giovedì 6 ottobre 2011

Amore e Silenzio


Nella memoria liturgica di san Bruno, fondatore dei Certosini...



Jean-Baptiste Porion

Certosino

Amore e silenzio

Introduzione alla vita interiore


Titolo dell’originale francese:

Amour et Silence

Ed. Du Seuil, Paris 1951

Traduzione italiana a cura

della Certosa dello Spirito Santo

Farneta (Lucca)


I nostri chiostri sono
delle accademie di carità,
di silenzio e di libertà.

Dom Le Masson


Prefazione

Numerosi sono quelli che oggi cercano il cammino della preghiera. Per loro questo libro, pubblicato in francese nel 1945, si presenta come una guida sicura ed esperta. Il cardinale Journet, che provvide alla prima edizione, affermava:«Ci sembra impossibile dire in termini più semplici cose altissime. C’è in queste pagine la limpidezza del Vangelo».

Non creda il lettore di scoprire un trattato completo dell’orazione. Troverà piuttosto i fondamenti della preghiera cristiana autentica: incontro intimo tra l’uomo e Dio, compenetrazione di tutto il nostro essere con il Tutto di Dio.

Questo incontro è reso possibile per mezzo dell’orazione capita come espressione di fede ardente, di speranza incrollabile e di amore fedele. L’orazione contemplativa può essere definita come fede amorosa che riconosce Dio dappertutto e ci unisce a Lui. Chi prega vera­mente trova tutto in Dio e Dio in tutto, perché incontra Dio nel suo proprio cuo­re abitato da Lui, e incontra Dio in ogni realtà ed in ogni attività.

Per disporsi a un tale incontro, niente è più importante che stare in ascol­to, nel silenzio. Diventare silenzio, per percepire, nel cuore del silenzio, la voce del Diletto.

Tuttavia l’uomo di preghiera non si isola dal mondo, ma si colloca al centro stesso della creazione. Unito a Dio per Gesù Cristo, invaso dall’amore diffuso nel suo cuore dallo Spirito Santo, è vicino ad ogni uomo e gli dà la pace e la gioia di cui è egli stesso inebriato.

Scritte nel silenzio della Certosa, queste pagine conforteranno e aiuteran­no quelli che, in mezzo alla vita moderna, aspirano al silenzio, nel profondo del loro essere.


Introduzione alla vita interiore


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Introduzione

Nostro Signore ci ha detto che il Regno di Dio è in mezzo a noi (Lc 17,21). E non solo in mezzo a noi, ma anche nel più intimo del nostro essere: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e pren­deremo dimora presso di lui» (Gv 14,23).

Noi, sventuratamente, dimenti­chiamo troppo spesso queste verità. Ci sono, è vero, alcune anime che, nella Chiesa, si sforzano di vivere onestamente e cercano di avvicinarsi a un certo ideale di illibatezza morale, ma quanto poco sanno elevarsi nella fede, appoggiarsi nel­la speranza e infiammarsi di carità per partecipare completamente alla vita che Gesù ci vuole comunicare. Siamo circon­dati, avvolti da premure divine; abbiamo tutto ciò che è richiesto per cominciare oggi stesso un’esistenza sublime d’intimità con Dio. Cerchiamo, dunque, di avere la volontà di vivere la nostra vita soprannaturale. Ne conosciamo i principi e il cammino ce n’è aperto: sa­rebbe una mancanza, da parte nostra, il non volerci impegnare.

Perché bisogna confessarlo «i figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16,8). Abbiamo realmente ricevuto un te­soro infinito che non sappiamo apprezza­re, e l’esserci dimenticati del suo vero va­lore non ci permette di usarlo come sa­rebbe conveniente. Non era forse questa dimenticanza che Nostro Signore aveva dinanzi quando ha parlato del talento sterile che il servo nasconde inutilmente sotto terra? (Mt 25,18).

E tuttavia Gesù, più che offrirci il tesoro del suo amore intimo, ci spinge con tanta insistenza che sembra quasi co­stringerei ad accettarlo. Si comporta con noi un po’ come a riguardo di quei poveri dei quali parla il Vangelo che non aveva­no più neppure la libertà di rifiutare l’in­vito al divino banchetto: «Forzali ad en­trare» (Lc 14,23). Noi ascolteremo que­st’appello e d’ora in poi la preghiera della Chiesa sarà la nostra preghiera: «Accre­sci in noi, o Signore, la fede, la speranza e la carità”.

Non accontentiamoci solo di qual­che atto di pietà all’inizio o nel corso del­le nostre giornate. Tali pratiche non pos­sono costituire una vita: questo nome suppone un’attività permanente, conti­nua. Nostro Signore vuol essere la nostra vita. «Io sono la Vita» (Gv 11,25). Perciò bisogna aderire a Dio senza posa. Gesù non ci chiede il tal gesto o la tale formula di pietà o di devozione: Egli ci chiede ogni nostro istante, tutte le nostre forze, tutta l’anima nostra per farci, in cambio, cominciare qui in terra la nostra vita eter­na. Sappiamo corrispondere all’appello di Cristo per respirare, finalmente, l’aria pura e luminosa della verità e della carità eterne.

Per aprire all’anima l’orizzonte so­prannaturale, noi vorremmo abbozzare un metodo semplice e pratico di medita­zione, per permetterle di abituarsi a fare di tutta la sua giornata un’orazione conti­nua, secondo le parole del Vangelo «Bisogna pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18, 1).

Prima di descrivere questo meto­do, esporremo sommariamente i principi che gli devono servire di base; e dopo averli enunciati, mostreremo che questa dottrina, con le sue conseguenze, si trova chiaramente espressa nel Vangelo, nelle stesse parole di Gesù.


PRINCIPI
DELLA VITA SPIRITUALE


Il fine soprannaturale

Se gettiamo uno sguardo sincero sul passato della nostra vita spirituale, ri­maniamo stupiti, e forse accasciati, per la lentezza o, addirittura, per la nullità dei nostri progressi. Perché tanti sforzi sono rimasti sterili? Perché dopo tanti anni di vita ascetica, dobbiamo riconoscere le stesse debolezze, registrare le stesse ca­dute? Non avremo, fin dall’inizio, dimen­ticato l’essenziale, non avremo sbagliato cammino?

Infatti, non c’è che una sola porta per la quale si può entrare nel regno spi­rituale. Invano abbiamo tentato di pene­travi da un’altra parte; dovevamo urtare contro barriere insormontabili. Eravamo simili a dei ladri maldestri che tentano di penetrare con astuzia in una proprietà ben difesa. «Chi non entra per la porta, è un ladro e un brigante» (Gv 10,1). Que­sta porta unica è Cristo, è la fede in Cri­sto: fede che la carità vivifica, e che, consolidando il nostro cuore gli permette, in un ritorno d’amore, di ardere più inten­samente e di risplendere sempre di più, immagine viva della carità divina.

Bisogna dichiarare senza scusa la perfetta inutilità di un ascetismo che non ha altro ideale che il perfezionamento dell’ “io”, di questo ascetismo che ben po­trebbe essere chiamato “egocentrismo”. I suoi risultati sono molto scarsi, e molto fallaci sono i frutti che se ne ricavano; chi non ha seminato che secondo l’uomo non mieterà che frutti umani.

L’ascetismo cristiano si fonda interamente su un principio divino e questo stesso principio lo ispira, lo anima e lo con­duce al suo termine: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Dt 6,5 e Mt 22,37). E’ il riassunto e l’essenza del­l’ antica Legge: la nuova Legge non fa che riprendere questo primo e supremo co­mandamento, spiegarlo e promulgarlo universalmente in tutta la sua semplicità e forza divine. Bisogna, fin dall’inizio del­la vita spirituale, orientare l’anima verso questa totalità dell’amore, verso Dio solo. Agire in altro modo, significa disconosce­re il senso profondo del Cristianesimo. Significa ritornare allo sforzo egoista, al­l’egoismo vanitoso di certe morali pagane ‑ stoicismo di ieri e di oggi ‑ dolorosa ri­cerca di un orgoglio meschino!

Se noi ci potessimo convincere una volta per tutte della verità delle parole del nostro divino Maestro: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5), come la nostra vita cambierebbe aspetto! Se noi riuscissimo a compenetrarci della dottri­na di vita contenuta in queste poche pa­role: «Senza di me non potete far nulla», noi ci sforzeremmo di praticare non questa o quella virtù, ma tutte senza eccezioni, sapendo che è Dio stesso che deve essere al medesimo tempo scopo e principio del­le nostre azioni.

Ma dopo aver fatto tutto ciò che ci era possibile ‑ come se il successo non di­pendesse che da noi soli ‑ noi sapremo ri­manere umili di fronte ai nostri progressi e fiduciosi dopo le nostre cadute. Sapen­do che noi stessi non siamo nulla, ma che per mezzo di Cristo noi siamo onnipoten­ti: «Tutto posso in colui che mi dà la for­za» (Fil 4,13), noi non saremo più sco­raggiati per le nostre cadute che fieri de­gli atti di virtù dei quali la grazia di Dio ci avesse reso capaci.

E c’è di più: per un’anima che ha preso coscienza del suo nulla e del tutto di Dio, le debolezze, le mancanze non devo­no più rappresentare degli ostacoli: esse si trasformano in mezzi, esse sono un’oc­casione per mezzo della quale la fede può aumentare con un atto eroico, e la fiducia trionfare davanti alla manifesta sconfitta di tutto ciò che non conduce a Dio: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze ‑ dice l’Apostolo ‑ perché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Cor 12,9).

Quando veramente si è cominciato ad appoggiarsi così su Dio, e non su sé stessi, si avanza a passi da gigante nelle vie dell’amore. Sempre di più, la carità domina i nostri atti e purifica le nostre in­tenzioni, in modo che non tarderà ad in­vadere tutta la nostra vita. Se vogliamo essere fedeli alla dot­trina del Vangelo, dobbiamo sforzarci di non agire più se non per motivi di fede e di carità. E, siccome un principio natura­le non dà frutti soprannaturali, non ci ar­riveremo mai se non cercheremo, fin dal principio, di radicarci in queste virtù specificamente cristiane. Se noi non pos­siamo, come dice san Paolo, pronunciare il nome del Signore senza la grazia, come potremo sperare, solamente per mezzo dei nostri sforzi, di raggiungere il nostro fine soprannaturale?

Certamente, per la riforma del­l’uomo vecchio, il lavoro della volontà è indispensabile. Ma quand’è che lo slancio della nostra volontà sarà più pronto e più efficace? Quando procederà dalla semplice ragione, o quando sarà opera della fe­de e della carità? ‑ La risposta è facile e viene spontanea al nostro pensiero. Ma allora perché, nello sviluppo della nostra vita interiore, non servirci per quanto ci è possibile delle forze e dei lumi che le virtù teologali ci possono dare? Perché non entrare in pieno, fin dall’inizio, nel regno interiore, nell’amicizia con Dio?

Questo regno di Cristo è aperto per noi.

E ancora di più, è desiderio forma­le di Nostro Signore che vi entriamo: «Ri­manete in me e io in voi» (Gv 15,4).

Arrendiamoci, oggi stesso, al suo appello! Cominciamo a vivere di fede: «Il giusto vivrà mediante la fede» (Rm 1,17).

La vita di fede

Quel che importa, prima e al di sopra di tutto è credere. Credere nel­la realtà del Divino, presente intorno a noi e in noi; elevare la nostra attività di volontà e di intelligenza fino al livello del­la vera vita alla quale Dio ci chiama. Que­sto atto di fede, che trasforma il nostro destino umano e lo divinizza, costa alla natura, esige un eroismo di cui saremmo incapaci se Dio, fin d’ora, non prevenisse e sostenesse il nostro sforzo. Non avendo la forza di produrre, da noi stessi, questo primo atto, imiteremo la preghiera del padre di quel malato: «Aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,24).

E’la fede che ci dà la sicurezza del­le promesse divine: «Ti fidanzerò a me nella fedeltà» (Os 2,22). Essa ci fa cam­minare qui in terra in mezzo a delle tene­bre sante: «Camminiamo nella fede» (2 Cor 5,7). Dall’inizio sino alla fine, seguiremo questa strada, avremo cura di non allontanarcene per non cercare la nostra soddisfazione in lumi troppo facili perché troppo umani, ma che non tarderebbero a lasciarci delusi per la loro vanità.

La fede è una guida severa, ma in­fallibile; ignora le concessioni e i calcoli: dietro il velo delle apparenze, essa indo­vina già la verità eterna, la vittoria di Ge­sù: «Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5,4). Es­sa spera a dispetto di tutti i fattori umani che vorrebbero rallentarne o spezzarne lo slancio, secondo ciò che l’apostolo dice del Patriarca Abramo: «Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza» (Rm 4,18).

Tutto l’insegnamento di Nostro Si­gnore si basa sulla fede. Dubitare signifi­ca cedere: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31). E’la fede che dona la salvezza. Nostro Signore attribui­sce proprio alla fede dei ciechi che Egli guarisce, i miracoli che opera in essi. Un po’ di fede serve a trasformare sopranna­turalmente il mondo: «Se aveste fede quan­to un granellino di senapa...» (Lc 17,6).

Che queste righe siano scritte all’i­nizio di queste nostre parole per indicare la frontiera che bisogna superare con de­cisione e semplicità, se vogliamo seguire Nostro Signore: “bisogna imparare a fare affidamento su Dio”.

Noi vorremmo, in queste pagine, delineare le linee essenziali della vita in­teriore indicando un metodo di medita­zione semplice e pratico, basato sulla fe­de. Infatti la fede, come abbiamo detto sin qui, è il principio di questa vita, e quando la grazia divina avrà consumato in noi la sua opera, sarà ancora questa stessa certezza soprannaturale che, dopo aver invaso tutta l’anima nostra, la farà tempio dell’amore, secondo la parola di san Paolo: «La fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5,6) e ancora: «Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così siate in grado di conoscere l’a­more di Cristo che sorpassa ogni cono­scenza» (cf Ef 3,17-19).

Vediamo prima brevemente le grandi verità che ci devono servire da punto di partenza.

La presenza naturale di Dio in tutte le cose

Per meglio comprendere la pre­senza soprannaturale di Dio, richiamia­mo prima alla memoria come Dio è natu­ralmente presente.

Dio è in ogni luogo. Noi dimenti­chiamo troppo questa verità così sempli­ce. Essa potrebbe intanto, se noi ci pen­sassimo di più, dare un nuovo orienta­mento alla nostra vita.

Noi tormentiamo, qualche volta, l’immaginazione per rappresentarci un Dio lontano, e la nostra preghiera ne sof­fre. Dio è Spirito, Spirito che non è limi­tato in un luogo, ma che penetra ogni co­sa. Così i veri adoratori adorano Iddio “in spirito e verità”. Ricordiamoci delle parole dell’Apostolo: «In Lui infatti vivia­mo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).

All’inizio della nostra vita spirituale, cominceremo ad aprire gli occhi a que­sta grande verità. Il risultato sarà mera­viglioso, se noi potremo arrivare a far vivere in noi questo pensiero della presenza immediata e universale di Dio.

La ragione, prima di ogni rivela­zione soprannaturale, ci dice che Dio ci conosce, ci vede perfettamente e senza posa, perché Egli conosce e vede ogni co­sa. «Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se sal­go in cielo, là tu sei, se scendo negli infe­ri, eccoti» (Sal 138, 7‑8).

Dio non ci segue appena con un semplice sguardo, ma Egli comanda e di­rige tutto quel che facciamo. E’ Lui che ci dà il volere e l’operare (cf. Fil 2,13). Se Egli non fosse presente in me, io non sa­rei neppure capace di muovere il dito mi­gnolo. Non c’è nulla, proprio nulla, che non sia sottoposto alla sua azione: neppu­re il peccato. Nell’atto del peccato, Dio è là, Dio dà il potere di agire e l’esercizio dell’atto. La depravazione della nostra volontà è l’unica cosa che non viene da Dio. Siccome Egli è la causa prima e totale, noi non possiamo fare il più piccolo at­to senza di Lui. Se fosse altrimenti, Dio non sarebbe più Dio. «Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra» (Sal 138,9-10).

Ma c’è ancora di più. Non basta che Dio governi la creatura e che Egli ne diriga l’attività. Essendo il principio uni­co e sovrano della totalità degli esseri, bi­sogna che Egli li sostenga nell’esistenza, che Egli continui ad ogni istante a dar lo­ro tutto ciò che essi sono. Se l’azione divi­na cessasse per un solo secondo, l’univer­so e noi stessi ci dilegueremmo come un sogno. Quando si è capita la necessità dell’atto divino che conserva tutte le cose do­po averle create, si riconosce al più picco­lo oggetto una grandezza singolare, perché è l’Onnipotente, e Lui solo, che, pre­sente in questo essere infimo, lo mantiene fuori dal nulla.

L’ombra sembra la più tenue delle realtà: la nostra ombra non è nulla para­gonata a noi. Ma paragonati a Dio, pre­sente in noi, noi abbiamo una realtà ancor minore. Vicino alla realtà divina, noi non siamo neppure delle ombre.

La presenza soprannaturale di Dio nelle anime

Dio è, dunque, presente anche in una pietra e la fa essere, con la sua azio­ne immediata, quel che essa è: una pie­tra.

Ma Dio, nella sua bontà infinita, ha voluto creare degli esseri “a sua imma­gine e somiglianza”, che, innalzati dalla grazia, Gli sono ben più vicini che non queste cose inferiori alle quali Egli non comunica che l’essere naturale. Dio è pu­ro spirito. Egli ha, perciò, intelligenza e volontà, per poter, non solo essere pre­sente in essi come in tutte le cose, ma - ele­vandoli all’ordine soprannaturale per mezzo della grazia - comunicarsi ad essi così com’Egli è.

Dio è presente nelle cose materiali, e dà loro l’essere naturale; ma nelle crea­ture ragionevoli, Egli ha voluto, per gene­rosità totale gratuita, essere presente in modo tale che non solo ha comunicato lo­ro l’essere naturale, ma il suo pro­prio essere, divinizzandole.

Dio non era obbligato a darsi in questa maniera. Ma Egli è la Bontà per­sonificata ed il bene cerca di espandersi (“Bonum est diffusivum sui”). Egli è come il fuoco che non si può trattenere, che si deve comunicare a tutto ciò che è combu­stibile: «Il Signore tuo Dio è fuoco divo­ratore» (Dt 4,24).

Questo fuoco, Nostro Signore è ve­nuto a portarlo sulla terra: «E il Verbo si è fatto carne». E noi sappiamo perché! «Sono venuto a portare il fuoco sulla ter­ra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49); Egli ha sofferto per ottenerci la grazia, per renderci capaci di essere incendiati da questo fuoco divino.

Noi siamo preparati a ricevere questo fuoco quando abbiamo allontana­to ogni ostacolo all’azione divina. Il più grande ostacolo è il peccato: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).

Nostro Signore non ci ha solo mes­so in comunicazione con la vita del Padre, ma ha voluto rimanere in mezzo a noi nella SS.ma Eucarestia, per aumenta­re per mezzo della Santa Comunione questa stessa vita: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). Gesù è la via e l’unica via; voler raggiungere la vita di­vina senza di Lui, sarebbe presunzione e illusione. Più ci saremo nutriti dell’amore della sua santa Umanità, più avremo me­ditato i suoi esempi, più la vita divina au­menterà in noi: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondan­za» (Gv 10,10).

Il peccato mortale priva l’anima di questa presenza

Siamo destinati alla più profonda intimità con Dio stesso. Quest’unione tra l’uomo e il suo Creatore fu stabilita da quando Dio elevò i nostri progenitori al­l’ordine soprannaturale. Ma per il pecca­to, Adamo ed Eva si ribellarono contro Dio, e l’unione tra il cielo e la terra fu spezzata. C’è stato bisogno di un Uomo-Dio per riparare questa rottura, e ora per la Passione e i meriti di Nostro Signo­re noi possiamo essere di nuovo figli di Dio, vivere la vita divina.

Abbiamo ricevuto questa vita per mezzo del Battesimo, e se sfortunatamen­te l’abbiamo perduta, Nostro Signore ce l’ha restituita ogni volta risuscitandoci nel suo Sangue prezioso per mezzo della santa assoluzione.

Cerchiamo di capire, perciò, di quale importanza è per noi la fuga del peccato: si tratta di non perdere il dono più prezioso ricevuto dagli uomini. «Se tu conoscessi il dono di Dio...» (Gv 4,10). Che queste parole di Gesù alla Samarita­na non diventino per noi un rimprovero.

Tutte le disgrazie riunite non sono nulla paragonate ad un solo peccato, perché un solo peccato ci toglie la vita divina. Per comprendere l’orrore del peccato, rendiamoci conto della sua realtà. Qual’è il cristiano che avrebbe l’audacia di en­trare di nascosto in una chiesa, di violare il Tabernacolo, di strapparne la Pisside, di gettare a terra e di profanare le sacre Specie? Lo faremmo noi, avremmo questo coraggio? - No. Anche il cristiano più tie­pido non oserebbe commettere questo sa­crilegio sul Corpo di Nostro Signore.

Ma che cosa facciamo noi col pec­cato? Strappiamo Dio del nostro cuore per consegnarci all’azione del demonio.

Come Dio è soprannaturalmente presente in noi?

Sappiamo che Dio è uno nella Na­tura e trino nelle Persone. Il Padre, da tutta l’eternità, genera il Figlio, il suo al­ter ego, la sua immagine perfetta. Non l’ha generato altre volte; quest’atto si realizza in un presente eterno, si per­petua attualmente; continuamente il padre genera il figlio. E il Padre contempla questo Figlio divino e coeterno; il Figlio ama il Padre e per mez­zo di questo sguardo d’amore che essi si scambiano nella semplicità dell’Essenza divina, il Padre e il Figlio spirano lo Spi­rito Santo.

Questa vita divina, che sarà la so­stanza della nostra felicità eterna, si co­munica già alle anime, a condizione che noi siamo in stato di grazia. Il Padre ge­nera in noi realmente, in questo mo­mento, il Figlio; e l’uno e l’altro produ­cono in noi, ad ogni istante, lo Spi­rito Santo.

Abbiamo mai pensato, fino ad og­gi, a queste sublimi verità?

Portiamo su di noi degli scapolari, delle medaglie, delle reliquie, e crediamo, a buon titolo, di possedere dei tesori; ma noi portiamo in noi il Dio vivo, il Cielo, il fine unico di tutte le cose, la suprema Realtà, e non ci pensiamo ... ! Siamo real­mente dei Cristofori, dei Deifori, nel sen­so più stretto della parola. E’ proprio il caso di citare le parole di san Leone: «Rico­nosci, o cristiano, la tua dignità!»

Da queste riflessioni così semplici, noi vediamo, d’ora in poi, sprigionarsi una grande conclusione: non è forse evi­dente che se quest’abitazione divina, que­sta presenza di Dio in noi stessi, avesse nella nostra vita quel posto che vi do­vrebbe avere, questa sarebbe totalmente cambiata e trasformata?

Vivere la presenza soprannaturale di Dio per mezzo della Fede, della Speranza, della Carità

Come vi si può arrivare?

Dio non sarebbe l’infinita Bontà e Sapienza se, ricercando ed esigendo la nostra intimità, non ci desse allo stesso tempo i mezzi necessari per comunicare con Lui. Tali mezzi dei quali noi possiamo essere assolutamente sicuri, e che ci per­mettono di entrare in contatto immediato con Dio, sono le virtù teologali e i doni che ci vengono con esse.

Per mezzo della fede, noi aderiamo alla verità della vita divina che ci è pro­posta.

Per mezzo della carità, questa vita diviene nostra.

Per mezzo della speranza, noi siamo certi, con l’aiuto della grazia, di viver­la sempre di più e di ottenerne il possesso immutabile in cielo.

Ecco l’essenziale di ogni orazione solida e profonda. Invece di sparpagliare la nostra meditazione su questo o quel punto, invece di filosofare su Dio, molti­plicando gli sforzi dell’intelligenza, della volontà e dell’immaginazione, per farcene degli schemi, per rappresentarci delle scene, noi possiamo andare a Dio nella semplicità del nostro cuore: «CercateLo con cuore semplice» (Sap 1,1).

Nostro Signore stesso c’invita: «Siate semplici come le colombe» (Mt 10,16). L’uomo è un essere complicato e sembrerebbe, purtroppo, che egli cerchi di divenire ancora più complicato perfino nelle sue relazioni con Dio. Dio, invece, è la semplicità assoluta. Più noi siamo com­plicati, più rimaniamo lontani da Dio; e nella misura, invece, in cui noi diverremo semplici, ci potremo avvicinare a Lui.

Abbiamo visto che Dio, nostro Pa­dre, è presente in noi. Un bambino, per parlare con suo padre, va forse a prende­re un manuale di corrispondenza o un co­dice di belle maniere? No, il bambino parla con semplicità, non cerca frasi fatte, né si perde in formalismi. ‑ Facciamo lo stesso col nostro Padre celeste. Nostro Signore ce l’ha detto: «Se non vi converti­rete e non diverrete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3).

Si stanca forse una madre ad ascoltare il proprio figlio che le dice: «Mamma, io ti voglio bene»? Lo stesso suc­cede con Dio: più la nostra preghiera è in­fantile, e più piace a Dio. Perché è Lui stesso che ha scelto, tra tutti, questo no­me di Padre: «E che voi siate figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei no­stri cuori lo Spirito del suo Figlio che gri­da: Abbà, Padre» (Gal 4,6). Ed è ancora Lui che pone nella nostra bocca le parole ispirate della Sacra Scrittura e i testi liturgi­ci.

Quale sarà dunque la nostra pre­ghiera? Semplicissima, la più semplice possibile. Ci metteremo in ginocchio e fa­remo con tutto il cuore gli atti di fede, di speranza e di carità. Non c’è metodo di meditazione più sicuro, più elevato e più salutare.


METODO D’ORAZIONE


Atto di Fede

Mio Dio, io credo che Tu sei qui presente in me, nel mio povero nulla. Sì, io non ero che un nulla ... ! Ma io Ti ho of­feso, io mi sono ribellato contro di Te. Io sono dunque al di sotto del nulla ... Gli animali non Ti hanno disonorato come ho fatto io, e malgrado questo Tu ti degni di rimanere in me ... ! Io dovrei essere an­nientato, e invece sono ancora ripieno d’orgoglio, ripieno d’amor proprio...

Mio Dio, malgrado tutto ciò, io Ti adoro presente in me, e per mezzo della tua grazia, io voglio arrivare a possedere una fede così grande che non potrò più la­sciarmi assorbire da nessuna cosa all’in­fuori di Te.

Con il cieco del Vangelo io dirò: Si­gnore, fa che io veda .. fa cadere le scaglie dai miei occhi, guarisci la mia cecità, ab­bagliami a tal punto che, per la luce della tua presenza, io Ti veda in tutto e tutto in Te..

Atto di Speranza

Mio Dio, io spero in Te, Bontà in­finita, che hai voluto venire ad abitare in me... Ma come posso io osare di sperare in Te, io, l’essere più miserabile, più nero e più ingrato? Io dovrei, senza dubbio, dire con san Pietro: Allontanati da me, Signore, perché io sono un uomo peccato­re...

Ebbene, mio Dio! Io so che Tu sei venuto sulla terra e che hai detto di esse­re venuto non per i giusti, che non hanno bisogno di un Salvatore, ma per i pecca­tori... E’ perciò proprio il titolo di pecca­tore che io addurrò, ed è proprio per­ché io sono peccatore che spererò in Te...

Ed io non mi fermo ad una sempli­ce speranza, ma ho la certezza che Tu sei, che Tu sarai e che Tu dimorerai sem­pre con me e in me, nel senso in cui l’ha detto san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?... Io sono infatti persuaso che né morte né vita.., né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,31 e 38).

Ormai, mio Dio, io mi sento sicuro di Te, io non temo più nulla: il Mondo, l’Inferno e la Carne possono rivoltarsi contro di me... Che importa, se Tu sei con me. Tu sei il mio Emmanuele, «il Dio con noi»; il mio Tutto: «Deus meus et om­nia»...

Atto di Carità

Come posso io dire di amarTi, Mio Dio, io che Ti ho tanto offeso? Se io im­maginassi la mia vita come una linea, questa dovrebbe essere una linea diritta e continua di amore puro per Te, mio Dio, perché Tu mi hai creato per amarTi... Ma io non vedo che alcuni punti, radi e sepa­rati, che siano consacrati al tuo amore. E ancora! gli atti più generosi e i sentimen­ti più puri sono, per tre quarti, divorati dalla vanità e dalla ricerca di me stesso. Che ingratitudine verso di Te che mi hai perseguitato col tuo amore... !

Ma io mi arrendo, oggi stesso, mio Dio, e devo gridare a mia volta: Signore, Tu hai vinto! Tu sei morto per amore per me... ! Per lo meno, io vivrò di amore per Te; e se non posso dire che Ti amo, per lo meno io voglio amarTi...

Consigli

Questi atti delle tre virtù teologali non escludono la manifestazione di altri sentimenti dell’anima verso Dio. Ci si può far entrare l’umiltà, la fiducia, l’abban­dono, l’adorazione..., tutto ciò che ci è necessario per acquistare le virtù e per li­berarci dai difetti. In ogni caso, non si può arrivare a prendere l’abitudine di parlare così seriamente con Dio senza che ne risulti un reale progresso nella vita spirituale.

Se si è ben disposti e si parla dal­l’abbondanza del cuore, niente impedisce di passare il tempo della meditazione in questi atti; si sarà fatta un’eccellente ora­zione.

Se, al contrario, si è aridi e freddi, e, se dopo aver fatto un atto di fede, di speranza e di carità, non si trovano più parole, allora si aprirà un libro e ci si ser­virà del testo per alimentare la nostra conversazione con Dio.

Perché questa divenga una vera meditazione, non bisogna leggere rapida­mente una pagina dopo l’altra, ma fer­marsi ad ogni frase e renderla viva e per­sonale dirigendola a Dio e applicandola a sé stessi: «Tu, mio Dio!... io tua creatu­ra!... »

Diamone un esempio.

Si legge: «nostro signore ha sofferto per gli uomini».

Lo si traduce così: «Tu, mio Dio, Tu hai sofferto per me...» Questo modo di orientare il nostro pensiero ci permette di fare considerazioni non astratte, ma di parlare con Dio: «Che amore di fuoco è il tuo, mio Dio... ! Chi sei Tu, Tu che sei di­sceso dal cielo..., che sei venuto a fare sulla terra..., perché hai sofferto..., e co­me, e per chi... ?

«Tu, mio Dio, Tu ti sei incarnato per soffrire... soffrire senza misura per me ingrato..., e Tu sei morto pregando per il tuo carnefice, domandando al Pa­dre celeste di perdonarmi... ! Ed io? Io non posso sopportare la minima contrad­dizione, quando ben so che meriterei di soffrire mille volte di più...

«No! D’ora in poi io non sarò più freddo e indifferente con Te. Ascolterò il tuo grido: “Ho sete!” Tu hai sofferto la se­te, sete fisica, è vero, a causa dei tormen­ti che Ti ho inflitto con i miei peccati. So­prattutto sete d’amore, perché finora io non mi sono dato a Te come Tu volevi... La mia risoluzione di oggi sarà dunque di darTi amore, niente altro che amore. Tutto quel che farò oggi, sarà fatto in unione con Te e per amore tuo...»

La parte dell’immaginazione

Si potrà forse obiettare che questo metodo minimizza il lavoro dell’immagi­nazione. Infatti, noi vogliamo proprio ri­durne il lavoro allo stretto necessario.

Il lavoro dell’immaginazione è un’attività puramente umana, e non è dunque una preghiera. E questa è una prima ragione per cercare di restringer­lo.

Senza dubbio, sotto l’influenza della grazia, questa attività inferiore è elevata e diretta verso uno scopo sopran­naturale. Ma rimane il fatto che l’immagi­nazione, come ogni facoltà sensitiva, si esaurisce molto presto e si stanca del suo oggetto. Costruire e mantenere delle rap­presentazioni immaginarie è un lavoro troppo faticoso perché lo si possa prolun­gare in modo continuo. Bisogna, dunque, evitare di farne un elemento importante o essenziale della nostra orazione giacché questa deve diventare, secondo il precet­to evangelico, semplice e costante.

L’immaginazione non saprebbe, del resto, raggiungere le realtà sopranna­turali, che sono accessibili solo alla fede pura. Essa non potrà tutt’al più che scherzare con le ombre di queste realtà invisibili, alle quali le virtù teologali ci fanno aderire sostanzialmente.

Questo significa che pretendiamo escludere dall’orazione qualsiasi tipo d’immagine? No, perché questo è impossi­bile; ma vorremmo che ci si servisse delle immagini solo quanto è necessario e non di più.

Se noi vogliamo, per esempio, me­ditare sulla Passione di Nostro Signore, prima di tutto Lo cercheremo in noi stes­si; ci dirigeremo a Lui come presente in noi stessi per mezzo della sua Divi­nità. L’immaginazione, con l’aiuto di un Crocifisso, per esempio, ci può aiutare a rappresentarci quel che Egli ha sofferto per noi sulla Croce. Ma non ci dimentiche­remo che Egli si trova nel nostro cuore. Ciò non diminuirà affatto la viva­cità e la forza dei nostri sentimenti verso Nostro Signore, al contrario. E’ la fede pura che dà a questi sentimenti la loro vi­ta e la loro profondità, perché ecco quel che essa ci insegna: come il nostro pecca­to attuale ha realmente tormentato No­stro Signore, nella sua Passione, così i nostri atti d’amore L’hanno realmente consolato.

Che incoraggiamento per un’anima fervorosa il sapere che può, ora, per mez­zo della sua carità, consolare Cristo ago­nizzante, abbandonato da tutti nel giar­dino del Getsemani! Niente d’immagina­rio in questo, è la sublima realtà della fe­de.

Conclusione dell’orazione

Avremo cura di trarre ogni giorno dalle nostre meditazioni e dalle nostre let­ture questa conclusione: che Dio è tut­to e che noi siamo niente. «Mio Dio, Tu sei l’Essere infinito, e io sono il nulla, ‑ Tu sei la Bellezza ed io la sozzura e la miseria, ‑ Tu sei la Santità, ed io solo il peccato».

Si arriverà così, a poco a poco, a mettersi in questo stato di compunzione che è il fondamento di ogni seria vita inte­riore. Bisogna infine capire che noi siamo totalmente incapaci di fare il bene e che l’unico modo di vivere, è quello di agire per Dio e per mezzo di Dio.

La risoluzione che dunque prende­remo dopo ogni meditazione sarà quella di tenerci, durante il giorno che comin­cia, alla presenza di Dio, di fare spesso quest’atto così semplice: rientrare in noi stessi, salutarvi Dio con un atto di fede, di speranza e di carità. Questo metodo ci permetterà di fuggire continuamente il peccato e di avanzare con sicurezza nella virtù.

L’orazione prolungata

Ripetendo così durante la giorna­ta gli atti essenziali del mattino, sviluppe­remo in noi lo spirito d’orazione. La pa­rola di san Giovanni diventerà un faro lu­minoso nella nostra vita: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio di­mora in lui» (Gv 4,16). Come conseguen­za, si realizzerà pure quel che dice anco­ra lo stesso Apostolo: «Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio... chiun­que rimane in Lui non pecca» (1 Gv 3,9).

E’ facile sottrarsi ogni tanto alle preoccupazioni della vita per aderire a Dio: «Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 72,28). Io posso parlarGli ad ogni istante. Non ho neppure bisogno di paro­le per esprimerGli il mio pensiero: uno sguardo di un secondo verso l’interno, uno slancio, bastano. Così, lentamente, io mi formerò una solitudine interiore dove potrò ascoltare la voce dell’Amato, se­condo quel Lui stesso dice dell’anima: «La condurrò nel deserto e le parlerò al cuo­re» (Os. 2,14).

Mi sforzerò di ascoltare con fedeltà sempre più grande tutto quel che Egli vuole da me: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore» (Sal 84,9). Nel mo­mento della difficoltà, cercherò rifugio presso di Lui. Troverò luce in Lui, con Lui dividerò le mie gioie; in una parola, sarà Lui che occuperà il primo posto nei miei pensieri e nelle mie azioni. La mia vi­ta, che era prima egocentrica, non avrà altra ragion d’essere fuori di Lui.

E tutto questo lo farò senza violen­za, senza contrasto. La ripetizione degli atti soprannaturali dispone all’aumento degli abiti soprannaturali . Se dunque io voglio arrivare a vivere continuamente nell’atmosfera della fede, della speranza e della carità, non devo che applicarmi a moltiplicare questi stessi atti.

E’ sicuro che Dio mi vuole, mi chia­ma alla sua intimità: «La mia delizia consiste nel rimanere tra i figli dell’uomo» (Prov. 8,31, Volg.), ed io non risparmierò nessuna fatica per ar­rivarvi prima che sia possibile.

Scopo della vita d’orazione

Ho trovato il mio ideale. So dove voglio, dove posso, dove devo arrivare. Prima io camminavo senza conoscere lo scopo, e le difficoltà della strada mi affa­ticavano e mi scoraggiavano: ora io so e nulla più mi fermerà. Non avrò più ripo­so finché non avrò trovato Dio nel profondo del mio cuore. «Trovai l’amato del mio cuore. Lo strinsi fortemente e non lo lascerò...» (Cant. 3,4). L’amore mi darà le ali: «Forte come la morte è l’amo­re». (Cant. 8,6) ‑ Non temerò più le diffi­coltà perché: «Tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4,13).

Se lancio uno sguardo sulla vita passata e se cerco di essere sincero con me stesso, devo confessare che la mia vita spirituale è stata priva d’ideale e che que­sto è stato il motivo profondo del poco progresso realizzato.

Io non avevo capito come Nostro Signore desidera le anime e le ricerca: le anime che si danno a Lui affinché Lui stesso si possa dare alle anime. Il grado d’intimità al quale Egli ci invita, sarà rag­giunto nella misura con cui risponderemo generosamente alla grazia. Egli non vuole porre restrinzioni al suo amore e cerca solo di darsi interamente. Egli ha sete di possedere completamente le anime. Ma le anime hanno paura di Lui a causa delle conseguenze di quest’intimità, che esige da parte dell’uomo dei grandi sacrifici.

D’ora in poi, sarò franco con me stesso. Io so dunque, da un lato, che Dio vuole invadere il mio essere interamente e definitivamente, che Egli mi ha predesti­nato a divenire conforme all’immagine di Gesù. Egli vuole che io divenga suo figlio adottivo. Ma io so anche, d’altro canto, che Egli non si ferma davanti alla mia in­degnità. E chi si potrebbe credere degno di un tale favore? «Se diciamo che non ab­biamo peccato, facciamo di Lui un bu­giardo, e la sua parola non è in noi». (1 Gv 1,10).

E c’è di più: Dio non solo ci cerca nonostante la nostra indegnità, ma è proprio a causa della nostra inde­gnità che Egli vuole gloriarsi in noi. Più la materia è povera e più l’artista ne riceve gloria se riesce a farne un capolavoro. E’ questa verità che Nostro Signore ci ha fatto comprendere nel suo Vangelo, nelle parabole del figliuol prodigo e della peco­rella smarrita. C’è più allegrezza in cielo per un solo peccatore convertito che per la perseveranza di una folla di giusti.

Se dunque io sono deciso a seguire ora quest’ideale, sono obbligato, in tutte le mie azioni, a confessare, da un lato che io non sono nulla e che nulla posso da me stesso; e dall’altro che Dio è tutto, che Egli può tutto e vuol far tutto per me, af­finché io Gli faccia il dono totale del mio essere.

Gli ostacoli trasformati in mezzi

Le tentazioni, distrazioni, diffi­coltà interne ed esterne, che finora ho considerato come un ostacolo, saranno d’ora in avanti un mezzo d’elevazione. Fi­no ad ora tutto questo mi ha fermato e scoraggiato; ma d’ora in poi tutto ciò mi servirà come trampolino per elevarmi verso Dio staccandomi dalle creature. Non ci vedrò che un invito incalzante ad unirmi maggiormente a Dio per mezzo di un atto di fede, di fiducia, di amore e d’abbandono. Queste cose ardue si tra­sformeranno in grazie, perché mi forze­ranno ad uscire da me stesso per non vivere più che in Dio.

Se fino ad ora la premura e la preoccupazione hanno dominato la mia vita, ora vivrò in uno spirito di fiducia e d’abbandono. Altre volte niente mi ha turbato più delle mie cadute e delle mie debolezze; d’ora in poi me ne glorierò: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la po­tenza di Cristo» (2 Cor 12,9). Me ne ser­virò per far vivere in me Cristo. E sempre per mezzo del solito sistema: consolidan­do il contatto con Dio per mezzo della fe­de, della speranza, della carità a spese dell’essere naturale. Cristo deve crescere ed io scomparire: «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,30). Ed Egli cre­scerà nella misura in cui io scomparirò.

A poco a poco dominerò così gli av­venimenti; e tutti i miei vecchi avversari mi aiuteranno in avvenire ad avvicinarmi al mio ideale. Metterò sempre di più le mie facoltà e tutto il mio essere a disposi­zione di Dio; la sua voce parlerà sempre più chiaramente in me.

Così io spero che un giorno si rea­lizzerà, per una grazia indicibile, la fu­sione della mia anima con Dio. Non mi ri­poserò più finché non avrò raggiunto questo scopo che mi sforzerò di non di­menticare. Ogni momento perduto sarà riparato da un momento di fervore.

La fede si fortificherà, la speranza diventerà più sicura, la carità più ardente.

Applicazione alla vita pratica

Come si può arrivare a prolunga­re la meditazione in modo tale che essa si estenda a tutta la giornata?

Prima di ogni nostra azione, e qualche volta anche durante la stessa azione, noi ci raccoglieremo un istante. Così, per esempio, pronunciando il Deus in adiutorium meum in­tende dell’Ufficio divino, getteremo uno sguardo verso l’interno, per trovarvi l’Ospite divino. E faremo lo stesso ad ogni Dossologia, ad ogni Gloria patri... dell’Ufficio o del Rosario.

Prenderemo l’abitudine, rinno­vando quest’atto, di salutare Dio presen­te nell’anima nostra. Così speriamo di po­ter arrivare un giorno a non dimenticare Colui che portiamo in noi.

L’esame di coscienza consisterà nel ripassare tranquillamente nella nostra memoria la giornata trascorsa, al fine di assicurarci che non siamo stati negligenti, e che non abbiamo perduto di vista il no­stro Amato per un tempo troppo lungo. E constateremo che sono proprio i momenti nei quali è mancata l’unione con Dio che sono contrassegnati da cadute.

Quando faremo una lettura, ba­sterà ogni tanto, non sia altro che nell’in­tervallo necessario per voltare la pagina, riportare la nostra attenzione al centro dell’anima nostra per conservare là il contatto con Dio.

Il momento del riposo, il passeggio per esempio, non saranno più perduti per la vita interiore. Faremo qualche atto per ritrovare o conservare l’unione, e rimar‑. remo in questa intimità semplice, in quest’ambiente divino. Staremo con Dio co­me con un amico carissimo: non ci sarà uno scambio continuo di parole, ma si è ugualmente felici di saperLo e di sentirLo vicino a noi, e questo basta.

Se ci troviamo in qualche posto do­ve sappiamo che non si onora Dio, noi L’onoreremo con intensità ancora più grande.

E mentre continuerà così il lavoro della grazia, che noi favoriremo facendo del nostro meglio, ci sforzeremo anche di sviluppare in noi questa vita con i mezzi umani che sono a nostra disposizione; per esempio, con la lettura e lo studio, cer­cheremo di approfondire la dottrina del­la Chiesa, specialmente tutto quel che concerne la filiazione divina adottiva del­le anime chiamate alla vita divina.

E infine, e soprattutto, avremo cu­ra di usare con tutto il fervore di cui sa­remo capaci e con quella frequenza che ci sarà possibile, i Sacramenti, i mezzi per eccellenza. Infatti, è per mezzo della san­ta Umanità di Cristo che noi possiamo raggiungere la Divinità. Nessuno va al Pa­dre se non per mezzo del Figlio Incarnato.

Egli ci purifica in un modo miste­rioso per mezzo dell’Assoluzione; e, con la Santissimo Eucarestia, nutrendoci del­la sua Umanità, ci immerge sempre di più nella Divinità, con la Quale noi dobbiamo continuare la comunicazione, anche quando le specie sacramentali hanno ces­sato di essere presenti in noi. Così il no­stro ringraziamento non sarà terminato dopo un quarto d’ora. La nostra preghie­ra sarà quella dei pellegrini di Emmaus: «Resta con noi» (Lc 24,29). La Santa Comu­nione diviene così la sorgente inesauribile della nostra vita interiore; la sua azione si prolunga durante tutta l’intera giorna­ta e ci animerà di un nuovo fervore.

Mettiamoci pienamente nelle mani della Santissima Vergine. Ella genera in noi suo Figlio, ed Ella Lo farà crescere fi­no alla consumazione nell’unità.


LA SPIRITUALITA’
DEL VANGELO


La spiritualità di cui abbiamo dato i principi e abbozzato lo svolgimento, non è nuova, e noi non abbiamo assolutamen­te la pretesa di passarla per tale. Al con­trario, noi vorremmo che si comprendesse, leggendo il Vangelo, che è la vita trac­ciata alle anime da Nostro Signore stesso.

Quando si parla della religione cri­stiana e soprattutto della vita interiore, si insiste, in genere, con istanza sui doveri che ci incombono, sui nostri obblighi. E non si mostrano abbastanza i tesori di bellezza e di gioia che Dio riserva, qui in terra, all’anima fedele.

Ci sembra che accanto ai nostri doveri converrebbe far figurare anche il nostro avere soprannaturale, e si ve­drebbe allora che Dio ci domanda quel che noi possediamo e quel che noi siamo ‑ cioè, pochissime cose -, per darci in cambio sé stesso, la sua vita eterna, beata e infinita. Questo scambio divino è esattissi­mamente dichiarato nel Vangelo, mentre molti autori spirituali, lasciando da parte le ricchezze che ci sono immediatamente promesse dalla generosità di Cristo, di­sconoscono la vera natura delle nostre re­lazioni con Dio.

Le esigenze del Vangelo

Senza dubbio, è necessario morire. E’ la condizione necessaria per arri­vare all’unione. L’Antico Testamento già ne fa menzione: «Nessun uomo può veder­mi e restare vivo» (Es 33,20). Nostro Si­gnore l’afferma con una forza terribile. Le esigenze del suo amore sono inesorabi­li. Egli domanda agli uomini un sacrificio totale che nessun dottore della sapienza umana avrebbe osato domandare loro.

«Se non vi convertirete, perirete tutti» (Lc 13,3). «Se qualcuno vuole ve­nire dietro a me rinneghi se stesso, pren­da la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). »Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre... e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26).

I consigli degli asceti più rigorosi non fanno che ripetere queste minacce, senza riprodurre, spesso, l’accento della loro violenza divina.

Quel che è richiesto, se noi voglia­mo seguire Gesù, è l’immolazione di tutto il nostro essere, immolazione sanguinosa e totale. La minima restrizione, il minimo calcolo sono sufficienti per contrariare i desideri di Nostro Signore: «Poiché io so­no il Signore che amo il diritto e odio la rapina» (Is. 61,8). «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,62). «Poichè tu sei tiepido... sto per vomitar­ti dalla mia bocca» (Ap. 3,16).

Le ultime parole di Gesù

Questi precetti e questi consigli insistenti che ci spingono, con tanta for­za, a morire a noi stessi, non costituisco­no però che un lato, il lato negativo, della dottrina di Nostro Signore.

Se noi vogliamo conoscere piena­mente il suo pensiero, dobbiamo rileggere soprattutto il quarto Vangelo. Nei Sinot­tici, infatti, il Salvatore si esprime quasi sempre attraverso dei simboli. Ma in San Giovanni (14‑18) Egli dichiara esplicita­mente il disegno del suo amore e ci fa comprendere perché esiga da noi, con tanto rigore, il sacrificio della nostra mi­serabile vita: perché possa essere sostitui­ta dalla vita divina.

Non si mediteranno mai troppo queste pagine che costituiscono il testa­mento spirituale di Nostro Signore. Esse fanno apparire terribilmente sbiaditi e insignificanti tutti gli autori di spiritualità: il Vangelo, tra tutti i libri ascetici, è il più severo e imperioso; ed è anche nei suoi inviti alla vita soprannaturale e nelle sue promesse d’intimità con Dio più au­dace, più sicuro e più generoso di qual­siasi altro trattato di orazione mistica.

In questi quattro capitoli di S. Giovanni, Nostro Signore ci annuncia la sua intenzione di rivelarci il supremo se­greto della sua dottrina senza parlare più in figure ed enigmi; ed i suoi discepoli fi­nalmente lo capiscono: «Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di si­militudini» (16,29). Possiamo dunque considerare il discorso dopo la Cena e la Preghiera sacerdotale come il riassunto e la chiave di tutto l’insegnamento di No­stro Signore.

La necessità della penitenza e della mortificazione è indicata in alcuni verset­ti che ricordano le esortazioni svolte negli altri Vangeli. Non può esserci amore sen­za la fedeltà ai precetti che abbiamo cita­to poco fa, non si può pretendere di se­guire Gesù, essere suoi amici, se si ri­fiuta di portare la propria croce: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (14,15). «Chi accoglie i miei comanda­menti e li osserva, questi mi ama» (14,21). «Voi siete miei amici, se farete ciò che Io vi comando» (15, 14).

L’obbedienza ai comandamenti è il distintivo che separa dal mondo i discepoli eletti: «Signore, come è accaduto che devi manifestarTi a noi e non al mondo?» E Gesù risponde: «Se uno mi ama, osser­verà la mia parola... » (14,22 e 23). E questa frase basta a giustificare la con­danna del mondo.

Nostro Signore non nasconde agli Apostoli le sofferenze e le contraddizioni che li attendono nella via della rinuncia: «Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo... per questo il mondo vi odia» (15,19). «Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come Io non sono del mondo» (17,14). «Voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà» (16,20). «Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; Io ho vinto il mondo!» (16,33).

Le promesse del Vangelo

Ma l’obbedienza e la pazienza non sono dei fini. «L’arte per l’arte» è una for­ma inaccettabile, perché nessuna cosa creata è fine a se stessa. E questo discor­so vale anche per la virtù.La virtù per la virtù è un ideale me­schino e scoraggiante al tempo stesso, perché impossibile ad essere realizzato. Colui che lascia il mondo per la povera gioia di credersi perfetto, o che lotta con­tro il mondo per sentirsi vincitore e con­quistare la sua propria stima, non rag­giungerà altro che una nobiltà illusoria e si ritroverà in mezzo alle stesse opere per le quali si sforza di lasciarlo.

Nostro Signore vuole che noi fac­ciamo il vuoto nel nostro cuore, ma per riempirlo del divino; e tale purificazione è sempre incompleta se essa non termina in questa pienezza, nello stesso modo che la vita divina non si saprebbe schiudere in noi se noi non facessimo sforzi per stac­carci dal creato. Questa morte a sé stessi e questa vita in Dio sono inseparabili: l’u­na senza l’altra rimane abortita.

Ascoltiamo le promesse di Gesù a coloro che avranno osservato la sua paro­la: promesse che Egli vuole compiere in ciascuno di noi, che Egli arde dal deside­rio di realizzare con divina impazienza:

«Chi mi ama sarà amato dal Pa­dre mio e anch’Io lo amerò e mi manife­sterò a lui». «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (14,21 e 23).

«In quel giorno saprete che Io sono nel Padre e voi in me e Io in voi» (14,20).

«Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché riman­ga con voi per sempre, lo Spirito di ve­rità... Egli dimora presso di voi e sarà in voi» (14,16‑17).

Questa mutua inabitazione, questa fusione, questa «intimità stupefacente» con le Tre Persone Divine: ecco lo scopo superiore che bisogna far intravedere al­le anime fin dall’inizio della vita spirituale; questo è il desiderio e questa è la volontà di Nostro Signore. Non basta spin­gere le anime verso un ideale celeste, bisogna farle entrare nel Regno di Dio, e far loro comprendere che esso è, fin dal­la vita presente, la loro eredità: «Il Regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,2 1).

Fuori di questa vita d’unione con Nostro Signore e di questa società con il Padre e lo Spirito Santo, che ne è la con­seguenza, non esiste vita spirituale profonda, né vera fecondità soprannatu­rale.

«Rimanete in me e Io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in Me... Chi rimane in Me ed io in lui, fa molto frutto perché senza di Me non potete far nulla» (15,4‑5).

Chi non rimane in Me viene getta­to via come il tralcio e si secca, e poi li raccolgono e li gettano nel fuoco e li bru­ciano. Se rimanete in Me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che vole­te e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio» (15,6‑8).

La preghiera silenziosa delle anime unite a Nostro Signore e vive della sua vi­ta è di una potenza sovrumana: «In quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre mio nel mio nome, Egli ve la darà» (16,23).

«In quel giorno chiederete nel mio nome e Io non vi dico che pregherò per voi il Padre: il Padre stesso vi ama poi­ché voi mi avete amato, e avete creduto che Io sono venuto da Dio» (16,26‑27).

L’anima che si è aperta al Verbo di­vino, che L’ha accolto come la Santa Ver­gine, diviene come Maria un trono di Sa­pienza. Nostro Signore fa esplicitamente all’anima, nella quale Egli viene ad abita­re insieme al Padre e allo Spirito Santo, la promessa di questo dono sconosciuto per il mondo: «Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio no­me, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricor­derà tutto ciò che Io vi ho detto» (14,26).

Non vi chiamo più servi, perché il ser­vo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (15,15). «Quando però verrà lo Spirito di verità, Egli vi guiderà alla verità tutta intera». (16,13).

Questa conoscenza è la vita eterna cominciata fin da questa terra: «Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio è Colui che hai mandato, Gesù Cristo» (17,3). Perché non si tratta di una scienza teorica, astratta; ma di una sapienza vissuta, piena d’amore, risplen­dente di carità, di misericordia e di dol­cezza. Il torrente dell’amore divino inon­da l’anima attenta e fedele per zampillare verso la sua sorgente e spandersi all’infi­nito sulle anime. Di mano in mano che questo amore diviene più generoso e più intenso, l’anima è arricchita di una cono­scenza più profonda che vi fa crescere in­torno la carità: «Rimanete nel mio amo­re» (15,9). Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’Io lo amerò e mi mani­festerò a lui» (14,21).

Quando l’intelligenza e la volontà sono così purificate e riportate al loro Principio, quando l’anima è attirata nella vita divina, essa conosce finalmente la vera gioia. «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (15,11).

«La vostra afflizione si cambierà in gioia... e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (16,20-22)).

«Vi ho detto queste cose perché ab­biate pace in me... Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (16,33 e 14,27).

Nella semplicità luminosa e nella sicurezza profonda di una vita divinizza­ta fino al centro, l’anima gode di sentir realizzate in sé stessa le supreme parole della Preghiera sacerdotale: «Perché tut­ti siano una sola cosa. Come Tu, Padre sei in me ed Io in Te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che Tu mi hai mandato. E la gloria che Tu hai dato a me, Io l’ho data a loro perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e Tu in me, perché siano perfetti nel­l’unità e il mondo sappia che Tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» (17,21‑23).