Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
(dalla prefazione)
Un Certosino
La Carne
e il Sangue
del Figlio
Prefazione
... E il Verbo si fece carne
Duemila anni fa, in un paesino della Palestina, Dio apparve come uomo, fatto di carne e di ossa. Dio, il Verbo, scelse di nascere nel mondo e di vivere un'esistenza umana, per avvicinarsi il più possibile agli uomini, per comunicare loro ciò che è Suo. Dio si è fatto uomo affinché l'uomo diventi Dio.
Momento unico e decisivo della storia dell'umanità. Mistero inaccessibile che ha ricevuto il nome di incarnazione.
Il Verbo incarnato ricevette il nome di Gesù. Uomo simile agli uomini conobbe la morte, però la vinse, uscendo vivo dal sepolcro con il proprio corpo. La vita terrena di Dio si concluse quando Gesù salì al cielo sotto gli sguardi degli apostoli.
Eppure ancora oggi possiamo comunicare con Dio, per mezzo dei corpi, il nostro e quello del Verbo.
Ad ogni celebrazione eucaristica Colui che una volta si fece carne diventa per noi cibo e bevanda, mediante i quali il suo corpo e il suo sangue si mescolano nelle nostre membra ed entrano dentro il nostro corpo. La nostra ragione fa fatica per accettare la verità piena di questa comunione, tanto più che i nostri sensi vedono e gustano un pezzo di pane e un po' di vino. Solo la fede può riconoscere veramente il corpo del Signore nella cesta di vimini e il suo sangue nel bicchiere.
Molti sono i libri che sono stati scritti per tentare di spiegare il mistero che si compie ogni giorno su tutti gli altari. Lasciando da parte il linguaggio dotto, la seguente meditazione, scritta da un monaco certosino, ci aiuterà a penetrare nella realtà stessa di quest'ammirabile comunicazione tra Dio e l'uomo, tra Dio che dà la sua vita e l'uomo che riceve, dando fede alle parole di Gesù: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
"Dio stesso provvederà l'agnello per l'olocausto,figlio mio" (Gn 22,8)
Li amò sino alla fine
"Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1). Tutti i discepoli sentono che il momento è solenne e la lunga meditazione che Gesù sta per fare con loro ne è la testimonianza. Ma malgrado l'importanza delle parole che Gesù sta per dire, non è qui il centro di questa serata. L'avvenimento centrale si è svolto senza rumore, senza neppure forse che i discepoli abbiano preso coscienza di quanto si svolgeva. Gesù ha dato loro ciò che aveva l'apparenza di un pezzo di pane e ha detto: "Prendete e mangiate questo è il mio corpo offerto per voi". Poi, dopo aver cenato, prendendo il calice l'ha presentato loro dicendo: "Prendete e bevete, questo è il calice del mio sangue, il sangue della nuova alleanza che sarà versato per voi e per tutti in remissione dei peccati".
Siamo talmente abituati a vedere la liturgia ricordarci regolarmente questo avvenimento, che nemmeno noi, non più dei discepoli, siamo colpiti dal fatto di quest'uomo che dice a ciascuno di noi: «Prendi e mangia: è il mio corpo. Prendi e bevi: è il mio sangue". Talvolta è necessario guardare con occhi nuovi queste cose ripetute mille volte, se le si vuole vivere nella loro realtà e non sotto le vesti logore di un'abitudine che non desta più né il nostro cuore né la nostra attenzione.
Cerchiamo dunque di chiederci che cosa comporta per Gesù il donarci la sua carne e il suo sangue, non già in modo simbolico, ma in tutta verità. Dovremo in seguito domandarci quali conseguenze ciò produce in noi, anche se non sappiamo sempre guardare questa realtà con sufficiente fede.
Questo dovrà allora aiutarci a vivere meglio l'Eucaristia, l'azione liturgica del corpo e del sangue che ci sono donati.
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I. Gesù ci dona la sua carne e il suo sangue
Per comprendere il posto che occupa il mistero della carne e del sangue donati, bisogna situarlo nell'insieme della vita di Gesù. Questa è iniziata, dopo la lunga meditazione silenziosa della vita nascosta, con una liturgia della parola nel corso della vita pubblica. Gesù ha cercato di far conoscere chi egli era, da chi veniva, la sua natura profonda di essere solamente colui che viene da parte di un altro, da parte del Padre. Egli stesso, nel corso delle sue lunghe conversazioni con le folle, ha scoperto l'uomo; si è lasciato formare da lui; c'è stato come un reciproco familiarizzarsi tra il Figlio di Dio e l'umanità. Egli stesso è divenuto sempre più un uomo completo, totalmente inserito nel tessuto delle relazioni umane, delle simpatie, delle amicizie, ma anche delle antipatie, degli odi che si sono a poco a poco cristallizzati contro di lui. La Parola è venuta, ma essi non l'hanno accolta. Gesù ha percepito nel suo essere profondo, nella sua sensibilità, nella sua carne, l'ostacolo opposto alla verità, l'opacità alla luce che il cuore dell'uomo manteneva ad ogni costo contro le insistenze dello Spirito.
Ma la Parola, rivolgendosi agli uomini, non va loro incontro soltanto con delle parole, con dei discorsi. Sono soprattutto i segni che manifestano ad un doppio livello la verità di ciò che Gesù vuole trasmettere agli uomini: costoro si sentono infatti raggiunti nella loro carne attraverso le guarigioni, le risurrezioni, il pane che viene loro donato in abbondanza. Ma al tempo stesso questi segni sono una rivelazione del messaggio che Gesù cerca di comunicare: sono l'espressione della tenerezza del Padre per i suoi figli, espressa non con ragionamenti, ma dall'amore con il quale egli risponde ai loro bisogni, li conforta nelle loro sofferenze. Questi segni non sono tanto delle prove della potenza di Dio, quanto piuttosto delle brecce aperte nei cuori perché la verità vi penetri.
Questo progressivo incontro del Figlio di Dio con gli uomini, attraverso i segni, non è per lui senza un prezzo: si tratta ora dei cammini estenuanti, ora dei rifiuti che umiliano, ora delle cattive volontà che scoraggiano, ma nell'incontrarsi man mano con la miseria umana egli "guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si addossato le nostre malattie" (Mt 8,16-17). Per cogliere l'intensità e la profondità di questa riflessione di Matteo, bisogna ricollocare nel suo contesto la citazione da lui fatta: "Noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,4-5). Sì, è veramente nella sua carne che Gesù sta già assumendo il peso dell'uomo. Egli scopre ciò che siamo, non solamente dall'esterno, ma attraverso la pesantezza di cui si vede caricato nel suo essere umano, al suo livello più profondo.
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Questa "liturgia della parola" si completa oggi. Per comprenderla pienamente, bisogna situarla nell'intenzione del Padre che invia suo Figlio tra di noi. "Ecco, io vengo, Padre, per fare la tua volontà" (Sal 40.8.9, Eb 10,7). Quale era questa volontà del Padre nell'inviare suo Figlio? Quante parabole di Gesù ci illuminano al riguardo! Il figlio prodigo, la pecora perduta, i vignaioli omicidi ecc..., tutto ciò ci lascia intuire, attraverso immagini semplici, il mistero della tenerezza del Padre che non ci condanna, non ci giudica, ma invia il suo unigenito, il suo prediletto a cercarci e a ricondurci nel seno del Padre. Non si sa se il buon pastore ha fatto lunghi discorsi alla pecora perduta quando l'ha ritrovata, ma ciò di cui si è sicuri è che l'ha presa sulle spalle e l'ha ricondotta. E Gesù stesso nella meditazione che sta per fare ora ai discepoli, come nella preghiera finale che rivolgerà al Padre, insiste sul fatto di essere venuto affinché gli uomini lo conoscano, lui, e conoscano il Padre. Ma conoscere, nel linguaggio biblico, non è arricchirsi di idee su qualcuno, è entrare in contatto con lui, fare un'esperienza viva di lui nella nostra vita personale.
Ecco dunque l'intenzione nascosta del Padre e che si rivela oggi. Egli ha inviato Gesù tra gli uomini perché non divenga che una cosa sola con essi: "loro in me e io in loro, come tu sei in me" (cf. Gv 1,23.20). Non si tratta qui semplicemente, notiamolo bene, di un gesto di tenerezza di Dio nei confronti di figli in stato di amicizia con lui e che gli renderebbero la gloria e l'amore che si attende legittimamente da essi. No, si tratta dell'unica vendetta che Dio possa prendersi sui peccatori. Dio è ferito, ferito a morte si potrebbe dire, dal vedere l'uomo separato da lui, incapace di ritrovare da solo il cammino dell'amicizia divina. Non vi è altra soluzione, per Dio, che andare dall'uomo, unirsi a lui, identificarsi con lui, in modo tale che sia attraverso Dio, in Dio, ma al tempo stesso nell'uomo, che venga superata la frattura del peccato. Ecco l'atteggiamento del Padre di fronte a ciascuna delle mie colpe; al di là di tutte le mie difese, dei miei rifiuti, della mia diffidenza, egli cerca il modo di venire a me, di far giungere la sua Parola fino al mio cuore, affinché questa Parola, che è il Figlio, vi penetri e non sia più che una cosa sola con questo cuore. E' in questa unità che tutto si risolverà.
Tale è il momento al quale siamo giunti ora nella vita di Gesù. Egli ha detto tutto ciò che doveva esser detto; non gli resta da percorrere che un'ultima tappa: realizzare questa unione completa ed intima tra lui e ciascuno di noi. Non un'unione a livello di nobili idee, di una compassione condivisa, ma la comunione profondamente umana del suo essere di carne e di sangue con la mia carne e il mio sangue. Allora veramente, senza alcun equivoco, senza possibilità per me di trovare una nuova scappatoia, egli sarà realmente in me e io mi troverò preso in lui. Il Figlio dona talmente bene la sua carne e il suo sangue, che sta per trovarsi assolutamente identificato con me. Ormai, nel più intimo di se stesso e davanti al Padre, non sarà più che uno con me. La sua carne e la mia carne stanno per confondersi talmente bene, il suo sangue e il mio sangue stanno per perdersi talmente strettamente l'uno nell'altro, che tutti noi saremo uno in lui. Agli occhi del Padre non ci sarà più che il Figlio unico ad esser presente sulla terra.
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La prova risiede nella maniera rapida ed inesorabile con cui gli avvenimenti stanno ora per susseguirsi, come in un'autentica tragedia. "Dopo quel boccone, Satana entrò in Giuda. Gesù quindi gli disse: "Quello che devi fare fallo al più presto"... Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte" (Gv 13,27.30). A partire dall'istante stesso in cui mi ha donato la sua carne da mangiare, Gesù si è identificato al peccatore che sono io, viene condannato a morte, la morte comincia immediatamente la sua opera in lui. I Giudei si mettono in marcia: Gesù si è fatto peccato: deve morire.
E tuttavia, le parole che Gesù pronuncia subito dopo che la porta si è richiusa dietro a Giuda sorprendono: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui" (Gv 13,31). Gesù non distoglie il suo sguardo dalla morte: al contrario, la guarda bene in faccia.
Ma vede più lontano; o piuttosto vede la morte in trasparenza, poiché sa che essa è soltanto una tappa in un mistero unico che deve condurlo, "lui e i figli che Dio gli ha dato" (cf. Eb 2,13), fin dentro il seno del Padre. E' questo Passaggio della carne e del sangue del Figlio che costituisce tutto il mistero pasquale. Questo non concerne il Figlio nella sua divinità, poiché essa è immutabile, al di là di ogni cambiamento e mutazione; è invece il suo essere incarnato, del tutto vicino a noi, la cui sensibilità ci commuove, la cui tenerezza ci colpisce, la cui carne ci nutre, il cui sangue è nostra bevanda: è quest'uomo ‑ il Figlio di Dio ‑ che sta per cadere nella morte con noi e per causa nostra. E al fondo di questa morte, egli vede la gloria del Padre che lo attende.
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La sua morte, tuttavia, non sarà una commedia. E' troppo facile dire con un sorriso malizioso: non aveva paura di morire, perché sapeva di risuscitare. I racconti evangelici, al contrario, sono a questo riguardo di un realismo tragico. Gesù è morto veramente, poiché ormai era una cosa sola con me che sono un condannato a morte. Già prima, al Getsemani, ha avuto paura della morte vedendola arrivare e prevedendo ciò che essa avrebbe rappresentato per lui. E quando emette il grande grido sulla croce: "Eloì, Eloì, lema sabactàni? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34; Sal 22,2), è l'istante in cui il suo corpo, che è comunque il corpo del Figlio, sta per essere tagliato dalla sua sorgente. Vi è una rottura tra il Padre e il suo figlio nella carne. Il Padre non sostiene più suo Figlio: questi rende lo spirito; il legame che univa il Figlio dell'uomo a suo Padre è scomparso. Così si compie ciò che era inscritto nella carne di Gesù a partire dal momento in cui si era donato come cibo.
Non vi è più ormai che un'unica morte. La morte del cristiano non è più una tappa che gli appartiene in proprio, perché è stata pienamente assunta dal Signore. Quando il cristiano giunge al termine della sua esistenza terrena, è la morte di Gesù che egli celebra, poiché questi ha preso interamente su di sé le conseguenze di tutti i peccati dell'uomo. Tutto ciò che nella mia esistenza è seme di morte, indirizzo verso la morte, tutto ciò ormai è assunto nella morte di Gesù.
Tale era il progetto d'amore di Dio per l'uomo. Egli ha chiesto a suo Figlio di esistere nella carne, affinché questa carne fosse per l'uomo portatrice dell'amore infinito del Padre e fosse per il Padre portatrice della debolezza sconfinata dei suoi figli. Dio non ritorna su ciò che è stato fatto: poiché l'uomo era ferito dal peccato, è in quanto ferito che bisognava raccoglierlo e aiutarlo a ritrovare il cammino dell'amicizia con Dio. Poiché è peccatore, bisogna permettergli di accettare nell'amore il lato oscuro del suo peccato, e che non può esserne separato: la morte. Entrare nella morte con queste prospettive, per il peccatore non è più una punizione, al contrario, è riannodare i legami con l'amore di Dio, accettando totalmente la realtà della frattura che esiste fra sé e il Padre. Vi era in ciò una contraddizione insanabile: essere peccatore, cioè essere contro Dio, e al tempo stesso accettare questa rottura con amore, come una conseguenza normale del nostro rifiuto del suo amore. Solo il Figlio poteva portare nel suo corpo questa frattura e accettarla pienamente.
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"Era morto, ma ora vive per sempre"(cf. Ap 1, 18). L'esperienza mostra che le parole sono insufficienti allorché si tratta di parlare della Risurrezione del Salvatore. Questa vita nuova che ha fatto uscire Gesù dal sepolcro supera talmente le nostre intelligenze, che egli stesso ha rinunciato a parlarcene: si è semplicemente manifestato ai discepoli nella realtà del suo corpo perfettamente vivente. Essi hanno potuto toccarlo; Tommaso ha avuto sotto gli occhi, a portata di mano, le ferite del costato, delle mani e dei piedi. Gesù ha condiviso il loro cibo: è lui stesso che ha preparato loro un pasto e lo ha servito. E' davvero vivo, d'una vita che possiamo controllare, e tuttavia ci sfugge ora completamente in questa carne che ha condivisa con noi. Come commentare queste pagine della Scrittura, la cui luce così pura è sufficiente a se stessa?
Non soltanto vive, ma siede ormai in trono alla destra della potenza di Dio. E' lì che Stefano e Paolo lo contemplano, vero uomo come loro, ma rivestito della pienezza d'autorità che appartiene al Figlio di Dio. "E' il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza" (Col 1,18‑19). E' l'Agnello che siede in trono per l'eternità al centro di tutta la creazione, ricevendo senza fine l'omaggio degli Angeli, dei ventiquattro vegliardi e della moltitudine innumerevole dei Santi. E' la luce che rischiara notte e giorno la nuova Gerusalemme. Come non rimanere abbagliati alla vista di una carne rivestita della gloria increata, divenuta piena trasparenza della divinità? E Gesù vi è giunto attraverso il mio peccato; è eccessivo dire che, in una certa misura, è grazie al mio peccato che egli è stato accolto in questo modo dal Padre, grazie all'umiliazione suprema che la sua carne ha assunto? E' certo, in ogni caso, che Gesù vi è arrivato al termine di una tappa dolorosa, che si è innescata nell'istante in cui gli rimettevo il mio essere di peccato, perché lo prendesse totalmente su di sé. Bisogna pensarci, allorché ci sentiamo indegni di presentarci davanti al suo amore, quando abbiamo l'impressione che davanti al suo amore solo la fuga sia conveniente. No, non è così: egli è venuto per prendere nella sua carne tutta la povertà della nostra e la sola offesa irreparabile che potremmo fargli sarebbe precisamente quella di rifiutare di mettere in comunione con lui qualcosa della nostra debolezza.
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Ormai, in tutta verità, questa carne e questo sangue sono la carne e il sangue del Figlio. Essi hanno accettato quaggiù senza riserve l'amore del Padre che domandava loro di identificarsi con me: in cambio, nella gloria il Padre li identifica fino in fondo, fino al limite estremo della loro capacità, alla nascita increata del Figlio. Essi sono perfettamente generati da uno zampillo venuto dal Padre, nell'unità dello Spirito.
La gloria che il Figlio aveva prima dell'inizio del mondo, quella appunto d'essere Figlio, è la medesima di cui sono rivestiti, non come di un abito esteriore, ma come il loro essere più profondo in virtù della grazia di Dio.
L'unità di questo corpo umano, vivente in nome dell'unità divina, è al tempo stesso l'unità del corpo dell'umanità intera ricapitolata in esso. Ogni uomo che ha sentito le parole: "Prendi e mangia, prendi e bevi si trova ormai unito al corpo di Cristo, là dove esso si trova. Non vi è che un solo corpo: quello nato da Maria, quello che io mangio, quello che siede alla destra del Padre. Questo corpo dimora in ciascuno di noi e in esso noi tutti siamo una cosa sola nella gloria del Padre.
2. Come ricevere il pane di vita
Chi viene a me non avrà più fame
Nel corso di diversi discorsi riuniti nel capitolo sesto del Vangelo di S. Giovanni, Gesù sviluppa sotto tutti i suoi aspetti l'idea che è lui il vero pane che scende dal cielo, il pane di vita, il pane che il Padre dona ecc. Noi ci sentiamo direttamente toccati da queste parole di Gesù, poiché egli precisa al tempo stesso con insistenza l'atteggiamento che dobbiamo avere nei confronti di questo pane, se vogliamo che porti frutto in noi, cioè se vogliamo avere la vita eterna e se vogliamo che il Signore ci risusciti nell'ultimo giorno. Il pane è donato ai figli, ma questi sapranno riceverlo? Il pane di Dio che dona la vita al mondo è a disposizione dell'uomo, ma saprà egli superare tutte le inquietudini, le mormorazioni, le discussioni che le affermazioni sconcertanti di Gesù fanno nascere nel suo cuore?
Gesù comincia con l'insistere sul fatto che bisogna "venire a lui e credere in lui". Non possiamo qui sviluppare questi temi che sono dominanti in tutto l'insegnamento di Gesù, così come ce lo trasmette il Vangelo di Giovanni. Cerchiamo tuttavia di trascriverli in un linguaggio più adatto ai nostri modi attuali di esprimerci.
Venire a Gesù significa avere nel proprio cuore un desiderio leale di lasciarsi invadere dalla luce. Non solamente una luce intellettuale, che ci dà delle idee giuste e chiare sulla dottrina, ma più ancora una luce che ci obbliga a vedere noi stessi tali quali siamo e, nella purezza così creata in noi, a vedere Dio come in trasparenza.
Venire a Gesù è lasciarsi attirare dal Padre, è accettare che tutte le nostre opere siano messe in luce, in maniera che si giudichino da se stesse di fronte alla purezza di Dio. Allo stesso modo, credere in Gesù non è prima di tutto dare la propria adesione ad un simbolo o formulare una professione di fede; credere in Gesù esprime innanzitutto un atteggiamento di fiducia, di abbandono integrale di se, di certezza che da lui verrà tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Ma questa fiducia di fede implica accettare ciecamente le sue affermazioni, senza volere né controllarle né giudicarle. Dobbiamo seguire il cammino che egli indica, semplicemente perché se ne fa lui garante, semplicemente perché è lui che lo ha detto.
Nel discorso sul pane di vita, questo invito di Gesù a credere in lui si fa via via più esigente, nella misura in cui i suoi interlocutori si dimostrano circospetti, scettici, desiderosi di intavolare delle discussioni. Egli comincia col presentarsi come il pane di vita in questo senso: "chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete" (Gv 6,35). Ed ecco che le sue parole si fanno più insistenti; all'improvviso esplode la dichiarazione che trasforma tutto: "e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). I Giudei protestano. Gesù non discute: si limita a ripetere con forza: "in verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita" (Gv 6,53). Bisogna dunque credere. Siamo disposti a credere tutto ciò che questo comporta di coinvolgimento personale per noi? Abbiamo riflettuto su che cosa questo rappresenta, se accettiamo senza scappatoie di seguire Gesù là dove vuole portarci?
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Chi mangia la mia carne ha la vita eterna
"Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui" 1 ( Gv 6,60.66). Anche oggi questa parola è dura, se la si prende sul serio. se non ci si lascia cullare dall'abitudine delle comunioni che si ripetono indefinitamente, basandosi sulle poche nozioni rimaste di quello che ci fu detto molti anni or sono, in occasione della nostra prima comunione. Noi cerchiamo la vita eterna; abbiamo consacrato la nostra vita alla ricerca di Dio. Ed ecco che Gesù ci dice: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna" (Gv 6,54). Accettiamo fino in fondo questa affermazione? E' talmente semplice e, al tempo stesso, ciò pare talmente inverosimile: fare della sua carne il nostro cibo e del suo sangue una bevanda. Più ancora, è il vero cibo e la vera bevanda. Non si tratta di simboli: bisogna prendere le cose tali quali le dice Gesù. Sono veramente la carne del Figlio e il sangue del Figlio, con i quali egli ha vissuto sulla nostra terra, che dobbiamo prendere come alimento del nostro corpo.
"Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna" (Gv 6,54). Che cosa significa questo? Gesù stesso lo dice altrove: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17,3). Ecco la più alta contemplazione; ecco lo scopo di ogni esistenza consacrata a Dio solo, il termine verso il quale tendono le avventure più pure dello spirito. E tuttavia Gesù qui sembra quasi ridersi dello spirito: l'incontro ultimo con la divinità, l'ingresso nell'intimità del Padre, non sono donati a degli sguardi particolarmente profondi dell'intelligenza o a dei voli elevati dello spirito. E' il contatto tra la mia carne e la sua carne che mi dona questa vita in pienezza. Dio ha preso molto sul serio l'incarnazione del suo Figlio: poiché questi si è fatto carne, è attraverso questa carne che il Padre verrà a me, è in essa che mi unirò a lui.
Bisogna dunque accettare una kenosi dello spirito: non è esso il mezzo proporzionato di un autentico incontro con Dio che viene verso di noi. Il ruolo dello spirito è assai più modesto: deve accontentarsi di rischiarare il nostro cammino, quando nella nostra condizione carnale avanziamo verso il Figlio incarnato, per incontrarci l'un l'altro a questo livello. Allo spirito è chiesto soltanto di credere, di lasciarsi guidare in un'oscurità che non sarebbe in grado di penetrare, verso una luce che è molto al di sopra di esso. Ecco perché questa parola è sovente troppo dura per noi. Riceviamo effettivamente il corpo del Figlio e il suo sangue nelle nostre viscere, ma non siamo loro presenti, poiché vogliamo continuare a vivere al livello di uno spirito che non ha capito nulla della situazione. Si comporta un po' come se il Corpo del Signore, presente in noi, non fosse che un accessorio, mentre l'incontro continuerebbe a realizzarsi in maniera tutta spirituale. No, non è questo ciò che ci dice Gesù: "La mia carne è vero cibo: chi mangia di questo pane vivrà in eterno" (Gv 6.55.51). Questo pane non è un semplice rivestimento che bisognerebbe oltrepassare: è esso stesso il cibo che dona la vita eterna. Non andiamo a cercarla altrove che nel Figlio, poiché è lui stesso.
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Colui che mangia di me vivrà per me
"Come il Padre che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me" (Gv 6,57). Si tratta qui di un testo centrale nel discorso di Gesù, poiché è il solo che ci lascia sospettare, in maniera ancora molto misteriosa, donde viene la fecondità infinita del pane di vita. L'origine si trova alla fonte unica e definitiva di ogni vita divina, nel Padre che è vivente. Il Padre invia suo Figlio, lo genera da tutta l'eternità e gli affida una missione sulla terra. Questo invio del Padre non è una funzione diversa dall'essere stesso del Figlio: esso si identifica al dono della vita che gli comunica. Se dunque Gesù, a sua volta, ci dona la vita, ciò non può essere che come partecipazione di quella che riceve dal Padre. Il modo con cui ci donerà la vita sarà una riproduzione, una partecipazione del modo secondo il quale egli stesso la riceve dalla sorgente ultima di ogni vita.
Ma ecco che Gesù ci spiega o, piuttosto, ci lascia intuire nel chiaroscuro della fede, che la relazione tra colui che è mangiato e colui che lo mangia, cioè, tra colui che comunica la vita e colui che così la riceve, questa relazione riproduce per noi, secondo il nostro essere di quaggiù, la relazione del Padre e del Figlio. Non si tratta, comprendiamolo bene, di una semplice metafora, di un'analogia che vi permetterebbe di comprendere sotto forma di illustrazione. Si tratta di un'autentica realtà nella quale dobbiamo coinvolgerci pienamente, affinché essa porti frutto in noi. "Colui che mangia di me vivrà per me" (Gv 6,57). Ciò vuol dire accogliere il pane di vita ‑ il vero cibo ‑ come la fonte unica di vita quaggiù, così come il Padre è la fonte unica in seno alla Trinità. Ogni cibo quaggiù è un mistero di vita comunicata, di esistenza trasmessa secondo lo svolgimento quotidiano delle nostre vite. Il vertice di questa trasmissione è il passaggio, attraverso la carne di Gesù, della vita stessa di Dio verso di noi.
Siamo qui agli ultimi limiti accessibili al nostro essere del mistero dell'Incarnazione. Non soltanto Gesú ci raggiunge con la sua intelligenza, con la sua volontà umana, non soltanto la sua carne umana col suo contatto guariva i malati, risuscitava i morti ad una vita corporale, ma questa carne è il mezzo più adatto perché la nostra persona umana, attraverso la nostra propria carne, incontri la persona divina del Figlio. Il contatto da persona a persona non potrebbe essere più diretto, più immediato. Il Verbo si è fatto carne; tale è ormai il luogo dell'incontro con Dio: la carne del Verbo.
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La mia carne è vero cibo
"La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda" (Gv 6,55). Abbiamo insistito sulla realtà della carne di Gesù, che dobbiamo guardare in faccia, se vogliamo ricevere la pienezza della vita divina che essa apporta. E' con lo stesso realismo che dobbiamo ugualmente accettare di pensare che questa vita divina arriva a noi attraverso la pesantezza del nostro proprio essere corporale nelle sue radici più terrene. Bisogna tentare di abbozzare una spiegazione o accontentarsi di accettare nella fede le affermazioni così ferme e categoriche di Gesù? La nostra intelligenza raziocinante, il nostro senso delle cose spirituali erano talmente sicuri di se stessi: l'orazione, la meditazione, la contemplazione, tutto ciò è talmente al di sopra della pesantezza della terra! Ed ecco che il Signore stesso, il Figlio di Dio in persona afferma loro: "bisogna che mangiate la mia carne e beviate il mio sangue". La Chiesa, senza tregua, contro tutte le falsificazioni, ha sempre affermato senza cedere terreno: si tratta autenticamente della carne di Gesù, che è uscita dal seno di Maria, che ha sofferto sotto Ponzio Pilato, che è stata sepolta. E la Chiesa afferma: bisogna che assumiate in voi questa carne, che essa divenga voi stessi per assimilazione fisica, perché si stabilisca l'unione tra il Figlio di Dio e voi. I nostri corpi sono i templi dello Spirito Santo, dice San Paolo. Glorificate e portate Dio nel vostro corpo, scrive anche (cf. 1 Cor 6,19‑20). Non abbiamo, invece, la tendenza a misconoscere la dignità del nostro corpo, sotto il pretesto che troppo spesso ci fa sentire la sua pesantezza?
Accogliere il Signore. così nella nostra realtà incarnata, è al tempo stesso metterlo a contatto diretto con la nostra sensibilità sotto le sue forme più elevate come sotto quelle più modeste: affettività, sensualità, sessualità. Tutto ciò è il mio essere incarnato, sono le risonanze a diversi livelli della mia appartenenza alla realtà terrestre. Tutte queste capacità d'accoglienza e d'amore, più o meno fisiche, sono lì per accogliere in me il Verbo fatto carne. Non le debbo disprezzare; non le devo considerare come servitori di second'ordine che debbono accontentarsi di rimanere nell'ombra, a servizio delle facoltà più elevate. No: esse hanno la loro parola da dire nell'accoglienza di Cristo che viene nel mio corpo, poiché sono delle dimensioni del mio essere corporeo e non vedo in nome di quale legge dovrei scartarle dall'incontro con il loro Dio, se Dio stesso me le ha donate per riceverlo.
Il luogo autentico della mia divinizzazione è dunque il mio corpo. Senza dubbio, non ne è il vertice, ma ne è la via d'accesso obbligatoria e indispensabile, che non ho il diritto di trascurare, se non voglio ostruire una parte dei cammini attraverso i quali il Signore raggiunge il mio cuore. Se voglio seguire il Cristo risorto nel seno del Padre, devo essere all'unisono con il suo corpo, quando muore sulla croce, discende nel sepolcro, nell'attesa di risorgere nella gloria e di sedere alla destra del Padre. Sappiamo dunque rimanere presenti a questo luogo in cui Dio si dona a noi: nel nostro corpo.
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Chi mangia la mia carne dimora in me
L'attenzione posta all'incontro della carne del Figlio con il nostro corpo non deve farci dimenticare che si tratta infine di un incontro d'amore: ciò che il Signore viene a cercare è il nostro cuore. Tutto quello che sopra dicevamo del disegno eterno del Padre che invia suo Figlio, della condotta di costui quaggiù, per consentire all'umanità di familiarizzare con lui e, in ultimo per donarsi ad essa, termina in questo incontro di oggi, tutto ciò ha di mira un'unione d'amore. Ora Gesù a più riprese nel Vangelo caratterizza questa unione tra lui e chi ha fiducia in lui come un'inabitazione dell'uno nell'altro: è proprio ciò che ci dice ancora questa volta: "chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui" (Gv 6,56). Si tratta di una presenza reciproca: egli stabilisce la sua dimora in me e fa in modo che io possa stabilire la mia in lui. Senza intermediario, senza nulla che ci separi, siamo presenti l'uno all'altro, lui nella sua carne, io nel mio corpo, ma ugualmente lui nel mio corpo ed io stesso come membro del suo. Fermiamoci ora specialmente sul primo aspetto del mistero: egli dimora in me. Venendo in tal modo, non soltanto nella sua carne, ma nella sua carne straziata, umiliata ed avvilita dagli uomini, Gesù viene ad incontrare la mia debolezza. Ovunque, nel mio essere di creatura, sono debole, ma più particolarmente nel mio essere di carne, con la sua sensibilità e tutte le tendenze fragili che vi si agitano. E' questo ciò di cui Gesù viene a farsi carico quando dimora in me. Più ancora: viene ad assumere il mio peccato in tutte le sue forme, la mia tendenza al male, tutte le deformazioni che fanno pressione su di me, l'ostacolo che io frappongo alla luce divina; tutto ciò è la dimora nella quale viene a stabilirsi Gesù, per rianimarla. Ma Gesù non può abitare in questa debolezza, se io stesso non vi sono presente: bisogna che egli mi ci faccia scendere donandomi il coraggio di accettare di non essere che questo. Non è attraverso la forza che giungerò a tale risultato: è convincendomi a fidarmi totalmente di lui, a non trovare che in lui la mia forza. Cosa mi importerà, allora, di scoprire la mia debolezza, se infine so che questa è il luogo in cui verrà ad installarsi la sua debolezza, infinitamente più solida e stabile di tutte le mie miserie, quella che ha ricevuto il Nome al di sopra di ogni altro Nome?
Guardiamoci qui da un errore abbastanza comune: volentieri si immaginerebbe che Gesù venga a guarire le nostre malattie come il medico che dà un rimedio e se ne va, dopo aver permesso all'organismo di ritrovarsi pienamente ristabilito, come se non fosse capitato nulla. Il modo con cui lo Spirito del Signore viene a curarci è totalmente differente: Gesù stesso ne è l'esemplare perfetto. Suo Padre lo ha guarito, se si può usare una simile espressione, nel momento della Risurrezione. Ma non ha fatto sparire dal suo corpo la presenza della morte, le stimmate delle sue ferite, le impronte definitive della sua umiliazione. Per l'eternità è e rimarrà l'Agnello immolato, la cui immolazione è il più grande titolo di gloria, perché in essa si è manifestata la tenerezza e la gloria di Dio. Così avviene per l'opera di Gesù in noi: egli viene ad assumere per l'eternità con me, in me, il mio essere ferito e a farne una gloria per il Padre. E' sempre in questo atteggiamento, portando su di sé tutte le stimmate del mio peccato passato, per trarne una lode a Dio.
La presenza dell'Agnello immolato in me, la sua permanenza definitiva dopo che la sua carne è venuta nella mia, è così sin da ora una presenza di vita eterna: "chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna... Questo è il pane disceso dal cielo: chi mangia questo pane vivrà in eterno" (Gv 6,54.58). Mentre io conduco la realtà concreta della mia esistenza quotidiana e della mia preghiera, in questo tran tran dalle apparenze banali e transitorie, si realizza già un primo abbozzo di vita eterna, un ingresso progressivo nella gloria del Figlio, ormai per sempre alla destra del Padre. Questa prima tappa di vita eterna, ci afferma Gesù, è una garanzia della Risurrezione finale: "chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno (Gv 6,54). In un certo senso la nostra Risurrezione è già iniziata.
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... ed io in lui.
Egli dimora in me, ma ugualmente io dimoro in lui. Come è ormai presente nel mio essere personale, così mi offre accesso a lui. La sua "avventura personale" diventa mia. Mi dona tutta la sua opera fondamentale, la sua Pasqua. Essa mi appartiene, è il luogo permanente della mia dimora. Mi offre non soltanto le sue opere, ma tutto il suo essere umano: "Chi mangia di me, vivrà per me" (Gv 6,57). Di fronte a "me" vi è questo "tu" che rinuncia ad avere qualsiasi segreto con me, tranne le zone in cui da me stesso non penetro per mancanza di fiducia in lui. Infine, mi offre la sua persona divina. A motivo di questa abitazione reciproca dell'uno nell'altro che egli mi accorda, la mia dimora è ormai nel Verbo eterno, perché mi dona accesso alla sua intimità personale ora che mi ha offerto la sua carne senza difesa.
Ma non è solamente ciò che gli appartiene a titolo personale che diventa mio: poiché, infatti, attraverso il suo corpo offerto e risuscitato mi ha introdotto nella sua Pasqua, è tutta la sua opera di salvezza che diventa mia. Io dimoro in essa, vi partecipo, vi collaboro, ne divengo a mia volta responsabile, mi trovo con Gesù e grazie a lui sono posto nel cuore del mondo. Con lui ricevo dal Padre questa missione di salvare l'umanità, non certo a motivo dei miei meriti personali, ma perché ho perso per grazia questa autonomia che faceva di me un isolato: ormai sono nel Cristo Gesù. Devo dunque cambiare il mondo con lui; ugualmente devo essere salvato dal mondo. E' una nuova forma di abitazione reciproca che si annuncia così: il mondo dimora in me ed io dimoro in esso. Non il mondo che si rifiuta, dal quale Gesù si è in qualche misura separato, ma quello che si lascia raggiungere e trasformare dalla luce.
In ultima analisi è questo ciò che spiega come mai io stesso sono responsabile della mia salvezza: perché dimoro in lui. E' solamente dipendendo dal suo amore e dalla sua personale immolazione che posso presentare le mie preghiere, offrire le mie opere, fare dono della mia persona, affinché tutto ciò sia in me sorgente di vita. Non vi è niente ormai che venga soltanto da me, perché la mia nuova esistenza è nel Cristo. E' dunque come membro del suo corpo, come carne della sua carne che posso salvarmi, unendomi al suo grido verso il Padre, il grido che lanciava per esser salvato (cf. Eb 5,7), ma anche il grido per salvarci; non siamo più che una cosa sola, lui ed io: entrambi salvati dall'amore del Padre.
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Ritorno nel seno del Padre
Il mistero che stiamo così cercando di esplorare a tentoni è nato nel seno del Padre: è quindi nel seno del Padre che deve fare ritorno. La carne e il sangue del Figlio, divenuti miei, mi riconducono verso di lui.
L'umanità mortale del Salvatore, della quale ora sposo il cammino verso l'eternità, è stata glorificata dal Padre, presso di sé, con la gloria che il Figlio aveva presso di lui prima della fondazione del mondo (cf. Gv 17,5).
Grazie ad un dono gratuito del Padre e in un'accettazione perfettamente libera dell'uomo Gesù, la sua umanità si è trovata talmente presa nella filiazione gloriosa: essa ha ricevuto una nuova nascita eterna. Non dimentichiamo che questa nascita è il termine del movimento cominciato quando Gesù ci ha detto: "Prendete e mangiate, prendete e bevete". Se dunque prendiamo e mangiamo, prendiamo e beviamo, entriamo nel movimento, partecipiamo a nostra volta e con lo stesso movimento a questa filiazione eterna: nella carne e nel sangue risuscitati eccoci divenuti figli glorificati.
La tappa successiva, nel cuore della quale ci troviamo ancora oggi, è stata l'effusione dello Spirito. "E' bene per voi che io me ne vada ‑diceva Gesù ai suoi discepoli stupiti ‑ perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore" (Gv 16,7). E' scomparso donandosi a noi, ma ormai porta con sé lo Spirito. Vi è una kenosi del nostro spirito, dicevamo sopra, ma perché vi è un'effusione dello Spirito, nell'incontro del corpo del Salvatore con il nostro. Poiché in lui siamo figli, in lui entriamo in maniera abituale sotto la mozione dello Spirito: è stata scavata in noi una sorgente zampillante di vita eterna che nulla potrebbe esaurire.
Eccoci dunque figli, animati dallo Spirito: l'opera normale che ci incombe è ormai quella di riconoscere il volto del Padre, faccia a faccia, così com'è. Vi è in ciò un atto di conoscenza che supera la nostra intelligenza, i nostri ragionamenti, le nostre luci create, ma è una conoscenza che ci raggiunge in quel che abbiamo di più profondo. "Ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Gv 1726). Il nostro cuore umano, unito a quello del Figlio unico, lo contempla e in lui vede il Padre. ***
3.Vivere l'Eucaristia
Le Nozze dell'Agnello
Nel suo insegnamento, Gesù ama paragonare il regno dei cieli ad un banchetto. Numerose sono le parabole, che ritornano su questo tema con varie sfumature, come anche le promesse fatte agli Apostoli in questo senso. Dio ha l'intenzione di invitare quelli che ama ad un grandissimo banchetto, dove tutti troveranno posto. E' lui stesso, il Signore in persona, che li servirà e li ricolmerà. Più ancora, si tratta di un banchetto di Nozze. Sarà la celebrazione escatologica dello sposalizio del Figlio del Re. Questa insistenza del Signore deve attirare la nostra attenzione.
Effettivamente, dal momento in cui entriamo nei tempi escatologici, cioè dall'istante in cui il Figlio risuscitato apre in maniera definitiva l'era dei tempi nuovi, vediamo Gesù mettere subito in opera quanto aveva annunziato. Come non essere colpiti, infatti, dal constatare il numero di volte in cui Gesù condivide i pasti con i suoi, durante i pochi giorni che separano la Risurrezione dall'Ascensione? Vi è assai più di una coincidenza artificiale: è una vera convergenza. Prestiamovi attenzione in maniera più precisa. Sono i pellegrini di Emmaus, ai quali si rivela quando si trovano insieme a tavola. Sono le diverse apparizioni riportate dai Vangeli sinottici, con molti dettagli divergenti, ma una convergenza sul fatto che Gesù condivide in qualche maniera il pasto dei discepoli. E' soprattutto la meravigliosa apparizione sulla sponda del lago di Genesaret, nelle prime luci del mattino. Gesù stesso ha preparato il pasto sulla riva; è lui che serve i discepoli stanchi, mentre conversa con loro. E' già nella gloria e tuttavia è loro così vicino nell'atmosfera distesa e ciononostante solenne di questo pasto consumato sulla spiaggia. Ed ecco che l'Apocalisse, nei suoi ultimi capitoli, nel momento di concludere la Rivelazione, ritorna su questo tema. "Udii poi come una voce di un'immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano: "Alleluia. Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l'Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le Nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta..." Allora l'Angelo mi disse: "Scrivi: beati gli invitati al banchetto delle Nozze dell'Agnello" (Ap 19,6-9). Tutto ciò che Gesù aveva annunciato si trova qui realizzato: il banchetto, le Nozze, lo Sposo e la Sposa, la folla immensa degli eletti. Possiamo identificare più da vicino questo banchetto?
Dobbiamo tornare a quegli istanti unici, in cui "Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine. Mentre cenavano..." (Gv 13,1‑2). I discepoli sono riuniti, ma sappiamo in forza delle parole stesse di Gesù che essi rappresentano "la moltitudine", cioè, noi tutti, tutti coloro che il Signore ricolma del suo amore. E' proprio lui, il Figlio di Dio, che prende la veste del servo, lava i piedi dei discepoli, dona loro il cibo. Non si realizza forse qui, nel senso più completo del termine, il vero pasto delle Nozze dell'Agnello, in cui egli offre il suo corpo a quelli che ama? Resta tuttavia un punto che si deve far emergere in piena luce, onde avere tutta la dimensione del banchetto escatologico. Chi è la Sposa?
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La Sposa dell'Agnello
Al termine della cena, dopo esser uscito con i discepoli, Gesù si mette a pregare e qui, nel colloquio intimo con il Padre, indica lo scopo ultimo del pasto che hanno appena preso: "Non prego solo per questi, ma anche per coloro che per la loro parola crederanno in me, perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te" (Gv 17,20‑21). L'obiettivo di questa cena, in cui tutti si nutrono dello stesso pane di vita, bevono allo stesso calice il sangue vivificante, è quello di far nascere questo UNO, in cui tutti non formano più che un solo corpo, poiché in essi dimora la stessa carne del Figlio e circola in essi lo stesso sangue, nel movimento dello Spirito. Questa è la Sposa: l'assemblea di coloro che credono in lui, al punto di vivere della sua carne e di non essere più che uno in lui. E' il banchetto delle Nozze che dà esistenza alla Sposa, che le permette di unirsi al suo amato nell'atto unico grazie al quale egli stesso si trova trasformato in gloria.
Tutto quello su cui abbiamo meditato finora rimaneva nella linea di un'unione strettamente personale tra Gesù e ciascuno di quelli che lo ricevono. Ora tutto si trasforma. Lo scopo perseguito dal Signore non è creare tra di lui e i suoi amici piccole intimità molto calde e chiuse, dove ci si ignora gli uni gli altri. Egli vuole farci arrivare tutti alla perfezione dell'unità (cf. Gv 17,23). Ecco la sola realtà completa, quella verso cui tendiamo senza poterla ancora cogliere pienamente, perché è in via di realizzazione. Il solo compimento, che sia la vera risposta al dono della carne e del sangue, non è la somma dei cuori, non è l'accumulo di tutti i nostri buoni sentimenti: è la Sposa completa, la sua Chiesa, l'essere nuovo di cui siamo misteriosamente le membra, non per perdervi la nostra personalità, al contrario per farle trovare la sua perfezione definitiva.
Il banchetto è iniziato, ma non è concluso. La Sposa è già presente, e tuttavia essa sta ancora nascendo. L'amata è salvata con colui che le ha fatto attraversare la morte, e ciò nonostante ogni giorno essa lotta contro il male, contro la disgregazione, contro la pesantezza della carne. Le Nozze dell'Agnello si stanno realizzando, non soltanto nella gioia della festa, ma anche nella scoperta stupita dei due sposi, nel parto doloroso e interminabile della creatura sottomessa alla vanità. Tale è il mistero che dobbiamo vivere ogni giorno.
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Il mistero dell'Eucaristia
"Fate questo in memoria di me" aveva detto Gesù ai discepoli (Lc 22,19). Da allora la Chiesa celebra l'Eucaristia, il memoriale del Signore. Non è un semplice ricordo, non è un segno gratuito di ciò che è successo nel passato. E' un segno, certo, ma che rende presente il mistero completo vissuto da Gesù, dal momento in cui si è. donato al discepoli, fino alla sua Ascensione alla destra del Padre.
L'Eucaristia è la Pasqua del Signore che si compie misteriosamente ovunque ed in ogni istante, affinché ciascuno di noi possa, lungo il suo pellegrinaggio, parteciparvi ogni giorno. E' qui che si trova a nostra disposizione tutto ciò che abbiamo detto della carne e del sangue del Figlio. E' una realtà concreta, vivente, alla quale siamo quotidianamente invitati a partecipare in modo attivo. Non solamente noi a titolo individuale, ma l'intera Sposa, che è la sola vera compagna del Cristo in questo atto. Ogni celebrazione dell'Eucaristia è un mistero che coinvolge la Chiesa intera, allo stesso modo che impegna Gesù, tale quale è oggi, portando nel suo essere di carne glorioso la realtà palpabile di tutto ciò che si realizza nella celebrazione liturgica.
Come partecipare all'Eucaristia? Non possiamo qui che abbozzare una risposta ad una domanda così vasta. L'Eucaristia, infatti, è un mistero semplice e unico, ma al tempo stesso una realtà d'una ricchezza inaudita, della quale non riusciamo a cogliere facilmente le innumerevoli sfaccettature. Il mistero pasquale è già compiuto una volta per tutte in Gesù e non si tratta di reiterarlo, reintroducendo la successione dei momenti: il dono di sé ai discepoli, poi l'agonia, la passione, la morte ecc. Tutto questo si trova ora riunito in un'unica realtà che rende presente la totalità del mistero. E' dunque nel medesimo tempo il sacrificio, la sua accettazione da parte del Padre e l'effusione dei suoi frutti su tutta la creazione.
Questa semplicità del mistero non deve impedirci di riconoscere la celebrazione simultanea di tutta una serie di fatti successivi. Cerchiamo di abbozzare qui semplicemente alcune prospettive:
‑ è la Cena del Signore, il pasto in cui egli si dona ai suoi discepoli nella fede;
‑ è ugualmente il banchetto escatologico in cui gli invitati cantano l'inno di trionfo dell'Agnello;
‑ è la morte e l'immolazione del Figlio dell'uomo;
‑ è al tempo stesso la sua glorificazione, la sua ascesa alla destra del Padre, il suo regno onnipotente su ogni creatura;
‑ è comunione di tutti gli uomini tra di loro nell'unità dello Spirito inviato da Gesù dal seno del Padre;
‑ e, come anticipazione, è già la pienezza di tutta la creazione che fa omaggio di se stessa al Cristo, affinché questi sottometta tutto al Padre.***
La celebrazione dell'Eucaristia
Onde orientarci durante la celebrazione dell'Eucaristia, cerchiamo di schematizzarne la struttura a partire dal momento in cui si conclude la liturgia della parola. Vi ritroviamo gli elementi fondamentali della Cena del Signore: l'azione di grazie sul pane e sul vino e la loro offerta al Padre; le parole di Gesù che li trasformano nel suo corpo e nel suo sangue e li donano ai discepoli; la comunione, in cui la carne e il sangue del Salvatore diventano effettivamente nostri. Tra questi vertici della celebrazione vi sono delle parole che li commentano e danno loro significato.
I due attori principali dell'opera che si compie, abbiamo detto, sono Gesù e la sua Sposa, che si presentano davanti al Padre e vengono accolti da lui, nel mistero pasquale reso attuale. L'uno e l'altra sono presenti in ogni parte della Messa; per esempio, sin dalla consacrazione siamo coinvolti nella comunione, poiché si tratta di un invito di Gesù a riceverlo. Allo stesso modo, il momento in cui riceviamo effettivamente il corpo di Cristo è un momento eminentemente sacrificale, poiché è l'istante in cui Gesù donandoci la sua carne diviene effettivamente vittima. I gesti sono necessitati a succedersi secondo una cronologia, perché non possiamo fare tutto contemporaneamente, e un ordine gerarchico si è stabilito sin dalle origini della Chiesa e dobbiamo rispettarlo perché ha un significato. Ma non dimentichiamo che ciascuna delle parti contiene il tutto, così come il tutto non potrebbe esprimersi totalmente se non si tengono presenti tutte le parti.
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L'Eucaristia, opera di Gesù...
L'essenziale dell'azione Eucaristica è ciò che Gesù stesso ha realizzato a partire dal Giovedì Santo: il Signore si impegna in prima persona. Compiendo la volontà del Padre dona ai discepoli la sua carne, al punto da entrare così nella morte, facendo un atto di abbandono totale nelle mani del Padre. Questi non delude la sua attesa, anzi proprio per la sua immensa fiducia e la sua riverenza l'accoglie presso di sé e lo fa sedere alla sua destra: tale è il mistero fondamentale che celebriamo. Ben al di là di tutto quello che possiamo fare o concepire, anche noi prendiamo parte a questo dialogo intimo tra il Padre e il Figlio, trasposizione quaggiù nel nostro linguaggio umano ‑ grazie al Figlio dell'uomo ‑ del mistero d'intimità dell'eterna Trinità.
Ugualmente, è Gesù che si offre per tutto il suo Corpo. Noi avremmo la tendenza a ricondurre tutta l'opera di Gesù a questo solo aspetto del mistero. In realtà la redenzione, la salvezza degli uomini, non è possibile se non perché Gesù stesso s'è offerto per primo. La salvezza degli altri non viene che come conseguenza della sua stessa salvezza, della grazia infinita che gli accorda il Padre risuscitandolo. Gesù trascina con sé la sua Sposa. La fa nascere, la fa risuscitare, l'adorna con i suoi ornamenti, affinché essa si presenti davanti a Dio gioiosa e lucente.
Questo vuol ugualmente dire che egli va a cercare ciascuna delle sue membra nella sua povertà, nella sua miseria, spesso nel suo peccato o nella sua afflizione. Ecco ciò che si realizza ad ogni Eucaristia.
Gesù non si accontenta di offrire se stesso per il suo Corpo; egli offre il Corpo tutto intero, che gli appartiene e di cui può disporre. Allorché si dona a ciascuno di noi, si stabilisce una dipendenza tra lui e me, prolungamento e partecipazione della dipendenza del Figlio rispetto al Padre. Ciò che è rappresentato dalla nostra preghiera, dagli atti della nostra vita, dalla nostra debolezza, dalle nostre conversioni, tutto ciò, riunito in un unico fascio, costituisce la vita della Chiesa: Gesù l'offre al Padre. Il Padre l'accoglie come proveniente da suo Figlio, come se fosse il Figlio stesso ad averlo vissuto, poiché davanti ai suoi occhi vi è identità di persone tra la testa e le membra.
... e opera della Chiesa
L'Eucaristia è ugualmente opera della Sposa. Il suo Sposo si è donato a lei in maniera totale ed irreversibile: "Prendi e mangia, prendi e bevi". A pieno diritto può dunque disporre di questa generosità del suo Sposo, del sacrificio di sé che egli realizza donandosi così e, consapevole di questo potere da lei goduto sul Figlio, la Chiesa lo offre al Padre. Con sicurezza e fiducia essa si presenta davanti al trono regale e fa omaggio al Padre dell'amore di suo Figlio manifestato fino alla morte di croce. E il Padre, con un atto d'amore gratuito, risponde all'attesa della Chiesa risuscitando il Figlio.
La Sposa, infine, realizza la propria Pasqua personale nella celebrazione Eucaristica. Ricevendo il corpo e il sangue del suo Sposo, essa accoglie la vita, e lo sa bene, ma una vita che le giunge attraverso la morte.
Ricevere Gesù è ricevere la sua morte, è identificarsi alla sua morte, è morire immolati con lui. L'Eucaristia è l'immolazione della Chiesa, il sacrificio del Corpo, il sacrificio di ciascuna delle sue membra. Essa si presenta come Sposa, come unita al Figlio con dei legami che nessuno riuscirebbe ad infrangere: la sua carne e il suo sangue. Ma essa presenta anche gli atti veramente suoi, perché sa che Dio li attende. Dio, infatti, non potrebbe risuscitarla se essa non unisse all'obbedienza di Gesù quella sua personale. Tutte le sofferenze, tutte le prove, tutte le gioie e le luci che percorrono la Chiesa di tutti i tempi, ma soprattutto la Chiesa di oggi, tutte queste forme di vita e di morte mescolate sono presenti, lì, nell'Eucaristia, salgono verso il Padre in comunione con il Figlio nello Spirito e sono il punto di partenza della Pasqua della Sposa del Risorto.
La partecipazione di Maria
E finalmente, la celebrazione Eucaristica comporta una dimensione di cui si parla poco, talmente è nascosta, segreta e silenziosa, ma che non si ha il diritto di tacere completamente, poiché è troppo importante. Si tratta della partecipazione di Maria. Lei pure è in verità la Sposa: non in concorrenza con la Chiesa, ma in un inserimento reciproco dell'una nell'altra. Già sul Calvario Maria ha realizzato la sua Eucaristia offrendo Gesù, facendosi offrire da Gesù, offrendosi lei stessa con lui, offrendoci tutti in lui e in lei. Ogni celebrazione Eucaristica comporta ormai una partecipazione attiva di Maria, poiché si tratta di un'attualizzazione di ciò che la Madre ha realizzato una volta per tutte con il Figlio. Ella è pienamente risuscitata con lui nella gloria, perché la sua Eucaristia personale è compiuta: è stata pienamente accolta dal Padre nella luce. Ormai, deve essere nascosta con il Figlio nella celebrazione che rende presente il mistero in ogni luogo e in ogni circostanza. Sin da ora Maria annuncia e rappresenta la pienezza verso cui tendiamo, allorché ogni lacrima sarà asciugata, ogni sofferenza sarà scomparsa: Icona escatologica della Chiesa, ha dato inizio al banchetto perfetto delle Nozze, dove la Sposa è solo gioia, allegrezza e Alleluia per il Padre.
E' lo stesso pane
che mangiamo
(Ci è parso utile completare il testo con
questa meditazione che lo stesso autore
ha scritto sul rito della comunione
nella Messa celebrata in Certosa)
E' lo stesso pane che mangiamo
Ogni comunità è opera degli uomini o delle donne che la costituiscono. Sono loro che hanno deciso liberamente di riunirsi. Così è anche per la comunità cristiana. Tuttavia, non si può dire che essa sia prevalentemente frutto dell'autonoma volontà di coloro che la formano. Se un giorno ci siamo potuti riunire in comunità nel nome di Cristo è perché Lui stesso l'ha voluto per primo e ci ha dato la possibilità di farlo. L'unità di una comunità è un dono gratuito del Signore che ci dà il suo Spirito in abbondanza. Tutti gli altri mezzi dipendono da questo essenziale punto di partenza: la volontà del Padre trasmessa dal Figlio e realizzata in noi dallo Spirito.
C'è un momento privilegiato nella vita della comunità cristiana: il tempo in cui in uno stesso atto essa si trova riunita e costituita a perfezione, con la possibilità di indirizzare a Dio la sua azione di grazia, le sue richieste e le sue lodi. E' la Liturgia l'attività principale della comunità cristiana. Questa riunione di uomini e di donne nell'amore che non vogliono altro che divenire una cosa sola per mezzo della grazia di Dio al fine di lodarlo, rinnovando in se stessi il mistero di Cristo. Ecco la Liturgia. Ecco il momento in cui si realizza perfettamente, tanto quanto è reso possibile dalla qualità delle persone, l'armonia tra solitudine e comunità.
Fermiamoci su un momento privilegiato di questa armonia. Ha luogo durante la liturgia eucaristica che è il centro del culto cristiano e, in modo più preciso, in quell'ultima parte della celebrazione che più precisamente chiamiamo comunione. Ripassiamo nel nostro cuore lo svolgimento di questa parte della Liturgia e sforziamoci di riconoscere il significato delle parole, dei riti o dei gesti che la comunità cristiana compie in quel momento.
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La preghiera eucaristica propriamente detta è terminata. Il celebrante ha appena cantato la dossologia finale: Per Cristo, con Cristo e in Cristo... e tutta la comunità ad una sola voce ha proclamato il suo completo assenso cantando: Amen.
Tutti insieme, su invito del celebrante, intonano il Padre Nostro. Entriamo in un rito di unità. Tutto ciò che seguirà è segnato da questa preoccupazione quasi esclusiva: realizzare tra i membri della comunità l'unità per la quale Gesù ha pregato con tale intensità nel momento in cui stava per lasciarci.
Cominciamo dunque a cantare il Padre Nostro, la preghiera per eccellenza che ci ha lasciato il Salvatore. Lo facciamo con una sola voce, con un solo cuore perché vogliamo presentarci davanti al Padre come autentici discepoli di Suo Figlio, avendo veramente una sola anima per accoglierlo.
Il celebrante, sviluppando l'ultima richiesta del Padre Nostro, comincia una nuova preghiera: Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni... Ecco la prima domanda esplicita per la pace, che ci prepara a ricevere il Corpo del Signore. Cos'è la pace? E l'assenza tra noi di divisione, di dissenso, di tutte quelle piccole o grandi crepe nell'unità. Per prepararci a ricevere il Signore che si dona a noi, gli domandiamo di cancellare dai nostri cuori e dalla nostra vita di comunità tutte quella crepe. Lo domandiamo per noi che siamo presenti qui, ma anche per la Chiesa universale. Come potremmo essere in pace se non avessimo fatto tutto ciò che dipende da noi affinché i nostri fratelli nel mondo intero siano ugualmente in cammino verso la pace?
La preghiera successiva, sempre recitata dal celebrante, è un'altra richiesta di pace, ancor più pressante poiché si appoggia direttamente sulle parole di Gesù: Signore Gesù dona a noi la pace, quella pace che il inondo non può dare. Gesù ha promesso di darci la pace (Gv 14,27). E' il primo atto ufficiale che Lui ha compiuto quando si è trovato al centro dei discepoli riuniti dopo la Resurrezione (Gv 20,19). Egli ha cominciato col dire loro: La pace sia con voi. E' questa pace di Gesù che noi umilmente chiediamo al Maestro di far regnare nei nostri cuori, nelle nostre parole e nei nostri gesti.
Dopo aver fatto queste richieste nel suo nome, il celebrante, rivolto al fedeli, dona loro la pace, dicendo con le stesse parole di Gesù: La pace del Signore sia sempre con voi. Non è solamente un pio augurio che viene formulato. E' veramente una parola efficace: il celebrante, rappresentante visibile di Gesù davanti all'assemblea, dona loro la pace. E' un dono di Dio che è trasmesso ai fedeli. A loro sta riceverlo. La prova che vogliono veramente essere delle persone trasformate dalla pace è che loro stessi restituiscono il saluto al celebrante, domandando, a loro volta, che lui sia nella pace comune.
All'avvicinarsi del momento della comunione, la supplica per la pace si fa più pressante. Essa si esprime attraverso la Litania dei tre Agnus Dei, che convergono nella stessa supplica già poco prima ripetuta tante volte: Dona a noi la pace. Se veramente hai pietà di noi, Agnello di Dio, dacci la pace.
Quanti enormi ostacoli contro la vera unità lo Spirito deve vedere in noi per aver ispirato alla sua Chiesa una tale intensità di richieste, affinché tra noi regni la pace e affinché spariscano tutti quei germi di opposizione che operano nei nostri cuori! In genere non prestiamo abbastanza attenzione a questa insistenza, ma, dal momento in cui la si è scoperta, come non rendersi conto che, nel pensiero di Dio, c'è per noi identificazione tra l'unirsi a suo Figlio e 1'unirci insieme in una unità perfetta?
Entriamo allora in un momento di grande raccoglimento. Le sole parole che sentiremo fino alla fine del rito della comunione saranno quelle che il celebrante indirizza a ciascun comunicante prima di donargli il Corpo e il Sangue di Cristo. Siamo tutti presenti gli uni agli altri. I riti variano secondo le chiese, ma i fedeli, per quanto è possibile, si raccolgono intorno all'altare e stanno in attesa. Cosi è visibilmente chiara, eloquente, l'unità per la quale abbiamo pregato con tanta insistenza. La comunità forma un insieme visibile centrato sull'altare, cioè sul Corpo e il Sangue del Signore, così come sul celebrante, cioè su Gesù stesso. manifestatosi in tante maniere.
Arriviamo al momento della Liturgia in cui l'unità della comunità si realizza e si esprime con la più grande intensità. Contemporaneamente, entriamo anche nel momento in cui la preghiera personale di ciascuno diviene più profonda. Ciascuno si ritrova dentro la sua solitudine essenziale, per accogliere in sé il Corpo e il Sangue del Signore. Si potrebbe dire che, attraverso questo atto, al tempo stesso si ha un incontro con tutta la comunità e un incontro intimo, segreto, incomunicabile, con il figlio di Dio.
Se possibile, è stata consacrata una sola grande ostia, che il celebrante dividerà in tanti pezzi quanti saranno necessari per tutti i membri della comunità. Segno evocatore della realizzazione attuale delle parole di S. Paolo: Noi siamo una cosa sola perché mangiamo un solo pane (1 Co 10,17). L'unica ostia, che è stata consacrata per divenire il Corpo di Cristo, è data a ciascuno di noi. Così l'unico calice è presentato a ciascuno dei membri della comunità.
Il gesto di condividere il pane, o il cibo, con un altro è sempre stato considerato in tutte le culture dell'umanità come segno di comunione. Dividere il cibo significa dividere con un altro la propria vita, poiché il cibo è il sostegno indispensabile. Mangiare insieme è voler vivere insieme nella pace e nell'unità.
Ma questa realtà, corrispondente ai più spontanei moti del cuore umano, è, ancora più vera quando questo cibo è lo stesso Figlio di Dio. Mangiare il suo Corpo e bere il suo Sangue, secondo la sua promessa, è fare in modo che Egli dimori in noi e che noi dimoriamo in Lui. Non si tratta solo di un gesto transitorio, corrispondente a quegli istanti in cui l'ostia arriva nella nostra bocca, è una relazione tra lui e me che si stabilisce. E' l'espressione incarnata di un amore che fino ad ora ha voluto essere vero, ma che desidera essere infinitamente più realistico, più trasformante di tutto il mio essere. Lui si dona a me. Nell'accoglierlo io mi dono a Lui. Facciamo un tutt'uno, trasformati dal suo Spirito che ci è donato per fare di noi un solo corpo.
Così nella più segreta preghiera accogliamo il Signore. Ci lasciamo trasformare da Lui. Entriamo nella sua solitudine. Lui crea o ricrea la nostra solitudine. Tale è la realtà misteriosa che succede durante i momenti dell'azione di grazia che segue la ricezione del Corpo e del Sangue. Spesso, come suggeriscono le rubriche del rito romano, una vera azione di grazia si instaura lungo alcuni minuti, al fine di invitare ciascuno a comprendere veramente la profondità del mistero interiore che si sta svolgendo in lui. Noi stiamo per costruire, allora, la nostra vera solitudine, quella che viene dalla santità di Dio che scende su di noi.
Questo incontro con Gesù, che ci trasforma nel segreto più profondo, è quello che costruisce, allo stesso tempo, la comunità nella sua perfezione. Diveniamo membri di uno stesso Corpo (1 Co 12,12-13). Siamo animati da una stessa vita. Diveniamo, in maniera più vera che mai, i tralci che crescono sull'unico fusto (Gv 15,1-17).
Nella misura in cui il dono di me stesso al Signore, che si realizza durante questi istanti di silenzio, è vero, io mi do agli altri, poiché sono loro che io ritrovo in Lui nello stesso modo in cui loro trovano me in Lui.
Quando termina questa azione di grazia e riapro gli occhi per tornare al mio posto, non è in un modo nuovo che mi sento portato a guardare quelli che mi stanno intorno? Si è compiuto tra noi un mistero di amore e di unità, che ci ha trasformati. Secondo la richiesta di Gesù siamo veramente una cosa sola (Gv 17, 11.21.23).
Non ignoriamo tuttavia la moltitudine di ostacoli che dimorano nel nostro cuore e che gli impediscono di donarsi senza riserva. Ma l'unità è all'opera. Ha appena lavorato. Vuole lavorare ancora. Rallegriamoci di ciò che ora si è, compiuto. Cantiamo per questo la nostra azione di grazia al Signore. Accettiamo anche di soffrire intensamente per il fatto che siamo ancora talmente separati gli uni dagli viva tra noi. La vita di comunità sarà allora in armonia con la solitudine altri. Questa comunione è stata una tappa verso l'unità. Che ci dia il vero desiderio, efficace, intenso, di essere in tutti i nostri atti veramente uniti gli uni agli altri.
La celebrazione eucaristica va ora verso il termine molto rapidamente. Il canto della comunione, poi quello della colletta prevista per questo momento: la celebrazione eucaristica è terminata. Il mistero di unità che abbiamo cominciato a celebrare insieme deve ora continuare nella vita che riprende fuori dalla chiesa, attraverso tutti i piccoli gesti abituali che possono avere i significati più vari, secondo l'atteggiamento del cuore che vogliamo porvi.
Nella misura in cui la nostra celebrazione eucaristica sarà stata vera e ci avrà impegnati profondamente a livello della nostra preghiera solitaria, in questa stessa misura la pace per la quale abbiamo pregato con tale intensità sarà.