la misericordia dell'uomo (9,13; 12,7). Se non c'è questo, le foglie, anche se rigogliose, sono segno di sterilità e maledizione (vedi le critiche profetiche al culto del tempio, ad es.: Is 1,10-20; 58,lss; Ger 7,lss; Am 5,21-27; MI 3,1-5).
costruì una torre. La torre richiama il tempio, che serve a custodia della vigna e deposito dei frutti. Non dovrebbe essere pieno di mercanti e briganti, ma casa di comunione con il Padre e con i fratelli, aperta a tutte le genti.
la affidò a dei coltivatori. Sono gli ascoltatori di Gesù, i capi del popolo, e quanti con loro si identificano. Dovrebbero, come Adamo, collaborare all'azione di Dio coltivando e custodendo il giardino (Gen 2,15), e non distruggerlo per possederlo.
emigrò. Dio non è impiccione. All'uomo fa dono di tutto. Soprattutto della libertà di agire come lui! Fatto al sesto giorno, ha il compito di portare la creazione al settimo, al riposo di Dio. Per questo lui è assente: la sua presenza di Padre è affidata alla responsabilità di figli adulti, che vivono da fratelli. Addirittura emigra all'estero: si fa estraneo, e lo incontriamo in ogni straniero che cerca accoglienza (cf. 25,31-46).
In questo versetto si sottolinea, con verbi di azione, la fatica di quel Dio che con la semplice parola ha creato tutto: è la cura del suo amore per formarsi un figlio adulto, il primogenito. Non è un padrone che fa lavorare altri per rapirne i frutti -come fanno i padroni di questo mondo. Lavora personalmente, a sue spese, e senza vantaggio; l'unica ricompensa per il padre è la felicità del figlio. «Pianta» con cura la vigna, vitigno per vitigno, perché ognuno fruttifichi secondo il suo cuore; la «cinge» di una siepe, che la protegga come le sue braccia; vi «scava» un torchio nella roccia, perché possa godere del proprio frutto; «costruisce» una torre, perché vegli su di lei e la custodisca; «emigra» altrove, per darle la libertà di essere come lui.
v. 34: il tempo dei frutti. La vigna è coltivata in vista di quel frutto che rallegra Dio e l'uomo (Gdc 9,13; cf. Sai 104,15): è l'amore per i fratelli, di cui ha fame tanto il Figlio quanto il Padre.
inviò i suoi servi. Invece di «servo», in greco c'è «schiavo». Lo schiavo è proprietà del suo signore. Schiavi sono i profeti, che appartengono a Dio, come Dio appartiene a loro (cf. Ct 2,16; 6,3; 7,11). Essere l'uno dell'altro per amore, è la vita stessa del Padre e del Figlio, e di chiunque ha il suo Spirito. I profeti vivono il medesimo dramma del loro Signore che li manda. Vedi in particolare Elia, Geremia e il Battista (cf. 16,14). Sono inviati ai fratelli come testimoni, martiri dell'amore che chiama a conversione.
Oltre l'istituzione del tempio e della monarchia, comune a tutti i popoli - il re rappresenta Dio in terra e il tempio gli garantisce la protezione di Dio - in Israele c'è un'anti-istituzione: il profetismo. Il profeta è contro ogni sacralizzazione e asso-lutizzazione del tempio e della legge, e, a maggior ragione, del re, che dovrebbe rispettarla. Egli è contro la violenza religiosa e politica: richiama alla fraternità, ricordando al re l'osservanza della legge, e agli osservanti della legge l'amore di Dio e del prossimo.
per prenderne i frutti. Il Signore ha «fame» del frutto della vigna (21,18), come ha «bisogno» dell'asina (21,3). Egli desidera che l'uomo, suo figlio, si realizzi nell'amore e nella libertà di servire, come lui.
v. 35:presi i suoi servi, ecc. È la sorte dei profeti (cf. 23,29-32): portando la mitezza del Padre, sono preda della violenza dei fratelli. Sono martiri, testimoni insieme del nostro male e del suo amore: sono i giusti, prefigurazione del Giusto, sul quale ricade l'ingiustizia (cf. Sap 2,12-20). Nelle loro ferite si spurga la virulenza della nostra cattiveria (cf. Is 53,1-12); nel loro silenzio si spegne la nostra menzogna. Chi opera il bene - può parere scandaloso - non resta mai impunito!
Noi, invece di ascoltare la voce dei profeti, tagliamo loro la gola. Più il Signore ci chiama con la loro parola e il loro esempio, più ci allontaniamo da lui. Chiamati a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo! Ma Dio è Dio, e non uomo. Per questo freme; ma non di ira, bensì di compassione, e viene a noi nella sua misericordia (cf. Os 11,2.7.9).
v. 36: di nuovo inviò altri servi, più numerosi dei primi. Dio non si stanca; moltiplica con generosità i suoi appelli. E noi ripetiamo, autisticamente, con violenza sempre più folle, il nostro rifiuto. Sordi alla Parola, uccidiamo chi la dice, facendo monumenti a quelli che i nostri padri hanno ucciso. Ma questo non ci dissocia dalla loro colpa; ci serve solo da alibi per continuare le loro malefatte, testimoniando così di essere loro degni figli (23,29-32). Circa la sorte dei profeti, vedi anche Eb 11,32-40.
v. 37: alla fine inviò loro il Figlio suo (cf. Eb l,ls). Dio non ha nulla di più da dirci che la sua stessa Parola, nulla di più da darci che il suo stesso Figlio. Il quale non si vergogna di chiamarsi nostro fratello (cf. Eb 2,lls)!
v. 38: / coltivatori, visto il Figlio. È il Figlio perfetto come il Padre (5,48), irradiazione della sua gloria, impronta della sua sostanza, che tutto sostiene con la sua Parola (Eb 1,3). È il Figlio che fa la volontà del Padre, il quale fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (5,45).
è l'erede: venite, uccidiamolo, e avremo la sua eredità. Davanti al Figlio si svela l'intenzione perversa dei fratelli: la sua diversità manifesta la nostra. Noi vogliamo la morte del Padre e del fratello, per impadronirci dell'eredità; vogliamo possedere in proprio ciò che è donato (Gen 3; Ez 16). Questo è il movente della violenza che consuma la nostra storia: appropriarci del dono, non accorgendoci che così lo distruggiamo. E siccome tutto è dono - il mondo, il mio io e Dio stesso - tutto è travolto nelle fauci della morte.
Noi vogliamo l'eredità del Figlio, il tesoro del Padre, ignorando che essa è lo Spirito d'amore, vita di ambedue. Ma proprio uccidendo il Figlio, ne otteniamo l'eredità: a noi, che gli togliamo la vita, egli dona la sua vita.
In questo modo il bene trionfa di ogni male!
v. 39: presolo, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. È la storia che sta accadendo a Gesù, della quale gli ascoltatori (allora come adesso!) sono attori. Tra due giorni lo prenderanno nell'orto, lo cacceranno fuori le mura e lo uccideranno sul Golgota.
v. 40: Il Signore della vigna cosa farà a quei coltivatori? Gesù domanda agli ascoltatori il giudizio su ciò che stanno facendo. La loro risposta, senza pietà, è la stessa di Davide a Natan, che gli sta parlando del suo peccato (cf. 2Sam 12,5s). Gesù dice in anticipo ciò che essi intendono fare. Quando sarà accaduto, sapranno almeno che «c'è un profeta», che ha predetto il loro male e l'ha portato su di sé, coscientemente e liberamente. Solo allora potranno dire: «Ho peccato contro il Signore» (2Sam 12,13) e capire che «davvero costui era Figlio di Dio» (27,54).
v. 41: sterminerà malamente quei malvagi. È la lettura della storia che facciamo noi: pensiamo che Dio sia più violento dei cattivi, e li ripaghi con la stessa moneta. La condanna che, senza saperlo, pronunciamo su di noi, sarà portata dal Signore stesso, che per noi si è fatto maledizione e peccato, perché noi diventassimo giustizia di Dio (Gai 3,13; 2Cor 5,21).
affiderà la vigna ad altri coltivatori, ecc. Questi coltivatori «altri» saranno quanti, vedendo il segno del Figlio dell'uomo, si batteranno il petto (24,30), riconoscendo il proprio no e il suo eterno sì. Essi porteranno frutto, accettando il dono che il Messia crocifisso fa a quanti glielo rapiscono. Tra questi «altri» c'è la Chiesa di Matteo, composta da giudei che hanno ascoltato i profeti e riconosciuto, nel perdono, il loro Signore (cf. Ger 31,31-34).
v. 42: la pietra che i costruttori hanno scartato, ecc. (Sai 118,22s). Questo stesso salmo, citato anche nell'ingresso messianico (21,9), offre a Gesù un'altra interpreta-zione del fatto, veramente divina. «Pietra» e «il Figlio» in ebraico si richiamano ('eben e haben): colui cheabbiamo disprezzato, proprio questi è il Figlio che, in quanto ucciso, da la vita per tutti. Così diviene pietra angolare del nuovo tempio, che unisce ciclo e terra, divinità e umanità, giudei e pagani, formando di tutti un solo popolo, annullando ogni inimicizia e condanna tra gli uomini (cf. Ef 2,14-18).
dal Signore venne questo, ed è una meraviglia. Questa è l'opera del Signore, la meraviglia da lui compiuta davanti ai nostri occhi. Noi, del bene che lui ci da, ne facciamo del male; lui, del male che noi gli diamo, ne fa un bene.
Con l'uccisione del Figlio noi abbiamo usato la nostra libertà - massimo bene che ci rende simili a lui - per compiere il massimo male, addirittura impensabile: uccidere l'autore della vita (At 3,15). E lui ne fa il sommo bene, per tutti: il dono di sé. Come Giuseppe ai suoi fratelli, Gesù dice: «Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso» (Gen 50,20).
Davvero tutto, anche il male, coopera al bene (cf. Rm 8,28). Tutti si sono riuniti contro il Cristo, per compiere ciò che la mano e il cuore di Dio aveva preordinato che avvenisse (At 4,28), per realizzare il suo disegno e la sua parola (cf. Ap 17,17). Con i perversi, Dio è astuto (Sai 18,27), divinamente astuto: noi facciamo dei suoi doni un furto, e lui fa del nostro furto il suo dono!
Il risultato ultimo della nostra violenza - oltre l'uccisione della vita non può andare nessun potere di morte! - non è la distruzione di tutto. Come dal caos primitivo la Parola creò il mondo, ora lo ricrea nuovo, pieno della sua gloria. Veramente grande e santo è Dio!
v. 43: sarà levato loro il regno e dato a un popolo (pagano) che ne faccia i frutti. Nel Regno ci precedono pubblicani e prostitute (v. 31), quelli che hanno dato frutti di conversione. Il nuovo popolo è fatto da quanti, giudei o no, si riconoscono peccatori e accettano nel Figlio crocifisso l'eterno sì del Padre a tutti i suoi figli. Costoro conoscono l'amore del Padre, e possono portare il frutto di una vita fraterna.
v. 44: chi cade su questa pietra, sarà sfracellato, ecc. È un versetto misterioso, che allude a Dn 2,31-45. Il sasso che frantuma il gigantesco colosso e diventa una grande montagna, la forza di Dio che fa crollare l'idolo grande, splendido e terribile che l'uomo si è costruito, è la debolezza della croce. Gesù crocifisso è la pietra di scandalo per tutti, il giudizio di Dio su Israele, sulla Chiesa e su ogni uomo, perché ormai tutti siamo un solo popolo, uniti nella colpa e nel perdono. Queste parole non sono da leggere in senso antigiudaico, ma universale. La storia di Israele è profezia di ogni altra: ciò che è accaduto al primogenito, è ammonimento per noi (ICor 10,11). Coloro sui quali la pietra è caduta, sono i giudei che per primi hanno ricevuto il Figlio della promessa. Coloro sui quali cade, siamo noi, partecipi della stessa promessa (cf. Gen 12,3).
Il Messia crocifisso, pietra di scandalo - presto o tardi tutti cadiamo su di lui come lui è caduto sui nostri padri -, sfracella e stritola la nostra immagine di Dio e di uomo, per restituire a Dio la sua gloria e all'uomo la sua libertà.
v. 45: i sommi sacerdoti e i farisei. Agli anziani, che c'erano all'inizio (v. 23), succedono i farisei, ai quali sarà dedicato in particolare il e. 23. La parabola è diretta a loro e a noi, a chiunque non riconosce il potere del Figlio, che è quello dell'asina e del suo asinelio.
v. 46: cercando di impadronirsi di lui. I nemici stanno eseguendo alla lettera ciò che Gesù ha appena detto. Lo faranno tra due giorni (cf. 26,2). È chiaro anche a chi ascolta che si parla di lui: è un racconto che gli svela ciò che sta facendo! Ma la grande sorpresa è vedere come l'azione dell'uomo esegua e riveli sempre il mistero nascosto - quello della nostra violenza e della vittoria dell'Agnello. Grande è la potenza di Dio: la malvagità nostra, alla fine, non fa che compiere la sua bontà nei nostri confronti.
temettero la folla, ecc. La folla l'ha osannato poco prima. Tra due giorni, quando vedrà che il potere del Figlio è quello della pietra scartata, tutto il popolo dirà: «Sia crocifisso», e invocherà su di sé il suo sangue, la sua eredità (27,22.23.25). I sudditi sono come i capi, che in loro si riconoscono; per questo li vogliono e li scelgono così (cf. Gdc 9,8-15; ISam 8,lss).
Il risultato ultimo della nostra violenza - oltre l'uccisione della vita non può andare nessun potere di morte! - non è la distruzione di tutto. Come dal caos primitivo la Parola creò il mondo, ora lo ricrea nuovo, pieno della sua gloria. Veramente grande e santo è Dio!
v. 43: sarà levato loro il regno e dato a un popolo (pagano) che ne faccia i frutti. Nel Regno ci precedono pubblicani e prostitute (v. 31), quelli che hanno dato frutti di conversione. Il nuovo popolo è fatto da quanti, giudei o no, si riconoscono peccatori e accettano nel Figlio crocifisso l'eterno sì del Padre a tutti i suoi figli. Costoro conoscono l'amore del Padre, e possono portare il frutto di una vita fraterna.
v. 44: chi cade su questa pietra, sarà sfracellato, ecc. È un versetto misterioso, che allude a Dn 2,31-45. Il sasso che frantuma il gigantesco colosso e diventa una grande montagna, la forza di Dio che fa crollare l'idolo grande, splendido e terribile che l'uomo si è costruito, è la debolezza della croce. Gesù crocifisso è la pietra di scandalo per tutti, il giudizio di Dio su Israele, sulla Chiesa e su ogni uomo, perché ormai tutti siamo un solo popolo, uniti nella colpa e nel perdono. Queste parole non sono da leggere in senso antigiudaico, ma universale. La storia di Israele è profezia di ogni altra: ciò che è accaduto al primogenito, è ammonimento per noi (ICor 10,11). Coloro sui quali la pietra è caduta, sono i giudei che per primi hanno ricevuto il Figlio della promessa. Coloro sui quali cade, siamo noi, partecipi della stessa promessa (cf. Gen 12,3).
Il Messia crocifisso, pietra di scandalo - presto o tardi tutti cadiamo su di lui come lui è caduto sui nostri padri -, sfracella e stritola la nostra immagine di Dio e di uomo, per restituire a Dio la sua gloria e all'uomo la sua libertà.
v. 45: i sommi sacerdoti e i farisei. Agli anziani, che c'erano all'inizio (v. 23), succedono i farisei, ai quali sarà dedicato in particolare il e. 23. La parabola è diretta a loro e a noi, a chiunque non riconosce il potere del Figlio, che è quello dell'asina e del suo asinelio.
v. 46: cercando di impadronirsi di lui. I nemici stanno eseguendo alla lettera ciò che Gesù ha appena detto. Lo faranno tra due giorni (cf. 26,2). È chiaro anche a chi ascolta che si parla di lui: è un racconto che gli svela ciò che sta facendo! Ma la grande sorpresa è vedere come l'azione dell'uomo esegua e riveli sempre il mistero nascosto - quello della nostra violenza e della vittoria dell'Agnello. Grande è la potenza di Dio: la malvagità nostra, alla fine, non fa che compiere la sua bontà nei nostri confronti.
temettero la folla, ecc. La folla l'ha osannato poco prima. Tra due giorni, quando vedrà che il potere del Figlio è quello della pietra scartata, tutto il popolo dirà: «Sia crocifisso», e invocherà su di sé il suo sangue, la sua eredità (27,22.23.25). I sudditi sono come i capi, che in loro si riconoscono; per questo li vogliono e li scelgono così (cf. Gdc 9,8-15; ISam 8,lss).
* * *
L’argomento che affrontiamo nel quadro delle nostre ricerche sulla relazione del Nuovo Testamento col Giudaismo, è molto delicato, perché tocca un nervo scoperto nella storia dei rapporti tra le due religioni, ebraica e cristiana.
Tradizionalmente, i cristiani, anche coloro che dal punto di vista religioso non sono aggressivi, si ritengono pacificamente i successori degli ebrei. Essi basano questa convinzione sul fatto che essendo Gesù Cristo colui che ha realizzato le promesse dell’AT, e nonostante ciò non essendo riconosciuto dagli ebrei, questi sono stati travolti e sorpassati dall’avvento del cristianesimo.
Queste idee assumono talvolta dei risvolti che, se non implicassero dei fatti drammatici, sarebbero di certo comici.
Un tale modo di pensare fa coincidere la storia reale con una convinzione di fede, così che ciò che per la fede è errato o inesatto, viene semplicemente destituito di esistenza propria. Ma basterebbe conoscere tutta la storia dell’ebraismo post-biblico, così ricca di pensiero e di religiosità, per vedersi contraddetti.
In realtà, lo specifico cristiano, che è e deve rimanere unico, è un’opzione di fede fatta duemila anni fa da gruppi di ebrei che hanno riconosciuto in Gesù di Nazaret il Messia e il figlio di Dio e che hanno tramandato tale opzione alle generazioni a venire che avrebbero anch’esse creduto, venendo a costituire in seguito una vera e propria nuova religione.
Tuttavia, il processo storico non è stato così semplice. All’inizio il giudaismo era come un’immensa galassia della quale facevano parte movimenti e partiti e corrispondenti aspettative e sistemi di pensiero. Pur essendo tutti di fede ebraica, la psicologia movimentista accendeva le polemiche e accentuava le divisioni così che ciascun gruppo si riteneva l’esclusivo Israele di Dio.
È su questo sfondo che vanno situate le due parabole matteane di questo nostro contributo, ed anche se esse hanno dato adito ad un’interpretazione ecclesiologica di separazione e opposizione tra “Chiese”, siamo di certo lontani ancora dal momento in cui il cristianesimo diverrà una vera e propria religione nuova, che, come tutte le religioni esclusive, non riconoscerà alcun diritto agli altri credo religiosi (è un atteggiamento fondamentalista che la Chiesa cristiana ha tenuto in alcune epoche, ma che è tenuto anche dall’ebraismo e dalla terza religione monoteista, l’islamismo, quando sacrificano l’uomo immagine di Dio ad una visione integralista che soffoca l’anelito più autentico delle tre religioni abramitiche).
Mt 20, 1-16 è la parabola degli operai chiamati da un padrone generoso nelle varie ore del giorno. La sua generosità consiste nel dare la stessa mercede a tutti i lavoranti, agli ultimi come ai primi chiamati.
Se da un lato questo va contro la comune logica umana, come dimostrano le lamentele dei primi assunti, dall’altro rivela la logica di Dio, la quale, però, non offende la giustizia umana ma piuttosto ne discopre una certa ipocrisia: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (vv. 13-15).
È evidente che la giustizia non può essere mai offesa, neanche da un atto di generosità, ma è il concetto umano di giustizia che si rivela intimamente fragile: chi riceve per un contratto giusto e accettato, pretende ancora di più per invidia dell’altro, in nome di una giustizia che al fondo è solo, come diremmo oggi, “consumistica” ed egoistica.
Trasferita su un piano più prettamente ecclesiologico, la parabola può fare riferimento alla capacità da Dio donata agli ultimi arrivati, i pagani, di entrare a far parte del suo regno.
Ogni invidia va eliminata, perché senza fondamento, o meglio si scontra con la bontà misericordiosa di Dio, che sopravanza la “giustizia” retributiva di chi pensa di aver diritto naturale alla grazia di Dio, perché da più tempo con lui.
Certamente, la parabola fa riferimento ai rapporti tesi tra i due gruppi religiosi, quello giudaico e quello cristiano; ma chi volesse vedervi sancita la sconfitta dell’ebraismo, non solo va al di là del testo in maniera anacronistica, ma tradisce il testo stesso. Difatti, se il racconto di Gesù ci rivela qualcosa dell’atteggiamento buono di Dio ed è un invito agli operai della prima ora (gli ebrei o i giudeo-cristiani) a non aver invidia dei nuovi arrivati (i pagani), è anche vero che esso trascende la contingenza storica per divenire, questo sì, un insegnamento di vita.
Anche all’interno della comunità cristiana vi possono essere i primi e gli ultimi: ebbene, chi è dalla parte di Dio non può assolutamente nutrire invidia, perché tutto è gratuito, anche quello che “appartiene” ai primi.
Come si può notare, con questa spiegazione siamo lontani da una interpretazione antigiudaica della parabola, che sarebbe per giunta errata.
La parabola di Mt 21, 33-44 è invece più violenta e ancora più orientata della precedente in senso ecclesiologico.
Si tratta della famosa parabola dei vignaioli omicidi. Il racconto è noto.
Un padrone pianta una vigna per farla fruttare; alla vendemmia invia varie serie di servi per ritirare il raccolto, ma inutilmente, finché egli non decide di inviare lo stesso suo figlio, che invece verrà ucciso. Il giudizio finale è terribile: «Perciò vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato ad un popolo che lo farà fruttificare».
Il riferimento alla storia della salvezza fino a Cristo, così come la presentava il kerygma (= predicazione) primitivo (cf. At 2, 14-36; 7) è evidente.
Dietro queste parole vi sono le sofferenze di un gruppo che ha subito anche persecuzioni da parte di un altro gruppo di fede affine, quella giudaica, e che si è visto uccidere il proprio leader, il rabbi di Nazaret Gesù.
Eppure, neanche questa così sofferta presentazione delle cose può legittimare una lettura semplicisticamente antigiudaica.
In primo luogo, perché nella prima ora entrambi i gruppi condividevano la comune fede giudaica, anzi era in base ad essa che si giudicavano e condannavano a vicenda.
In secondo luogo, perché bisogna storicizzare il racconto e non vi si può sovrapporre il susseguente atteggiamento più decisamente antigiudaico verso cui la Chiesa scivolerà, quando diventerà una potenza sociale e politica.
In terzo luogo, infine, perché, la parabola, in quanto parola di Gesù, non può ricevere solo una lettura legata ad una contingenza storica, bensì deve elevarsi ad insegnamento teologico che ci dà in mano la chiave per interpretare la storia umana come una serie di vicende nelle quali, a prescindere dalla nazionalità o dalla stessa religione, l’uomo si mostra ricorrentemente avversario di quella grazia che Dio periodicamente gli invia.
Un duro monito per tutti, per ebrei e per cristiani, anzi per gli uomini tout court.
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La parabola dei vignaioli omicidi
La parabola dei vignaioli omicidi, che la Chiesa assegna alla tredicesima domenica dopo la Pentecoste, appare in tutti e tre i Vangeli sinottici. Il brano che abbiamo letto è quello del Vangelo Secondo Matteo (al capitolo 21). In questa storia strana, ricca di simboli e di tensione drammatica, si racconta con minuzia di dettagli la preparazione di un terreno, e tre diversi episodi in cui i lavoratori assegnati ad avere cura del terreno maltrattano gli emissari del loro padrone. Nell'ultimo dei tre incidenti, è il figlio stesso del padrone a essere gettato fuori della vigna e ucciso.
La storia è presentata come una condanna a quegli ebrei che presto avrebbero rifiutato il Messia (e di fatto, alla conclusione del brano, si sente serpeggiare l'ira dei sacerdoti e dei farisei, che capiscono che la parabola riguarda loro stessi); come accade nei passi del Vangelo, tuttavia, ci sono molti altri significati racchiusi in queste parole. Ricordiamoci anzitutto che c'è in gioco la nostra salvezza, e c'è sempre un significato delle parole del Vangelo che illustra direttamente il processo della salvezza. Qui lo scopo della parabola, ovvero l'aspettativa del padrone della vigna, non è nient'altro che la crescita dei beni che Dio ci ha dato, o che ha "piantato" in noi.
In questo racconto, il padrone della vigna è indubbiamente Dio. La vigna, nell'interpretazione che i sacerdoti e i farisei colgono subito, è il popolo di Israele, guidato da capi disonesti, che invano il Signore cerca di avvertire inviando i suoi profeti, e in ultimo il proprio stesso Figlio. Con la venuta del Messia, possiamo ora vedere anche la Chiesa come vigna, o popolo, del Signore. Ma in una visione più interiore dei simboli di questo racconto, la vigna rappresenta noi stessi, forniti di tutto il necessario per la salvezza tramite il battesimo e la molteplice e continua misericordia di Dio, nonché, come dice il Beato Teofilatto nel commentario a Luca 20:9-16, "responsabili della coltivazione di noi stessi".
Matteo, più di Marco e Luca, insiste nel suo racconto sui particolari della costruzione della vigna: il padrone "piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre" (Mt 21:33) Tutti questi dettagli hanno qualcosa da dirci. Una siepe di recinzione viene di solito piantata per proteggere un terreno dagli animali predatori e dai ladri. Questa era la funzione della Legge, che proteggeva il popolo ebraico dalla contaminazione pagana dell'idolatria. Secondo un'altra interpretazione che ci danno i Padri la siepe rappresenta gli angeli, che custodivano Israele. In entrambi i casi, la siepe protegge quanti credono in Dio in modo corretto, e lo adorano in Spirito e verità. Un simbolo simile è il fianco di una nave, che protegge i marinai dalle tempeste (anche l'arca e le navi, così come la vigna, sono forti simboli della Chiesa).
Il frantoio, che era usato come pressa per i grappoli d'uva, è visto come simbolo dell'altare, che era tanto essenziale nel culto e nei sacrifici ebraici, e che prefigurava, con il sangue degli animali sacrificali, il Sangue redentore di Gesù Cristo. Oggi l'altare è ancor più importante per noi, dato che da esso ci viene data in nutrimento la "medicina dell'immortalità" (la Santa Eucaristia). La torre (che nell'usanza ebraica conteneva il frantoio e il magazzino dell'uva e del vino) è il Tempio: si tratta del luogo in cui il lavoro della vigna trova il suo compimento, e nel quale i lavoratori ricevono ristoro e protezione.
Tutta la preparazione della vigna è fatta dal padrone: i vignaioli sono lasciati responsabili della vigna DOPO che questa è stata piantata. Succede lo stesso nella vita cristiana. Dio si rivela a noi attraverso la sua misericordia, e ci dona tutto il necessario per la nostra salvezza. Non dobbiamo appropriarci il credito delle cose che ci sono date, poiché "Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene" (Ef 2:8-9). Tuttavia, dopo che ci è donata la grazia del battesimo, dobbiamo prenderci cura della vigna, vale a dire, compiere il proposito per cui Dio ci ha creati: "Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo" (Ef 2:10).
Anche i vignaioli possono essere interpretati in due modi. I primi vignaioli sono gli insegnanti del popolo ebraico, gli scribi e i farisei (che del resto si riconoscono subito nel racconto del Signore). Ai nostri tempi, i vignaioli sono i pastori della Chiesa, i vescovi, i preti che rappresentano i vescovi nelle parrocchie, e tutti i cristiani che credono e agiscono rettamente.
Dopo che la vigna è stata affidata ai vignaioli, il padrone va "in un paese lontano". C'è sempre un profondo significato in questi spostamenti: pensate, per esempio, a quanto è importante il senso del "paese lontano" nella parabola del figliol prodigo, in cui l'allontanamento significa l'abbandono della virtù. In questo caso, però, è Dio stesso ad allontanarsi, e questo può far pensare che Egli voglia abbandonare il suo popolo. Tutt'altro: come si vede in seguito, ogni istante riflette la preoccupazione del padrone per la sua vigna. Ma Egli agisce sempre attraverso intermediari, e in questo si manifesta il grande mistero dell'amore e della pazienza di Dio, che aspetta il nostro pentimento senza intimidirci con una sua presenza potente o schiacciante. Se sappiamo usare bene il tempo che il Signore ci dà proprio quando Egli sembra più lontano da noi, allora sapremo anche trarre frutto dalla libertà di azione che ci ha donato.
Conoscendo la nostra debolezza, tuttavia, Dio ci manda anche altri stimoli a seguirlo, attraverso persone che parlano a suo nome (è questo il senso più autentico della parola "profeti"). Ecco il senso dei servitori che vengono inviati a più riprese a reclamare i frutti della vigna per conto del padrone. Essi arrivano "quando è il tempo dei frutti", e di fatto l'intera era dei profeti era un periodo in cui si predicava l'arrivo imminente del Messia e la prossima redenzione dell'uomo. Le sventure a cui vanno incontro i profeti sono ben note (pensiamo a Isaia segato in due, a Geremia malmenato e gettato in un pozzo, a Elia inseguito dai cani da caccia, a Zaccaria ucciso tra il tempio e l'altare): La Lettera agli Ebrei, al capitolo 11, ne offre un resoconto drammatico.
Alla fine, il messaggio dei profeti (in questa parabola, così come nella storia della salvezza) si compendia nella venuta del Figlio unigenito di Dio. Nella parabola, Gesù profetizza la sua stessa morte parlando della morte del figlio "cacciato fuori" dalla vigna (il Signore fu crocifisso fuori delle mura di Gerusalemme). Può sembrare strano che il padrone della vigna (che dopotutto è Dio, e ci si aspetta che conosca il cuore degli uomini) si ponga una domanda sull'efficacia del ruolo del figlio, e addirittura (nel Vangelo di Luca) mostri incertezza: ma questo dubbio apparente vuole insegnarci che Dio ci dà piena libertà di scelta, e la sua conoscenza anticipata delle cose non è la causa della nostra disubbidienza (Beato Teofilatto, Commentario su Luca 20:9-16). Questa forma letteraria si trova presto nelle Scritture.
La parabola si chiude con una profezia sul fato dei vignaioli omicidi, che nel caso dei sacerdoti e dei farisei si compì esattamente trentacinque anni dopo quello stesso giorno, quando Tito distrusse la "vigna" di Gerusalemme. La vigna del popolo di Dio fu passata quindi ad altri vignaioli, i pastori e i fedeli della nostra Chiesa. Ancora oggi, cari fratelli e sorelle, spetta a ciascuno di noi il compito di custodire la vigna del Signore e portare i frutti che sono stati seminati in noi al momento del battesimo.
Al termine del brano del Vangelo c'è una citazione, in cui Cristo parla di se stesso:
La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri?