giovedì 6 ottobre 2011

I solitari di Dio

Il prossimo 9 Ottobre Benedetto XVI sarà in visita pastorale a Lamezia Terme e a Serra san Bruno (*), così chiamata appunto dal nome del fondatore dei Certosini. Vediamo di conoscere un pò meglio questi strani tipi...
Quello che propongo di seguito è il testo rielaborato del documentario televisivo "I solitari di Dio" realizzato da Enzo Romeo, che Rai 2 riproporrà il prossimo sabato 8 ottobre in seconda serata.




I SOLITARI DI DIO

Separati da tutto, uniti a tutti

Tra gli uomini del silenzio

Sono duecento i certosini nel mondo, vivono in venti certose, l'ultima fondata nel '99 in Corea. Nel loro darsi a Dio non c'è nulla di triste o di drammatico. Basta stare qualche ora accanto a loro per mandare in frantumi gli stereotipi che li hanno descritti come una sorta di legione straniera della fede, quasi un'accolita di disperati fuggiti da chissà quale passato. Noi, che abbiamo vissuto parecchi giorni gomito a gomito con questi uomini del silenzio, possiamo dire che di vero c'è solo che "l'ambiente" è davvero internazionale, con presenze da vari continenti. Ma in certosa il clima che si respira è sereno, perfino gioioso; nessun segreto inconfessabile sembra pesare sulla vita dei certosini, che si dimostrano piuttosto molto cordiali e la loro riservatezza non va a discapito dell'ospitalità. Naturalmente non si intende l'amicizia come incontro continuo con l'altro, ma piuttosto come vicinanza spirituale. Si può essere "prossimi" all'altro pur avendo rare occasioni per incontrarsi. In questo vengono in aiuto i moderni mezzi di comunicazione, televisione compresa. Per far conoscere la loro vita a chi mai potrà incontrarli, i monaci della Certosa di Serra San Bruno hanno accettato di ospitare la nostra troupe televisiva, per realizzare una puntata di Tg2 Dossier e, ora, il Video della Eri.

In certosa non c'è televisione, né radio, né telefoni cellulari. Internet viene usato esclusivamente dal priore e da un suo collaboratore per ricevere e inviare posta elettronica. L'Osservatore Romano e l’Avvenire sono i soli quotidiani che circolano tra le celle del chiostro. È in questo medioevo della comunicazione che siamo entrati con la nostra telecamera, il cavalletto, i cavi, i fari al quarzo… Immaginatevi: una troupe del Telegiornale (tre persone: un giornalista, un telecineoperatore, uno specializzato di ripresa) rinchiusa dieci giorni nella clausura di Serra San Bruno, tra i monti della Calabria, insieme a quindici monaci. Per una volta la Tv non ha ripreso se stessa ma ha girato là dove nessuno la vede. Un po' è stato come navigare dentro un Nautilus e fissare le immagini delle profondità marine, a quote in cui di norma tutto è buio e silenzioso. Solo che le profondità dell'uomo - e questa esperienza mi ha rafforzato nella convinzione - sono ben più abissali di quelle degli oceani. Abbiamo conosciuto l'ex profugo vietnamita e l'ex calciatore portoghese, l'ex contadino toscano e l'ex penalista siciliano… Quante storie! Tutte diverse ma tutte convergenti in quello che San Bruno chiamava "l'unico necessario", Dio.

Eppure, prima di giungere al monastero temevamo di non avere abbastanza "materia prima" per il nostro lavoro, di tornare col carniere vuoto, di ritrovarci con una narrazione troppo debole, noiosa, oscura. Io mi ero portato una pila di libri che da tempo attendevano d'esser letti; Andrea, il mago della fotografia, il testo del suo prossimo esame di specializzazione; Giuseppe la lista di telefonate da fare per l'imminente passaggio di categoria aziendale (da tecnico a cameraman). Quando siamo ripartiti dal monastero avevamo inciso sui nastri betacam circa novanta ore di immagini sulla vita dei certosini, di dialogo coi monaci, di interviste a testimoni, storici del cristianesimo, studiosi del monachesimo, maestri di canto gregoriano… Altro che ritmi lenti, tempi dilatati, spazi per la lettura! Non ci eravamo fermati un attimo, notte e giorno. Ed ora avevamo tra le mani un enorme mole di materiale.

Sulle orme di Bruno

Arriviamo alla Certosa in un piovoso pomeriggio. Sul portone d'ingresso una frase di Isaia: "Entri il popolo giusto". Tutto è tranquillo. I monaci stanno recitando i vespri. Il loro canto ci giunge ovattato, sembra un elemento della natura come il vento o la pioggia…

Al monastero di San Bruno, sulle Serre calabresi, ci viene data la possibilità di vivere dieci giorni in clausura con i monaci, anzi come i monaci certosini. Opportunità eccezionale, unica, mai concessa prima. Potremo scoprire i segreti di questi solitari di Dio, partecipare alla loro preghiera di giorno e di notte, seguirne la vita quotidiana, per tentare di comprendere la loro scelta di "sparire dal mondo", di recludersi volontariamente oltre queste mura… Eppure nessuno come noi è oggettivamente lontano dai monaci di San Bruno. Il certosino non tende a essere un "comunicatore" nel senso moderno del termine. Egli vuole semplicemente vivere il mistero di Dio. E' per questo che, sebbene l'ordine certosino abbia ormai più di nove secoli di vita, gli autori certosini sono pochi. Se scrive, il certosino lo fa solo per obblighi formativi verso i novizi. San Bruno fondò l'Ordine senza bisogno di un regola scritta, per lui la vita stessa era regola. Fu soltanto Guigo I, quinto priore di Certosa, a codificare le consuetudini di vita. Guigo, però, più che un legislatore era un filosofo e il vigore dei suoi scritti ricordano quelli di Pascal. Dice Guigo: l'uomo è chiamato ad amare Dio al di sopra di tutto. Ma per amare bisogna conoscere, e Dio - che è l'Assoluto - non si può conoscere a pieno. Ecco, allora, che Dio viene in soccorso all'uomo attraverso l'incarnazione: Gesù Cristo diviene il mediatore tra Dio e l'uomo, in quanto egli stesso vero Dio e vero uomo. Gesù è colui che apre uno squarcio di luce nella cecità umana. Questo sostiene Guigo, che sintetizza la divina filosofia in tre regole: la devozione a Dio (Dio deve essere al di sopra di tutti, nessun uomo deve essere Dio per un altro); la carità (dicono gli Statuti certosini: aprendosi alla vita contemplativa il cuore non si inaridisce, ma si apre a tutti affinché si stia davanti a Dio in nome di tutti); la sobrietà (che vuol dire superare il dualismo temporalità-eternità, corpo-anima, essere incarnati nel terreno senza divenirne prigionieri; e difatti Guigo non usa mai il verbo amare per le cose - che vanno usate -, perché si può amare solo Dio ed i fratelli.

San Bruno, fondatore dei certosini, trascorse qui tra i boschi delle Serre gli ultimi dieci anni della sua vita. A un chilometro circa dall'attuale certosa c'è il "dormitorio" dove il santo morì, nel 1101. Si dice che facesse penitenza restando in preghiera nelle acque gelide del laghetto - poco più di una vasca - che si trova nei pressi. Una statua in pietra eternamente a mollo dà forma alla leggenda. Ma in realtà il rapporto di Bruno con il paesaggio splendido delle Serre fu di grande gioia e serenità. In una lettera all'amico Rodolfo, Bruno ne descrive il vasto altipiano, le dolci colline, le valli ombrose, la ricchezza di sorgenti e ruscelli. Un ecologista ante litteram, si direbbe. Qui Bruno aveva tutto per realizzare il suo sogno di vita eremitica, severa ma equilibrata dal contatto con la natura e dalla vicinanza di altri compagni che condividevano lo stesso ideale.

Bruno era nato a Colonia, in Germania, verso il 1030. Si era trasferito a Reims, in Francia, allora centro della cultura europea. Lì, nella scuola della cattedrale, si fece presto apprezzare come uno dei più brillanti maestri. Quando divenne arcivescovo Manasse, ambizioso e avido, Bruno ne denunciò gli abusi. Avrebbe potuto prenderne il posto, ma già pensava all'"unico necessario", a quella scelta esclusiva di Dio nella solitudine e nella preghiera che lo porterà nelle Alpi del Delfinato, alla Chartreuse, il luogo che darà il nome al nuovo ordine religioso. Sei anni dopo un suo ex allievo diviene papa. È Urbano II, che lo chiama a Roma. Bruno ubbidisce: lascia a malincuore il deserto della Chartreuse e si pone a servizio del pontefice. Sono anni bui per la Chiesa. L'antipapa Clemente III costringe Urbano alla fuga nell'Italia meridionale, allora regno normanno. Bruno lo segue. Gli viene offerta la cattedra arcivescovile di Reggio. Lui però cerca la vita solitaria. Il nobile Ruggero gli dona una vasta area nelle montagne della sua contea, in Calabria, e lì Bruno si ritira per sempre. La sua parabola lo ha portato ad attraversare l'Europa, emigrante dello spirito, percorrendo al contrario le rotte che dal sud verso nord continuano a solcare tanti uomini in cerca di lavoro e di fortuna.

Secondo il benedettino Dom Réginald Gregoire, uno dei massini storici del monachesimo, San Bruno potrebbe essere dichiarato compatrono d'Europa. L’umanesimo che a partire dall’XI secolo si propagherà dall’Italia in tutto il continente va di pari passo con il diffondersi delle certose, che si affermeranno quali centri di cultura umanistica oltre che spirituale. Anche oggi i monaci - Gregoire ne è convinto - possono dar molto all’Europa, a patto che tornino a essere fedeli alla loro vocazione contemplativa, senza dedicarsi a supplenze nella pastorale e nella vita attiva. La gestione delle parrocchie, delle scuole, l’apostolato missionario… tutto questo non è compito dei monaci, che devono invece insegnare con la loro vita – dove tutto è isolato e insieme unificato – qual è il vero valore dell’uomo. I monaci, insomma, come maestri dell’antropologia cristiana, in un’epoca in cui l’uomo e il suo corpo sono spesso profanati.

Il distacco dal mondo

Pian piano cominciamo a fare conoscenza con i quindici monaci che vivono nella Certosa di Serra San Bruno. Vengono da tutti i continenti. Tra loro c'è un novizio coreano (che si trova nella prima fase del cammino monacale) e un postulante texano (che sta compiendo un primo periodo di prova). In genere per arrivare alla professione solenne occorrono sette anni. Su una pergamena il monaco scrive la promessa dei voti perpetui, voti di obbedienza, stabilità e conversione dei costumi. Vuol dire che il monaco è tenuto alla castità e alla povertà, ma anche alla fedeltà alla certosa in cui entra, che diviene per sempre la sua casa. Non si può entrare in certosa prima dei vent'anni e dopo i quarantacinque. Dunque, né troppo presto perché non si è imparato ancora a dominare se stessi, né troppo tardi perché ci si adatterebbe con fatica alle rigide regole certosine.

Don Girolamo, che è tra i monaci più giovani, ha ancora, ad esempio, nostalgia della sua terra, l'Argentina. Prima di entrare in certosa si chiamava Adriano. La sua famiglia vive a Buenos Aires. Tra Adriano-Girolamo e i suoi c'è di mezzo un oceano, e all'inizio la separazione è stata molto dolorosa. Ora, però, i genitori hanno accettato la scelta del figlio, perché hanno capito che è la certosa per il loro Adriano il luogo dove poter essere felice e realizzato. "I miei ora mi dicono: 'Ci sono tanti figli che vanno via per sempre per studio o per lavoro e magari non sono contenti della loro vita; noi invece sentiamo che tu sei soddisfatto, lontano ma felice, e che preghi per noi'".

Ovviamente siamo di fronte a una scelta radicale, che richiede il distacco da moltissime cose, anche da cose buone. "Del resto - commenta don Girolamo - la vita è fatta di morti e risurrezioni continue e non c'è nessuna scelta vera che non richieda un distacco doloroso". Chi entra in certosa sceglie un bene maggiore di altri, che pure sono importanti. Il monaco è un uomo che cerca l'unità - di corpo e anima - con se stesso, con il creato e dunque con Dio. La certosa vuol essere il luogo di questa unità e tutta la vita che in essa si svolge ruota intorno a ciò.

Dunque, la storia di una vocazione, tanto più quella di un certosino, è sempre anche una storia di distacco. Distacco dal "mondo", distacco dalle "cose", distacco dal nulla che riempie le frenetiche giornate di noi uomini impegnati, di noi che inseguiamo sempre qualcosa e alla fine ci dimentichiamo cosa.

Don Ignazio è siciliano. Prima di entrare in certosa faceva l'avvocato a Catania, assorbito da cause penali e maxiprocessi di mafia. "Mi diverte dire che sono passato dalle parole alla Parola, dalla molteplicità a un'unificazione dell'esprimersi. Credo che tutti i termini usati al plurale perdano il loro vero significato: le verità non sono la verità, le libertà non sono la libertà… Ci sono casi in cui l'uso plurale dei termini fa perdere il senso originario".

Qualche anno fa, quando venne ordinato sacerdote, per il suo ricordino scelse due versetti di Marco (4, 35-36): In quel medesimo giorno, verso sera, Gesù disse ai discepoli: "Passiamo all'altra riva". Ed essi, lasciata la folla, lo presero con sé nella barca. Versetti che fanno parte di un capitolo intensissimo del secondo Vangelo: Gesù aveva insegnato a lungo quel giorno, sulle sponde del mare di Galilea, raccontando alcune delle sue parabole più belle (il seminatore, il granellino di senapa…). Ma a sera il Maestro disse: "Passiamo all'altra riva". Ecco il distacco, esigenza sentita anche dal Figlio di Dio, momento indispensabile per essere pienamente a servizio degli altri. Se non si fa silenzio, se non si lascia dentro di sé lo spazio per farsi riempire dall'Onnipotente cosa si può offrire agli altri? Potranno bastare per sfamare la folla i cinque pani e i due pesci di cui narrerà poco più avanti l'evangelista?

Interessante anche notare cosa avvenne in quella attraversata del lago. Ricordate? Si alzò una gran tempesta, onde altissime scossero le acque. I discepoli temettero di morire, mentre Gesù se la dormiva tranquillo a poppa. Lo svegliarono e Lui ordinò al vento e al mare di calmarsi e si fece bonaccia. Ai discepoli passò la paura dei marosi ma venne quella di una nuova burrasca, stavolta spirituale: "Furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: 'Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?'". Così finisce il capitolo 4 di Marco. Dunque il distacco non mette al sicuro dai pericoli e dalle insidie; dopo il distacco c'è sempre una prova, spesso grande, rischiosa, giocata ai limiti della vita e della morte. E nella prova si scopre di avere accanto un amico - silente, addirittura dormiente, eppure capace di metterci in salvo se appena noi lo scuotiamo come fecero i discepoli sulla barca, o se solo sfioriamo il lembo del suo mantello, come fu con l'emorroissa (Mc 5,28).

Rileggendo questa parte di racconto evangelico si può dunque tentare di scoprire il significato (il "segreto") della vocazione certosina. C'è la vita e la folla che ci accerchia a raffigurare il "prima"; c'è il passare all'altra riva che rappresenta l'ingresso in certosa con il suo silenzio a cui anela l'anima affaticata; c'è la prova fatta di quotidiana solitudine, di orazione notturna, di studio e di lavoro anonimo. Quante tempeste si nascondono fra tanto ordinato silenzio! Quante volte nell'intimità della cella si griderà col cuore: "Maestro, non t'importa che moriamo?". Ma quante volte infine si proverà la dolcezza di toccare l'altra riva, di riposare accanto alle acque ormai sedate e di pregare accanto a Gesù per quella folla rimasta dall'altra parte del lago, aldilà delle mura della Certosa.

Don Ignazio cita un suo conterraneo, Giorgio La Pira, che diceva che tutti siamo chiamati alla contemplazione, e torna al discorso dell'unità interiore: "Credo che la nostra maturità umana dipenda dalla capacità che abbiamo di unificare noi stessi e il nostro sguardo sulla realtà. Altrimenti rischiamo di rimanere preda di un molteplice illusorio, di verità, libertà, parole…". Esercizio non facile in una società multiculturale come quella in cui viviamo, dove si incrociano esperienze, tradizioni e religioni diverse e dove chi parla di una sola verità rischia di essere o di apparire un integralista. "Senza dubbio questo rischio c'è - ammette don Ignazio -, ma la verità di cui parlo io è la verità dell'indicibile. Quando la verità è dicibile c'è molta difficoltà a definirla come l'unica vera verità. La verità unica è quella che parla a tutti e quando non riesce a farlo bisogna stare essere prudenti a definirla l'unica vera verità. Quando diciamo che la Parola è una noi siamo convinti di appartenere a questa verità, ma questa verità non ci appartiene, perché è molto più grande di noi e non possiamo gestirla né possiamo avere con essa un rapporto ideologico. Noi apparteniamo alla verità e all'infinito, ma l'infinito non ci appartiene".

In equilibrio sull'assoluto

Equilibrio, questa è una delle parole chiave della certosa, dove sono combinati sapientemente insieme eremitismo e cenobistismo, cioè vita solitaria e vita di comunità. Una ricetta che a volte seduce anche i laici. Come il professor Giuseppe Gioia, sposato e padre di due figli, che di tanto in tanto viene qui da Palermo, ritagliandosi uno spazio di meditazione nella certosa di Serra tra gli studi di filosofia della religione e l'insegnamento all'università. I monaci lo hanno accolto in questi giorni in una delle celle riservate agli ospiti e lui ci parla con entusiasmo di San Bruno e della regola certosina, un argomento che non è più soltanto di studio (è autore di numerosi volumi sulla tradizione certosina) ma vita. Ci dice che il contemplativo è colui che si apre all'assoluto e così facendo diviene un segno di Dio per gli altri uomini. La certosa - afferma -, con i suoi ritmi e le sue consuetudini, è solo uno strumento e non il fine della vita del monaco. L'essenza della spiritualità certosina - aggiunge - è la bonitas, intesa anche come benessere interiore, spirituale. "Inizialmente - afferma - ciò che colpisce in questa vita è la solitudine, il silenzio, ecc. Ma il segreto non è in ciò; è che attraverso la solitudine, il silenzio, ecc. si giunge alla purezza del cuore e all'unione con Dio. Mai il certosino dirà che ha scelto la solitudine per la propria santificazione personale, ma sempre per un incontro con Dio e, attraverso di Lui, con il mondo". Il certosino, attraverso questa scelta esistenziale radicale e lasciandosi guidare da Cristo e dallo Spirito, si apre a una sorta di beatitudine ultima fatta di ascesi, donazione, universalità. In questo senso la vita del monaco non è mai chiusura in se stessi. Come diceva Santa Teresina di Lisieux, il contemplativo deve tendere a divenire il cuore della Chiesa, è ciò sembra valere tanto più oggi in una società che ai maestri preferisce i testimoni. Del resto, l'esperienza di Dio come bonitas non è riservata a una piccola élite di monaci; attraverso l'esperienza del certosino che si fa trasparenza divina, posso capire che Dio mi ama, chiunque io sia, e lo fa con la stessa intensità con cui ama il più austero e impegnato dei monaci.

La vita della clausura certosina è scandita, giorno e notte, con precisione cronometrica. Al mattino le campane danno la sveglia ai monaci alle 7 in punto. È il momento della prima preghiera individuale in cella.

Nella settimana santa, quando la campana non può suonare, i monaci vengono chiamati in chiesa con un rumorosissimo arnese, la traccola. Don Paolo, il sacrista della certosa, ci offre un rapidissimo assaggio adoperandolo per qualche istante: somiglia a quelle ruote coi campanelli e una forcella con manico che i bambinetti ai primi passi si divertono a far correre.

Tutte le indicazioni liturgiche della settimana e del giorno vengono indicate nella tabula del sacrista. È una sorta di grande bacheca in legno. Qui c'è il nome di ogni monaco e il compito che si è chiamati a svolgere nelle varie celebrazioni. I bottoncini di legno collocati accanto ai nomi ed ai servizi liturgici forniscono il piano della preghiera comunitaria. Tirando fuori le asticelle laterali si segnala il digiuno o le faccende pratiche come il bucato o la rasura mensile (cioè il taglio dei capelli).

Alle 8 tutti si recano in chiesa per la messa conventuale. È sui bei stalli in legno del coro che i certosini quotidianamente si riconoscono comunità, che elevano insieme i loro canti al Signore, che invocano la sua misericordia e il suo aiuto per ogni uomo. Tra mattutino e lodi, messa e vespri qui rimangono in preghiera ogni giorno per circa cinque ore. Gli stalli sono disposti su due file, una di fronte all'altra, addossate alle pareti laterali dell'unica navata in stile neogotico. La loro lignea eleganza nasconde una funzionalità a prima vista insospettabile. Ogni posto è fatto in modo che il monaco sia aiutato a sopportare la fatica delle lunghe liturgie. Nello stallo c'è un seggiolino chiamato "misericordia" su cui ci si può appoggiare nell'alternanza del canto corale. In questo modo il monaco sostiene il peso del suo corpo pur restando in posizione quasi eretta. Inoltre, le sporgenze ai lati degli stalli fanno da comodi braccioli. In alcuni momenti si può rimanere seduti abbassando il sedile dello stallo. Nella posizione in ginocchio il monaco si poggia sulle "forme", i banchi che stanno davanti allo stallo e che servono da leggio per i grandi libri liturgici, dall'antifonario notturno, al libro degli inni, al salterio. Responsori ed inni vengono cantati ancora in latino, i salmi in italiano, sempre con la melodia gregoriana. Normalmente il monaco certosino prega indossando il cappuccio e, di notte, nei momenti di silenzio spegne la luce che illumina il suo stallo in modo da avere un maggiore raccoglimento e favorire la preghiera interiore.

Una volta ogni monaco entrando in chiesa tirava la corda della campana, che attraverso un foro sulla volta dell'abside scendeva fin quasi davanti all'altare. Ma i tempi cambiano e anche i certosini si adeguano. Ormai la campana è regolata da un computer e quando, durante la celebrazione eucaristica, serve un rintocco si pigia il pulsante, ben sistemato negli stalli, a portata di dito…

Oggi la messa a cui anche noi assistiamo è dedicata alla pace, alla giustizia e alla libertà. Sì, perché il monaco certosino è fuori dal mondo ma non è estraneo al mondo. Le sue preghiere vogliono essere come un tampone che assorbe le tensioni, le angosce, i dolori, le speranze dell'umanità per presentarle davanti all'Altissimo.

Al momento della consacrazione i monaci si prostrano in terra e fa un certo effetto vederli stesi tra gli stalli e le "forme". Lo scambio della pace inizia dal celebrante e si irradia a tutti gli altri, attraverso una piccola catena di abbracci. Questi solitari, così schivi e sfuggenti, si scoprono vicini gli uni agli altri. Ne parliamo con don Jacques, il priore, parigino, alle spalle una laurea in matematica. Sebbene viviamo in un epoca in cui prevalgono la produttività e l'efficientismo, il valore della gratuità non è tramontato. Don Jacques ne è convinto e porta un paragone evangelico per spiegare la vocazione della certosa: così come a Betania una donna ruppe il vaso d'alabastro per versare il profumo sul capo di Gesù, così il certosino "spreca" la sua vita per Cristo e il profumo di questa vita donata si può diffondere in tutta la Chiesa e nel mondo.

Ci dice don Jacques: “Sentiamo spesso questo rimprovero: «come mai state qui, dentro queste mura, mentre fuori tanta gente ha bisogno di aiuto o anche di una testimonianza evangelica?». Una domanda legittima, che non dobbiamo eludere. Ma credo che dobbiamo tornare alle origini, a Cristo, per trovare una risposta. Ecco, allora, che quando si tocca quest’argomento mi viene sempre in mente l’episodio raccontato da Matteo che precede la passione. Gesù si trova in casa di un lebbroso, Simone, quando entra una donna sconosciuta (e il suo anonimato è importante). La donna ha un vasetto di alabastro pieno di profumo e lo rompe davanti a tutti, versandolo sulla testa (altri dicono sui piedi) di Gesù. Perché un oggetto così costoso è mandato in frantumi e un unguento tanto prezioso è sparso senza risparmio? Questa donna senza nome ha capito ciò che gli altri, apostoli compresi, non hanno ancora colto: che Gesù sta per compiere il più grande gesto d’amore, dare la propria vita per noi, e vuole in qualche modo ricambiare questo amore. Tutti si scandalizzano: il profumo poteva essere venduto, il ricavato offerto ai poveri. Ma quel gesto apparentemente illogico è in realtà una testimonianza d’amore. E perciò Gesù dice a chi la rimprovera: «Lasciatela in pace, perché tormentarla? Questa donna ha fatto una buona azione verso di me»”.

Ecco la dimensione della gratuità, così lontana dall’utilitarismo corrente. L’amore vero non conosce misure e non ha la preoccupazione del contraccambio. Un amore che pretende un corrispettivo è un amore verso se stessi più che verso l’altro. L’amore verso Dio non può che essere gratuito, perché Lui ci ama gratuitamente. I certosini vogliono dare la loro vita, “sprecarla”, per Gesù, rispondere con altrettanta totalità a una chiamata d’amore totale che loro sentono venire da Dio. Col vocabolario della sua epoca San Bruno si chiedeva: che cosa c’è di più utile e di più giusto per l’uomo se non amare Dio? La vera utilità, per lui, non è ciò che si vede e che si può ottenere subito, ma l’amore per Dio, perché Lui è l’unico bene che può riempire il cuore dell’uomo. Don Jacques sa che queste sono parole grosse, che è facile cadere nella retorica, e le pronuncia quasi sottovoce, spogliando la frase da ogni enfasi: “Donarsi senza aspettare nulla in cambio, questo è il nostro ideale. Perché la nostra vita vuol essere un dono d’amore e l’amore autentico è sempre gratuito”.

In certosa incontriamo un signore che ogni sera viene qui a recitare i vespri con i monaci. Un privilegio che gli è stato accordato dopo che ha vinto, qualche anno fa, la sua battaglia con un tumore. Grazie anche, lui dice, all'intercessione di San Bruno e alle preghiere e alla solidarietà dei certosini. Si chiama Rocco Barillari e fa l'avvocato. "Nella mia vicenda personale - dice - non ho gridato al miracolo, ma ho sperimentato la vicinanza di San Bruno e dei certosini. Da loro mi è venuto un enorme conforto spirituale, che mi ha aiutato a superare i momenti difficili della malattia". Aggiunge: "Venendo in certosa i problemi si vedono sotto un altro aspetto, con una luce diversa, e non si corre il rischio di rimanere schiacciati sotto il loro peso". Barillari è convinto: i certosini offrono un grande esempio di umanità e, a modo loro, sanno porsi nel cuore del mondo. "Io vedo e sento questa vicinanza: quando una persona ha bisogno delle loro preghiere, i certosini la ricordano durante i lunghi momenti di orazione. Così, nella loro solitudine, i certosini parlano a Dio degli uomini e creano quella comunicazione tra terra e cielo che spesso manca al di fuori di queste mura. Il loro deserto non è isolamento, ma attraverso la preghiera è singolare partecipazione alla vita del mondo".

Una festa popolare

Due volte all'anno - il 6 ottobre, festa del santo, e a Pentecoste - il busto in argento con le reliquie di San Bruno viene fatto uscire dalla Certosa per essere posto alla venerazione di tutti i fedeli. Prelevato con gran cura dall'altare della Certosa, i monaci lo affidano non senza apprensione ad altre mani. La scultura (di scuola napoletana del '500) presenta molte ammaccature. Sono i segni - le ferite - lasciati dalla devozione, vedremo come tra poco. Perciò è meglio proteggerlo con una teca in plexiglass, che somiglia un po' allo scafandro di un palombaro.

Questa è anche l'occasione per far benedire dai monaci i bambini. Li chiamano "certosinetti": viene fatto indossar loro un abitino con la cocolla certosina per sciogliere un voto o chiedere la protezione del santo. A Serra non c'è famiglia in cui qualcuno non si chiami Bruno. Di solito le benedizioni si impartiscono rimanendo aldilà della grata che separa dalla clausura. Ma nella confusione della festa qualcuno riesce ad avvicinarsi al priore, che anche per i paesani è l'autorità massima, ed a lui si può chiedere una benedizione speciale…

Finalmente il reliquiario di Bruno viene fatto uscire dalla certosa su un'automobile infiorata come il palcoscenico di San Remo. Subito parte fitto il lancio di confetti, segno di fertilità ed abbondanza, ma capaci anche di far male se scagliati come proiettili. Ecco perché tante ammaccature sul busto argenteo, prima che venisse messo "sotto vuoto spinto".

Il busto si muove in processione verso la chiesa principale del paese dove vi rimarrà sette giorni, non senza però avergli fatto compiere un giro trionfale attraverso vicoli e stradine. E qui continua il lancio dei confetti, che i ragazzini si contendono fin sotto il baldacchino del santo. Si porgono fiori e offerte in denaro. Qualche donnina sbircia da dietro le imposte, un'altra - coraggiosa centenaria - sfida il freddo per rendere omaggio al patrono. Certo, anche su quest'altipiano calabro le tradizioni popolari inesorabilmente affievoliscono. Ma dietro a San Bruno c'è ancora chi recita le antiche cantilene…

Guardando con attenzione le case di Serra si nota come molte siano state costruite con materiale di riporto. Colonne, stipiti, fontane della vicina certosa riutilizzati dopo il terribile terremoto che nel XVIII secolo rase al suolo ogni cosa. Anche le opere d'arte vennero trasferite nelle chiese del paese. Come i quadri della Chiesa dell'Addolorata, il grande ciborio di Cosimo Fanzago, le statue e gli splendidi bassorilievi seicenteschi del tedesco David Muller. Questi ultimi ornano la Chiesa Matrice, dove il busto del Santo rimane per otto giorni e ogni sera in suo onore si celebra la funzione solenne. La partecipazione è davvero corale: tutto il paese, con in testa le confraternite, si ritrova intorno all'altare a cantare la storia del proprio patrono, dalla nascita in Germania all'arrivo tra questi boschi. E anche di notte, quando tutto è affidato al sonno e al silenzio, c'è chi veglia il santo con rosari e giaculatorie e aspetta l'aurora con un'Ave Maria sulle labbra.

Il paese è nato per la certosa: contadini, boscaioli, operai vennero a lavorare le terre affidate dal conte Ruggero il Normanno a San Bruno. Dai monaci è dipesa per secoli la sopravvivenza di questa gente. In età angioina gli abitanti di qui erano chiamati semplicemente "uomini di Santo Stefano del Bosco", dal nome dell'eremo originario di Bruno. La Chiesa dell'Assunta, una delle tante che sorgono a Serra, era detta "delle panelle" perché lì i certosini distribuivano il pane ai serresi nei periodi di carestia. Nel 1863, dopo l'unità d'Italia, si decise di aggiungere il nome del santo eremita a quello del paese, che divenne così Serra San Bruno.

Gli eremi

All'alba saliamo con qualche difficoltà la nostra attrezzatura di ripresa sul campanile della Certosa. Ma la fatica è ampiamente ripagata. Da qui si respira il silenzio, rotto solo di tanto in tanto dal suono della campana. E mentre la natura si risveglia si può forse captare, percepire l'Assoluto. Da qui abbiamo anche una visione pressoché completa del monastero. Tutto ruota intorno alla chiesa e al chiostro.

Dal chiostro si accede agli “eremi”, che sono le celle dei padri, cioè dei monaci sacerdoti o di coloro che hanno intrapreso la via del sacerdozio, detti appunto "monaci del chiostro". Ogni cella è contraddistinta da una lettera e sulla porta c'è una frase della bibbia che inizia con la medesima lettera. In cella il certosino trascorre gran parte della giornata. Qui si cela il suo mondo più intimo, qui si svolge il suo "faccia a faccia" con Dio.

Violiamo questo "santuario" personale con molto pudore. Immaginiamo spazi angusti e temiamo sensazioni claustrofobiche. E invece la cella del certosino è un vero e proprio appartamento su due livelli, costruita in modo che da nessuna delle sue finestre possa essere vista la cella di un altro confratello. Il primo ad aprirci la porta è don Mario, professo milanese di 38 anni, in certosa da tre. Il suo è ufficialmente ancora un tempo di verifica, sebbene dia l'impressione di avere le idee molto chiare sul proprio futuro da certosino.

Al piano terra c'è l'ingresso con la veranda che affaccia su un ampio giardino e una grande camera da lavoro. Una volta serviva soprattutto da legnaia e da falegnameria. Per questo ogni monaco disponeva di un tornio a pedale. In fondo Gesù era un falegname. E poi lavorare al tornio era anche un'occasione per praticare un salutare esercizio fisico.

Oggi il tornio è quasi un pezzo da antiquariato, spesso sostituito - come vedremo - dal lavoro al computer. Ma in questa sala il certosino continua ad avere il suo laboratorio ed a praticare un'attività manuale. Don Mario fa il rilegatore; ha imparato qui, perché questa è una delle attività tradizionali dei monaci di certosa, che sistemano da sé tutti i loro libri liturgici. Non teme, don Mario, la ripetitività di un lavoro che alla lunga potrebbe apparire noioso. Anche nei piccoli gesti ordinari di tutti i giorni - ne è convinto - c'è una dinamis, un'energia soprannaturale che li trasforma e li rende importanti. "Il lavoro di rilegatura - spiega -, pur richiedendo attenzione, mi consente di continuare la meditazione continua che caratterizza la nostra giornata, senza provocare alcuna cesura tra l'azione e la contemplazione".

Al piano superiore la cella ha una prima stanza detta dell'Ave Maria, perché in genere vi è posta un'immagine della Vergine. E' in cella che il monaco, a eccezione del mattutino e dei vespri, recita le ore liturgiche. In un secondo locale chiamato cubicolo il monaco mangia, dorme e studia. Ogni giorno uno spazio è dedicato alla lectio divina, la lettura e meditazione della Bibbia. Questo è il momento in cui il monaco ascolta il Signore che parla e si lascia interpellare da Lui. In un certo senso qui - insieme all'eucarestia - c'è il motore che muove la giornata del monaco e riempie di senso la sua solitudine. "La nostra solitudine - ci dice don Mario - va capita: è “assenza” di persone, ma è presenza viva e feconda del Signore". Ogni monaco decide i suoi tempi: la lectio può durare mezzora, 40 minuti, un'ora; l'importante è che l'ascolto della Parola divenga preghiera e che l'orazione si incarni nella vita di cella e nell'incontro con i fratelli di certosa. Anche i passi da meditare si possono scegliere con una certa libertà, magari consultandosi col padre priore. C'è chi sceglie il passo della liturgia del giorno, chi la lettura di un determinato libro della Bibbia. E' il caso di don Mario, che in questo periodo si sta soffermando sul Vangelo di Matteo, che divide quotidianamente in piccole pericopi.

Don Mario aveva studiato da ragioniere. A casa era il più piccolo di quattro fratelli, ma dice che i suoi in fondo l'hanno presa bene quando li ha salutati per venire qui. Prima faceva il volontario nell'Associazione Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi. Ha lavorato a Bologna e poi in Trentino in comunità per ragazzi disabili. I suoi ex compagni non hanno capito subito la sua scelta, quasi lo hanno accusato di egoismo per aver preferito la clausura a una vita spesa tutta per gli altri. "Ma quando facevo il volontario - spiega don Mario - potevo aiutare due, tre, dieci persone; qui invece l'aiuto è cosmico. Quando mi sono sentito chiamato a una vita spesa totalmente per il Signore, ho capito che quelle persone che avevano bisogno di me avrei potuto servirle meglio nel silenzio e nella solitudine, ricordandoli nella preghiera e portandoli sempre nel cuore".

Il letto, con accanto lo stallo per la preghiera, si chiudeva un tempo ad armadio per riparare il monaco dal freddo. Le vecchie celle sono riscaldate ancora da una stufa a legna, ma in questi locali non si ghiaccia più come una volta. Don Mario, che è un pratico milanese, si è portato una cyclette in cella, visto che anche lui ormai al tornio ci lavora poco.

Sebbene apparentemente tutte uguali, le celle risentono della personalità del monaco, dalla disposizione degli oggetti nelle stanze alla sistemazione delle aiuole e dei fiori in giardino. Lo notiamo bene passando dall'eremo di don Mario, dove regna un ordine tutto milanese, a quella di don Ignazio. Qui c'è un'aria quasi orientale, a cominciare dallo spazio per la preghiera, fatto di una stuoia e di un'icona illuminata da una candela. Don Ignazio preferisce pregare nella posizione del loto e servirsi per la sua meditazione di tecniche simili a quelle buddiste. Quando glielo facciamo notare lui ci spiega che la fede, la scoperta del silenzio, la ricerca di Dio sono connaturali all'uomo e in questo senso non c'è differenza tra culture o tra un certosino e un monaco buddista. "Certo, l'idea di Dio che noi abbiamo è molto diversa rispetto ai monaci orientali", ammette don Ignazio. "Ma quando si trova Dio (e lo si trova se lo si cerca onestamente) ci si può incontrare".

Nel suo laboratorio don Ignazio dipinge le icone. Un altro segno della sua sensibilità verso l'Oriente, in questo caso cristiano. Ci spiega che nell'icona il fondo è dato dal colore più scuro e poi si procede a gradi dipingendo le parti più chiare. L'ultimo tocco è per le zone di luce. La pittura di un'icona è un'esperienza di preghiera e un cammino verso la luce. Per realizzarla si utilizza una tecnica esattamente contraria a quella generalmente usata in Occidente, dove prima si lavora coi toni chiari e poi si dipingono le ombre. In Occidente - afferma il nostro monaco - abbiamo troppa paura del vuoto. Stili artistici, come il barocco, sono nati da questa paura. Gli chiediamo se per superarla viene in aiuto la vita in clausura. "Non a superarla, ma ad entrarci dentro. Noi occidentali abbiamo una visione negativa del vuoto: lo consideriamo assenza di qualcosa di importante. La visione autenticamente monastica del vuoto è invece l'assenza del limite: cadono gli ostacoli che impediscono il rapporto con la verità, con Dio".

I fratelli conversi

Le celle dei fratelli conversi sono più piccole anche perché il fratello monaco rimane per meno tempo in cella rispetto al padre. I conversi hanno compiti più pratici, provvedono alle incombenze ordinarie del monastero ed ognuno di loro ha un posto di lavoro chiamato "obbedienza".

Fra Francesco fa il panettiere. Impasta e inforna il pane due volte alla settimana. Un pane nero, dalla crosta dura e dalla mollica compatta come si usa in Calabria, nient'affatto leggero né fragrante, però buono a essere conservato per molti giorni. Trasformiamo il suo forno in un piccolo set, ma Fra Francesco ha un carattere dolce ed aperto. Ci guarda coi suoi occhi vivaci attraverso le lenti da miope e fa partire di tanto in tanto una contagiosissima risata a singhiozzo. Tra i monaci è quello che viene da più vicino. Abitava a Dònnici, una frazione di Cosenza, dove lavorava nel bar di famiglia. Quando è stato fulminato dalla vocazione è praticamente fuggito da casa, perché non aveva il coraggio di dire ai suoi che andava a chiudersi per sempre in certosa. "Avevo incontrato Cristo attraverso degli amici e a un certo punto mi ero chiesto qual era davvero la mia vocazione. Mi sono messo alla ricerca, volevo trovare una via che conducesse alla pace profonda e alla felicità. Così sono capitato in Certosa per un periodo di esperienza". Ormai Francesco è qui da sette anni e anche per lui la solitudine è diventata la migliore compagna. Ci guarda, fa un grande sorriso e dice: "Per il momento penso che sia questa la mia strada".

La fuga è acqua passata, adesso è diventato l'idolo della famiglia; la mamma e i fratelli si sono abituati alla sua assenza e sono orgogliosi di poter dire "mio figlio, mio fratello è un certosino". Fra Francesco è convinto che più ci si avvicina a Dio, più cambiano i rapporti con le persone: "Le piccole incomprensioni, i disaccordi vengono superati attraverso la misericordia di Dio, che ti mostra il suo volto in quello del fratello". Gli chiediamo cosa penseranno al paese di lui e della sua scelta. "C'è chi dirà bene e chi dirà male - risponde -, ma questo non interessa, l'importante è camminare con Dio e capire ciò che Lui vuole dalla mia vita".

Tra qualche giorno fra Francesco sarà in ritiro, durante il quale dovrà dedicarsi totalmente al silenzio e alla preghiera, senz'altre attività pratiche. Così questa è l'ultima occasione per vederlo all'opera. "Nella nostra vita ci sono sempre da fare dei discernimenti e bisogna capire anche quando è il momento di allentare il lavoro per far spazio alla meditazione". Prima di entrare in Certosa ha fatto tante esperienze e tanti lavori: "In fondo qui continuo a lavorare come in passato, solo che lo faccio nel silenzio e il lavoro serve a dare equilibrio al mio cuore. Ad esempio, fare il pane è per me un modo di rapportarmi alla realtà concreta ed evitare di farmi dominare dall'immaginazione". Anche impastare la farina, alimentare il forno, cuocere le pagnotte sono azioni che possono contribuire a raggiungere l'obiettivo del monaco: la comunione con Dio.

Altro monaco, altra storia, altra "professione". Fra Enzo fa il sarto. Prima di entrare in Certosa, sedici anni fa, coltivava gli ulivi sulle dolci colline toscane. Ma le sue mani contadine hanno imparato in fretta a usare ago e filo e ormai è lui con la vecchia Singer a confezionare gli abiti dei monaci. Ogni certosino ne possiede due, cioè il minimo indispensabile per il ricambio. Fra Enzo è magro e nodoso come gli alberi del podere che ha lasciato per la vita religiosa. Ora sta piegato sulla macchina da scrivere, concentrato a dare gli orli al saio, mentre lo incalziamo con qualche domanda. "Sono un tipo tranquillo, mi piace affrontare le cose con calma, e questo si riflette anche nelle scelte di vita. Così sono entrato in Certosa a 35 anni; frequentavo la parrocchia e avvertivo il desiderio di una testimonianza cristiana, ma non mi sentivo portato per l'apostolato attivo, e quindi ho preferito questa vita di preghiera e contemplazione". Prima di approdare a Serra fra Enzo era nella Certosa di Farneta, non distante dal suo paese in provincia di Pisa, "che è il paese di Sandra Milo", ci dice forse ispirato dall'attrezzatura televisiva che per l'occasione ingombra la sua sartoria o forse davvero un po' orgoglioso di avere una concittadina attrice. Per confezionare un saio completo di cocolla impiega circa due settimane. In un canto della stanza sono accatastati i rotoli di lana (un tipo di lana pettinata, resistente e facile da lavare, ci spiega) che servono da materia prima. E' incredibile il numero di tasche e bottoni che contiene un saio certosino, più di quanti cassetti possa avere un secretaire. La parte anteriore e posteriore della cocolla, cioè della mantella con cappuccio, sono tenute insieme da due bande che conferiscono all'abito una forma a croce. Fra Enzo ce lo fa vedere bene stendendo un saio sul tavolo: effettivamente sembra proprio una croce. Forma, colore, tutto nella divisa certosina ha un significato simbolico. Il taglio rimanda alla croce, il cappuccio alla solitudine, il bianco al candore della purezza e della castità… "Questo non vuol dire che il prete che indossa l'abito scuro non sia casto…", dice con l'ironia del toscanaccio. Il fatto è che fra Enzo, pieno di saggezza popolare, resta convinto che non è l'abito che fa il monaco. Lui crede ai proverbi: "Vox populi, vox Dei", dice, e aggiunge: "Con l'abito uno può anche somigliare a un monaco, ma se manca il resto sarà tutt'al più un buon uomo".

Con questo contadino conquistato dalla solitudine di Dio parliamo della diversità (e dunque della ricchezza umana) che si trova dentro le mura della clausura. "Tra noi ci si comprende. Le differenze sono secondarie, ciò che ci unisce è la fede, che va oltre ogni cosa". Ma essere amici dentro queste mura ha lo stesso significato che fuori? "L'amicizia tra noi monaci è la stessa che possono vivere due persone fuori da qui. Rimaniamo col nostro carattere e con i nostri difetti da correggere, però ci sforziamo di capirci a vicenda". In certosa ci sono monaci di ogni continente e di ogni estrazione sociale. E chi, come lui, non aveva mai lasciato il suo paesello, ora prega accanto a ex professionisti approdati qui da città e capitali lontane. "Qui ho scoperto che le diversità possono arricchire, perché ci aiutano ad allargare l'orizzonte. Ad esempio, fa piacere a me che non ho mai viaggiato stare a sentire il mio confratello coreano che parla delle tradizioni e della cultura del suo paese". L'importante per fra Enzo è che ci sia un pezzo di terra e delle piante da curare. "Il fatto di essere stato un coltivatore mi ha aiutato: in campagna la vita è tranquilla e cadenzata, un po' come qui". Anche a Serra fra Enzo quando non cuce si aggira amorevolmente tra i filari di fagiolini che offrono ai monaci una produzione record (e a noi l'immancabile contorno a pranzo e cena). "Appena arrivato in Certosa ho subito lavorato nei campi e nei frutteti. Questo mi ha reso più facile il passaggio ai ritmi certosini, perché in fondo mi ha consentito di restare nel mio stesso ambiente. Poi ho visto che potevo fare altri lavori per Gesù, come ad esempio cucire gli abiti per la comunità. Del resto, le cose a cui si era abituati prima di diventar monaci pian piano svaniscono e subentrano altre. Ma certo mi piacerebbe poter coltivare ancora gli ulivi, è un lavoro che non ho mai dimenticato…".

Le notti

La notte - tutte le notti dell'anno - la campana dà la sveglia a mezzanotte. Il certosino ha scelto di stare sempre all'erta, come le vergini sagge del Vangelo, per aprire la porta all'Amato, che può arrivare in qualunque momento, di giorno come di notte. Per questo il certosino dorme a pezzetti, interrompe il sonno per far spazio all'orazione. Chi come noi si immerge improvvisamente in questa vita, guarda all'esercizio notturno dei monaci quasi con sgomento. Tra tutti i sacrifici, questo sembra il più crudele: tagliare in due la notte, spezzare il calore del letargo, lo spazio intimo dei sogni. Il monaco che ci accompagna stempera però il nostro sconcerto. "Quello che conduciamo qui - spiega - è un sistema di vita collaudato da secoli, tutto è sperimentato da generazioni e generazioni e sappiamo che l'uomo sopporta bene gli orari imposti dalla certosa". A pensarci bene, come dargli torto. I certosini hanno un'età media elevatissima, un'alta speranza di vita, come si usa dire oggi. In queste comunità i vegliardi sono stati sempre numerosi, anche nei secoli bui delle epidemie e delle carestie, quando fuori dalle certose in pochi riuscivano ad arrivare ai quarant'anni.

Dopo una preghiera personale alla Madonna il monaco lascia la propria cella e si dirige in chiesa per l'orazione comunitaria del mattutino e delle lodi. Non si può comprendere la certosa se non si comprendono questi passi nel buio, questo silente cammino verso un centro che attira come una calamita il metallo, questo convergere tutti senza profferir parola intorno all'altare. E non c'è forse momento più intimo e insieme più alto per il monaco certosino di quando tutto rimane oscuro. E' come ritrovarsi dentro il grembo materno di Dio e assaporare tutta la dolcezza dell'abbandono a Lui, all'Eterno. E quelle lucine che si accendono, quel salmodiare, quel genuflettersi sono la nenia dell'Altissimo che si riverbera nei gesti e risuona nelle voci di questi monaci che vogliono farsi bambini "perché di essi - ha detto Gesù - è il regno dei cieli"; che vogliono cullarsi tra le braccia del proprio Padre invisibile. Che vogliono bussare perché sanno che gli sarà aperto; e al contempo vogliono esser pronti a spalancare la propria porta quando busserà il Signore e dirà "Aprimi, perché voglio cenare con te".

Si va avanti così, per quasi tre ore. Notte, notte di preghiera, notte di pensieri, notte di attesa, l'eterna attesa della luce, del sole che puntuale fenderà il buio coi suoi raggi e rischiarerà l'oscurità. Veglia, veglia che precede il giorno. Perché solo se si affronta l'esperienza delle tenebre - simbolo della croce - si può sperare in una nuova alba - simbolo della resurrezione.

Il monaco si è staccato dagli interessi terrestri, ma vuol essere in sintonia con tutti i sofferenti. Nessuno come lui può percepire il significato della croce di Cristo. Questo è uno dei motivi per cui i fondatori di ordini eremiti sono sempre raffigurati con la croce in mano. Vicini a chi soffre attraverso la preghiera, sapendo che Cristo tende sempre la mano e allo stesso tempo che senza la croce la vita non ha significato. Messaggio duro da far passare oggi, ma è pur vero che in una società in cerca di certezze questi monaci offrono un orientamento sicuro e sanno guardare oltre le contingenze, l’immediato, il superfluo…

Chi cerca l'assoluto può trovarlo in molti modi. Non tutti sono chiamati a vivere da certosini. Ma il drappello di monaci che abbiamo davanti nella semioscurità della chiesa ha trovato la pienezza e la pace interiore nelle notti di certosa, in questo silenzio prolungato accanto ai propri confratelli. "È qualcosa che riempie il mio cuore - ci confida uno di loro - e non mi fa rimpiangere le altre notti, quelle che trascorrevo con i miei amici in discoteca prima di entrare qui".

Preghiera, ma non solo

Oggi c'è lezione di canto. Per saper pregare il certosino deve saper cantare. Almeno una volta all'anno c'è un corso tenuto da un maestro di gregoriano. Il maestro Laurent Jouvet, un francese che vive in Germania, è giunto appositamente da Stoccarda. Il gregoriano dei certosini è semplificato rispetto a quello romano, in modo che tutti - anche i meno dotati musicalmente - possano adoperarlo. Ma bisogna aver cura della respirazione e dell'armonia nell'alternanza tra i due cori. Se ci si impadronisce di una buona tecnica, allora il canto diverrà davvero un modo per entrare in sintonia con Dio.

"In effetti questa è una tecnica di meditazione, per dirla in maniera moderna", ci spiega Jouvet. "La respirazione è molto importante perché è quella che dà unità al canto. La prima cosa che faccio con i monaci è abituarli a respirare insieme". A suo dire i monaci sono degli allievi bravi e simpatici. In effetti siamo testimoni del buon umore e anche delle risate che accompagnano la lezione di gregoriano.

In cucina si versa il riso allo zafferano nelle scodelle che formano poi una piccola catasta. Per secondo oggi c'è merluzzo al pomodoro con contorno di bietola. La dieta del certosino è vegetariana: niente carne né suoi derivati, mai. Durante i periodi di avvento e quaresima sono vietati anche latte, formaggio e burro. Il venerdì si digiuna: sono ammessi solo pane e acqua. "Chi entra in Certosa - ci dice uno dei monaci - si adatta gradualmente a tutto, anche alla dieta certosina. All'inizio, non mangiando carni, ci si può sentire un po' debilitati, ma è una sensazione che si supera presto e si torna a star bene fisicamente".

La cena di norma è molto frugale, ma il pranzo - servito a mezzogiorno - è abbondante. Il cibo è posto nell'apposita finestra, che ha un'apertura dal chiostro e un'altra dalla cella. Così dall'interno il monaco ritira il suo pasto senza il contatto diretto con il cuciniere; sale al primo piano e apparecchia sul tavolo che fa anche da scrittoio, davanti alla finestra: l'eremo non è violato, la solitudine - dolce severa compagna - è salva. Lei, invisibile amica, è l'unica commensale del monaco.

Anche noi ci adattiamo a questo regime: ci viene servito il pasto come agli altri monaci, attraverso la finestra a doppia serranda. La clausura non può concedere sconti alla troupe televisiva.

La domenica e nei giorni di festa si fa però eccezione: il pranzo è consumato in comune, in refettorio. E in questo caso anche il menù è speciale, con tanto di antipasto e dolce. Ma su tutto aleggia un'aria di grande austerità. I commensali non possono parlare fra loro e ognuno sembra assorto nei propri pensieri, concentrato sul cibo e sul manducare, mentre un confratello dal podio legge un passo dell'Apocalisse e una lettera dei primi certosini.

L'occasione per scambiare quattro chiacchiere il monaco l'avrà nel pomeriggio con la ricreazione domenicale. Quando è bel tempo ci si sistema in cortile, intorno alla statua della Madonnina. L'eremita diventa un compagno per altri eremiti, la solitudine allarga le sue maglie per far filtrare il rapporto con l'altro, l'umanità.

In certosa - abbiamo visto - non ci sono i mezzi di informazione a cui tutti noi siamo abituati. A parte i libri, c'è abbondanza solo di riviste a carattere ecclesiale e teologico. La solitudine fa rimbombare le notizie, come una parola pronunciata in una stanza vuota rimbalza sulle pareti e ritorna alle nostre orecchie. Noi, fuori di qui, siamo ormai impermeabili alla massa di informazioni, buone o cattive che siano, che ci piovono addosso ogni momento. Ma ciò che entra nel silenzio della certosa rimbalza nell’immaginazione e nel cuore dei monaci, e non sarebbe facile gestire la solitudine con la mente ingombra da tante notizie. E tuttavia nell'era della comunicazione di massa la clausura non basta a fermare le notizie. Così l'11 settembre del 2001 arrivò presto anche qui l'eco della tragedia di New York. Uno dei dipendenti della Certosa avvisò il priore, che scrisse un breve comunicato nella bacheca accanto all'ingresso della chiesa. Così quella sera tragica anche i monaci di Serra San Bruno pregarono per le vittime del terrorismo e insieme per i terroristi, perché il Signore potesse dar loro luce per pentirsi e ravvedersi.

Una volta all'anno, nel periodo natalizio, i monaci di Serra San Bruno si permettono il lusso di vedere un film in cassetta. Per l'occasione viene sistemato in clausura un apparecchio televisivo e un video registratore. Non ci si preoccupa, evidentemente, delle prime visioni, dato che ogni pellicola qui è una prima… e anche un’ultima... Il film del Natale scorso è stato "La vita è bella" di Roberto Benigni: un successo, pure tra i certosini.

Ma a parte le eccezioni "natalizie" in Certosa il silenzio appare quasi irreale, almeno a chi come noi non vi è abituato. Il primo giorno il silenzio è stato quasi "assordante": ci mancava il sottofondo perenne di rumori, musica, parole che accompagna la vita di tutti fuori da qui. Poi abbiamo cominciato a percepire i suoni della natura, ed è stata una sorpresa. Quante cose - magari piccole ma affascinanti - ci sono attorno a noi che non vediamo, non sentiamo più. La certosa ce le fa riscoprire.

Don Ignazio ci porta a visitare il suo giardino, che rappresenta sempre - dice - un luogo di comunione tra l'uomo e la natura. "L'Oriente sviluppa molto questo concetto, ma anche i monaci del deserto, che pure non avevano dei giardini, trovavano nella natura la manifestazione di Dio. Così per il certosino il giardino è il luogo dell'incontro con la natura, attraverso cui Dio parla. Un fiore che sboccia, un uccellino che si posa su un ramo, perfino una goccia di rugiada: attraverso questo microcosmo si può esprimere il dialogo con il Signore".

In effetti chi vive in certosa riesce a percepire meglio le piccole cose rispetto a chi vive fuori nel caos e tra i rumori della quotidianità. "Il monaco - spiega don Ignazio - si educa all'ascolto anche delle piccole cose e della bellezza che esse racchiudono. La realtà per il monaco è segno e simbolo. Ogni cosa ha una luce che splende nel proprio interno ed è per questo che il rapporto del monaco con la realtà è di trasfigurazione, che vuol dire cogliere la luce delle cose, che è poi la luce di Dio".

Dal giardino della cella ci spostiamo negli orti della Certosa. Qui, in un angolo tranquillo e isolato quanto basta, ci sono le arnie. Fra Paolo è grande e grosso, ma è il migliore amico delle api. Noi invece un po' le temiamo e preferiamo sistemare una telecamerina per le riprese ravvicinate. Il resto lo affidiamo al "coraggio" di Andrea, che con guanti, scafandro e telecamera segue il monaco apicoltore. Fra Paolo apre le arnie e solleva i favi con delicatezza per controllare la produzione del miele negli alveari.

Portoghese di origini mozambicane, fra Paolo è il procuratore della certosa, cioè colui che tiene i conti e sbriga le incombenze pratiche. La sua mole massiccia non deve ingannare. Negli anni 60, quando si chiamava ancora Joaquim Rafael da Fonseca, era un’agile e sgusciante ala destra dello Sporting Lisbona, la squadra che contendeva il primato al grande Benfica di Eusebio. "Anche Eusebio veniva dal Mozambico - ricorda fra Paolo -. Approdammo insieme a Lisbona per il servizio militare. Poi ci ritrovammo avversari sui campi da gioco. Allora pesavo 67 chili e, modestia a parte, ero rapidissimo. Quelli erano anni d'oro per il calcio portoghese. Il Benfica vinse per due anni consecutivi la Coppa dei Campioni. Ma era un calcio molto diverso da adesso, lo sport non si era ancora trasformato in un'industria miliardaria". A quell'epoca le squadre più blasonate del Portogallo attingevano atleti dal ricco bacino coloniale. Spesso era proprio il servizio militare l'occasione per far debuttare nel campionato nazionale i giovani di talento che arrivavano dai possedimenti d'Africa. Chiediamo a fra Paolo quanti gol ha fatto in carriera. Lui si schermisce: "Non molti", risponde, "ma qualcosa ho fatto…".

Dal mondo frenetico del calcio alla quiete della Certosa, difficile immaginare un salto più radicale. Glielo facciamo notare, ma lui risponde con le parole più semplici del mondo: "Ho sentito la chiamata di Dio e l'ho seguita". Poi, sollecitato, ci racconta qualcosa in più della sua vocazione. "Sono entrato in Certosa nel 1968, il 7 dicembre. Avevo 27 anni, oggi ne ho 60. Sono un ex allievo salesiano e come tale devoto di don Bosco, che si consacrò all'Immacolata l'8 dicembre. Io volevo fare come lui e scegliere quel giorno per iniziare la mia vita da certosino. Ma il padre priore mi disse di presentarmi ai vespri della vigilia, perché quello per la Chiesa era l'inizio della festa dell'Immacolata. E così feci". Dunque Joaquim era un ragazzo molto religioso. Il suo padre spirituale lo indirizzò gradualmente verso la scelta contemplativa. Pregai molto e nell'estate del '68, dall'1 al 15, andai a fare un'esperienza nella Certosa di Evora, che si trova a circa 200 chilometri da Lisbona. Ed è lì che tornai a dicembre, per sempre". Chissà cosa dissero i compagni di squadra di quel ragazzo che spariva per sempre dietro le mura di una certosa.? "Non lo so. Da quello che ho capito dopo, credo che molti apprezzarono la mia scelta. Uno venne anche a farmi visita a Evora". Nella certosa portoghese fra Paolo rimase 19 anni. Quando cominciò a occuparsi dell'amministrazione come procuratore, il padre generale lo chiamò alla Gran Certosa. "Vi restai un anno, prima come ospite, poi quale membro effettivo della comunità. Avevo molto da fare perché allora alla Chartreuse si confezionavano cioccolatini e si coltivavano le piante per distillare il nostro liquore. Inoltre, s'era deciso di iniziare la produzione di un dolce gelato, che io trovavo buonissimo, ma che purtroppo non riuscì ad avere successo nelle vendite…". Durante quel periodo fra Paolo si procurò una frattura alla gamba da cui non si è ripreso mai pienamente. Il segno, forse, che doveva separarsi per sempre dal suo passato di atleta. "Ricordo che ero arrivato alla Gran Certosa da appena tre giorni e il priore mi invitò a unirmi agli altri monaci per la passeggiata settimanale. Ci incamminammo tra i sentieri alpini e io non ero affatto abituato a quel cammino impervio, col risultato che caddi malamente e ci volle un bel daffare per riportarmi indietro". Rimase ore in attesa dei soccorsi, sdraiato in mezzo alla foresta della Chartreuse: "Mi caricarono su una barella alle 10 di sera e per rifocillarmi mi offrirono del liquore certosino. Ma io rifiutai: non volevo che il medico, visitandomi, pensasse che fossi caduto perché ubriaco!".

Chissà se fra Paolo sente ogni tanto tornargli la voglia di dar quattro calci a un pallone. "Non è tanto il pallone che mi manca, quanto la ginnastica. Tendo a condurre una vita sedentaria e sono sicuro che starei meglio se facessi più movimento". Non c'è ombra di nostalgia nei suoi occhi e suonano sincere le parole che pronuncia con un accento che è un misto di portoghese e calabrese: "Credetemi, sono contentissimo di essere qui. E in particolare qui a Serra. Ormai mi sento italiano". Venne trasferito in Calabria alla fine degli anni 80 e fu la risposta a una specie di s.o.s. lanciato da don Gabriele, il priore dell'epoca, che chiedeva alla Gran Certosa l'invio di un fratello in aiuto a una comunità formata quasi solo da anziani. Quando arrivò, lo misero a fare il portinaio al posto di fra Eugenio, che era ormai sordo come una campana. E così ebbe l'occasione di parlare con tante persone che venivano a bussare all porta della certosa. "Credo che alla gente piaccia avere un contatto con un monaco, conversare con lui, avere un conforto e una testimonianza". Le indicazioni attuali dell'ordine certosino, però, privilegiano il deserto e l'isolamento dal mondo, in rispetto all'impostazione originaria di Bruno. A fare il portinaio c'è adesso un laico attempato e fidatissimo, Cosimo, che arrotonda così la sua pensione di operaio. E sono otto anni che fra Paolo fa il procuratore, un ruolo che lo pone comunque spesso in rapporto con l'esterno.

Fra Paolo non ha rimpianti della sua epoca sportiva, è un uomo sereno e si vede. Sui suoi trascorsi di calciatore siamo riusciti a strappargli giusto qualche parola, vincendo a fatica la sua ritrosia. Un certosino tende a seppellire il proprio passato. Ce ne rendiamo conto quando lui stesso ci accompagna nel piccolo campo santo, adagiato in un angolo del chiostro. I tumuli sono perfettamente anonimi, le croci in legno d'ulivo non portano alcun nome. Quando il monaco muore, il suo corpo avvolto nel saio viene sistemato su delle assi e deposto così nella fossa. L'ultimo certosino qui è morto nel 2000. Ogni tanto un confratello viene a deporre una rosa sulla sua tomba e così una piccola pianta di rose è nata proprio ai piedi della croce.

Un altro monaco, don Paolo, il bergamasco a cui siamo stati dati "in custodia, ci mostra il libro dei morti. Vi sono segnati tutti i decessi avvenuti nella certosa e quelli di personaggi importanti e benefattori. Per loro nell'anniversario della morte i monaci celebrano una messa di suffragio. Oltre ai nomi dei papi, troviamo quello di Ruggero il Normanno, colui che donò queste terre a Bruno, morto nel 1101, qualche mese prima del santo. E c'è pure Ferdinando II di Borbone, re delle due Sicilie, data di morte 22 dicembre 1859. I certosini di Serra continuano a dir messa anche per la sua anima.

I misteri e gli equivoci

Questa è per molti la Certosa dei misteri. Noi potremmo dire meglio degli equivoci. Da quarant'anni circola una leggenda: si sarebbe rinchiuso qui il pilota dell'Enola Gay, il bombardiere americano che sganciò la prima bomba atomica su Hiroshima. In realtà tutto inizia nel luglio del '62, quando il Telegiornale della RAI diretto da Enzo Biagi manda in onda un servizio in cui si racconta di un certosino dell'Illinois, don Anthony, al secolo Leheman Leroy, già sergente dell'esercito americano e reduce della guerra in Corea. Leroy, provato dall'esperienza bellica, era stato trasferito in Giappone e qui aveva visitato Hiroshima ed aveva visto gli effetti dell'esplosione atomica. Anche questo contribuì alla sua scelta religiosa e al suo ingresso in certosa. Dopo il servizio in TV il giornalista di un rotocalco nazionale si precipita a Serra e imbastisce un falso scoop: l'ex sottufficiale Leroy è trasformato nel pilota dell'Enola Gay.

Era stato Sharo Gambino, scrittore e giornalista di Serra, a scoprire e segnalare alla RAI quella storia, che grazie a un disinvolto e fantasioso collega, prese presto le sembianze di una favola, a cui tutti in fondo vogliono credere.

Insert Sharo Gambino cass. 11 tc 4.37.18

Da allora molti scomparsi illustri sono stati cercati oltre il portone della certosa. Nel '75 arrivò qui Leonardo Sciascia, immaginando di trovarvi Ettore Majorana, il fisico allievo di Enrico Fermi misteriosamente sparito nel 1938. Dal suo viaggio a Serra lo scrittore siciliano vi ricavò un giallo filosofico. A Sciascia piaceva l'idea di un luogo - la certosa, appunto - dove finivano per incontrarsi, entrambi pentiti e in cerca di espiazione, l'aviatore che aveva sganciato la "little boy" su Hiroshima e lo scienziato che aveva contributo alla fissione atomica.

L'ultimo a essere stato vanamente inseguito fin qui è monsignor Emmanuel Milingo. Abbandonata la sposa coreana procuratagli dal reverendo Moon, Milingo era stato posto in quarantena dal Vaticano in un luogo segreto. Luogo che secondo alcuni suoi seguaci non poteva che essere che la Certosa di Serra San Bruno. Inutili le ripetute smentite del priore, i monaci sono stati tenuti sotto assedio per mesi da giornalisti e telecamere mentre Milingo se ne stava nel suo buen retiro argentino.

In questo caso c'è però almeno un fondo di verità. Il vescovo africano è stato realmente in questa Certosa, una decina di anni fa, invitato dall'ultimo dei monaci esorcisti della clausura di Serra, don Christian, un francese, che ora fa l'eremita e il guaritore in provincia di Cosenza. In effetti tra i certosini di Serra per un lungo periodo c'è stata la tradizione di un monaco esorcista. La devozione popolare fin dal XVII secolo ha attribuito a San Bruno il potere di guarire gli ossessi. Fino a non molti anni fa gli indemoniati, o presunti tali, chiamati da queste parti "spirdàti", erano visitati nella chiesa esterna del monastero. Altri si affidavano magari a maghe o a santoni, pronti sempre a soddisfare a modo loro la credulità dei fedeli. Ed era il laghetto, con la statua di San Bruno penitente, il luogo preferito per il raduno di chi doveva essere liberato dagli spiriti maligni.

Gli eremiti del carbone

Ancora una trentina d'anni fa si praticavano le penitenze corporali. Ogni monaco aveva in cella un frustino col quale doveva battersi almeno una volta alla settimana. Altri tempi. Ci sono però delle cose che sono rimaste immutate in certosa e nei dintorni. A Serra il fumo dell'incenso continua a confondersi con quello delle carbonaie. Sacro e profano si intrecciano in questi boschi. I carbonai, in fondo, sono anch'essi degli eremiti, usi a vivere da elfi nella foresta; anch'essi - come monaci silvani dal volto annerito - ripetono gesti antichi, immutati da secoli, risalenti - pare - ai Fenici. La carbonaia è chiamata "scarazzu". Si affastella la legna in modo da formare una montagnola, quindi si ricopre con uno strato di paglia e poi con alcuni centimetri di terra. Il covone viene lasciato bruciare lentamente, ma il lavoro è tutt'altro che finito: la carbonaia va controllata sempre, giorno e notte, estate e inverno; va alimentata quando il fuoco tende a spegnersi e raffreddata quando le fiamme divengono troppo intense. Ci vuol poco perché tutto si trasformi in un grande rogo e vada perso il lavoro di settimane. Occorrono sei quintali di legna di faggio e leccio e venti giorni di continue cure per ottenere da questa torta di ceppi un quintale di carbone, venduto a sacchi e ineguagliabile - assicurano - nel dar sapore ai barbecue.

Il mestiere è tramandato di padre in figlio. Ormai restano poche famiglie a praticarlo. Chi è disposto a fare questa vita, senza orari, sotto la pioggia, tra le nebbie della combustione, con l'ossido di carbonio che ti entra nei polmoni per 40 euro al giorno? Nella carbonaia che visitiamo faticano due fratelli, Bruno e Nazareno. Restiamo un po' con loro, nel capanno, a ripararci dall'acquazzone che ci sorprende, a scaldarci al calore della stufa e a scambiare qualche parola tra una sigaretta e l'altra.

Insert carbonai cass. 19 tc. 9.04.03 e segg.

Finalmente è una bella giornata. Ne approfittiamo per andare a Mongiana, presso la Caserma del Corpo Forestale. E' qui che atterra l'elicottero del servizio anti-incendio della Regione Calabria. Imbrachiamo la telecamera e saliamo anche noi per un volo di ricognizione… Guardando dall'alto una certosa, si comprende meglio lo stile di vita che la ispira. Sorge sempre in un luogo ameno, ricco di vegetazione. Ecco il campanile ed ecco gli eremi dei padri intorno al chiostro, come tanti raggi intorno a un quadrilatero… Nove secoli fa questo era un deserto verde, lontano da tutto e pressoché irraggiungibile. E un po' lo è ancora come dimostrano le nostre riprese aeree girate sui contrafforti che dall'altipiano delle Serre degradano aspri verso il mare…

La Certosa di Serra è stata quasi completamente ricostruita alla fine dell'800. Era stata distrutta dal terribile terremoto del 1783 che aveva provocato in Calabria 40 mila morti. I ruderi dell'antica chiesa conventuale - la più grande della regione - testimoniano la floridezza di cui godette la Certosa fino al XVIII secolo. I pinnacoli spostati dal loro asse ma rimasti miracolosamente in equilibrio sono come un'istantanea di quelle scosse sussultorie e ondulatorie che fermarono per oltre un secolo la vita di questo monastero.

Per avere un'idea della ricchezza del passato bisogna visitare la cappella del priore, dall'altare barocco in marmo policromo; o la sala del vescovo dove si conservano due tele di scuola caravaggesca, un San Girolamo, forse dello Spagnoletto, e un San Francesco da Paola; o ancora il chiostro del vecchio priorato con le sue forme di armoniosa sobrietà.

In quest'ala del monastero è posta la biblioteca. Attraverso il libro il monaco alimenta il suo rapporto con la Parola di Dio. Si conservano 25 mila volumi ed è continuamente aggiornata. Ogni monaco può richiedere al priore l'acquisto di libri a cui è interessato. E così titoli freschi di stampa si aggiungono agli antichi antifonari e alle quartine cinquecentesche, agli incunaboli del '400. C'è anche una copia della prima edizione interlineare della Bibbia ebraica, stampata ad Anversa dalla Chiesa Protestante nel 1584 con testo ebraico e latino a fronte. Si è iniziato il lungo lavoro di informatizzazione, per rendere disponibile in rete questo patrimonio librario. Non solo, la Certosa edita anche dei libri per far conoscere la propria storia e lo stile di vita dei certosini. Vengono riscoperti autori come Dionigi, il massimo scrittore certosino a livello di produzione, avendo scritto una quarantina di libri.

Tuttavia il certosino ha sempre finalizzato il suo studio alla crescita personale, senza scopi divulgativi. Si scrive soprattutto per sé, come un modo di vivere attraverso la scrittura il rapporto con la Parola. Don Ignazio, che è anche il bibliotecario della certosa, ammette: "Abbiamo il gusto di fissare con la scrittura le riflessioni che vengono dettate dalla meditazione solitaria. Ad esempio, "I sentieri del deserto" (un libro pubblicato dalla Certosa di Serra con l'editore Rubbettino nel 2001) raccoglie pensieri, riflessioni, poesie, lettere di monaci, che non avevano nessuna intenzione di pubblicarli nel momento che li hanno scritti".

Sfogliamo quel libro. C'è una poesia che si intitola "Cuore che t'aspetta". Ci colpiscono i versi finale:

T'aspetto tutto il giorno

avendo come sola risposta

di poterti ancora attendere

un domani

Sai

Signore

tutto è vuoto

senza

te

Ho solo il tuo

amore

per vivere ancora

Ascoltami

In fondo alla

mia solitudine

porto

la tua speranza

come una fiaccola per

i tuoi fanciulli

"Credo che il contatto migliore con la verità sia la poesia", ci dice uno dei monaci. "La poesia è il modo più profondo di penetrare la realtà. C'è una sfera non dicibile della realtà che solo il verso può dire, appunto perché non la esprime in termini espliciti, ma con allusioni e analogie, dando forma così all'esperienza del cuore. Credo che questa sia un'attività autenticamente contemplativa".

Nel Rinascimento, con la crisi della tradizione monastica e l'avvento della Scolastica, il monachesimo perse la sua impronta originaria e divenne più "intellettuale". I monaci di Certosa vogliono riprendere la tradizione dei primi secoli. Questo è il loro sforzo attuale. Il certosino è l'uomo che incontra la Parola nel silenzio e del silenzio fa sia l'inizio che il perdurare di questo ascolto. Il silenzio come volontà anche di custodire nel cuore piuttosto che pubblicare a ogni costo il commento e le riflessioni che genera l'incontro con il verbo di Dio. Il certosino non parla di Dio, ma parla a Dio. Ecco allora la scelta di non trasformare necessariamente in "opere" il lavoro di studio e la meditazione sui testi sacri.

La Certosa di Serra ha avuto visitatori illustri. Si possono trovare le loro tracce sfogliando tra i libri dell'archivio. L'ospite più importante è stato Giovanni Paolo II, che ha lasciato come gli altri la sua firma sul registro del monastero. Porta la data del 5 ottobre 1984, festa di San Bruno. Ma è lungo è l'elenco degli uomini di chiesa venuti quassù, solenni cardinali e umili vescovi, come il brasiliano Helder Camara, profeta dei poveri, che fu qui nel '90.

Don Mario ci spiega che, paradossalmente, da quando è in certosa si sono moltiplicate le occasioni di incontro con gli altri. Ha conosciuto personalità venute qui in visita, a cominciare dal suo vescovo, il cardinale Carlo Maria Martini, che a Milano non aveva mai avuto occasione di incontrare. "Ti porto il saluto di Ambrogio", gli disse Martini nel salutarlo. Don Mario riflette a voce alta: "E' il mistero di Dio: da quando mi sono separato dagli altri, perché ho intuito che il Signore mi voleva unito a tutti ma separato da tutto, ho finito per avere occasioni importantissime di incontro per me impensabili prima". Tutto sembra giocato sul paradosso: "Uno sceglie questa vita e pensa di offrire qualcosa a Dio, poi cammin facendo si accorge che sta solo ricevendo; uno sceglie di separarsi e di diventare povero, e si rende conto invece che giorno per giorno qui viene arricchito".

Folto è anche il drappello delle autorità civili salite quassù. L'autografo che risalta fra i tanti è quello del presidente del consiglio Alcide De Gasperi. Passò di qua il 24 marzo del '52 dopo aver visitato i paesi calabresi sconvolti da un tremendo alluvione. Scorgiamo anche l'autografo di Massimo D'Alema: venne nel '96 quando era segretario del PDS. Tra le ultime visite quella della Regina del Belgio, Paola Ruffo di Calabria. Per lei è valso l'antico privilegio che consente alle sovrane regnanti di varcare la soglia della clausura maschile e visitare il monastero.

Le donne, un'assenza-presenza

Non va dimenticato che l'Ordine certosino ha un ramo femminile. Le monache certosine sono un'ottantina, divise in cinque certose: due in Italia (in provincia di Savona e in provincia di Belluno), una in Spagna e una in Francia. Non sono mancate figure di spicco tra le contemplative di San Bruno. Nel calendario romano ci sono una santa e una beata certosina, Rosellina e Beatrice, entrambe vissute a cavallo tra il 1200 e il 1300. Margherita D'Oingt, una priora francese del XIII secolo nota per i suoi scritti spirituali, chiamava Dio "madre" e guardava a Cristo come colui che si è steso sul legno della croce come una partoriente che fa nascere il proprio figlio. In fondo solo la donna, come Dio, ha il potere di "dare" la vita.

Già, le donne. La loro è un'assenza-presenza in una comunità tutta al maschile. Donna tentatrice, insidia del celibato; o donna redentrice, a cui richiama la grande devozione mariana dei monaci? Proviamo a parlarne proprio con una donna, Nathalie Nabert, dell'Intitut Catholique di Parigi, grande esperta di spiritualità certosina. Il suo ultimo libro sull'argomento si intitola "Il cibo, le lacrime e il silenzio". La sua fama le consente di essere ammessa in via eccezionale nella foresteria della Certosa per avere dei colloqui di studio con i monaci. E' convinta che la loro scelta di vita è un segno forte - talora scandaloso - in una società scristianizzata e indifferente verso Dio: "Quando si decide di vivere lontano dal mondo e in stato d'abbandono al Signore, bisogna recidere tutti i legami. E' quindi logico che i certosini non ricevano donne, così come le certosine non ricevono uomini. Ma è la Vergine Maria, madre di tutti i contemplativi, a mostrare al monaco la via del silenzio, dell'obbedienza, della preghiera, della bontà e della pazienza. Dunque, un'immagine femminile veglia su questi monaci separati dalle donne".

Ci tornano in mente le parole che ci aveva detto sullo stesso tema don Mario, quando eravamo stati a trovarlo nella sua cella: "In certosa io ho imparato davvero ad amare le donne, perché qui porti tutti in un abbraccio universale, autentico. Comprese, per l'appunto, le donne, che sono una gran bella cosa!". Don Mario sostiene che quello del celibato è un falso problema: prima il rapporto con le donne era basato sulla simpatia o sull'attrazione; adesso la donna è un'ideale, un'immagine che nella sua espressione più alta - Maria di Nazareth - merita addirittura venerazione. La separazione fisica, perfino visiva, dall'altro sesso può sembrare una norma anacronistica o contro natura. In realtà la si accetta di buon grado se la motivazione di fondo è raggiungere un'unione più profonda con Dio e, attraverso di Lui, con gli altri.

Possono esserci tante ragioni a spingere un uomo a entrare in certosa, ma alla base di tutto - ci dice un monaco - c'è l'amore. E torna l'immagine evangelica già evocata dal priore: "Siamo come quella donna che spreca l'olio prezioso versandolo tutto sui piedi di Gesù. Quando si ama si fanno anche di queste pazzie, ma è bello sprecarsi per amore". Il motivo di fondo è che ci si è innamorati di Dio, a cui si vuol donare tutta la propria vita e il proprio cuore. Capita di sentire il vuoto e la superficialità della vita corrente, quel fare tutto di fretta, senza grandi motivazioni. Ed ecco Dio farsi presente. Cristo diventa lo sposo a cui giurare per sempre fedeltà. Come un uomo che lascia tutte le altre donne per andare incontro alla sua sposa, così il monaco va incontro a Gesù come un innamorato. Da qui nasce anche il grande desiderio di solitudine, che è voglia di restare in intimità col Dio che si ama. La certosa offre questa solitudine e insieme la condivisione di vita con altri fratelli che hanno nel cuore lo stesso desiderio di Dio.

Nella sua espressione più alta l'esperienza del monaco non è che un gioco d'amore, fatto di richiami e risposte tra l'Amato e l'amante. Il Dio nascosto diviene per il monaco il Dio rivelato, e per il monaco certosino il Dio-bontà, colui che dona se stesso all'altro. Ci si scopre amati nonostante le proprie colpe più che per i propri meriti. In questo modo Dio coinvolge l'uomo: chi scopre questa realtà non può non farsi coinvolgere: deve rispondere e restituire il dono d'amore. Bisogna donarsi in maniera assoluta, proprio come fa Dio. In fondo questo è per la teologia cristiana il mistero della Trinità: il Padre si dona al Figlio e questi si dona al Padre e la loro unione è lo Spirito Santo.

Le visite vietate e quelle virtuali

Abbiamo detto degli ospiti illustri. Ma questi luoghi, questa natura attirano anche visitatori sconosciuti e turisti.

Il gruppetto di tedeschi che incontriamo davanti alla certosa viene proprio da Colonia, la città di San Bruno. In realtà Bruno lo conoscono appena. Sono contenti, comunque, che sia stato un loro concittadino a fermarsi per primo qui e che grazie a lui sia nato tutto questo.

Tutti vorrebbero entrare in certosa per visitarla. Ma da sempre il divieto è assoluto per le donne e da molti anni lo è divenuto anche per gli uomini. I monaci vogliono preservare la loro vocazione alla solitudine e al nascondimento. Come fare, allora? Ecco l'idea di attivare un sito internet (www.certosini.info) gestito da collaboratori laici ma con la supervisione del priore. Il sito contiene tutte le notizie aggiornate sull'ordine e sulla vita dei certosini e ci si può mettere in contatto con la certosa tramite e-mail. Nell'ultimo anno quasi tutti coloro che hanno conosciuto la Certosa di Serra San Bruno e hanno chiesto di effettuare un periodo di prova in clausura si sono serviti della rete elettronica. Un bel paradosso per chi, come abbiamo visto, deve per vocazione far argine al mondo ed evitare i rischi del bombardamento mediatico.

Insert don Paolo cass. 23 tc 11.12.04

Per soddisfare la voglia di sapere da parte della gente, l'iniziativa più importante è stata però un'altra: aprire un museo, in cui sono stati ricostruiti i vari ambienti della certosa, dalla chiesa alla cella dei monaci. Oggi questo museo è il più visitato della Calabria dopo quello della Magna Grecia, a Reggio. Riesce a dare lavoro a un gruppo di giovani e a garantire delle entrate alla comunità certosina.

Mantenere e gestire un grande complesso come una certosa richiede un bilancio di centinaia di migliaia di euro all’anno. Per quanto possibile i monaci fanno tutto da sé. Don Girolamo ci fa assistere alla preparazione delle ostie: versa acqua e farina in un vecchissimo fornetto e poi schiaccia l'impasto con una pressa metallica dove ci sono forme di varia misura e disegno. Nel tentativo di pressare con massima forza le forme sull'impasto, il giovane monaco finisce per inginocchiarsi davanti al tavolo, che nel gran disordine del momento sembra il laboratorio di un druido. Un forte sfrigolio rompe il silenzio, mentre il vapore dell'impasto caldo appanna le lenti del monaco. Ma infine la magia è completata e rialzando la matrice ci mostra orgoglioso un cerchio di piccole ostie con al centro una più grande destinata a colui che presiede l'eucarestia.

Don Paolo si è scelto un lavoro decisamente più moderno: realizza al computer delle copie di immagini religiose ed artistiche e le stampa alla perfezione su carta telata. Riproduce soprattutto le tele di David Sing, un certosino australiano di origini cinesi morto nel 1984 che ha dipinto i paesaggi di questa zona.

Dalla vendita delle riproduzioni si incassa qualche euro, ma "l'oro" dei certosini ha la forma di un liquore francese. È soprattutto grazie a queste bottiglie che l'Ordine dei certosini si mantiene economicamente. Il liquore prende il nome dalla grande certosa dove è distillato. Due le qualità: una ha un volume alcolico di 40 gradi, l'altra - dal colore più intenso - di 55 gradi. E poi c'è anche una versione concentrata, ma ci vogliono gole e stomaci forti…

Il gran spaziamento

Nella cappella detta "dei fratelli" si recita la preghiera del passeggio. I monaci vi giungono già attrezzati con scarponi e bastoni adatti alla camminata. Escono dalla clausura una volta alla settimana per una passeggiata nei boschi intorno alla certosa. E' lo "spaziamento", un modo per mitigare i rigori della vita certosina. Un arco troppo teso si spezza, diceva San Bruno più di nove secoli fa. Si esce appena pranzato e si rientra all'imbrunire, per i vespri.

Ma oggi è il giorno del "gran spaziamento", un'occasione che si ripete solo una, massimo due volte all'anno. Si parte al mattino e si rientra al calar del sole: un'escursione in piena regola, degna dei migliori appassionati di trekking. La distanza da percorrere è lunga, per il primo tratto è necessario servirsi delle automobili, compresa la nostra. Credo sia la prima volta che su una macchina RAI salgano dei monaci certosini… Raggiungiamo in carovana Ferdinandea; il luogo si chiama così da Ferdinando di Borbone, che qui aveva le miniere di ferro e le industrie per costruire i fucili dei suoi soldati. Fu l'ultima industria, quella borbonica, che ha visto sorgere questa parte della Calabria, dimenticata da tutti eppure di una bellezza selvaggia e spettacolare. Abetaie e faggete sterminate e poi, più giù, boschi di castagni e di lecci. La meta dei monaci sono le cascate del Marmarico, e ancora oltre il paese di Stilo con le sue pietre bizantine. Una zona stupenda ma impervia, tra le Serre e i primi contrafforti dell'Aspromonte. C'è anche il rischio di perdersi e perfino il contadino che incontriamo in cerca di funghi, avvezzo a muoversi tra questi monti, sembra sorpreso e perplesso per la lunga scarpinata di questi viandanti vestiti di bianco.

Il sentiero scende per oltre una decina di chilometri. I certosini lo percorrono a coppie, alternando il loro compagno. Anche questo è un metodo: la lunga giornata all'aria aperta serve tra l'altro per conoscersi meglio, per scambiarsi qualche opinione, per dirsi quelle cose - anche amene - che non ci si è potuti dire nella rigida e semi-eremitica vita del monastero.

Hanno il passo svelto i monaci è non facile star loro dietro con la nostra attrezzatura. Ma finalmente è tempo della prima sosta, presso una vecchia centrale idroelettrica. Qualcuno ha lasciato un avviso: "chi non ha fiato e gambe buone è meglio che torni indietro…".

Nessuno, però, si scoraggia. I certosini sanno quanto sia ristoratore il contatto con la natura. Quale modo migliore per riconciliarsi con se stessi, con il creato, con Dio? E così, dopo due ore e mezzo di marcia, eccoci giunti alle cascate… Uno sguardo incantato, una preghiera silenziosa, un po' d'acqua sul viso e poi ancora la voglia di appropriarsi quasi di quel paradiso. Come tanti Indiana Jones, i monaci scalano la montagna da dove l'acqua fa il gran salto, vi passano sotto strisciando lungo la parete di rocce, attraversano arditi il torrente tumultuoso. Non c'è che dire, è uno spettacolo inusuale quello che abbiamo davanti.

E tuttavia chi ha scelto la vita contemplativa non può stare troppo tempo senza il proprio elemento, la preghiera. La preghiera per questi monaci è come l'ossigeno per i polmoni. Davanti alla cascata i certosini formano due cori, uno di fronte all'altro e iniziano a cantare l'ora media. Ora il rumore dell'acqua fa da sottofondo al salmodiare dei monaci, il respiro della natura si intreccia con il respiro delle orazioni. Qui più che altrove Dio si rende presente. Dio da invocare, da implorare sempre perché solo a Lui sono attaccate come a un filo le vite di questi monaci. Vivere è come passare su un ponte traballante, che unisce le sponde dell'eterno. Esattamente come il ponte che attraversiamo riprendendo il cammino verso valle. Ecco perché bisogna rimanere aggrappati a Dio-Abbà (Papà), il Dio della tenerezza. Forse anche questo avranno pensato don Thierry, don Noel, fra Enzo, don Tommaso e tutti gli altri percorrendo gli irti viottoli dei monti calabresi.

Una cerniera tra Oriente e Occidente

Siamo al punto di arrivo: la Cattolica di Stilo, dove Tommaso Campanella si ispirò per la sua “Città del sole”. Una chiesetta minuscola, un gioiellino d'arte bizantina, uno scrigno di storia e un simbolo: un trait-d'union tra Est e Ovest, fra tradizione bizantina e tradizione latina, fra ortodossia e cattolicesimo. Questa parte della Calabria fu l'ultima a essere latinizzata. Qui fino a 500 anni fa ha resistito il rito greco. I certosini, monaci d'occidente, riscoprono il monachesimo orientale, pregano intorno all'altare rivolto verso il mare, laggiù, dove sorge il sole che illumina questa sponda dello Jonio…

In questa zona sono tanti i romitaggi dei monaci che venivano dall’Oriente. La Calabria in età bizantina è stata la nuova Tebaide. Sulla via del ritorno i certosini si fermano all’eremo di Monte Stella, un nido d'aquila che domina la Valle dello Stilaro. Qui vivevano i monaci basiliani. Furono loro a trasformare la suggestiva grotta naturale in un santuario dedicato alla Madonna.

Sembra che i monaci – molto più delle gerarchie ecclesiali - sappiano ricomporre la frattura tra Oriente e Occidente cristiano. Ci dice uno dei certosini: "Io credo che fra monaci ci intendiamo perché ciò che ci unisce non sono i documenti o le parole ma l'esperienza di fede e la ricerca di Dio. Il monaco sa che l'incontro con Dio rende vera la persona e il suo cammino, qualunque esso sia. E noi cristiani sappiamo che tutto ciò che è vero è in Cristo ed è mosso dallo Spirito Santo. La tensione all'unità è generata da Cristo risorto".

In Certosa c’è anche padre Pietro. Parigino, si è trasferito in Grecia dopo la sua conversione all’ortodossia ed è divenuto monaco al Monte Athos. Ora, attratto dalla solitudine certosina, ha deciso di trascorrere un anno nella clausura di Serra. Da tempo ormai, non lontano da qui, a Bivongi, nel santuario di San Giovanni Therestis (“il mietitore”) sono tornati i monaci greci. "Tra monaci delle chiese cristiane - azzarda un certosino - non ci sono più difficoltà, ci intendiamo autenticamente". E aggiunge: "Il monachesimo è la via migliore dell'ecumenismo, perché non si dialoga con le parole o con le ideologie, ma semplicemente si cerca Dio".

Due anni fa ha fatto visita alla Certosa il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I. Quale segno di unità ha donato ai certosini questa lampada votiva. È stata posta nella cappella delle reliquie. Ce ne sono 52: le più preziose sono quelle di Santo Stefano (a cui è dedicato l’eremo originario di Serra) e un frammento della Santa Croce. Qui celebra la messa solitaria don Ignazio. I sacerdoti certosini, oltre a partecipare alla messa conventuale al mattino, celebrano quotidianamente l’Eucaristia in solitudine, ognuno in un luogo diverso.

Ma cosa significa essere monaco e presbitero? Ha senso consacrarsi ministro di Dio se si è destinati a restare per sempre tra le mura di un monastero? Il sacerdozio - risponde uno dei monaci del chiostro - è una grazia che corona la nostra vocazione monastica. E questa grazia non è soltanto per sé, ma per tutta la Chiesa. In ogni celebrazione della messa - aggiunge - c'è un valore universale. In cui si innesta la vocazione del contemplativo, che vuol donare la propria carne per la vita del mondo. Usa proprio queste parole il certosino che parla, anzi riflette, con noi. Una vocazione - afferma - che segue l'esempio della Vergine, con la quale il monaco della Certosa ha un rapporto tenerissimo. Così come la madre offre tutta se stessa per il figlio, il monaco nella sua sublime solitudine vuole offrirsi completamente a Gesù.

Il rapporto del monaco con Dio è esclusivo ma non escludente. In Dio - che è l'Amato ma che è l'Amore - il monaco si apre pienamente anche ai fratelli e all'umanità. Ci dice un monaco: "Quando siamo nascosti nelle nostre celle, infiammati dell'amore di Dio, sappiamo che stiamo rendendo un servizio all'uomo". Un servizio, si potrebbe dire, di mediazione, di raccordo tra l'uomo e il Creatore. I monaci ne sono convinti: se è Dio che ha generato l'uomo non ci può essere vera pace interiore se non si riattiva il rapporto con Lui. Altrimenti saremmo dei vagoni che pretendono di camminare senza locomotiva.

Tanti pianeti, un'unica regola

A don Jacques chiediamo come si “gestisce” una comunità di certosini, quali sono le difficoltà, i problemi. “La diversità tra di noi – risponde - è la cosa che colpisce subito quando si entra in contatto con la comunità. Così è stato fin dall’inizio nella storia del monachesimo. E anche tra gli apostoli che hanno seguito Gesù c’erano persone molto diverse tra loro: pescatori, un esattore (Matteo), un uomo impegnato nella politica (Giuda lo zelota) e così via. Gesù ha cercato ognuno di loro, con la loro diversità. A livello umano ciò renderebbe più difficile, se non impossibile, la formazione e l’amalgama di un gruppo. Ma qui è Gesù Cristo stesso a fare l’unità e tutto ruota intorno a Lui: tutti sono amici di Gesù e dunque tutti sono amici fra loro. I monaci hanno sempre preso come riferimento il primo gruppo di apostoli e la prima comunità cristiana formatasi dopo l’Ascensione”. La diversità si gestisce con la consapevolezza che all’inizio di ogni cammino c’è sempre il Signore che chiama. Non bisogna stupirsi della diversità, ma chiedersi che cosa il Signore mi vuol dire attraverso colui che è differente da me. “La nostra comunità – spiega il priore – essendo una «comunione di solitari» deve rispettare il cammino di ciascuno e il priore non può pretendere di imporre una linea uniforme per tutti. Si tratta invece di accettare la diversità e di invitare tutti i monaci ad aprire il cuore, a capire che l’altro, essendo così diverso, ha qualcosa da dirci e un contributo unico da offrire a ciascuno di noi”.

Per questo in certosa c'è un grande rispetto dell’autorità e della regola, ma nello stesso tempo si è molto attenti all'individualità di ciascuno. Ogni eremita è un pianeta a sé, diverso dall'altro, ma tutti questi pianeti ruotano intorno al sole della regola certosina, fissata per garantire stabilità ed efficacia alla vita di una comunità formata da solitari e perciò in apparenza paradossale.

Nella grande sala del capitolo i monaci si riuniscono per prendere le decisioni più importanti, ad esempio l'elezione del priore. E lo fanno votando a scrutinio segreto. Don Paolo ci mostra l'urna usata per il voto. Il monaco vi lascia cadere dentro un fagiolo bianco per esprimere il suo sì o uno nero per il no. Nel rigido sistema gerarchico della Chiesa e degli ordini religiosi, la certosa è un esempio di democrazia. Ogni anno il priore deve dimettersi, chiedendo "misericordia" (la misericordia di essere liberato dal peso della responsabilità). Saranno gli organi centrali dell'ordine (anch'essi elettivi) a decidere se accogliere o respingere le dimissioni.

“Un certosino - chiarisce don Jacques - non si aspetta di diventare priore, non si fa monaco per essere un giorno alla testa della comunità. Chi diviene priore subisce un grande cambiamento della propria vita, che deve saper gestire per non perdere il contatto con la preghiera o rinunciare ai momenti di raccoglimento personale”. D’altra parte, questo è un servizio per i fratelli, non un onore ricercato. Un ruolo, quello del priore, che apre alla conoscenza di cammini molto diversi dal proprio e che fa capire quindi come il Signore si serva di strade diverse per condurre a Lui.

Sempre nella sala capitolare il priore tiene di tanti in tanto i suoi sermoni. Oggi l'occasione è particolarmente solenne perché si concludono le celebrazioni per il nono centenario della morte di San Bruno. Davanti al priore, al centro dell’aula, abbiamo sistemato il nostro microfono. La telecamera punta implacabile don Jacques e lui trae spunto da questa situazione per sviluppare la riflessione. Le sue parole sono pronunciate con dolcezza, ma pesano quanto macigni. Sono parole volutamente dure, perché bisogna ancorare i monaci alla realtà della propria vocazione, evitare che l’“invasione” di questi giorni, lo stare sotto i riflettori, provochi nella comunità una sbornia interiore che faccia male allo spirito. Ecco la trascrizione del sermone:

"Tanti sono gli occhi voltati verso di noi in questi giorni. Quanti visitatori importanti! Professori d'università, vescovi, un cardinale venuti presso l'eremo di San Bruno. Perfino telecamere e macchine fotografiche che ci seguono nei luoghi più ritirati del nostro deserto. E tutto questo per ricordare il transito del nostro padre Bruno.

"Inevitabilmente viene alla mente la domanda: come avrebbe reagito Bruno davanti a tutto questo concorso di folla? Lui è venuto qui per trovare "un eremo molto distante dalle abitazioni degli uomini", dice lui stesso. E ancora oggi il candidato che viene per farsi certosino lascia il mondo per dedicarsi alla preghiera e consacrare la sua vita al Signore. La separazione dal mondo è un elemento costitutivo della nostra vocazione contemplativa. E questa non può essere soltanto simbolica, deve essere concreta, efficace. Il nostro deserto non è un simbolo, è una realtà.

"Per noi, come per tutti i monaci di tutti i tempi Sant'Antonio Abate rimane il modello da considerare. Come lo vediamo nella vita scritta da Sant'Atanasio, Antonio si è allontanato in diverse tappe dal mondo. Quattro fughe ci sono state nella sua vita per allontanarsi dalla società. E a queste quattro fughe corrispondono una più grande perfezione spirituale e una più grande comunione con il Signore. Fuggire il mondo e crescere nella comunione con il Signore sono intimamente uniti l'uno all'altro nella vita di Antonio come nella vita del certosino.

"Oggi questo discorso della fuga dal mondo è poco capito, lo sappiamo benissimo. E' un argomento che suscita disapprovazione e giudizi negativi. Per convincere il nostro interlocutore ricorriamo spesso alla fase di Evagrio: “Separato da tutti, il monaco è unito a tutti”. Parole bellissime, ma che nella loro semplicità rimangono enigmatiche. Come mai si realizza questa comunione nel deserto? Noi siamo convinti, e ne facciamo l'esperienza ogni giorno, che la solitudine abbracciata per Dio non ripiega il monaco su se stesso, ma al contrario ingrandisce il suo cuore alla dimensione del mondo intero. Chi lascia tutto per darsi a Dio non può incontrare l'egoismo ma l'amore, perché Dio è amore e Dio riempie chi lo cerca. Il monaco solitario abbraccia tutti gli uomini nell'ardore di un immenso amore e di un'infinita compassione. La solitudine sboccia in una pienezza di comunione. Il suo frutto maturo è quella dolcezza dell'amore che Dio stesso mette nel cuore del monaco e che attraverso questo cuore si espande a tutti gli uomini. Come ha scritto Isacco il Siriaco: “Allontanato dal mondo con il corpo, il monaco si unisce al mondo con il cuore”. Così fa Bruno, uomo dal cuore profondo, un cuore infiammato d'amore per Dio, un cuore dilatato dalla dolcezza ineffabile dell'amore.

"Ma conviene approfondire questa risposta. Certo l'amore per gli altri rende vicini anche coloro che sono separati fisicamente. Ma la nostra vocazione eremitica richiede una forma d'amore assai esigente. Lo si capisce soltanto guardano Cristo e Cristo crocefisso. L'eremita è chiamato a condividere la solitudine di Gesù Cristo sulla croce. Questo legame tra solitudine e croce appare chiaramente negli Stiliti, coloro che adottarono una delle forme più scandalose di vita solitaria: la colonna. Sulla colonna venivano issati perché quello doveva divenire il loro luogo di preghiera, così come il Signore fu issato sulla croce. Gli Stiliti, prendendo le distanze dal mondo, volevano identificarsi con Cristo sulla croce. Il Cristo dell'abbandono, il Cristo delle tenebre.

"E' soltanto il Calvario che ci fa capire che la solitudine può essere luogo di comunione. Si può essere solitari senza essere soli. Mentre il buio discende su tutta la terra l'anima di Cristo discende nelle profondità delle tenebre, dell'abbandono. Una solitudine assoluta: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”. Ma in queste parole scopriamo Cristo più vicino a noi. E' nell'ora della desolazione che Dio è più vicino agli uomini. E difatti sulla croce Gesù guarda chi lo circonda: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”; “oggi sarai con me in Paradiso”; “ecco tua madre…”. Gesù nell'estrema desolazione rivolge agli altri parole di misericordia e di compassione. Ecco il paradosso supremo: nel momento dell'estrema solitudine per Gesù e per noi, nel momento dell'inutilità apparentemente totale si apre la riconciliazione totale dell'uomo con Dio, si ristabilisce la comunione perduta nel giardino dell'Eden.

"La croce, lo sappiamo, si trova fuori dalla città. “Fuori dalle porte della città”, dice la lettera agli Ebrei. Fuori dal mondo, ma in realtà è il vero centro del mondo. Nel primo giardino al centro c'era l'albero della vita; ora è la croce, vero albero della vita piantato al centro del mondo, come asse del mondo. La nostra vita nascosta con Cristo sarà una vita di comunione se è croce silenziosa piantata nel cuore dell'umanità redenta, secondo le parole del Papa rivolte alla famiglia certosina.

"Paradosso della vocazione eremitica: l'eremita sembra marginale e in realtà si trova nel cuore del mondo. In apparenza si trova ai margini della società, in realtà si trova nel cuore della realtà. Purché la sua vita sia realmente un modo particolare di stare con Cristo sulla croce. Cioè, condividere l'abbassamento, l'abbandono, l'annientamento di Cristo, per riprendere le parole di Paolo. D'altra parte, il Verbo sulla croce tace. Tranne le parole che abbiamo sentito, la Parola di Dio tace nel momento della morte. Come noi abbiamo scelto una vita di silenzio per condividere questo silenzio di Cristo, partecipiamo anche alla comunione che sgorga dal Calvario. Quindi la nostra vita, pur richiedendo la separazione dal mondo, è una vita di comunione profonda con tutta la Chiesa e l'umanità.

"Però non dimentichiamo l'ultimo aspetto: quando questa comunione riveste una modalità visibile, tangibile (come in questi giorni); quando riceviamo tante testimonianze di gente che ci vuole bene e ci ammira, noi monaci ci troviamo davanti al grande pericolo della vanagloria. Per l'eremita non c'è peggior pericolo della vanagloria: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi…”. La vanagloria soffoca la preghiera. Non lasciamoci vincere dalle lodi degli uomini, non ricerchiamole in nessun modo, ma in ogni tempo diciamo davanti al Signore: “Sono polvere e cenere, verme e non uomo, rifiuto di tutti e spazzatura del mondo”.

"La frase di Evagrio (separato da tutti, unito a tutti) non può essere disgiunta da un'altra frase dello stesso Evagrio che la precede di poco: “Beato il monaco che si considera il rifiuto di tutti”. Appunto come Cristo sulla croce. Come si può condividere la solitudine di Gesù sulla croce quando siamo ammirati da tutti? Gesù sulla croce è disprezzato, insultato, calunniato, schiaffeggiato. Questa è la solitudine estrema che ha preso la Comunione, questa è la solitudine che dobbiamo abbracciare per aderire pienamente a Cristo per poter essere uniti a tutti.

"Lo abbiamo sentito più volte questa settimana nella liturgia: siamo stati attratti da Dio, dalla vita nascosta nel deserto. Fuggiamo ogni vanità e godiamo nel rimanere all'ultimo posto. Tanti ci guardano oggi, tanti parlano di noi: badiamo a non sviare il nostro sguardo! Bruno e i suoi fratelli, vivendo in questo deserto assai lontano dalle abitazioni degli uomini, miravano soltanto al Signore, come sentinelle che giorno e notte attendono il suo ritorno. I loro occhi erano aperti per il Signore e i loro orecchi erano tesi per ascoltare questo bussare di Lui alla porta ed essere ponti ad aprire quando Egli verrà a cenare con noi".

Congedo ed epilogo

Sono vite sprecate quelle di questi monaci? Lo chiedo di nuovo a don Jacques, il priore, uno che ha preferito la certosa alle ricerche della Sorbona. Ecco la sua risposta: "Certo, abbiamo deciso di sprecare la nostra vita per Gesù, che amiamo; tutti quelli che sono stati innamorati sanno che le più grandi follie si fanno per amore".

Una volta un uomo chiese a un monaco eremita: "Dimmi una parola, tu che sei saggio". "Se parlo - rispose l'eremita - rompo il silenzio, che è il mio linguaggio; e se mi chiedi di rompere il silenzio vuol dire che non puoi capire il mio messaggio".

Così ce ne andiamo senza chiedere altro. Accontentandoci dei sorrisi che ci regalano questi solitari cercatori di Dio, che certo non dimenticheremo. Un grande regista, Michelangelo Antonioni, ha confessato di essere stato più volte laicamente attratto dalla vita di chi decide di dare tutto se stesso a Dio ed a un certo punto ha anche pensato di girare un film su questo tema. Ma alla fine ha rinunciato, quasi con rispetto, di fronte al mistero di una scelta di vita così particolare e totalizzante. "Credo - ha scritto Antonioni - che la ragione da sola non sia in grado di spiegare la realtà. Come non è in grado di spiegare la clausura".

So che i monaci si son fatti registrare il programma e lo hanno visto dopo circa una settimana dalla messa in onda. Non conosco il loro giudizio. Ma ho compreso la loro scelta di cancellare il proprio passato per vivere solo il presente immersi nell'Assoluto. Su quei tre quarti d'ora del Dossier avranno premuto il rewind e vi avranno inciso sopra le preghiere, i canti, le meditazioni e soprattutto i silenzi delle loro giornate così apparentemente uguali eppure così intimamente diverse.


* * *


(*): Domenica 9 ottobre

Visita del Santo Padre Benedetto XVI

alla Certosa di Serra San Bruno

17.30 Incontro con la popolazione di Serra San Bruno nel Piazzale antistante il Museo della Certosa di Serra San Bruno

Saluto del Santo Padre

18.00 Celebrazione dei Vespri nella Chiesa
della Certosa di Serra San Bruno

Omelia del Santo Padre

18.45 Incontro con la Comunita dei Certosini nel Refettorio;

I Vespri celebrati in Certosa e presieduti dal Santo Padre Benedetto XVI

saranno trasmessi in diretta dalle emittenti cattoliche collegate al CTV (Centro Televisivo Vaticano)

Testo dei Vespri presieduti dal Santo Padre in Certosa: scarica-download libretto Vespri—