PARTE SECONDA
INTRODUZIONE
26.Tramandare le azioni gloriose degli antenati è segno d’onore verso di loro, ma è anche una prova di amore per i figli, che non li hanno conosciuti personalmente. Dal ricordo delle loro gesta sono indotti al bene e convinti a migliorarsi, mentre testimonianze indimenticabili rendono vivi ai loro occhi i padri ormai lontani nel tempo. Ne possiamo trarre anzitutto – frutto certamente non piccolo – la coscienza della nostra pochezza, quando mettiamo a confronto l’abbondanza dei loro meriti e la nostra miseria.
Ora io ritengo che Francesco sia stato come uno specchio santissimo della santità del Signore e immagine della sua perfezione. Tutte le sue parole ed azioni hanno per così dire, un profumo divino. Chi le esamina con diligenza e le segue umilmente, raggiunge ben presto a questa scuola di saggezza la sua altissima sapienza. Per questo motivo, dopo avere premesso, anche se con stile dimesso e quasi di corsa, alcuni episodi riguardanti la sua persona, ritengo non superfluo aggiungere fra tanti qualche altro cenno, per esaltare il Santo e risvegliare il nostro amore intorpidito.
LO SPIRITO DI PROFEZIA DEL BEATO FRANCESCO
CAPITOLO I
27. Il beato padre, come elevato al di sopra delle cose terrene, aveva assoggettato con potere meraviglioso tutto quanto esiste nel mondo. Tenendo fisso sempre l’occhio della intelligenza in quella somma luce, non solo conosceva per divina rivelazione ciò che doveva fare, ma prevedeva profeticamente molti fatti, penetrava i segreti dei cuori, conosceva ciò che avveniva lontano, prevedeva e narrava in anticipo il futuro. Alcuni esempi comprovano quanto affermiamo.
CAPITOLO II
SMASCHERA UN FRATE RITENUTO SANTO
28. Vi era un frate, all’apparenza di grande santità e di vita integerrima però molto singolare. Si dedicava continuamente alla preghiera, ed osservava con tanto rigore il silenzio che di solito si confessava non a voce, ma con gesti. Si infiammava alle parole della Scrittura e, dopo l’ascolto, dava segni di una meravigliosa dolcezza interiore. In breve, era stimato da tutti tre volte santo. Or avvenne che il beato padre un giorno si recò in quel luogo, vide il fratello e ascoltò quelli che lo proclamavano santo. E mentre tutti lo magnificavano ed esaltavano: «Basta, fratelli! – esclamò –. Non state a lodarmi delle finzioni diaboliche. Sappiate con certezza che è tentazione del demonio e perfido inganno. Ne sono certo e la prova più sicura è che non vuole confessarsi».
I frati rimasero costernati e particolarmente il vicario del Santo. «E come, andavano ripetendo, può essere che sotto tanti segni di perfezione vi sia una tale mistificazione?». E il Padre di rimando: «Comandategli di confessarsi due o almeno una volta la settimana: se non lo farà, sappiate che ho detto il vero».
Il vicario lo prese in disparte, dapprima scambiò con lui cordiali e liete parole e finalmente gli ordinò di confessarsi. Ma quegli rifiutò con sdegno, e ponendosi un dito sulla bocca fece capire col cenno del capo che in nessun modo si sarebbe confessato. I frati ammutolirono, temendo lo scandalo del falso santo. Poco tempo dopo uscì spontaneamente dall’Ordine, ritornò alla vita mondana ed al suo vomito, e infine, dopo innumerevoli peccati, morì senza pentimento.
Si deve sempre evitare la singolarità: non è altro che un bel precipizio. Lo dimostra chiaramente il caso di tanti, amanti della singolarità, che si innalzano al cielo e scendono in fondo all’abisso. Considera inoltre il valore di una confessione sincera, che non solo è fonte ma anche espressione di santità.
CAPITOLO III
CASO SIMILE CONTRO LA SINGOLARITÀ
29. Un fatto simile avvenne ad un altro frate, Tommaso da Spoleto. Tutti credevano fermamente e giuravano che fosse santo, ma il santo padre lo riteneva un uomo perverso; l’apostasia dimostrò alla fine la verità del suo giudizio. Non durò a lungo, perché non resiste molto una virtù basata sulla frode. Uscì dall’Ordine ed è morto fuori di esso: ora si è accorto della sua riprovevole condotta.
CAPITOLO IV
PREVEDE LA DISFATTA DEI CRISTIANI
PRESSO DAMIATA
30. Al tempo in cui l’esercito cristiano stringeva d’assedio Damiata, era presente anche il Santo con alcuni compagni: avevano attraversato il mare desiderosi del martirio.
Un giorno avuta notizia che i nostri si disponevano a battaglia, si addolorò fortemente e rivolto al compagno disse: «Il Signore mi ha mostrato che, se avverrà oggi lo scontro, andrà male per i cristiani. Ma se dico questo, sarò creduto pazzo; se taccio, mi rimorde la coscienza. Cosa ne pensi?». «Padre, – rispose il compagno –, non dare importanza al giudizio degli uomini; del resto non sarebbe la prima volta oggi che sei giudicato pazzo. Libera la tua coscienza e abbi timore di Dio piuttosto che degli uomini».
Allora il Santo balza fuori e per il loro bene scongiura i cristiani a non dar battaglia, e minaccia la disfatta. Ma essi presero a scherzo ciò che era verità, indurirono il loro cuore e rifiutarono ogni avvertimento. Si avanza, si attacca, si combatte e si passa al contrattacco da parte dei nemici. Durante la battaglia il Santo con l’animo sospeso invita il compagno ad alzarsi e ad osservare; e poiché non vede nulla una prima ed una seconda volta, glielo ordina per la terza volta. Ed ecco: tutto l’esercito cristiano è in fuga, mettendo fine alla guerra non col trionfo, ma con la vergogna. I nostri subirono tale disfatta da perdere seimila uomini tra morti e prigionieri.
Il Santo era vinto dalla compassione, né minore era il loro pentimento per l’accaduto. Soprattutto compiangeva gli Spagnoli, che vedeva ridotti a ben pochi a causa del loro maggiore slancio nel combattere.
Riflettano bene a ciò tutti i principi di questo mondo e sappiano che non è facile combattere contro Dio, cioè contro la volontà divina. L’ostinazione di solito porta a funesta rovina, perché confidando nelle proprie forze non merita l’aiuto celeste. Se infatti si deve sperare la vittoria dall’alto bisogna pure attaccare battaglia solo dietro ispirazione divina.
CAPITOLO V
SCOPRE I PENSIERI SEGRETI DI UN FRATE
31. Il Santo ritornava dai paesi d’Oltremare con un compagno, Leonardo d’Assisi. Sentendosi stanco morto dal viaggio, montò momentaneamente su un asino. Il compagno che seguiva a piedi e non era meno stanco, cominciò a borbottare tra sé, preso da un certo risentimento umano: «Non giocavano certo a pari e caffo i genitori di costui ed i miei. Ecco, lui va a cavallo ed io, a piedi, gli guido l’asino».
Mentre rimuginava questi pensieri, il Santo balzò da cavallo: «No, non è giusto, fratello – gli dice – che io vada a cavallo e tu a piedi, perché nel mondo sei stato più nobile e importante di me».
Il frate rimase di stucco e arrossì sentendosi scoperto dal Santo. Cadde ai suoi piedi: tra lacrime abbondanti gli espose tutto il suo pensiero e chiese perdono.
CAPITOLO VI
VEDE UN DIAVOLO SULLA SCHIENA DI UN FRATE.
SUO ATTEGGIAMENTO CONTRO CHI SI ALLONTANA
DALL’UNITÀ DEI FRATELLI
32. Vi era un altro frate assai stimato dagli uomini, ma ancora più ricco di grazia presso Dio. Invidioso dei suoi meriti, il padre di ogni invidia pensò di tagliare alle radici l’albero, che sembrava ormai toccare il cielo e strappargli di mano la corona. Gli gira attorno, lo turba, scuote e vaglia le sue attitudini per trovare un inciampo adatto al frate. Gli immette così nell’animo il desiderio di isolarsi sotto pretesto di maggiore perfezione, affinché cada più facilmente quando gli piomberà addosso, e trovandosi solo non abbia chi lo sollevi nella caduta.
In breve, si stacca dalla vita religiosa dei fratelli, e se ne va per il mondo forestiero e pellegrino. Dall’abito che portava ricavò una piccola tonaca, col cappuccio non cucito, e così se ne andava errabondo, disprezzando in tutto se stesso. Ma mentre andava vagando in questo modo, presto vennero meno le consolazioni divine, ed egli si trovò agitato da tentazioni tempestose: le acque gli arrivavano sino al collo e, desolato nello spirito e nel corpo, era come un uccello che si precipita nella rete. Già come sull’orlo di una voragine, stava per precipitare nel baratro, quando la Provvidenza paternamente ebbe compassione di lui e rivolse il suo sguardo amoroso all’infelice. Ammaestrato dalla tribolazione, rientrò finalmente in se stesso e disse: «Ritorna, o misero, alla tua vita religiosa, perché lì è la tua salvezza». E senza indugiare un istante, si alzò e si avviò in fretta al grembo materno.
33. Quando giunse a Siena, tra quei frati c’era anche Francesco. Ma – cosa incredibile! – appena il Santo lo scorse, si allontanò per rinchiudersi con passo frettoloso nella sua cella. I frati si domandavano turbati il motivo di tale comportamento. E il Santo disse loro: «Perché vi meravigliate della mia fuga, se non ne comprendete il motivo? Io ho fatto ricorso alla preghiera per salvare il fratello smarrito. Ho visto nel mio figlio qualcosa che molto giustamente mi dispiacque. Ma ormai per grazia del mio Cristo ogni inganno è svanito».
Il frate si inginocchiò e con rossore confessò la sua colpa. Gli disse il Santo: «Ti perdoni il Signore; ma in futuro guardati di non separarti mai più, col pretesto della santificazione, dal tuo Ordine e dai fratelli». Da quel giorno il frate prese ad amare l’Istituto e la fraternità, preferendo soprattutto quelle comunità in cui era in vigore maggiormente la regolare osservanza.
Oh, quali meraviglie compie il Signore nel consesso e nella comunità dei giusti! In essa chi è tentato trova aiuto chi cade viene rialzato, il tiepido viene stimolato. In essa il ferro si aguzza col ferro ed il fratello, con l’aiuto del fratello diviene saldo come una roccaforte. Inoltre, se è vero che la folla del mondo è di ostacolo a vedere Gesù, è anche certo che non lo impedisce affatto il coro celeste degli angeli. Soltanto non fuggire: sii fedele sino alla morte e riceverai la corona della vita.
ALTRO CASO SIMILE
34. Qualche tempo dopo avvenne un fatto non molto diverso. Un altro frate non voleva ubbidire al vicario del Santo, ma seguiva come suo superiore un confratello. Il Santo, che era presente, lo ammonì per mezzo di una terza persona, ed egli si gettò ai piedi del vicario e, lasciato il maestro che si era scelto, promise obbedienza a colui che il Santo gli assegnò come superiore. Francesco trasse un profondo sospiro, e rivolto al compagno, che aveva mandato per avvisarlo: «Ho visto, fratello – gli disse – sul dorso del frate disobbediente un diavolo che lo stringeva al collo. Sottomesso e tenuto a briglia da un tale cavaliere, dopo aver scosso il morso dell’obbedienza, si lasciava guidare dalla sua volontà e capriccio. Ma quando ho pregato il Signore per lui, subito il demonio si è allontanato confuso».
Tanto penetrante era lo sguardo di questo uomo, che pur avendo occhi deboli per le cose materiali, li aveva perspicaci per quanto riguarda lo spirito.
E quale meraviglia che venga oppresso da una ignobile soma chi rifiuta di portare il Signore della gloria? Non c’è, dico, altra scelta: o portare un peso leggero, dal quale piuttosto tu stesso sarai portato, oppure essere schiavo della iniquità, che ti aderisce al collo come una macina da asino, più pesante di una massa di piombo.
CAPITOLO VII
LIBERA GLI ABITANTI DI GRECCIO DAI LUPI
E DALLA GRANDINE
35. Il Santo si fermava volentieri nell’eremo di Greccio, sia perché lo vedeva ricco di povertà, sia perché da una celletta appartata, costruita sulla roccia prominente, poteva dedicarsi più liberamente alla contemplazione delle cose celesti. È proprio questo il luogo, dove qualche tempo prima aveva celebrato il Natale del Bambino di Betlemme, facendosi bambino col Bambino.
Ora, gli abitanti del luogo erano colpiti da diversi mali: torme di lupi rapaci attaccavano bestiame e uomini, e inoltre, la grandine stroncava ogni anno messi e viti. Un giorno Francesco, mentre predicava, disse: «A gloria e lode di Dio Onnipotente, ascoltate la verità che vi annunzio. Se ciascuno di voi confesserà i suoi peccati e farà degni frutti di penitenza, vi do la mia parola che questo flagello si allontanerà definitivamente ed il Signore, guardando a voi con amore, vi arricchirà di beni temporali. Ma – continuò – ascoltate anche questo: vi avverto pure che se, ingrati dei benefici, ritornerete al vomito, si risveglierà la piaga, raddoppierà la pena e la sua ira infierirà su di voi più crudelmente di prima».
36 Da quel momento, per i meriti e le preghiere del padre santo, cessarono le calamità, svanirono i pericoli, e i lupi e la tempesta non recarono più molestia. Anzi, ciò che più meraviglia, quando la grandine batteva i campi dei vicini e si appressava al loro confine, o cessava lì o si dirigeva altrove.
Ma nella tranquillità crebbero di numero e si arricchirono troppo di beni materiali. Ed il benessere portò le conseguenze solite: affondarono il volto nel grasso e furono accecati dalla pinguedine o meglio dallo sterco della ricchezza. E così, ricaduti in colpe maggiori, si dimenticarono di Dio che li aveva salvati. Ma non impunemente, perché il giusto castigo del Signore colpisce meno severamente chi cade nel peccato una volta di chi è recidivo. Si risvegliò contro di essi il furore di Dio ed ai flagelli di prima si aggiunse la guerra e venne dal cielo una epidemia che fece innumerevoli vittime. Da ultimo, un incendio vendicatore distrusse tutto il borgo.
È ben giusto che chi volge la schiena ai benefici, vada in perdizione.
CAPITOLO VIII
MENTRE PREDICA AGLI ABITANTI DI PERUGIA,
PREDICE LA GUERRA CIVILE. LODE DELLA CONCORDIA
37. Alcuni giorni dopo il Padre scese dalla cella suddetta e rivolto ai frati presenti disse con voce di pianto: «I Perugini hanno arrecato molto danno ai loro vicini ed il loro cuore si è insuperbito, ma per loro ignominia. Perché si avvicina la vendetta di Dio e questi ha già in pugno la spada». Attese alcuni giorni, poi in fervore di spirito si diresse verso Perugia. I frati poterono dedurre con tutta sicurezza che aveva avuto in cella una visione. Giunto a Perugia, cominciò a parlare al popolo che si era dato convegno. E poiché i cavalieri impedivano l’ascolto della parola di Dio, giostrando, secondo l’uso ed esibendosi in spettacoli d’arme, il Santo, molto addolorato, li apostrofò: «O uomini miseri e stolti, che non riflettete e non temete la punizione di Dio! Ma ascoltate ciò che il Signore vi annunzia per mezzo di questo poverello. Il Signore vi ha innalzati al di sopra di quanti abitano attorno, e per questo dovreste essere più benevoli verso il prossimo e più riconoscenti a Dio. E invece, ingrati per tanto beneficio, assalite con le armi in pugno i vicini, li uccidete e li saccheggiate. Ebbene, vi dico: non la passerete liscia! Il Signore a vostra maggiore punizione vi porterà a rovina con una guerra fratricida, che vedrà sollevarsi gli uni contro gli altri. Sarete istruiti dallo sdegno giacché nulla avete imparato dalla benevolenza».
Poco tempo dopo scoppia la contesa: si impugnano le armi contro i vicini di casa, i popolani infieriscono contro i cavalieri e questi, a loro volta, contro il popolo: furono tali l’atrocità e la strage, che ne provarono compassione anche i confinanti, che pure erano stati danneggiati.
Castigo ben meritato! Si erano allontanati da Dio Uno e Sommo: era inevitabile che neppure tra loro rimanesse l’unità. Non vi può essere per uno Stato un legame più forte di un amore convinto a Dio, unito ad una fede sincera e senza ipocrisie.
CAPITOLO IX
PREDICE AD UNA DONNA LA CONVERSIONE DEL MARITO
38. Mentre il servo di Dio si recava alle Celle di Cortona, una nobildonna di Volusiano gli andò incontro in tutta fretta. Dopo lungo cammino, finalmente lo raggiunse ansimante, perché era persona molto delicata e gracile. Quando il padre santissimo la vide così sfinita e trafelata, ne ebbe compassione e le chiese: «Cosa desideri, donna?». «Padre, che tu mi benedica». E il Santo: «Sei sposata o no?».
«Padre, – rispose – ho un marito molto crudele, che mi è di ostacolo nel servire Gesù Cristo. È questo il mio vero tormento: a causa sua non posso mantenere i buoni propositi che il Signore mi ispira. Perciò ti chiedo, o Santo di pregare per lui, affinché Dio nella sua misericordia gli muti il cuore».
Il Padre rimase ammirato della donna dotata di un animo virile e così piena di senno pur essendo di giovane età. E le rispose molto commosso: «Va, figlia benedetta, e sappi che tuo marito in futuro ti sarà di consolazione». E aggiunse: «Gli dirai da parte di Dio e mia, che ora è tempo di salvezza, ma più tardi di giustizia». E la benedisse. La donna se ne tornò a casa ed incontrato il marito riferì quanto le era stato ordinato. Lo Spirito Santo scese improvvisamente su di lui, e trasformatolo da vecchio in uomo nuovo, lo indusse a rispondere con tutta dolcezza: «Donna, serviamo il Signore e salviamo le nostre anime qui nella nostra casa».
«A me pare – soggiunse la moglie – che dovremmo porre come fondamento, per così dire, nella nostra anima la continenza, e poi edificarvi sopra le altre virtù».
«Sì, piace anche a me, come precisamente a te», concluse il marito.
Vissero molti anni in castità, e poi passarono da questa vita beatamente nello stesso giorno, uno come olocausto del mattino e l’altro sacrificio della sera.
Donna invidiabile, che ha piegato così il marito alla vera vita! Si avvera in lei il detto dell’Apostolo: il marito non credente si salva per mezzo della moglie credente. Ma queste donne, come dice un proverbio assai comune, oggi si possono contare sulle dita.
CAPITOLO X
IL SANTO CONOSCE IN SPIRITO
CHE UN FRATE HA SCANDALIZZATO UN CONFRATELLO
E NE PREDICE L’USCITA DALL’ORDINE
39. Una volta giunsero due frati dalla Terra di Lavoro ed il più anziano era stato spesso di scandalo all’altro. Non era, veramente, un compagno ma un tiranno Il più giovane però sopportava tutto con mirabile silenzio per amor di Dio.
Giunti ad Assisi, il più giovane si recò da Francesco, perché gli era familiare. Il Santo, tra l’altro, gli chiese: «Come si è comportato verso di te il tuo compagno in questo viaggio?». «Abbastanza bene in tutto, rispose il frate». E il Santo di rimando: «Guardati, fratello, dal mentire sotto pretesto di umiltà. Perché so come si è comportato verso di te; ma aspetta un poco e vedrai».
Il frate si meravigliò moltissimo che in spirito fosse venuto a conoscere fatti accaduti a tanta distanza. Non molto tempo dopo, il frate che aveva dato scandalo al compagno, lasciò la vita religiosa e se ne uscì.
Senza dubbio è segno di animo perverso e chiaro indizio di poco buon senso viaggiare assieme ad un buon compagno e non essere dello stesso sentimento.
CAPITOLO XI
CONOSCE CHE UN GIOVANE
CHIEDE DI ENTRARE NELL’ORDINE
SENZA VOCAZIONE DIVINA
40. Nello stesso tempo venne ad Assisi un giovane della nobiltà di Lucca desideroso di entrare nell’Ordine. Presentato a Francesco, in ginocchio implorava a calde lacrime che lo accettasse. Ma, osservandolo attentamente, l’uomo di Dio conobbe per illuminazione del Signore che non era mosso dallo spirito: «Uomo miserabile e carnale, – gli disse il Santo –, perché pensi di poter mentire allo Spirito Santo e a me? Tu piangi lacrime carnali e il tuo cuore non è con Dio. Vai pure, perché non c’è niente di spirituale in te».
Aveva appena terminato queste parole, quando annunziarono che alla porta stavano i suoi genitori, giunti per riprendere il figlio e riportarlo a casa. Ed egli, uscito loro incontro, se ne ritornò volontariamente. I frati rimasero meravigliati e glorificavano Dio nel suo servo.
CAPITOLO XII
PREDICE AD UN ECCLESIASTICO DA LUI GUARITO
CASTIGHI PEGGIORI SE RICADRÀ NEL PECCATO
41. Nel tempo in cui il santo padre giaceva ammalato nel palazzo del vescovo di Rieti, era pure costretto in un letto, perché infermo e attanagliato dai dolori, un canonico, di nome Gedeone, uomo sensuale e mondano. Fattosi portare da Francesco, lo scongiurò con lacrime a voler fare su di lui il segno della croce.
Rispose il Santo: «Come posso benedirti se da gran tempo sei vissuto secondo i desideri della carne e senza timore del giudizio di Dio?». E continuò: «Ecco, io ti segno nel nome di Cristo. Ma tu ricordati che subirai pene maggiori se, una volta guarito, ritornerai al tuo vomito». E concluse: «Il peccato della ingratitudine riceve sempre castighi più gravi».
Tracciato su di lui un segno di croce, subito l’ammalato, che giaceva fino a quel momento rattrappito, si alzò sano, ed esclamò esultante: «Eccomi guarito!». Molti sono testimoni che le ossa della sua schiena scricchiolarono, come i legni secchi quando sono spezzati a mano. Ma passato poco tempo, dimenticatosi di Dio, si abbandonò di nuovo alla sensualità. Una sera si trovava a cena da un canonico suo collega e si fermò quella notte a casa di lui. All’improvviso crollò su tutti il tetto della casa; ma, mentre gli altri scamparono alla morte, lui solo, lo sventurato, fu schiacciato sotto il peso delle macerie e morì.
E non è meraviglia se, come aveva predetto il Santo, fu colpito da un castigo più grave del primo: perché si deve essere grati per il perdono ricevuto, e offende doppiamente la ricaduta nel peccato.
CAPITOLO XIII
LA TENTAZIONE DI UN FRATE
42. Durante la permanenza del Santo nello stesso luogo, un frate della custodia della Marsica – uomo di spirito –, era provato da gravi tentazioni. «Oh – pensò in cuor suo – se avessi con me qualcosa di Francesco, anche solo un pezzettino delle sue unghie, credo che di certo svanirebbe tutta questa burrasca di tentazioni e ritornerebbe, con l’aiuto di Dio, il sereno».
Ottenuto il permesso, si reca al luogo ove era Francesco ed espone il motivo ad uno dei compagni del Padre. «Non credo – gli risponde – che mi sarà possibile darti un ritaglio delle sue unghie, perché quando gliele tagliamo, comanda di buttarle via e di non conservare nulla». Proprio in quel momento chiamano il frate e gli dicono di recarsi dal Santo, che lo desiderava: «Figlio mio, – gli dice – cerca le forbici per tagliarmi subito le unghie». Quello presentò lo strumento che teneva già in mano a questo scopo e, raccogliendo i ritagli avanzati, li consegnò al frate, che li aveva chiesti. Questi li prese con devozione, li conservò ancor più devotamente, e subito fu liberato da ogni tentazione.
CAPITOLO XIV
UN UOMO OFFRE LA STOFFA
CHE IL SANTO AVEVA CHIESTO
AL SUO GUARDIANO IN PRECEDENZA
43. Trovandosi nello stesso luogo, vestito di una tonachetta consunta, il Padre dei poveri disse ad uno dei compagni, che aveva scelto come suo guardiano: «Vorrei, fratello, se ti fosse possibile, che tu mi trovassi la stoffa sufficiente per una tonaca».
A questa domanda, il frate ripensò più volte come provvedere la stoffa tanto necessaria e chiesta così umilmente. Il mattino dopo, sul fare dell’alba, si avvia alla porta diretto alla città per comperare la stoffa, ed ecco un uomo seduto sulla soglia e che fa cenno di parlargli e gli dice: «Accetta da me per amore di Dio questa stoffa per sei tonache: una tienila per te, e distribuisci le altre come meglio ti piace, per la salvezza dell’anima mia». Tutto contento il frate ritornò da Francesco e gli parlò di quell’offerta venuta dal cielo. «Accetta pure le tonache, – rispose il Padre – perché è stato inviato proprio a questo scopo, per soccorrere in tale modo la mia necessità». E concluse: «Sia ringraziato Colui che non sembra pensare ad altri che a noi».
CAPITOLO XV
INVITA IL SUO MEDICO A PRANZO
MENTRE I FRATI SONO SPROVVISTI DI TUTTO
E IL SIGNORE PROVVEDE ABBONDANTEMENTE AL NECESSARIO.
LA PROVVIDENZA DI DIO VERSO I SUOI
44. Trovandosi Francesco in un eremo presso Rieti, era visitato ogni giorno dal medico per la cura degli occhi.
Una volta il Santo disse ai compagni: «Invitate il medico e preparategli un buon pranzo».
«Padre, – rispose il guardiano – te lo diciamo con rossore, ci vergogniamo ad invitarlo, tanto siamo poveri in questo momento».
«Volete forse che ve lo ripeta?» insistette il Santo.
Il medico era presente e intervenne: «Io, fratelli carissimi, stimerò delizia la vostra penuria».
I frati in tutta fretta dispongono sulla tavola quanto c’è in dispensa: un po’di pane, non molto vino e per rendere più sontuoso il pranzo, la cucina manda un po’di legumi. Ma la mensa del Signore nel frattempo si muove a compassione della mensa dei servi. Bussano alla porta e corrono ad aprire: c’è una donna che porge un canestro pieno zeppo di bel pane, di pesci e di pasticci di gamberi, e sopra abbondanza di miele ed uva.
A tale vista i poveri commensali sfavillarono di gioia, e messa da parte per il giorno dopo quella miseria, mangiarono di quei cibi prelibati. Il medico commosso esclamò: «Né noi secolari e neppure voi frati conoscete veramente la santità di questo uomo». E si sarebbero di certo pienamente sfamati, ma più che il cibo li aveva saziati il miracolo.
Così l’occhio amoroso del Padre non disprezza mai i suoi, anzi assiste con più generosa provvidenza chi è più bisognoso. Il povero si pasce ad una mensa più ricca di quella del re, quanto Dio supera in generosità l’uomo.
LIBERA FRATE RICCERIO DA UNA TENTAZIONE
44a. Un frate di nome Riccerio, nobile di costumi quanto di nascita, aveva tanta stima dei meriti di Francesco da credere che uno avrebbe meritato la grazia divina, se avesse goduto della benevolenza del Santo, in caso contrario, sarebbe andato incontro all’ira di Dio. Per questo aspirava ardentemente ad acquistarsi la sua amicizia, ma temeva grandemente che il Santo trovasse in lui qualcosa di vizioso, anche se nascosto, e che ciò lo allontanasse ancor più dalla sua grazia. Questo timore lo torturava di continuo né riusciva a manifestarlo ad alcuno. Ma un giorno, turbato come sempre, si avvicinò alla cella nella quale Francesco stava in preghiera. Conoscendo nello stesso tempo il suo arrivo ed il suo stato d’animo, l’uomo di Dio lo chiamò a sé e gli disse con benevolenza: «Nessun timore, nessuna tentazione ti turbi mai più, figlio mio, perché mi sei carissimo. E fra quanti mi sono più cari, ti amo di un amore particolare. Vieni a me senza timore, quando ti piace, e da me riparti con tutta libertà a tuo piacimento».
Il frate restò pieno di meraviglia e di gioia alle parole del Santo e da allora in poi sicuro del suo affetto, crebbe anche, come era suo convincimento, nella grazia del Salvatore.
CAPITOLO XVI
ESCE DALLA CELLA PER BENEDIRE DUE FRATI
AVENDONE CONOSCIUTO IL DESIDERIO
PER DIVINA ISPIRAZIONE
45. San Francesco era solito passare l’intera giornata in una cella isolata e non ritornava tra i frati se non quando urgeva la necessità del mangiare. Non andava però nemmeno allora ad ore fisse, perché il desiderio prepotente della contemplazione lo assorbiva assai spesso completamente.
Un giorno arrivarono da lontano all’eremo di Greccio due frati di vita santa e gradita a Dio: volevano unicamente vedere il Santo e riceverne la benedizione lungamente desiderata. Essendo giunti e non trovandolo, perché si era già ritirato dal luogo comune nella sua cella, furono presi da grande tristezza. E poiché si prevedeva una lunga attesa non sapendo con certezza quando sarebbe uscito, presero la via del ritorno afflitti, attribuendo ciò alle loro colpe. I compagni del Santo li accompagnavano, cercando di alleviare la loro tristezza. Quando furono lontani un tiro di sasso, all’improvviso si udi alle loro spalle il Santo che chiamava ad alta voce, e poi disse ad uno dei compagni: «Di’ai miei frati che sono venuti qui, di guardare verso di me». I frati si voltarono verso di lui, ed egli tracciando un segno di croce li benedisse con grandissimo affetto.
Ed essi tanto più contenti quanto più vantaggiosamente avevano raggiunto l’intento per mezzo di un miracolo, ritornarono a casa lodando e benedicendo il Signore.
CAPITOLO XVII
CON LA PREGHIERA
FA SCATURIRE ACQUA DA UNA ROCCIA
PER DISSETARE UN CONTADINO
46. Francesco voleva un giorno recarsi ad un eremo per dedicarsi più liberamente alla contemplazione; ma, poiché era assai debole, ottenne da un povero contadino di poter usare del suo asino.
Si era d’estate, ed il campagnolo che seguiva il Santo arrampicandosi per sentieri di montagna, era stanco morto per l’asprezza e la lunghezza del viaggio. Ad un tratto, prima di giungere all’eremo, si sentì venir meno riarso dalla sete. Si mise a gridare dietro al Santo, supplicandolo di avere misericordia di lui, perché senza il conforto di un po’d’acqua sarebbe certamente morto.
Il Santo, sempre compassionevole verso gli afflitti, balzò dall’asino, e inginocchiato a terra alzò le mani al cielo e non cessò di pregare fino a quando si sentì esaudito. «Su, in fretta – gridò al contadino – là troverai acqua viva, che Cristo misericordioso ha fatto scaturire ora dalla roccia per dissetarti».
Mirabile compiacenza di Dio, che si piega così facilmente ai suoi servi! L’uomo bevve l’acqua scaturita dalla roccia per merito di chi pregava e si dissetò alla durissima selce. Non vi era mai stato in quel luogo un corso d’acqua, né si trovò dopo, per quante ricerche siano state fatte.
Quale meraviglia, se un uomo ripieno di Spirito Santo riunisce in sé le opere mirabili di tutti i giusti? Non è certo cosa straordinaria, se ripete azioni simili a quelle di altri Santi chi ha il dono di essere unito a Cristo per una grazia particolare.
CAPITOLO XVIII
IL SANTO NUTRE ALCUNI UCCELLINI
ED UNO DI ESSI MUORE PER LA SUA INGORDIGIA
47. Un giorno Francesco era seduto a mensa con i frati, quando entrarono due uccellini, maschio e femmina, che poi ritornarono ogni giorno per beccare a piacimento le briciole dalla tavola del Santo, preoccupati di nutrire i loro piccoli. Il Santo ne è lieto, li accarezza come sempre e dà loro a bella posta la razione di cibo quotidiano. Ma un giorno, padre e madre presentano i loro figlioletti ai frati, essendo come stati allevati a loro spese e, affidandoli alle loro cure, non si fanno più vedere. I piccoli familiarizzano con i frati, si posano sulle loro mani e si aggirano in casa non come ospiti, ma di famiglia. Evitano le persone secolari, perché si sentono allievi solamente dei frati. Il Santo osserva stupito ed invita i frati a gioirne: «Vedete – dice – cosa hanno fatto i nostri fratelli pettirossi, come se fossero intelligenti? Ci hanno detto: – Ecco, frati, vi presentiamo i nostri piccoli, cresciuti con le vostre briciole. Disponete di loro come vi piace: noi andiamo ad altro focolare –».
Così avendo presa piena dimestichezza coi frati, prendevano tutti insieme il cibo. Ma l’ingordigia ruppe la concordia, perché il maggiore cominciò con superbia a perseguitare i più piccoli. Si saziava egli a volontà e poi scacciava gli altri dal cibo. «Guardate – disse il Padre – questo ingordo: pieno e sazio lui, è invidioso degli altri fratelli affamati. Avrà di certo una brutta morte». La sua parola fu seguita ben presto dalla punizione: salì quel perturbatore della pace fraterna su un vaso d’acqua per bere, e subito vi morì annegato. Non si trovò gatto o bestia, che osasse toccare il volatile maledetto dal Santo.
È veramente un male che desta orrore l’egoismo degli uomini, se persino negli uccelli viene punito in questo modo. Ed è pure da temersi la condanna dei Santi, poiché le tiene dietro con tanta facilità il castigo.
CAPITOLO XIX
SI REALIZZA COMPLETAMENTE
QUANTO AVEVA PREDETTO DI FRATE BERNARDO
48. In altra occasione fece questa predizione di frate Bernardo, che era stato il secondo ad entrare nell’Ordine: «Vi dico che per mettere alla prova frate Bernardo sono stati designati demoni molto scaltri e peggiori degli altri spiriti. Ma quantunque cerchino in tutti i modi di fare precipitare l’astro dal cielo, ben diversa sarà la conclusione. Subirà certo tribolazione, tentazioni ed afflizioni, ma alla fine riporterà vittoria di tutto». Aggiunse ancora: «Presso a morire, svanita ogni burrasca e vinta ormai ogni tentazione, fruirà di una pace e di una tranquillità meravigliosa. E terminato il suo corso, passerà felicemente a Cristo».
In realtà avvenne così: vari miracoli resero celebre la sua morte e si avverò in pieno la parola del Santo. Per questo, i frati alla sua morte confessarono: «Davvero, noi non abbiamo conosciuto questo fratello, mentre viveva».
Ma lasciamo ad altri il compito di tessere le lodi di questo Bernardo.
CAPITOLO XX
UN FRATE TENTATO
DESIDERA UN AUTOGRAFO DEL SANTO
49. Mentre il Santo era sul monte della Verna, chiuso nella sua cella, un confratello desiderava ardentemente di avere a sua consolazione uno scritto contenente parole del Signore con brevi note scritte di proprio pugno da san Francesco. Era infatti convinto che avrebbe potuto superare o almeno sopportare più facilmente la grave tentazione, non della carne ma dello spirito, da cui si sentiva oppresso.
Pur avendone un vivissimo desiderio, non osava confidarsi col Padre santissimo ma ciò che non gli disse la creatura, glielo rivelò lo Spirito.
Un giorno Francesco lo chiama: «Portami – gli dice – carta e calamaio, perché voglio scrivere le parole e le lodi del Signore, come le ho meditate nel mio cuore».
Subito gli portò quanto aveva chiesto, ed egli, di sua mano, scrisse le Lodi di Dio e le parole che aveva in animo. Alla fine aggiunse la benedizione del frate e gli disse: «Prenditi questa piccola carta e custodiscila con cura sino al giorno della tua morte».
Immediatamente fu libero da ogni tentazione, e lo scritto, conservato, ha operato in seguito cose meravigliose.
CAPITOLO XXI
DONA ALLO STESSO FRATE LA SUA TONACA
COME DESIDERAVA
50. Riguardo allo stesso frate è rimasto famoso un altro fatto mirabile del padre santo. Mentre infatti era ammalato nel palazzo episcopale di Assisi, detto frate pensò tra sé e sé: «Ecco che il Padre si avvicina alla morte, e come sarei contento se, una volta morto, potessi avere la tonaca del Padre mio!».
Come se il desiderio del cuore si fosse espresso con la bocca, poco dopo Francesco lo chiama: «Ti do questa tonaca, – gli dice – prendila, da oggi è tua. Io la porterò finché vivo, ma alla mia morte deve passare a te».
Meravigliato di tanta intuizione del Padre, il frate accettò finalmente consolato la tonaca, che più tardi fu portata in Francia per devozione.
CAPITOLO XXII
DI NOTTE DIETRO SUA RICHIESTA
VIENE TROVATO UN PO’DI PREZZEMOLO
TRA ERBE SELVATICHE
51. Negli ultimi tempi della sua malattia, una notte chiese umilmente di mangiare del prezzemolo, provandone vivo desiderio. Ma il cuoco, che era stato invitato a portargliene, rispose che a quell’ora non avrebbe trovato nulla nell’orto: «Nei giorni passati – disse – di continuo ho raccolto una quantità di prezzemolo e tanto ne ho tagliato che riesco a mala pena a trovarne un filo in piena luce del giorno. Tanto più non riuscirò a riconoscerlo tra le altre erbe ora in piena notte».
«Vai fratello, – gli rispose il Santo – non ti dispiaccia, e portami le prime erbe che toccherai con la tua mano».
Andò il frate nell’orto e portò in casa un mazzo di erbe che aveva strappato a caso senza nulla vedere. I frati osservano quelle erbe selvatiche, le passano in rassegna con molta attenzione, ed ecco in mezzo, prezzemolo tenero e ricco di foglie.
Avendone mangiato un poco, il Santo provò molto conforto e rivolto ai frati: «Fratelli miei, – disse – obbedite al primo comando, senza aspettare che venga ripetuto. E non portate come pretesto la impossibilità, perché se da parte mia vi comandassi anche qualcosa al di sopra delle forze, l’obbedienza troverebbe la forza necessaria».
Ecco fino a qual punto lo spirito profetico faceva risaltare in lui il dono dello spirito!
CAPITOLO XXIII
PREDICE UNA CARESTIA
NEL TEMPO SUCCESSIVO ALLA SUA MORTE
52. Gli uomini santi a volte sono portati, per impulso dello Spirito Santo, a manifestare alcune cose che li riguardano, o perché la gloria di Dio esige che si riveli un colloquio o lo richiede il dovere della carità, a edificazione del prossimo.
Per questo, un giorno il beato padre riferì ad un frate, che amava moltissimo, queste parole, che proprio allora aveva riportate dal suo incontro personale intimo con la Maestà Divina: «Ora – disse – vive sulla terra un servo di Dio, in vista del quale il Signore non permetterà che la fame infierisca sugli uomini, sino a quando vivrà».
Non vi è nulla di vanità in questo, ma è il racconto santo che la carità ha suggerito a nostro bene con parole sante, modeste: quella carità, che non cerca il suo interesse.
E non poteva essere taciuto con un silenzio inutile la prerogativa di un così grande amore di Cristo per il suo servo.
Abbiamo infatti visto tutti coi nostri occhi come siano trascorsi nella pace e nella quiete i tempi, sino a quando è stato in vita il servo di Cristo e quale abbondanza vi sia stata di ogni bene. Non si pativa fame della parola di Dio, perché i predicatori erano allora soprattutto pieni di fervore ed i cuori di quanti ascoltavano erano graditi a Dio. Chi portava l’abito religioso rifulgeva per esempi di santità. L’ipocrisia dei sepolcri imbiancati non aveva ancora intaccato anime così sante, né quanti sanno mascherarsi avevano sparso col loro insegnamento tante novità e tante favole.
Giustamente quindi abbondavano i beni materiali, poiché tutti amavano così sinceramente quelli eterni.
53. Ma con la sua morte, si invertì completamente l’ordine delle cose e tutto mutò: ovunque guerre e sommosse e molti Stati furono subito devastati dall’infuriare di epidemie diverse. Anche l’orrore della carestia si diffuse in lungo e in largo, causando con la sua crudeltà, che supera tutti gli altri mali, numerosissimi morti. La necessità infatti mutò in cibo tutto in quel momento e veniva triturato dal dente dell’uomo anche ciò che i bruti solitamente rifiutavano. Si preparava infatti il pane con gusci di noci e corteccia d’albero. Qualcuno ha chiaramente ammesso che l’amore paterno sotto la spinta della fame non era rimasto afflitto, per usare un eufemismo, per la morte del figlio.
Ma affinché sia del tutto palese chi fosse quel servo fedele, per amore del quale la collera divina aveva trattenuto la sua mano, lo rivelò Francesco stesso. Pochi giorni dopo la sua morte, al frate al quale ancora in vita aveva predetto la calamità, manifestò in modo chiaro che era lui il servo di Dio.
Infatti una notte il frate nel sonno si sentì chiamare ad alta voce: «Fratello, è imminente la carestia, che il Signore non ha permesso che venisse sulla terra, finché io ero vivo». Il frate si svegliò a quella voce e riferì più tardi l’accaduto. Tre notti dopo il Santo gli apparve nuovamente e gli ripeté la stessa cosa.
CAPITOLO XXIV
LA CHIAROVEGGENZA DEL SANTO E LA NOSTRA IGNORANZA
54. Nessuno deve meravigliarsi se questo profeta del nostro tempo si distingueva per tali privilegi: il suo intelletto, libero dalla nebbia densa delle cose terrene e non più soggetto alle lusinghe della carne, saliva leggero alle altezze celesti e si immergeva puro nella luce. Irradiato in tal modo dallo splendore della luce eterna, attingeva dalla Parola increata ciò che riecheggiava nelle parole. Oh, quanto siamo diversi oggi, noi che avvolti dalle tenebre ignoriamo anche le cose necessarie!
E quale la causa, se non perché siamo amici della carne ed anche noi ci imbrattiamo di mondanità? Se invece assieme alle mani, innalzassimo i nostri cuori al cielo, se stabilissimo la nostra dimora nei beni eterni, verremmo forse a conoscere ciò che ignoriamo: Dio e noi stessi.
Chi vive nel fango, vede necessariamente solo fango; mentre non è possibile che l’occhio fisso al cielo non comprenda le realtà celesti.
LA POVERTÀ
CAPITOLO XXV
55. Mentre si trovava in questa valle di lacrime, il beato padre disprezzava le povere ricchezze comuni ai figli degli uomini e aspirava di tutto cuore alla povertà, desiderando più alta gloria. E poiché osservava che la povertà, mentre era stata intima del Figlio di Dio, veniva pressoché rifiutata da tutto il mondo, bramò di sposarla con amore eterno. Perciò innamorato della sua bellezza, per aderire più fortemente alla sposa ed essere due in un solo spirito, non solo lasciò padre e madre, ma si distaccò da tutto. Da allora la strinse in casti amplessi e neppure per un istante accettò di non esserle sposo. Ripeteva ai suoi figli che questa è la via della perfezione, questo il pegno e la garanzia delle ricchezze eterne. Nessuno fu tanto avido di oro, quanto lui di povertà, né alcuno più preoccupato di custodire un tesoro, quanto lui la gemma evangelica. Il suo sguardo in questo si sentiva particolarmente offeso, se nei frati – o in casa o fuori – vedeva qualcosa di contrario alla povertà.
E in realtà, dall’inizio della sua vita religiosa sino alla morte, ebbe come sua ricchezza una tonaca sola, cingolo e calzoni: non ebbe altro. Il suo aspetto povero indicava chiaramente dove accumulasse le sue ricchezze. Per questo, lieto, sicuro, agile alla corsa, godeva di aver scambiato con un bene che valeva cento volte le ricchezze destinate a perire.
LA POVERTÀ DELLE CASE
CAPITOLO XXVI
56. Insegnava ai suoi a costruirsi piccole abitazioni e povere, di legno non di pietra, e cioè piccole capanne, di forma umile. Spesso, parlando della povertà, ricordava ai frati il detto evangelico: «Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio di Dio non ebbe dove posare il capo».
CAPITOLO XXVII
COMINCIA A DEMOLIRE UNA CASA
PRESSO LA PORZIUNCOLA
57. Una volta si doveva tenere il Capitolo presso Santa Maria della Porziuncola. Mentre era imminente il tempo fissato, il popolo di Assisi osservò che non vi era una abitazione adatta e, all’insaputa dell’uomo di Dio, assente in quel periodo, costruì una casa per il Capitolo, nel minor tempo possibile.
Quando il Padre ritornò, guardò con meraviglia quella casa e ne fu molto amareggiato e addolorato. Subito, per primo, si accinse ad abbatterla. Salì sul tetto e con mano vigorosa rovesciò lastre e tegole. Pure ai frati comandò di salire e di togliere del tutto quel mostro contrario alla povertà. Perché, diceva, qualunque cosa troppo vistosa fosse stata tollerata in quel luogo, ben presto si sarebbe diffusa per l’Ordine e sarebbe stata presa come esempio da tutti.
Ed avrebbe demolito dalle fondamenta la casa, se i soldati presenti non si fossero opposti al fervore del suo spirito, dichiarando che apparteneva non ai frati, ma al Comune.
CAPITOLO XXVIII
DA UNA CASA DI BOLOGNA
FA USCIRE ANCHE GLI INFERMI
58. Un’altra volta, stava tornando da Verona con l’intenzione di passare per Bologna, quando udi che vi era stata costruita una nuova casa dei frati. Poiché la voce diceva «casa dei frati», egli cambiò direzione e passò altrove non andando a Bologna. Mandò poi a dire ai frati di uscire subito da quella casa. Per questo motivo, lasciato il luogo non vi rimasero neppure i malati, ma furono fatti uscire assieme agli altri.
Né fu dato permesso di ritornarvi sino a quando il Signor Ugolino, allora vescovo di Ostia e Legato in Lombardia, predicando proclamò davanti a tutti che la suddetta casa era sua. Ne è testimone e riferisce il fatto uno che trovandosi ammalato, fu in quella occasione allontanato dalla casa.
CAPITOLO XXIX
RIFIUTA DI ENTRARE IN UNA CELLA
CHIAMATA CON IL SUO NOME
59 Non voleva che i frati abitassero in alcun luogo per quanto piccolo, se non constava con certezza chi ne fosse il proprietario. Infatti nei suoi figli pretese sempre la condizione di pellegrini, cioè che si raccogliessero sotto tetto altrui, passassero da un luogo all’altro pacificamente e sentissero nostalgia della patria.
Avvenne che nell’eremo di Sarteano un frate chiedesse ad un confratello da dove venisse. «Dalla cella di frate Francesco», rispose. Come l’udi, il Santo disse: «Poiché hai dato alla cella il nome di Francesco, facendola mia proprietà, cerca un altro che vi abiti, perché io non vi rimarrò più». E continuò: «Il Signore, quando rimase nel deserto, dove pregò e digiunò per quaranta giorni, non si fece costruire una cella né casa alcuna, ma dimorò sotto una roccia del monte. Noi lo possiamo seguire, secondo la forma prescritta, non possedendo nulla di proprio, quantunque non ci sia possibile vivere senza l’uso di abitazioni».
LA POVERTÀ NELL’ARREDAMENTO
CAPITOLO XXX
60. Questo uomo non solo aborriva il lusso delle case, ma provava pure grande orrore per l’abbondanza e la ricercatezza delle suppellettili. Non vedeva di buon occhio nulla che sapesse di mondanità o nelle mense o nel vasellame. Tutto doveva proclamare quasi in canto il loro stato di esuli e di pellegrini.
CAPITOLO XXXI
LA MENSA PREPARATA A GRECCIO NEL GIORNO DI PASQUA:
FRANCESCO SI PRESENTA COME PELLEGRINO
SEGUENDO L’ESEMPIO DI CRISTO
61. Un giorno di Pasqua, nell’eremo di Greccio i frati avevano preparata la mensa in modo più accurato del solito, con tovaglie bianche e bicchieri di vetro. Anche il Padre scende dalla cella per mangiare e vede la mensa rialzata da terra e preparata con inutile ricercatezza. Ma se la mensa ride, egli non sorride affatto.
Di nascosto e adagio adagio ritrae il passo, si pone in testa il cappello di un povero, presente in quel momento, e con un bastone in mano se ne esce fuori. E alla porta aspetta che i frati comincino a mangiare, perché erano soliti non aspettarlo quando non giungeva al segnale fissato.
Hanno appena cominciato e quel vero povero si mette a gridare dalla porta: «Per amore del Signore Iddio, fate l’elemosina a questo pellegrino povero e ammalato».
«Entra pure qui, tu, per amore di colui che hai invocato», gli rispondono i frati.
Entra subito e si presenta ai commensali. Quale stupore dovette destare il pellegrino in quei comodi cittadini!
Gli danno, a sua richiesta, una scodella ed egli, seduto solo per terra, la pone sulla cenere. «Ora sì, – esclama – sto seduto come un frate minore!» E rivolto ai frati: «Gli esempi della povertà del Figlio di Dio devono stimolare noi più degli altri religiosi. Ho visto una mensa preparata con ricercatezza ed ho pensato che non fosse quella di poveri che vanno di porta in porta».
Il seguito del fatto dimostra come Francesco fu simile a quel pellegrino, che nello stesso giorno era solo in Gerusalemme, e nondimeno con le sue parole rese ardente il cuore dei discepoli.
CAPITOLO XXXII
CONTRO IL DESIDERIO SMODATO DEI LIBRI
62. Insegnava a cercare nei libri la testimonianza del Signore, non il valore materiale; l’edificazione non la bellezza. In ogni caso voleva che se ne avessero pochi e fossero sempre a disposizione dei frati che ne avessero bisogno. Un ministro gli chiese licenza di tenere alcuni libri lussuosi e molto costosi. Si sentì rispondere: «Per i tuoi libri non voglio perdere il libro del Vangelo, che ho promesso di osservare. Tu farai come vorrai, ma non voglio che stendi un tranello con il mio permesso».
LA POVERTÀ NEI LETTI
CAPITOLO XXXIII
EPISODIO DEL SIGNORE D’OSTIA E SUA LODE
63. Nei giacigli e nei letti abbondava così ricca povertà che se uno poteva avere qualche povero panno consunto sulla paglia, lo considerava un letto nuziale.
Mentre si teneva il Capitolo a Santa Maria della Porziuncola, il Signor di Ostia con largo seguito di cavalieri e di ecclesiastici si recò là a fare visita ai frati. Al vedere come i frati dormivano per terra ed osservando i letti, – che avresti creduto covili di fiere – scoppiò in lacrime amare: «Ecco, dove dormono i frati!» esclamò di fronte a tutti, ed aggiunse: «Cosa sarà di noi miseri, che usiamo malamente di tante cose superflue?».
Tutti i presenti, commossi sino alle lacrime, si allontanarono assai edificati.
Questi era il Signore d’Ostia, che fatto poi porta massima della Chiesa, si oppose sempre ai nemici, fino a che rese al cielo, come ostia santa, l’anima beata.
O cuore generoso, o viscere di carità! Posto in alto, si affliggeva di non avere alti meriti, mentre in realtà era più insigne per la virtù che per la dignità.
CAPITOLO XXXIV
COSA GLI ACCADDE UNA NOTTE
PER UN GUANCIALE DI PIUME
64. Poiché abbiamo fatto cenno ai letti, viene a mente un altro episodio forse utile a ricordarsi.
Da quando convertito a Cristo aveva dimenticato volontariamente le cose terrene, il Santo non volle più coricarsi su un materasso, né avere sotto il capo un cuscino di piume. Né infermità né ospitalità offertagli da altri potevano infrangere questa barriera di severità.
Gli capitò però nell’eremo di Greccio, che, essendo ammalato agli occhi più del solito, fu costretto controvoglia a servirsi di un modesto cuscino. Durante la prima notte sul far del giorno, il Santo chiama il compagno e gli dice «Fratello, non ho potuto dormire questa notte e neppure stare in piedi a pregare. Mi trema il capo, si piegano le ginocchia e mi sento scosso in tutto il corpo come se avessi mangiato pane di loglio. Credo – aggiunse – che vi sia il diavolo in questo cuscino che ho sotto il capo. Toglilo via, perché non voglio più avere il diavolo sotto la testa».
Il frate cerca di consolare il Padre, che continua a lamentarsi sottovoce, e prende a volo il cuscino, che gli è stato gettato, per portarlo via. Sta per uscire, quando all’improvviso perde la parola, ed è colto da tanto orrore e bloccato in tale modo che non riesce a muoversi dal luogo né ad articolare minimamente le braccia.
Poco dopo fu chiamato dal Santo, che si era accorto del fatto: fu così liberato e, tornato indietro, raccontò quello che gli era accaduto. «Ieri sera – gli disse il Santo – mentre recitavo compieta, ho capito con tutta chiarezza che il diavolo stava per venire alla mia cella». E aggiunse: «Il nostro nemico è molto astuto e di sottile ingegno: non potendo nuocere dentro all’anima, offre materia di malcontento almeno al corpo».
Facciano bene attenzione quelli che dispongono cuscini da ogni lato, così da appoggiarsi sul soffice ovunque si rivoltino. Il diavolo segue volentieri la molta ricchezza, gode di stare vicino a letti di gran pregio, particolarmente quando non si è costretti da necessità e lo vieta l’ideale professato.
E al contrario l’antico serpente rifugge dall’uomo spoglio d’ogni cosa, sia perché sdegna la compagnia del povero, sia perché teme l’altezza della povertà. Se il frate riflette che sotto le piume c’è il diavolo, il suo capo sarà contento della paglia.
ESEMPI DI AVVERSIONE AL DENARO
CAPITOLO XXXV
SEVERA CORREZIONE AD UN FRATE
CHE LO HA TOCCATO CON LE MANI
65. Francesco, sommamente innamorato di Dio, aveva un grande disprezzo per tutte le cose terrene, ma soprattutto detestava il denaro. Cominciò a disprezzarlo in modo tutto particolare fino dagli inizi della sua conversione e raccomandava ai seguaci di fuggirlo come il diavolo in persona. Aveva suggerito loro questo accorgimento, di fare lo stesso conto del denaro e dello sterco.
Un giorno entrò a pregare in Santa Maria della Porziuncola un secolare e depose la sua offerta in denaro presso la croce. Appena questi uscì, un frate la prese semplicemente con la mano e la gettò sul muretto della finestra. La cosa fu riferita al Santo, ed il frate vedendosi scoperto in fallo, corse per averne il perdono e si prostrò a terra in attesa della punizione. Il Santo lo accusò e rimproverò aspramente per avere toccato il denaro e gli comandò di togliere con la bocca la moneta dalla finestra e di deporla sempre con la bocca fuori casa, su sterco d’asino. Il frate eseguì volentieri l’ordine ed i presenti furono pieni di timore. Tutti impararono a disprezzare ancor più il denaro, che era stato paragonato così allo sterco, e venivano animati a questo atteggiamento ogni giorno da nuovi esempi.
CAPITOLO XXXVI
CASTIGO DI UN FRATE
CHE HA RACCOLTO DA TERRA DEL DENARO
66. Una volta due frati, camminando insieme giungono presso un ospedale dei lebbrosi. Sulla strada scorgono del denaro e si fermano discutendo cosa fare di quello sterco. Uno di essi, ridendosi degli scrupoli del fratello, vorrebbe raccoglierlo per offrirlo a quelli che servono, a pagamento, i lebbrosi. Ma glielo impedisce il compagno, col dirgli che è ingannato da falsa pietà. Ricorda pure al temerario la parola della Regola, dalla quale risulta abbastanza chiaro che il denaro trovato deve essere calpestato come polvere; ma quello, testardo di natura, rifiuta gli avvertimenti. Trascurando la Regola, si china e raccoglie la moneta. Ma non sfugge al castigo divino: sull’istante è reso muto, batte i denti e non riesce a dire una parola.
A questo modo il castigo mise in luce la sua insania, e quel superbo punito imparò ad obbedire alla legge del padre. Infine, gettato via quel puzzo disgustoso, le sue labbra impure si purificarono alle acque della penitenza e si aprirono alla lode.
Lo conferma il vecchio proverbio: Correggi lo stolto e ti sarà amico.
CAPITOLO XXXVII
RIMPROVERA UN FRATE
CHE VORREBBE METTERE DA PARTE DEL DENARO
CON IL PRETESTO DELLA NECESSITÀ
67. Il vicario del Santo, frate Pietro di Cattanio aveva osservato che a Santa Maria della Porziuncola arrivava un gran numero di frati forestieri e che le elemosine non erano così abbondanti da bastare alle necessità. Si rivolse allora a Francesco e gli disse: «Non so, fratello, cosa debba fare, perché non posso provvedere a sufficienza ai molti frati, che giungono qui a frotte da ogni parte. Permetti, ti prego, che si conservi parte dei beni dei novizi, che vengono all’Ordine, per farvi ricorso e spenderli al momento opportuno».
«Fratello carissimo, – rispose il Santo – Dio ci liberi da una tale pietà, che per un uomo, chiunque sia, ci comportiamo in modo empio verso la Regola».
E quello: «Allora, cosa debbo fare?».
«Spoglia – rispose – l’altare della Vergine e portane via i vari arredi, se non potrai soddisfare diversamente le esigenze di chi ha bisogno. Credimi, le sarà più caro che sia osservato il Vangelo del Figlio suo e nudo il suo altare piuttosto che vedere l’altare ornato e disprezzato il Figlio. Il Signore manderà poi chi possa restituire alla Madre quanto ci ha dato in prestito».
CAPITOLO XXXVIII
DENARO MUTATO IN SERPENTE
68. Passava una volta l’uomo di Dio con un compagno attraverso la Puglia e, presso Bari, s’imbatté sulla strada in una gran borsa, chiamata fonda dai commercianti, gonfia di monete. Il compagno richiama l’attenzione del Santo e con insistenza vorrebbe indurlo a prendere da terra la borsa, per darne il denaro ai poveri. Esalta la pietà per i poveri e loda l’opera di misericordia che si compirebbe elargendo quella somma.
Il Santo si rifiuta assolutamente e afferma che è una astuzia del diavolo. «Non si deve, figlio, – dice – portare via ciò che è di altri. Donare la roba altrui non merita gloria, ma va punito perché è peccato».
Si allontanano poi presi dalla fretta di terminare il viaggio iniziato. Ma il compagno, deluso nella sua pietà poco illuminata, non è contento e insiste nel proporre la trasgressione.
Il Santo accetta di ritornare sul luogo, non per fare quanto il frate desidera, ma per mostrare a quello stolto il mistero di Dio. Chiama un giovane, che era seduto sull’orlo di un pozzo lungo la strada, affinché sulla parola di due o tre testimoni si manifesti il segreto della Trinità. E ritornati tutti e tre alla fonda, la vedono rigonfia di denaro.
Il Santo ordina che nessuno si avvicini, per poter manifestare con la preghiera l’astuzia del demonio e, portatosi a un tiro di sasso, si immerge in devota preghiera. Poi ritornato ordina al compagno di sollevare la borsa, che in seguito al suo pregare racchiudeva un serpente in vece del denaro.
Il frate trema sconcertato, e preso non so da quale presentimento, rivolge nell’animo pensieri ben diversi da prima. Ma infine, allontanando ogni dubbiosità del cuore per rispetto alla santa obbedienza, afferra la borsa. Ed ecco, un grosso serpente sguscia dalla borsa e rende palese al frate l’inganno diabolico. Concluse il Santo: «Il denaro, o fratello, per i servi di Dio non è altro che il diavolo ed un serpente velenoso».
LA POVERTÀ DEI VESTITI
CAPITOLO XXXIX
IL SANTO RIMPROVERA CON LA PAROLA E L’ESEMPIO
CHI SI VESTE CON RAFFINATA DELICATEZZA
69. Rivestito di virtù dall’alto, Francesco era interiormente caldo di fuoco divino, più di quanto lo fosse all’esterno per il vestito del corpo. Detestava chi nell’Ordine indossava molte vesti ed usava senza necessità indumenti delicati. Asseriva inoltre che dà segno di spirito estinto colui che accampa la necessità, mosso non dalla ragione ma dai sensi.
«Quando lo spirito – diceva – si intiepidisce e si raffredda gradatamente, è inevitabile che la carne ed il sangue cerchino ciò che è loro proprio. Cosa rimane infatti quando l’anima non trova più i suoi piaceri, se non che la carne si rivolga ai suoi? Allora l’istinto naturale maschera il momento della necessità e la mentalità carnale forma la coscienza».
E aggiungeva: «Ammettiamo pure che un mio frate si trovi in vera necessità, che lo colpisca un qualsiasi bisogno: quale ricompensa ne avrà, se cerca in tutta fretta di soddisfarli e di allontanarli da sé? Gli è capitata un’occasione di merito, ma ha dimostrato bellamente di non gradirla». Con queste e simili parole inchiodava quelli che erano intolleranti delle ristrettezze, perché il non sopportarle pazientemente non vuole dire altro che desiderare nuovamente l’Egitto.
Inoltre non voleva che per alcun motivo i frati avessero più di due tonache, che tuttavia permetteva di rinforzare cucendovi pezze.
Comandava di avere in orrore gli indumenti delicati e rimproverava in modo durissimo, davanti a tutti, quanti venivano meno. E per confondere questi tali col suo esempio, cucì del sacco ruvido sulla propria tonaca; anche in morte chiese che la tonaca per le esequie fosse ricoperta di sacco grossolano.
Tuttavia ai frati stretti da malattia o altra necessità, permetteva che portassero sotto, aderente alla pelle, una tonaca morbida, in modo però che all’esterno l’abito si conservasse sempre ruvido e vile.
Diceva infatti: «Tanto si mitigherà il rigore e trionferà la tiepidezza, che i figli di un padre povero non si vergogneranno di portare abiti di scarlatto, mutandone solo il colore». Ne deriva che non è a te, o Padre, che mentiamo noi figli degeneri, ma la nostra iniquità mente piuttosto a se stessa. Ecco infatti, che diventa più chiara della luce e cresce ogni giorno più.
CAPITOLO XL
CHI SI ALLONTANA DALLA POVERTÀ,
SARÀ PUNITO DALLA MISERIA
70. A volte il Santo era solito anche ripetere: «Quanto i frati si allontaneranno dalla povertà, altrettanto il mondo si allontanerà da loro, e cercheranno, ma non troveranno. Ma se rimarranno abbracciati alla mia signora povertà, il mondo li nutrirà, perché sono stati dati al mondo per la sua salvezza».
E ancora: «Vi è un patto tra il mondo ed i frati: i frati si obbligano a dare al mondo il buon esempio, ed il mondo a provvedere alle loro necessità. Se, rompendo i patti, i frati ritireranno da parte loro il buon esempio, il mondo per giusto castigo ritrarrà la mano».
Per riguardo alla povertà, l’uomo di Dio aveva paura del gran numero di frati, perché se non in realtà, almeno in apparenza anche ciò è segno di ricchezza. Perciò diceva: «Oh, potesse venire, dico, venga il giorno in cui il mondo vedendo i frati minori assai di raro, ne abbia stima per il loro piccolo numero!».
Stretto da un legame indissolubile a madonna Povertà, non mirava alla sua dote presente, ma a quella futura.
Cantava pure con più fervido affetto e gaudio più lieto i salmi che magnificano la povertà, come quello che dice: La speranza dei poveri non sarà delusa in eterno, e l’altro: Vedano i poveri e si rallegrino.
DEL CHIEDERE L’ELEMOSINA
CAPITOLO XLI
ELOGIO DEL CHIEDERE L’ELEMOSINA
71. Il Padre usava molto più volentieri delle elemosine raccolte di porta in porta che di quelle fatte spontaneamente. Diceva che vergognarsi di mendicare è contrario alla salvezza, mentre ribadiva, nel mendicare è santa la vergogna che non ritrae il piede. Per lui era meritevole di lode il rossore, che spunta su un volto sensibile, ma non altrettanto l’imbarazzo che confonde. A volte esortando i suoi a domandare la carità, usava queste parole: «Andate, perché in questo ultimo tempo i frati minori sono stati dati al mondo, affinché gli eletti compiano verso di essi azioni degne di essere premiate dal Giudice: Ciò che avete fatto ad uno di questi miei fratelli minori l’avete fatto a me. Per questo diceva che il suo ordine aveva ricevuto un singolare privilegio dal Grande Profeta, che ne aveva indicato così chiaramente il nome.
E pertanto voleva che i frati abitassero non solo nelle città, ma anche negli eremi, affinché tutti vi trovassero occasione di merito e fosse tolta ai malvagi ogni apparenza di scusa.
CAPITOLO XLII
ESEMPIO DEL SANTO NEL CHIEDERE L’ELEMOSINA
72. Per non offendere neppure una volta quella santa sposa, il servo del Dio altissimo si comportava solitamente così: se, invitato da persone facoltose, prevedeva di essere onorato con mense piuttosto copiose, prima andava elemosinando alle case vicine tozzi di pane e poi, così ricco di povertà, correva a sedersi a tavola.
A chi gli chiedeva perché facesse così, rispondeva che per un feudo di un’ora, non voleva lasciare una eredità stabile. «È la povertà – diceva – che ci ha fatti eredi e re del regno dei cieli, non le vostre false ricchezze».
CAPITOLO XLIII
COME SI COMPORTÒ IN CASA DEL SIGNOR D’OSTIA
E SUA RISPOSTA AL VESCOVO
73. Un giorno Francesco fece visita al papa Gregorio, di veneranda memoria, quando era ancora di dignità inferiore. Avvicinandosi l’ora del pranzo, andò ad elemosinare e, di ritorno, dispose sulla tavola del vescovo frustoli di pane nero.
Il vescovo, quando li vide, sentì piuttosto vergogna, soprattutto a causa dei nuovi invitati. Il Padre con volto lieto distribuì ai cavalieri e ai cappellani commensali i tozzi di pane: tutti li accettarono con particolare devozione, e alcuni di essi ne mangiarono, altri li conservarono per riverenza. Finito il pranzo, alzatosi, il vescovo chiamò nella sua stanza l’uomo di Dio, e protendendo le braccia, lo strinse amorosamente: «Fratello mio, – gli disse – perché nella casa che è tua e dei tuoi fratelli, mi hai fatto il torto di andare per l’elemosina?».
«Anzi, – rispose il Santo – vi ho reso onore, onorando un Signore più grande. Perché Dio si compiace della povertà, e soprattutto della mendicità volontaria. Da parte mia ritengo dignità regale e insigne nobilità seguire quel Signore, che pur essendo ricco si è fatto povero per noi». E aggiunse: «Trovo maggiori delizie in una mensa povera preparata con piccole elemosine, che in una ricca dove a mala pena si conta il numero delle portate».
Il vescovo ne rimase moltissimo edificato e disse al Santo: «Figlio, fa pure ciò che ti sembra bene, perché il Signore è con te».
CAPITOLO XLIV
ESORTA CON L’ESEMPIO E LA PAROLA
A CHIEDERE L’ELEMOSINA
74. Da principio, sia per allenare se stesso alla mortificazione sia per indulgenza verso la ritrosia dei frati, spesso andava per l’elemosina lui solo. Ma una volta, vedendo che molti non sentivano l’esigenza della loro vocazione, disse: «Carissimi fratelli, il Figlio di Dio era più nobile di noi, eppure per noi si è fatto povero in questo mondo. Per suo amore abbiamo scelto la via della povertà: non dobbiamo sentirci umiliati di andare per l’elemosina. Non è mai decoroso per gli eredi del regno arrossire della caparra della eredità celeste. Vi dico che molti nobili e sapienti si uniranno alla nostra congregazione e si sentiranno onorati di chiedere l’elemosina. Pertanto voi, che ne siete la primizia, gioite ed esultate, e non rifiutate di compiere ciò che trasmetterete da fare a quei santi.
CAPITOLO XLV
RIMPROVERO AD UN FRATE
CHE RIFIUTAVA DI MENDICARE
75. Francesco ripeteva spesso che il vero frate minore non dovrebbe lasciar passare molto tempo, senza andare per l’elemosina. «E quanto è più nobile – diceva – un mio figlio, tanto più sia pronto ad andare, perché in tale modo accumula meriti».
Vi era in un luogo un certo frate che non si prestava per la questua, ma valeva per quattro a tavola. Notando il Santo che era amico del ventre, partecipe del frutto, ma non della fatica, un giorno lo riprese così: «Va’per la tua strada, frate mosca, perché vuoi mangiare il sudore dei tuoi fratelli e rimanere ozioso nell’opera di Dio. Ti rassomigli a frate fuco, che lascia lavorare le api, ma vuole essere il primo a mangiare il miele».
Quell’uomo carnale, vedendosi scoperto nella sua voracità, ritornò al mondo, che non aveva ancora abbandonato. Uscì dalla Religione e chi non aveva contato niente per la questua, non contò più nulla come frate. Chi valeva molti a tavola, finì per essere un pluridemonio.
CAPITOLO XLVI
VA INCONTRO AD UN FRATE CHE PORTA L’ELEMOSINA
E GLI BACIA LA SPALLA
76. Un’altra volta un frate se ne tornava con l’elemosina da Assisi alla Porziuncola. Giunto nelle vicinanze del luogo, cominciò a cantare e a lodare Iddio ad alta voce. Appena lo udi il Santo balzò in piedi, corse fuori e, baciata la spalla dei frate, si caricò la bisaccia sulle proprie spalle, ed esclamò: «Sia benedetto il mio fratello, che va prontamente, questua con umiltà e ritorna pieno di gioia».
CAPITOLO XLVII
INDUCE ALCUNI CAVALIERI A CHIEDERE L’ELEMOSINA
77. Mentre Francesco, pieno di malattie e quasi prossimo a morire, si trovava nel luogo di Nocera, il popolo di Assisi mandò una solenne deputazione a prenderlo per non lasciare ad altri la gloria di possedere il corpo dell’uomo di Dio. I cavalieri, che lo trasportavano a cavallo con molta devozione raggiunsero la poverissima borgata di Satriano, proprio quando la fame e l’ora facevano sentire il bisogno di cibo. Ma per quanto cercassero, non trovarono nulla da comprare. Allora i cavalieri tornarono da Francesco e gli dissero: «È necessario che tu ci dia parte delle tue elemosine, perché qui non riusciamo a trovare nulla da comprare».
«Per questo motivo voi non trovate, – rispose il Santo – perché confidate più nelle vostre mosche che in Dio». Chiamava evidentemente mosche i denari. «Ma – continuò – ripassate dalle case dove siete già stati e chiedete umilmente l’elemosina, offrendo in luogo dei denari l’amore di Dio! Non vergognatevi, perché dopo il peccato viene concesso tutto in elemosina e quel grande Elemosiniere dona largamente e con bontà a tutti, degni e indegni».
Deposta la vergogna, i cavalieri andarono subito a chiedere la carità, e trovarono da comprare assai più «per amore di Dio» che col denaro. Tutti offrirono a gara, con volto lieto, e non dominò più la fame, dove prevalse la ricca povertà.
CAPITOLO XLVIII
AD ALESSANDRIA UN PEZZO DI CAPPONE
VIENE CAMBIATO IN PESCI
78. Nella questua cercava più il vantaggio delle anime di chi donava, che un aiuto materiale alla carne e voleva essere di esempio agli altri sia nel dare che nel ricevere.
Mentre si recava a predicare ad Alessandria di Lombardia, fu ospitato devotamente da un uomo timorato di Dio e di lodevole fama, che lo pregò di mangiare, secondo quanto prescrive il Vangelo, di tutto quello che gli fosse posto davanti. Ed egli acconsentì volentieri, vinto dalla gentilezza dell’ospite.
Questi corre in tutta fretta e prepara con ogni cura all’uomo di Dio un cappone di sette anni. Mentre il patriarca dei poveri è seduto a mensa e tutta la famiglia è in festa, improvvisamente si presenta alla porta un figlio di Belial, che si fingeva mancante del necessario, ma era povero soprattutto della grazia. Nel chiedere l’elemosina, mette avanti l’amore di Dio e con voce pietosa domanda di essere aiutato in nome di Dio.
Appena il Santo ode il nome benedetto al di sopra di tutte le cose e per lui dolce più del miele, prende molto volentieri una coscia del pollo che gli era stato servito e, messala su un pane, la manda al mendicante. Ma, per dirla in breve, quel disgraziato mette via ciò che gli è stato donato per poter screditare il Santo.
79 Il giorno dopo il Santo, come era solito, predica la parola di Dio al popolo, che si è radunato. All’improvviso quello scellerato manda un grido, mentre cerca di mostrare a tutto il popolo il pezzo di cappone. «Ecco – strilla – che uomo è questo Francesco che vi predica e che voi onorate come santo: guardate la carne che mi ha data ieri sera, mentre mangiava».
Tutti danno sulla voce a quel briccone e lo insultano come indemoniato, perché in realtà sembrava a tutti essere pesce, ciò che lui sosteneva fosse invece una coscia di cappone. Infine anche quel miserabile, stupito del miracolo, fu costretto ad ammettere che avevano ragione. Il disgraziato ne sentì vergogna, e pentito espiò una colpa così palese: davanti a tutti chiese perdono al Santo, manifestando l’intenzione perversa avuta. Anche la carne riprese il suo aspetto, dopo che il falso accusatore si fu ricreduto.
QUELLI CHE RINUNZIANO AL MONDO
CAPITOLO XLIX
IL SANTO RIMPROVERA UN TALE
CHE HA DISTRIBUITO I SUOI BENI
NON AI POVERI MA AI PARENTI
80. A chi voleva entrare nell’Ordine il Santo insegnava a ripudiare anzitutto il mondo, offrendo a Dio prima i beni esterni, poi a fare il dono interiore di se stessi. Non ammetteva all’Ordine se non chi si era spogliato di ogni avere, senza ritenere nulla assolutamente, sia per la parola del santo Vangelo, sia perché non fosse di scandalo il peculio personale.
81. Un giorno, dopo una predica del Santo nella Marca di Ancona, si presentò uno, che gli chiese umilmente di entrare nell’Ordine. «Se ti vuoi unire ai poveri di Dio – gli rispose Francesco – distribuisci prima i tuoi beni ai poveri del mondo». A queste parole quegli se ne andò e, guidato da amore carnale, distribuì i suoi averi ai parenti, niente ai poveri. Ritornato ed avendo riferito al Santo la sua generosa munificenza: «Va per la tua strada, frate mosca, – gli disse con ironia il Padre – perché non sei ancora uscito dalla tua casa e dalla tua parentela. Ai tuoi consanguinei hai dato i tuoi beni, ed hai defraudato i poveri: non sei degno dei poveri servi di Dio. Hai cominciato dalla carne ed hai posto un fondamento rovinoso per un edificio spirituale».
Se ne ritornò quell’uomo carnale ai parenti e riprese i suoi beni, perché non avendo voluto lasciarli ai poveri, aveva ben presto abbandonato il suo proposito di perfezione.
Quanti oggi si ingannano con questa messinscena della distribuzione dei loro beni e vogliono dare inizio ad una vita di perfezione con un comportamento così mondano!
Infatti nessuno si consacra a Dio per arricchire i suoi parenti, ma per riscattare i suoi peccati col prezzo della misericordia, e così acquistare la vita eterna col frutto di opere buone.
Inoltre insegnava spesso che «se i frati si trovavano in necessità» dovevano ricorrere ad estranei piuttosto che ai postulanti, anzitutto per l’esempio, poi per evitare ogni specie di turpe interesse.
CAPITOLO L
UNA VISIONE RELATIVA ALLA POVERTÀ
82. Piace qui riportare una visione del Santo, degna di essere ricordata.
Una notte, terminata finalmente una lunga preghiera, si assopì a poco a poco e si addormentò.
Quell’anima santa viene introdotta nel santuario di Dio, e vede in sogno, tra l’altro, una donna di questo aspetto: la testa sembrava d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre di cristallo e le gambe di ferro. Era alta di statura, di complessione snella e armoniosa. Ma la donna, nonostante fosse di bella presenza, indossava uno squallido mantello.
Al mattino, alzatosi, il Padre espose la visione a frate Pacifico, uomo santo, senza spiegarne il significato. Molti l’hanno interpretato a loro piacimento. Ma non credo che sia fuori luogo tenere l’interpretazione suggerita dallo Spirito Santo al predetto Pacifico, durante il racconto stesso.
«Questa donna di bella presenza – spiegò – è l’anima bella di san Francesco. La testa d’oro significa la contemplazione e la conoscenza delle verità eterne; il petto e le braccia d’argento sono le parole del Signore che meditava nel suo cuore e concretizzava nelle opere. Il cristallo rigido e trasparente indica rispettivamente la sua sobrietà e castità; il ferro la sua tenace perseveranza. Infine il povero mantello significa lo spregevole e minuscolo corpo, che riveste la sua anima preziosa».
Tuttavia molti altri, che hanno lo spirito di Dio, per questa donna intendono la povertà, in quanto sposa del Padre «Questa – affermano – l’ha resa d’oro il premio della gloria, d’argento la divulgazione della fama, cristallina la professione di vivere senza denaro in perfetta coerenza dentro e fuori, di ferro la perseveranza finale. Ma a questa nobile donna hanno intessuto uno straccio di mantello gli uomini con la loro mentalità carnale».
Altri, in numero maggiore, applicano questa visione all’Ordine, seguendo la successione dei periodi secondo l’uso di Daniele.
Ma che si riferisca al Padre è evidente soprattutto dal fatto che non volle assolutamente interpretarla, per non peccare di vanagloria. Mentre se andasse riferita all’Ordine, non l’avrebbe passata sotto silenzio.
LA COMPASSIONE DI SAN FRANCESCO VERSO I POVERI
CAPITOLO LI
PROVA COMPASSIONE PER I POVERI
E INVIDIA PER I PIÙ POVERI DI LUI
83. Chi potrebbe esprimere la compassione di questo uomo verso i poveri? Era certamente di cuore buono per natura, ma lo divenne doppiamente per la carità che gli venne data dall’alto. Perciò l’animo di Francesco si struggeva davanti ai poveri, e quando non poteva porgere la mano, donava almeno il suo affetto.
Qualunque fosse il bisogno e qualsivoglia necessità vedeva in altri, rivolgendo l’animo con rapida riflessione, li riferiva a Cristo. Così in tutti i poveri riconosceva il Figlio della Madonna povera e portava nudo nel cuore Colui, che lei aveva portato nudo tra le braccia.
Anzi, mentre aveva allontanato da sé ogni invidia, non poté rimaner privo della sola invidia della povertà. Se vedeva qualcuno più povero di lui, ne provava subito un sentimento di gelosia, e cimentandosi in una gara di povertà, temeva di essere superato a suo confronto.
84. Una volta, mentre andava predicando, incontrò sulla strada un povero. Osservando la sua nudità, si rivolse addolorato al compagno: «La miseria di questo uomo ci fa grande vergogna e rimprovera sommamente la nostra povertà».
«Perché, fratello?» chiese il compagno.
E il Santo con accento triste: «Ho scelto per mia ricchezza e mia donna la povertà; ma ecco che rifulge maggiormente in costui. Non sai tu che si è sparsa per tutto il mondo la fama che noi siamo i più poveri per amore di Cristo? Ma questo povero ci convince che le cose non stanno così».
O invidia, quale non si è mai vista! O emulazione, che i figli dovrebbero emulare! Questa non è l’invidia che si affligge dei beni altrui o che si rabbuia ai raggi del sole. Non è quella che si contrappone alla pietà e si torce per il livore. O forse tu pensi che la povertà evangelica non abbia nulla che susciti invidia? Essa ha Cristo, e per mezzo di lui ha il tutto in tutte le cose. Perché allora sei così avido di rendite, o ecclesiastico dei nostri giorni? Domani riconoscerai che Francesco è stato ricco, quando nella tua mano troverai le rendite dei tormenti.
CAPITOLO LII
CORREGGE UN FRATE CHE SPARLA DI UN POVERO
85. Un altro giorno della sua predicazione, un poveretto, per di più infermo era al luogo dov’era Francesco. Questi sentendo compassione per la duplice disgrazia, cioè miseria e malattia, cominciò a parlare col compagno della povertà.
Era già passato, nei riguardi del sofferente, dalla commiserazione all’affetto del cuore, quando il compagno lo interruppe: «Sì, fratello, è povero, ma forse in tutta la provincia non c’è nessuno più ricco di desideri».
Il Santo lo rimproverò lì su due piedi e ingiunse al compagno che stava confessandogli la sua colpa: «Su, presto: togliti la tonaca, inginocchiati ai piedi del povero e accusa apertamente la tua colpa. E non soltanto gli chiederai perdono, ma in più insisterai che preghi per te!».
Il frate obbedì e quando ritornò, dopo aver compiuto la sua penitenza, il Santo gli disse: «Quando vedi un povero, fratello, ti è messo innanzi lo specchio del Signore e della sua Madre povera. Allo stesso modo nei malati devi considerare quali infermità si è addossato per noi!».
Veramente, Francesco portava sempre sul cuore quel mazzetto di mirra, sempre fissava il volto del suo Cristo, sempre rimaneva a contatto dell’Uomo dei dolori, che conosce tutte le sofferenze!
CAPITOLO LIII
REGALA IL MANTELLO AD UNA VECCHIERELLA
PRESSO CELANO
86. Un inverno a Celano Francesco portava addosso. avvolto come un mantello, un panno che gli aveva prestato un amico dei frati, di Tivoli.
Mentre alloggiava nel palazzo del vescovo dei Marsi, s’imbatté in una vecchierella, che chiedeva l’elemosina. Slacciò subito il pezzo di stoffa dal collo e, quantunque appartenesse ad altri, lo donò alla povera vecchierella, dicendo: «Va’, fatti un vestito, ché ne hai veramente bisogno». La vecchietta, piena di stupore, – non so se per timore o per la grande gioia – prende dalle sue mani il panno e si allontana il più velocemente che può, lo taglia subito con le forbici per evitare, che ritardando, abbia a doverlo restituire. Ma, visto che il pezzo di stoffa, una volta tagliato, non basta a confezionare un vestito, fatta coraggiosa dalla benevolenza sperimentata poco prima, ritorna dal Santo e gli espone come la stoffa è insufficiente. Questi allora si rivolge al compagno, che ne ha indosso altrettanto, e gli dice: «Senti, fratello, quello che dice questa vecchierella? Sopportiamo il freddo per amore di Dio e dona a questa poveretta il tuo panno perché possa terminare il suo vestito». Come l’aveva dato lui, lo donò anche il compagno ed ambedue rimasero spogli, per rivestire la vecchietta.
CAPITOLO LIV
DONA IL MANTELLO AD UN ALTRO POVERO
87. In altra circostanza, mentre ritornava da Siena, si imbatté in un povero. Il Santo disse al compagno: «Fratello, dobbiamo restituire il mantello a questo poveretto, perché è suo. Noi l’abbiamo avuto in prestito sino a quando non ci capitasse di incontrare uno più povero».
Il compagno, che aveva in mente il bisogno del Padre caritatevole, opponeva forte resistenza perché non provvedesse all’altro trascurando se stesso.
«Io non voglio essere ladro – rispose il Santo – e ci sarebbe imputato a furto, se non lo dessimo ad uno più bisognoso». L’altro cedette, ed egli donò il mantello.
CAPITOLO LV
ALTRO FATTO SIMILE
88. Un fatto simile accadde alle Celle di Cortona. Francesco aveva indosso un mantello nuovo, che i frati avevano procurato proprio per lui, quando giunse un povero, che piangeva la morte della moglie e la famiglia lasciata nella miseria.
«Ti dò questo mantello per amore di Dio – gli disse il Santo – a condizione che non lo ceda a nessuno, se non te lo pagherà profumatamente».
Corsero immediatamente i frati per prendersi il mantello e impedire che fosse dato via. Ma il povero, reso ardito dallo sguardo del Santo, si mise a difenderlo con mani ed unghie come suo. Alla fine, i frati riscattarono il mantello ed il povero se ne andò con il prezzo ricevuto.
CAPITOLO LVI
REGALA IL MANTELLO AD UNO
PERCHÉ NON ABBIA PIÙ IN ODIO IL SUO PADRONE
89. Una volta il Santo incontrò un povero a Colle, nella campagna di Perugia. L’aveva già conosciuto quando era ancora nel mondo, e gli disse: «Fratello, come stai?». Ma quello, con l’animo pieno di livore, si mise a scagliare maledizioni contro il suo padrone, che gli aveva tolti i suoi averi: «Sto proprio male, grazie al mio padrone: che il Signore Onnipotente lo maledica!».
Francesco sentì pietà più per la sua anima che per il suo corpo, perché mostrava di covare un odio mortale e gli disse: «Fratello, perdona per amore di Dio al tuo padrone: salverai la tua anima e può darsi che ti restituisca il maltolto. Altrimenti hai perduto i tuoi beni e perderai anche l’anima»
«Non gli posso assolutamente perdonare, – rispose l’altro – se prima lui non mi restituisce quanto mi ha preso».
Francesco aveva indosso un mantello. «Ecco, – gli propose –, ti dò questo mantello e ti prego di perdonare al tuo padrone, per amore del Signore Dio». Raddolcito e mosso da quella bontà, prese il dono e perdonò i torti del padrone.
CAPITOLO LVII
REGALA AD UN POVERO UN LEMBO DELLA SUA VESTE
90. Un giorno un povero gli chiese l’elemosina ed egli, non avendo niente per le mani, scucì un lembo della tonaca e lo regalò al povero.
Altre volte, allo stesso fine, si tolse perfino i calzoni. Tanta era la tenera compassione che provava per i poveri e tanto l’affetto che lo spingeva a seguire le orme di Cristo povero.
CAPITOLO LVIII
FA DARE ALLA MADRE DI DUE FRATI, PERCHÉ POVERA,
LA PRIMA COPIA DEL NUOVO TESTAMENTO
CHE EBBE L’ORDINE
91. Un’altra volta venne dal Santo la madre di due frati, a chiedere fiduciosamente l’elemosina. Provandone vivo dolore, il Padre si rivolse al suo vicario, frate Pietro di Cattanio: «Possiamo dare qualcosa in elemosina a nostra madre?». Perché chiamava madre sua e di tutti i frati la madre di qualsiasi religioso. Gli rispose frate Pietro: «In casa non c’è niente da poterle dare». «Abbiamo solo – aggiunse – un Nuovo Testamento, che ci serve per le letture a mattutino, essendo noi senza breviario».
Gli rispose Francesco: «Dà alla nostra madre il Nuovo Testamento: lo venda secondo la sua necessità, perché è proprio lui che ci insegna ad aiutare i poveri. Ritengo per certo che sarà più gradito al Signore l’atto di carità che la lettura».
Così fu regalato il libro alla donna e fu alienato per questa santa carità il primo Testamento che ebbe l’Ordine.
CAPITOLO LIX
DONA IL MANTELLO AD UNA POVERA DONNA
MALATA D’OCCHI
92. Mentre san Francesco si trovava nel vescovado di Rieti per curarsi gli occhi, una povera donna di Machilone venne dal medico, perché anche lei aveva una malattia simile a quella del Santo. Questi, parlando familiarmente al suo guardiano, cominciò a poco a poco a persuaderlo all’incirca così:«Frate guardiano, dobbiamo restituire ciò che è di altri».
«Certo, padre, se abbiamo qualcosa che non sia nostro».
«Restituiamo – continuò – questo mantello, che abbiamo ricevuto in prestito da quella poveretta, perché non ha nulla in borsa per le sue spese».
«Ma – obbiettò il guardiano – questo mantello è mio e non lo ho avuto in prestito da nessuno. usalo finché vorrai, e quando non lo vuoi più usare, rendilo a me». E in realtà il guardiano l’aveva comprato poco prima, perché era necessario a san Francesco.
«Frate guardiano, – continuò il Santo – tu mi sei sempre stato cortese: ti prego, mostra ora la tua cortesia».
«Ebbene padre, – concluse il guardiano – fa come vuoi, come ti suggerisce lo Spirito».
Francesco chiamò allora un secolare molto affezionato e gli disse: «Prendi questo mantello e dodici pani, va’da quella donna poverella e dille così: Il povero, al quale hai imprestato il mantello, ti ringrazia, ma ora riprendi ciò che è tuo».
Quello andò e riferì come gli era stato ordinato. La donna pensò che si volesse deriderla e gli rispose arrossendo: «Lasciami in pace col tuo mantello! Non capisco di che cosa parli».
L’altro insistette e gli lasciò tutto nelle mani. E la donna convinta che non c’era inganno, per timore che le venisse tolta una fortuna così impensata, si alzò nottetempo e, senza pensare alla cura degli occhi, se ne ritornò a casa col mantello.
CAPITOLO LX
GLI APPAIONO TRE DONNE LUNGO LA STRADA
E SCOMPAIONO DOPO AVERLO SALUTATO
IN UN MODO NUOVO
93. Riferirò in breve un fatto mirabile, di interpretazione dubbia, ma quanto a verità certissimo.
Francesco, il povero di Cristo, mentre da Rieti era diretto a Siena per la cura degli occhi stava attraversando la pianura presso Rocca Campiglia, in compagnia di un medico affezionato all’Ordine.
Ed ecco apparire lungo la strada al passaggio del Santo tre povere donne. Erano tanto simili di statura, di età, di aspetto, che le avresti dette tre copie modellate su un unico stampo. Quando Francesco fu vicino, esse, chinando il capo con riverenza gli rivolsero questo singolare saluto: «Ben venga, signora povertà». Il Santo si riempì subito di gaudio indicibile, perché non c’era per lui saluto più gradito di quello che esse gli avevano rivolto.
Pensando dapprima che le donne fossero realmente povere, si rivolse al medico che l’accompagnava: «Ti prego, per amore di Dio, fa’in modo che possa dare qualcosa a quelle poverette». Quello prontissimo trasse fuori la borsa e, balzato di sella, diede a ciascuna alcune monete.
Proseguirono quindi un poco per la strada intrapresa, quando tutto ad un tratto volgendo attorno lo sguardo, frate e medico, non videro ombra di donne in tutta la pianura. Altamente stupiti aggiunsero anche questo fatto alle meraviglie del Signore, perché evidentemente non potevano essere donne, quelle che erano volate via più rapide degli uccelli.
L’AMORE DI SAN FRANCESCO ALLA PREGHIERA
CAPITOLO LXI
IL TEMPO, IL LUOGO ED IL FERVORE
DELLA SUA PREGHIERA
94. Francesco, uomo di Dio, sentendosi pellegrino nel corpo lontano dal Signore, cercava di raggiungere con lo spirito il cielo e, fatto ormai concittadino degli Angeli, ne era separato unicamente dalla parete della carne. L’anima era tutta assetata del suo Cristo e a Lui si offriva interamente nel corpo e nello spirito.
Delle meraviglie della sua preghiera diremo solo qualche tratto, per quanto abbiamo visto con i nostri occhi ed è possibile esporre ad orecchio umano, perché siano d’esempio ai posteri.
Trascorreva tutto il suo tempo in santo raccoglimento, per imprimere nel cuore la sapienza; temeva di tornare indietro se non progrediva sempre. E se a volte urgevano visite di secolari o altre faccende, le troncava più che terminarle, per rifugiarsi di nuovo nella contemplazione. Perché a lui, che si cibava della dolcezza celeste, riusciva insipido il mondo, e le delizie divine lo avevano reso di gusto difficile per i cibi grossolani degli uomini.
Cercava sempre un luogo appartato, dove potersi unire non solo con lo spirito, ma con le singole membra, al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica, per non svelare la manna nascosta.
Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto.
Assorto in Dio e dimentico di se stesso, non gemeva né tossiva, era senza affanno il suo respiro e scompariva ogni altro segno esteriore.
95. Questo il suo comportamento in casa. Quando invece pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce col suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all’Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo. E in realtà, per offrire a Dio in molteplice olocausto tutte le fibre del cuore, considerava sotto diversi aspetti Colui che è sommamente Uno. Spesso senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva a Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente.
Ma di quanta dolcezza sarà stato inondato, abituato come era a questi trasporti? Soltanto lui lo sa, io non posso che ammirarlo. Solo chi ne ha esperienza, lo può sapere; ma è negato a chi non l’esperimenta. Quando il suo spirito era nel pieno del fervore, egli con tutto l’esteriore e con tutta l’anima completamente in deliquio si ritrovava già nella perfettissima patria del regno dei cieli.
Il Padre era solito non trascurare negligentemente alcuna visita dello Spirito: quando gli si presentava, l’accoglieva e fruiva della dolcezza che gli era stata data, fino a quando il Signore lo permetteva. Così, se avvertiva gradatamente alcuni tocchi della grazia mentre era stretto da impegni o in viaggio, gustava quella dolcissima manna a varie e frequenti riprese. Anche per via si fermava, lasciando che i compagni andassero avanti, per godere della nuova visita dello Spirito e non ricevere invano la grazia.
CAPITOLO LXII
CELEBRAZIONE DEVOTA DELLE ORE CANONICHE
96. Recitava le ore canoniche con riverenza pari alla devozione. E quantunque fosse malato d’occhi, di stomaco, di milza e di fegato, non voleva appoggiarsi durante la salmeggiatura a muro o parete, ma assolveva l’obbligo delle ore sempre in piedi e senza cappuccio, senza guardare attorno e senza interruzioni.
Quando camminava a piedi, si fermava sempre per recitare le ore; se era a cavallo, scendeva a terra.
Un giorno ritornava da Roma sotto una pioggia incessante: discese dal cavallo per dire l’Ufficio e fermatosi ritto in piedi per lungo tempo, si bagnò tutto.
Ripeteva: «Se il corpo mangia tranquillo il suo cibo, destinato ad essere con lui pasto di vermi, con quanta pace e tranquillità l’anima deve prendere il suo cibo, che è il suo Dio!».
CAPITOLO LXIII
NELLA PREGHIERA ALLONTANA LE DISTRAZIONI
97. Credeva di peccare gravemente, se mentre pregava era turbato da vani fantasmi. Quando ciò capitava, ricorreva alla confessione per accusarsene subito. L’aveva resa così abituale questa premura, che molto raramente era tormentato da questo genere di mosche.
Durante una quaresima, aveva fatto un piccolo vaso, per utilizzare i ritagli di tempo e non perderne neppure uno. Ma un giorno, mentre recitava devotamente Terza, gli capitò di fermare per caso gli occhi su quel vaso, e si accorse che l’uomo interiore era stato ostacolato nel fervore. Afflitto perché la voce del cuore diretta all’orecchio divino aveva subìto una interruzione, finita Terza, disse ai frati presenti: «Ah, lavoro inutile che ha avuto tanto potere di me da deviare a sé il mio spirito! Lo sacrificherò al Signore, perché ha impedito il sacrificio diretto a lui».
Detto ciò, afferrò il vaso e lo gettò nel fuoco, dicendo: «Vergogniamoci di lasciarci distrarre da fantasie inutili quando nel tempo della preghiera parliamo col Gran Re».
CAPITOLO LXIV
UN’ESTASI
98. Spesso rimaneva assorto preso da tanta dolcezza di contemplazione, che rapito fuori di sé, non faceva capire a nessuno ciò che esperimentava di sovrumano. Tuttavia anche da un solo fatto, che una volta avvenne in pubblico, possiamo dedurre con quale frequenza dovesse essere profondamente immerso nella dolcezza celeste.
Un giorno doveva attraversare sul dorso di un asino Borgo San Sepolcro, e poiché aveva fissato di riposare in un lebbrosario, molti vennero a sapere del passaggio dell’uomo di Dio. Accorrono da ogni parte, uomini e donne, desiderosi di vederlo e di toccarlo con la devozione consueta. E che dire? Lo toccano e lo scuotono, gli tagliano pezzi dell’abito per conservarli. Ma Francesco sembra insensibile a tutto e niente avverte, come un morto, di ciò che avviene. Lo conducono finalmente al luogo fissato, e dopo aver lasciato alle spalle Borgo da un pezzo, come se provenisse da altro luogo, quel contemplatore delle cose celesti chiese preoccupato quando sarebbero giunti a Borgo.
CAPITOLO LXV
SUO CONTEGNO DOPO LA PREGHIERA
99. Quando ritornava dalle sue preghiere personali, durante le quali si trasformava quasi in un altro uomo, cercava di conformarsi quanto più poteva agli altri, per il timore che, se appariva col volto raggiante, il venticello dell’ammirazione non gli togliesse il merito guadagnato. Anzi spesso ripeteva ai suoi intimi: «Quando il servo di Dio nella preghiera è visitato dal Signore con qualche nuova consolazione, deve prima di terminare, alzare gli occhi al cielo e dire al Signore a mani giunte: – Tu, o Signore, hai mandato dal cielo questa dolce consolazione a me indegno peccatore: io te la restituisco, affinché tu me la metta in serbo, perché io sono un ladro del tuo tesoro –». E ancora: «Signore, toglimi il tuo bene in questo mondo, e conservamelo per il futuro».
E continuava: «Così deve comportarsi, in modo che, quando esce dalla preghiera, si mostri agli altri così poverello e peccatore, come se non avesse conseguito nessuna nuova grazia». E spiegava: «Per una mercede di poco valore capita di perdere un bene inestimabile e di provocare facilmente il nostro benefattore a non ridarlo più».
Infine, era suo costume alzarsi a pregare così di nascosto e silenziosamente, che nessuno dei compagni poteva accorgersi che si alzava o pregava. Quando invece alla sera si metteva a letto, faceva rumore e quasi strepito, per far sentire a tutti che andava a coricarsi.
CAPITOLO LXVI
UN VESCOVO LO SORPRENDE IN PREGHIERA
E DIVENTA MUTO
100. Il vescovo di Assisi andò un giorno, com’era sua consuetudine, per una visita amichevole da Francesco, che stava pregando nel luogo della Porziuncola.
Appena entrato, si dirige con poco riguardo, senza essere stato invitato, alla cella del Santo e, spinta la porticina, fa per entrare, quando, nello sporgere il capo, lo vede in preghiera: all’istante è scosso da tremore e mentre le membra si irrigidiscono perde anche la parola. Subito, per volontà di Dio, è respinto violentemente fuori e, sempre all’indietro, è trascinato lontano.
A mio parere, o il vescovo era indegno di assistere a quel segreto misterioso, o Francesco meritava di godere più a lungo della grazia, che già pregustava. Pieno di stupore, il vescovo ritornò dai frati e, confessata la sua colpa con un cenno di parola, riacquistò la favella.
CAPITOLO LXVII
COME UN ABATE SPERIMENTÒ L’EFFICACIA
DELLA SUA PREGHIERA
101. L’abate del monastero di San Giustino, nella diocesi di Perugia, incontrò un giorno Francesco e, sceso velocemente da cavallo, si intrattenne brevemente con lui a parlare della salvezza della sua anima. Quando alla fine si allontanò, gli chiese umilmente di pregare per lui. «Pregherò, signore, volentieri», rispose Francesco.
L’abate si era allontanato di poco, quando il Santo, rivolto al compagno, gli disse: «Aspetta un poco, perché voglio soddisfare il debito di ciò che ho promesso». Aveva infatti questa abitudine, di non gettare dietro le spalle la preghiera richiesta ma di adempiere quanto prima una tale promessa. Mentre il Santo supplicava il Signore, subito l’abate provò nello spirito un calore insolito ed una dolcezza sconosciuta fino a quel momento e, rapito fuori dai sensi, gli sembrò proprio di venire meno. Si fermò un istante, poi ritornato in se stesso, constatò la potenza della preghiera di san Francesco.
Per questo provò un amore sempre più grande per l’Ordine e riferì a molti il fatto come un miracolo.
Questi sono i piccoli doni che devono farsi tra loro i servi di Dio, tale lo scambio vicendevole che si addice loro riguardo al dare e al ricevere. Quel santo amore, che a volte è chiamato spirituale, è contento del frutto dell’orazione; la carità tiene poco conto dei poveri doni terreni. Credo sia proprio dell’amore santo aiutare ed essere aiutati nella lotta spirituale, raccomandare ed essere raccomandati davanti al tribunale di Cristo.
Ma a quale grado di preghiera pensi che dovesse salire chi ha potuto in tale modo innalzare un altro con i suoi meriti?
COMPRENSIONE DEL SANTO NELLA SACRA SCRITTURA
E POTENZA DELLE SUE PAROLE
CAPITOLO LXVIII
SUA SCIENZA E MEMORIA
102. Quantunque questo uomo beato non avesse ricevuta nessuna formazione di cultura umana, tuttavia, istruito dalla sapienza che discende da Dio e, irradiato dai fulgori della luce eterna, aveva una comprensione altissima delle Scritture. La sua intelligenza, pura da ogni macchia, penetrava le oscurità dei misteri, e ciò che rimane inaccessibile alla scienza dei maestri era aperto all’affetto dell’amante.
Ogni tanto leggeva nei Libri Sacri, e scolpiva indelebilmente nel cuore ciò che anche una volta sola aveva immesso nell’animo. «Per lui, la memoria teneva il posto dei libri», perché il suo orecchio, anche in una volta sola, afferrava con sicurezza ciò che l’affetto andava meditando con devozione. Affermava che questo metodo di apprendere e di leggere è il solo fruttuoso, non quello di consultare migliaia e migliaia di trattati. Riteneva vero filosofo colui che non antepone nulla al desiderio della vita eterna. Affermava ancora che perviene facilmente dalla scienza umana alla scienza di Dio, colui che, leggendo la Scrittura, la scruta più con l’umiltà che con la presunzione. Spesso scioglieva con una sola frase questioni dubbie e senza profusioni di parole dimostrava grande intelligenza e profonda penetrazione.
CAPITOLO LXIX
PREGATO DA UN FRATE PREDICATORE
ESPONE UN DETTO PROFETICO
103. Mentre dimorava presso Siena, vi capitò un frate dell’Ordine dei predicatori, uomo spirituale e dottore in sacra teologia. Venne dunque a far visita al beato Francesco e si trattennero a lungo insieme, lui e il Santo in dolcissima conversazione sulle parole del Signore. Poi il maestro lo interrogò su quel detto di Ezechiele: Se non manifesterai all’empio la sua empietà, domanderò conto a te della sua anima. Gli disse: «Io stesso, buon padre, conosco molti ai quali non sempre manifesto la loro empietà, pur sapendo che sono in peccato mortale. Forse che sarà chiesto conto a me delle loro anime?».
E poiché Francesco si diceva ignorante e perciò degno più di essere da lui istruito, che di rispondere sopra una sentenza della Scrittura, il dottore aggiunse umilmente: «Fratello, anche se ho sentito alcuni dotti esporre questo passo, tuttavia volentieri gradirei a questo riguardo il tuo parere».
«Se la frase va presa in senso generico, – rispose Francesco – io la intendo così: Il servo di Dio deve avere in se stesso tale ardore di santità di vita, da rimproverare tutti gli empi con la luce dell’esempio e l’eloquenza della sua condotta. Così, ripeto, lo splendore della sua vita ed il buon odore della sua fama, renderanno manifesta a tutti la loro iniquità».
Il dottore rimase molto edificato, per questa interpretazione, e mentre se ne partiva, disse ai compagni di Francesco: «Fratelli miei, la teologia di questo uomo, sorretta dalla purezza e dalla contemplazione, vola come aquila. La nostra scienza invece striscia terra terra».
CAPITOLO LXX
DILUCIDAZIONI DATE ALLE DOMANDE DI UN CARDINALE
104. Un’altra volta, trovandosi a Roma in casa di un cardinale, fu interrogato su alcuni passi oscuri, ed espose con tanta chiarezza quei concetti profondi, da far pensare che fosse sempre vissuto in mezzo alle Scritture. Perciò il signor cardinale gli disse: «Io non ti interrogo come letterato, ma come uomo che ha lo spirito di Dio. E per questo accetto volentieri il senso della tua risposta, perché so che proviene da Dio solo».
CAPITOLO LXXI
ESORTATO ALLA LETTURA DELLA SCRITTURA,
ESPONE AD UN FRATE QUALE SIA LA SUA SCIENZA
105. Francesco era infermo e pieno di dolori da ogni parte. Vedendolo così, un giorno gli disse un suo compagno: «Padre, tu hai sempre trovato un rifugio nelle Scritture; sempre ti hanno offerto un rimedio ai tuoi dolori. Ti prego anche ora fatti leggere qualche cosa dai profeti: forse il tuo spirito esulterà nel Signore». Rispose il Santo: «E bene leggere le testimonianze della Scrittura, ed è bene cercare in esse il Signore nostro Dio. Ma, per quanto mi riguarda, mi sono già preso tanto dalle Scritture, da essere più che sufficiente alla mia meditazione e riflessione. Non ho bisogno di più, figlio: conosco Cristo povero e Crocifisso».
CAPITOLO LXXII
FRATE PACIFICO VEDE ALCUNE SPADE SPLENDENTI
SULLA PERSONA DEL SANTO
106. Vi era nella Marca d’Ancona un secolare, che dimentico di sé e del tutto all’oscuro di Dio, si era completamente prostituito alla vanità. Era chiamato «il Re dei versi», perché era il più rinomato dei cantori frivoli ed egli stesso autore di canzoni mondane. In breve, la gloria del mondo lo aveva talmente reso famoso, che era stato incoronato dall’Imperatore nel modo più sfarzoso.
Mentre camminava così avvolto nelle tenebre e si tirava addosso il castigo avvinto nei lacci della vanità, la pietà divina, mossa a compassione, pensò di richiamare ii misero, perché non perisse, lui che giaceva prostrato a terra. Per disposizione della Provvidenza divina, si incontrarono, lui e Francesco, presso un certo monastero di povere recluse.
Il Padre vi si era recato per far visita alle figlie con i suoi compagni, mentre l’altro era venuto a casa di una sua parente con molti amici.
La mano di Dio si posò su di lui, e vide proprio con i suoi occhi corporei Francesco segnato in forma di croce da due spade, messe a traverso, molto splendenti: l’una si stendeva dalla testa ai piedi, l’altra, trasversale, da una mano all’altra, all’altezza del petto. Personalmente non conosceva il beato Francesco; ma dopo un così notevole prodigio, subito lo riconobbe. Pieno di stupore, all’istante cominciò a proporsi una vita migliore, pur rinviandone l’adempimento al futuro. Ma il Padre, quando iniziò a predicare davanti a tutti, rivolse contro di lui la spada della parola di Dio. Poi, in disparte, lo ammonì con dolcezza intorno alla vanità e al disprezzo del mondo, e infine lo colpì al cuore minacciandogli il giudizio divino.
L’altro, senza frapporre indugi, rispose: «Che bisogno c’è di aggiungere altro? Veniamo ai fatti. Toglimi dagli uomini, e rendimi al grande Imperatore!».
Il giorno seguente, il Santo lo vestì dell’abito e lo chiamò frate Pacifico, per averlo ricondotto alla pace del Signore. E tanto più numerosi furono quelli che rimasero edificati dalla sua conversione, quanto maggiore era stata la turba dei compagni di vanità.
Godendo della compagnia del Padre, frate Pacifico cominciò ad esperimentare dolcezze, che non aveva ancora provate. Infatti poté un’altra volta vedere ciò che rimaneva nascosto agli altri: poco dopo, scorse sulla fronte di Francesco un grande segno di Thau, che ornato di cerchietti multicolori, presentava la bellezza del pavone.
CAPITOLO LXXIII
L’EFFICACIA DEI SUOI DISCORSI
E TESTIMONIANZA DI UN MEDICO
107. Il predicatore del Vangelo Francesco, quando predicava a persone incolte, usava espressioni semplici e materiali, ben sapendo che vi è più necessità di virtù che di parole. Tuttavia tra persone spirituali e più colte cavava dal cuore parole profonde, che davano vita. Con poco spiegava ciò che era inesprimibile, e unendovi movimenti e gesti di fuoco, trascinava tutti alle altezze celesti.
Non si serviva del congegno delle distinzioni, perché non dava ordine a discorsi, che non ideava da se stesso. Alla sua parola dava voce di potenza Cristo, vera potenza e sapienza.
Un medico, persona colta ed eloquente, disse una volta: «Mentre ritengo parola per parola le prediche degli altri, solo mi sfugge ciò che Francesco dice nella sua esuberanza. E, se cerco di ricordare alcune parole, non mi sembrano più quelle che prima hanno stillato le sue labbra».
CAPITOLO LXXIV
CON LA POTENZA DELLA SUA PAROLA,
PER MEZZO DI FRATE SILVESTRO SCACCIA I DEMONI
108. Le sue parole conservavano tutta la loro efficacia non solo se pronunciate direttamente, ma anche se trasmesse per mezzo di altri non ritornavano senza frutto.
Arrivò un giorno ad Arezzo, mentre tutta la città era scossa dalla guerra civile e minacciava prossima la sua rovina. Il servo di Dio venne ospitato nel borgo fuori città, e vide sopra di essa demoni esultanti, che rinfocolavano i cittadini a distruggersi fra di loro. Chiamò frate Silvestro, uomo di Dio e di ragguardevole semplicità, e gli comandò: «Va’alla porta della città, e da parte di Dio Onnipotente comanda ai demoni che quanto prima escano dalla città».
Il frate pio e semplice si affrettò ad obbedire, e dopo essersi rivolto a Dio con inno di lode, grida davanti alla porta a gran voce: «Da parte di Dio e per ordine del nostro padre Francesco, andate lontano di qui, voi tutti demoni!». La città poco dopo ritrovò la pace e i cittadini rispettarono i vicendevoli diritti civili con grande tranquillità.
Più tardi parlando loro, Francesco all’inizio della predicazione disse: «Parlo a voi come a persone un tempo soggiogate e schiave dei demoni. Però so che siete stati liberati per le preghiere di un povero».
CAPITOLO LXXV
LA CONVERSIONE DEL MEDESIMO FRATE SILVESTRO.
UNA SUA VISIONE
109. Credo che non sia fuori luogo aggiungere qui la conversione del predetto Silvestro, come sia stato mosso dallo Spirito ad entrare nell’Ordine.
Silvestro era un sacerdote secolare della città di Assisi, e da lui un tempo l’uomo di Dio aveva comprato pietre per riparare una chiesa. Quando vide, in quei giorni, frate Bernardo, che dopo il Santo fu la prima pianticella dell’Ordine, lasciare completamente i suoi beni e darli ai poveri, si sentì acceso da una cupidigia insaziabile e si lamentò col servo di Dio per le pietre, che un tempo gli aveva vendute, come se non gli fossero state pagate completamente. Francesco, osservando che l’animo del sacerdote era corroso dal veleno dell’avarizia, ebbe un sorriso di compassione. Ma, desiderando di portare in qualunque modo refrigerio a quella arsura maledetta, gli riempì le mani di denaro, senza contarlo.
Prete Silvestro si rallegrò dei soldi ricevuti, ma più ancora ammirò la liberalità di chi donava. Ritornato a casa, ripensò più volte a quanto gli era accaduto, biasimandosi santamente e meravigliandosi di amare, pur essendo ormai vecchio, il mondo, mentre quel giovane disprezzava in tale modo tutte le cose. Quando poi fu pieno di buone disposizioni, Cristo gli aprì il seno della sua misericordia, gli mostrò quanto valessero le opere di Francesco, quanto fossero preziose davanti a lui e come con il loro splendore riempissero tutta la terra.
Vide infatti, in sogno, una croce d’oro, che usciva dalla bocca di Francesco: la sua cima arrivava ai cieli, bracci protesi lateralmente cingevano tutto attorno il mondo.
Il sacerdote, compunto a quella vista, scacciò ogni ritardo dannoso, lasciò il mondo e divenne perfetto imitatore dell’uomo di Dio. Cominciò a condurre nell’Ordine una vita perfetta e la terminò in modo perfettissimo con la grazia di Cristo.
Ma, quale meraviglia che Francesco sia apparso crocifisso, lui che ha amato tanto la croce? Non è certo sorprendente che, essendo così radicata nel suo cuore la croce, che opera cose mirabili, e venendo su da un terreno buono, abbia prodotto fiori, fronde e frutti meravigliosi! Nient’altro, di specie diversa, poteva nascere da questa terra, che la croce gloriosa fin da principio aveva presa in tale modo tutta per sé.
Ma ritorniamo al nostro argomento.
CAPITOLO LXXVI
UN FRATE VIENE LIBERATO DAGLI ASSALTI DEL DEMONIO
110. Un frate era da lungo tempo gravemente molestato da una tentazione di spirito, la quale è più sottile e peggiore dello stimolo della carne. Finalmente, presentatosi a Francesco, si gettò umilmente ai suoi piedi. Ma, scoppiato in pianto dirotto e amarissimo, non era capace di dire parola, essendo impedito da forti singhiozzi. Il Padre ne sentì pietà, e comprendendo che era tormentato da istigazioni maligne: «Io vi ordino, o demoni, – esclamò – in virtù di Dio di non tormentare più d’ora avanti il mio fratello, come avete osato finora».
Subito si dissipò quel buio tenebroso, il frate si alzò libero e non sentì più alcun tormento, come se ne fosse sempre stato esente.
CAPITOLO LXXVII
UNA SCROFA MALVAGIA UCCIDE A MORSI UN AGNELLO
111 Già da altre pagine risulta abbastanza chiaro che la sua parola era di una potenza sorprendente anche a riguardo degli animali. Tuttavia toccherò appena un episodio che ho alla mano.
Il servo dell’Altissimo era stato ospitato una sera presso il monastero di San Verecondo, in diocesi di Gubbio, e nella notte una pecora partorì un agnellino. Vi era nel chiuso una scrofa quanto mai crudele, che, senza pietà per la vita dell’innocente, lo uccise con morso feroce.
Al mattino, alzatisi, trovano l’agnellino morto e riconoscono con certezza che proprio la scrofa è colpevole di quel delitto. All’udire tutto questo, il pio padre si commuove, e ricordandosi di un altro Agnello, piange davanti a tutti l’agnellino morto: «Ohimé, frate agnellino, animale innocente, simbolo vivo sempre utile agli uomini! Sia maledetta quell’empia che ti ha ucciso e nessuno, uomo o bestia, mangi della sua carne!».
Incredibile! La scrofa malvagia cominciò subito a star male, e dopo aver pagato il fio in tre giorni di sofferenze, alla fine subì una morte vendicatrice. Fu poi gettata nel fossato del monastero, dove rimase a lungo e, seccatasi come un legno, non servì di cibo a nessuno per quanto affamato.
CONTRO LE FAMILIARITÀ CON DONNE
CAPITOLO LXXVIII
SI DEVE EVITARE LA FAMILIARITÀ CON DONNE.
COME SI COMPORTAVA CON LORO
112. Comandava che fossero evitate del tutto le familiarità con donne, dolce veleno che corrompe anche gli uomini santi. Temeva infatti che l’animo fragile si spezzasse presto e quello forte si indebolisse. E ripeteva che, se non si tratta di una persona di virtù più che sperimentata, intrattenersi familiarmente con esse senza esserne contagiati è tanto facile, quanto, secondo la Scrittura, camminare sul fuoco senza scottarsi i piedi.
Per mostrare con i fatti ciò che diceva, presentava in se stesso un modello perfetto di virtù. Le donne infatti gli erano così moleste, da far credere che si trattasse non di cautela o di esempio, ma di paura o di orrore.
Quando la loro loquacità importuna dava origine a contesa, induceva al silenzio con un parlare breve ed umile e il volto a terra. Altre volte fissava gli occhi al cielo, quasi volesse ricavarne ciò che avrebbe risposto a quelle cicale mondane. Quelle invece, che avevano reso il loro animo dimora della sapienza con una santa e perseverante devozione, le istruiva con meravigliosi, ma brevi discorsi.
Quando si intratteneva con una donna, parlava ad alta voce, in modo che tutti potessero udire. Una volta confidò ad un compagno: «Ti confesso la verità, carissimo: se le guardassi in faccia, ne riconoscerei solamente due. Dell’una e dell’altra mi è noto il volto, di altre no».
Benissimo, Padre, perché guardarle non santifica nessuno. Ottimamente, ripeto, perché la loro presenza non porta alcun vantaggio, ma moltissimo danno anche di tempo. Sono, queste cose, un impedimento a chi vuole affrontare un viaggio arduo e contemplare il volto pieno di ogni grazia.
CAPITOLO LXXIX
UNA PARABOLA CONTRO GLI SGUARDI RIVOLTI ALLE DONNE
113. Era solito colpire gli occhi non casti con questa parabola.
Un re potentissimo inviò, in tempi successivi, due nunzi alla regina. Ritorna il primo e riferisce semplicemente la risposta al suo messaggio. Ritorna l’altro, e dopo aver riferito in breve la risposta, tesse una lunga storia della bellezza della sovrana. «A dir vero, Signore, ho proprio visto una donna bellissima. Felice chi può goderne!».
«Servo malvagio, – lo investe il re – hai fissato i tuoi occhi impudichi sulla mia sposa? È chiaro che tu avresti voluto far tuo un oggetto che hai esaminato così attentamente!».
Fa richiamare il primo e gli chiede: «Che ti sembra della regina?». «Molto bene di certo, – risponde il messo – perché ha ascoltato in silenzio ed ha risposto con saggezza». «E non ti sembra bella?». «Guardare a questo tocca a te. Mio compito era di riferire le parole».
Il re pronuncia allora la sentenza: «Tu casto di occhi, più casto di corpo, rimani nel mio appartamento. Costui invece, fuori di casa, perché non violi il mio talamo!».
Ripeteva poi il Padre: «Quando si è troppo sicuri di sé, si è meno prudenti di fronte al nemico. Se il diavolo può far suo un capello in un uomo, ben presto lo fa diventare una trave. E non desiste anche se per lungo tempo non è riuscito a far crollare chi ha tentato, purché alla fine gli si arrenda. Questo è il suo intento, e non si occupa di altro giorno e notte».
CAPITOLO LXXX
ESEMPIO DEL SANTO CONTRO L’ECCESSIVA FAMILIARITÀ
114. Una volta Francesco era diretto a Bevagna, ma indebolito dal digiuno non era in grado di arrivare al paese. Il compagno allora mandò a chiedere umilmente a una devota signora del pane e del vino per il Santo. Appena la donna conobbe la cosa, assieme ad una figlia, vergine consacrata a Dio, si avviò di corsa, per portare al Santo quanto era necessario. Ristorato e ripreso alquanto vigore, rifocillò a sua volta madre e figlia con la parola di Dio. Ma nel parlare ad esse, non le guardò mai in faccia.
Mentre quelle ritornavano a casa, il compagno gli disse: «Perché fratello, non hai guardato la santa vergine, che è venuta a te con tanta devozione?». E il Padre: «Chi non dovrebbe aver timore di guardare la sposa di Cristo? Se poi si predica anche con gli occhi ed il volto, essa da parte sua poteva ben guardarmi, ma non occorreva che la guardassi io».
Spesso parlando di queste cose, asseriva che è frivolo ogni colloquio con donne, fatta eccezione della sola confessione o, come capita, di qualche brevissimo consiglio. E commentava: «Di cosa dovrebbe trattare un frate minore con una donna, se non della santa penitenza o di un consiglio di vita più perfetta, quando gliene faccia religiosa richiesta?».
LE TENTAZIONI CHE AFFRONTÒ IL SANTO
CAPITOLO LXXXI
LE TENTAZIONI DEL SANTO E COME NE SUPERÒ UNA
115. Mentre crescevano i meriti di Francesco, cresceva pure il disaccordo con l’antico serpente. Quanto maggiori erano i suoi carismi, tanto più sottili i tentativi e più violenti gli attacchi che quello gli moveva. E quantunque lo avesse spesso conosciuto per esperienza come valoroso guerriero, che non veniva meno neppure un istante nel combattimento, tuttavia tentava ancora di aggredirlo, pur risultando quegli sempre vincitore.
Ad un certo momento della sua vita, il Padre subì una violentissima tentazione di spirito, sicuramente a vantaggio della sua corona. Per questo, era angustiato e pieno di sofferenza, mortificava e macerava il corpo, pregava e piangeva nel modo più penoso. Questa lotta durò più anni. Un giorno, mentre pregava in Santa Maria della Porziuncola, udi in spirito una voce: «Francesco, se avrai fede quanto un granello di senapa, dirai al monte che si sposti ed esso si muoverà».
«Signore, – rispose il Santo – qual è il monte, che io vorrei trasferire?».
E la voce di nuovo: «Il monte è la tua tentazione».
«O Signore, – rispose il Santo in lacrime – avvenga a me, come hai detto».
Subito sparì ogni tentazione e si sentì libero e del tutto sereno nel più profondo del cuore.
CAPITOLO LXXXII
IL DIAVOLO LO CHIAMA PER TENTARLO DI LUSSURIA,
MA IL SANTO LO VINCE
116. Nell’eremo dei frati di Sarteano il maligno, che sempre invidia il progresso spirituale dei figli di Dio, ebbe addirittura questa presunzione.
Vedendo che il Santo attendeva continuamente alla sua santificazione, e non tralasciava il guadagno di oggi soddisfatto di quello del giorno precedente, una notte, mentre pregava nella sua celletta, lo chiamò per tre volte:
«Francesco, Francesco, Francesco».
«Cosa vuoi?».
E quello: «Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito. Ma chiunque causa la propria morte con una penitenza rigida non troverà misericordia in eterno».
Il Santo riconobbe subito, per rivelazione, l’astuzia del nemico, come cercava di indurlo alla tiepidezza. Ma, cosa crederesti? Il nemico non tralasciò di rinnovargli un altro assalto. Vedendo che in tale modo non era riuscito a nascondere il laccio, ne prepara un altro, cioè uno stimolo carnale. Ma inutilmente, perché non poteva essere ingannato dalla carne, chi aveva scoperto l’inganno dello spirito. Gli manda dunque il diavolo, una violentissima tentazione di lussuria.
Appena il Padre la nota, si spoglia della veste e si flagella con estrema durezza con un pezzo di corda. «Orsù, frate asino, – esclama – così tu devi sottostare, così subire il flagello! La tonaca è dell’Ordine, non è lecito appropriarsene indebitamente. Se vuoi andare altrove, va’pure».
117. Ma poiché vedeva che con i colpi della disciplina la tentazione non se ne andava, mentre tutte le membra erano arrossate di lividi, aprì la celletta e, uscito nell’orto, si immerse nudo nella neve alta. Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo:
«Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa’presto, occorre vestirli tutti, perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente al Signore».
All’istante il diavolo confuso si allontanò, ed il Santo ritornò nella sua cella, glorificando Dio.
Un frate di spirito, che allora attendeva alla preghiera, osservò tutto, perché splendeva la luna in cielo. Ma, quando più tardi il Santo si accorse che un frate l’aveva visto nella notte, molto spiaciuto, gli ordinò di non svelare l’accaduto a nessuno, fino a che fosse in vita.
CAPITOLO LXXXIII
LIBERA UN FRATE TENTATO.
VANTAGGI DELLA TENTAZIONE
118. Una volta un frate, che era tentato, sedeva tutto solo vicino al Santo e gli disse: «Prega per me, Padre buono: sono convinto che sarò subito liberato dalle mie tentazioni, se ti degnerai di pregare per me. Sono proprio afflitto oltre le mie forze, e so che anche tu lo hai capito».
«Credimi figlio – gli rispose Francesco –: proprio per questo ti ritengo ancor più servo di Dio, e sappi che più sei tentato e più mi sei caro». E soggiunse: «Ti dico in verità che nessuno deve ritenersi servo di Dio, sino a quando non sia passato attraverso prove e tribolazioni. La tentazione superata è, in un certo senso, l’anello, col quale il Signore sposa l’anima del suo servo.
«Molti si lusingano per meriti accumulati in lunghi anni, e godono di non avere mai sostenuto prove. Ma sappiamo che il Signore ha tenuto in considerazione la loro debolezza di spirito, perché ancor prima dello scontro, il solo terrore li avrebbe schiacciati. Infatti i combattimenti difficili vengono riservati solo a chi ha un coraggio esemplare».
LOTTA COI DEMONI
CAPITOLO LXXXIV
I DEMONI LO PERCUOTONO. BISOGNA EVITARE LE CORTI
119. Questo uomo non soltanto veniva attaccato da Satana con tentazioni, ma anche si azzuffava con lui corpo a corpo.
Una volta il signor Leone, cardinale di Santa Croce, lo pregò di rimanere un po’di tempo con lui a Roma. Francesco scelse una torre solitaria, che essendo all’interno fatta a volta, presentava nove vani simili alle stanzette di un eremo.
La prima notte, dopo aver pregato Dio, si accingeva a riposare, quando fattisi vivi i demoni gli mossero una lotta spietata. Lo fustigarono per lunghissimo tempo e tanto duramente da lasciarlo alla fine quasi mezzomorto.
Quando se ne andarono, ripreso finalmente il respiro il Santo chiama il compagno, che dormiva sotto un’altra volta: «Fratello, – gli dice appena arrivato – voglio che tu rimanga vicino a me, perché ho paura ad essere solo. Poco fa i demoni mi hanno percosso». Il Santo era preso da tremore e da agitazione in tutto il corpo, come uno in preda ad una violentissima febbre.
120. Passarono così tutta la notte svegli, e Francesco disse al compagno: «I demoni sono i castaldi di nostro Signore, ed egli stesso li incarica di punire le nostre mancanze. È segno di grazia particolare, se non lascia nulla di impunito nel suo servo, finché è vivo in questo mondo.
«Io, a dir vero, non mi ricordo di una colpa, che per misericordia di Dio non abbia espiata col pentimento, perché, nella sua paterna bontà, si è sempre degnato mostrarmi, mentre meditavo e pregavo, cosa gli piacesse e cosa l’offendesse. Ma forse ha permesso che mi assalissero i suoi castaldi, perché non do buon esempio agli altri col fermarmi nel palazzo dei nobili.
«I miei frati, che dimorano in luoghi miseri, vedendo che me ne sto con i cardinali penseranno che io abbondi di delizie. Perciò, fratello, ritengo più giusto che rifugga dai palazzi chi è posto ad esempio degli altri, e renda forti quelli che soffrono ristrettezza, condividendo gli stessi disagi».
Giunti così al mattino raccontarono tutto al cardinale e lo salutarono.
Lo ricordino bene i frati che vivono a palazzo, e sappiano che sono figli abortivi, sottratti al seno della loro madre. Non condanno l’obbedienza, ma biasimo l’ambizione, l’ozio, le delizie. Infine, anche a tutte le obbedienze possibili metto innanzi nel modo più assoluto Francesco.
Almeno si tolga ciò che, essendo gradito agli uomini, dispiace a Dio.
CAPITOLO LXXXV
UN ESEMPIO RIGUARDO ALLO STESSO ARGOMENTO
121. Mi viene a mente un episodio, che, a mio parere, non si può tralasciare.
Un frate, vedendo che alcuni religiosi si intrattenevano in una corte, sedotto da non so quale vanagloria, volle anche lui farsi «palatino» come loro. E mentre bruciava dal desiderio di quella vita principesca, una notte vide in sogno i predetti confratelli, fuori della abitazione dei frati e separati dalla loro comunità. Inoltre, chini su un truogolo da maiali, lurido e ripugnante, stavano mangiando dei ceci, mescolati a sterco umano.
A tale vista, il frate stupì altamente e, alzatosi alla prima luce dell’alba, non si curò più della corte.
CAPITOLO LXXXVI
TENTAZIONI CHE IL SANTO SUBÌ IN UN LUOGO SOLITARIO.
VISIONE DI UN FRATE
122. Il Santo giunse una volta con il compagno ad una chiesa, lontano dall’abitato. Desiderando pregare tutto solo, avvisò il compagno: «Fratello, vorrei rimanere qui da solo questa notte. Tu va all’ospedale e torna da me per tempo domattina».
Rimasto dunque solo, rivolse a Dio lunghe e devotissime preghiere, e alla fine guardò attorno, dove potesse reclinare il capo per dormire. Ma subito turbato nello spirito cominciò a sentirsi oppresso dallo spavento e dal tedio e a tremare in tutto il corpo. Sentiva chiaramente che il diavolo dirigeva contro di lui i suoi assalti, e udiva folle di demoni che scorazzavano con strepito sul tetto dell’edificio.
Immediatamente si alzò e, uscito fuori, si fece il segno della croce, esclamando: «Da parte di Dio Onnipotente vi comando, demoni, che riversiate sul mio corpo tutto ciò che è in vostro potere. Lo sopporto volentieri, perché non ho un nemico peggiore del mio corpo: mi farete così giustizia del mio avversario e gli infliggerete la punizione in vece mia».
Quelli, che si erano riuniti per atterrire il suo animo, incontrando uno spirito più pronto anche se in una carne debole, subito si dileguarono confusi dalla vergogna.
123. Fattosi giorno, ritorna il compagno, e trovando il Santo prostrato davanti all’altare, aspetta fuori del coro e anche lui nel frattempo si mette a pregare fervorosamente, davanti ad una croce. Rapito in estasi, vede fra tanti seggi in cielo uno più bello degli altri, ornato di pietre preziose e tutto raggiante di gloria. Ammira dentro di sé quel nobile trono, e va ripensando tacitamente a chi possa appartenere. Ma nel frattempo sente una voce che gli dice: «Questo trono appartenne ad un angelo che è precipitato, ed ora è riservato all’umile Francesco».
Rientrato in se stesso, il frate vede Francesco che ritorna dalla preghiera. Gli si prostra subito dinnanzi, con le braccia in forma di croce, e si rivolge a lui non come ad uno che viva sulla terra, ma quasi ad un essere che regni già in cielo: «Prega per me il Figlio di Dio, Padre, che non tenga conto dei miei peccati».
L’uomo di Dio gli tende la mano e lo rialza, sicuro che nella preghiera ha ricevuto una visione.
Alla fine, mentre si allontanano dal luogo, il frate chiede a Francesco: «Padre, cosa ne pensi di te stesso?». Ed egli rispose: «Mi sembra di essere il più grande peccatore, perché se Dio avesse usata tanta misericordia con qualche scellerato, sarebbe dieci volte migliore di me».
A queste parole, subito lo Spirito disse interiormente al frate: «Conosci che è stata vera la tua visione da questo: perché questo uomo umilissimo sarà innalzato per la sua umiltà a quel trono che è stato perduto per la superbia».
CAPITOLO LXXXVII
UN FRATE LIBERATO DALLA TENTAZIONE
124. Un frate di spirito e che viveva da molti anni nell’Ordine, era afflitto da una forte tentazione della carne e sembrava quasi inghiottito nel vortice della disperazione. Ogni giorno gli si raddoppiava la pena, mentre la coscienza, più scrupolosa che delicata, lo spingeva a confessarsi di un nonnulla. Perché, a dir vero, non ci si dovrebbe confessare con tanta premura di avere una tentazione, ma se mai di aver ceduto, anche poco, alla tentazione. Egli poi provava tanta vergogna, che per timore di rivelare tutto ad un solo sacerdote – tanto più che erano solo ombre – divideva in più parti le sue ansie e ne confidava un po’agli uni e un po’agli altri.
Ma mentre un giorno stava passeggiando con Francesco, gli dice il Santo: «Fratello, ti ordino di non confessare più a nessuno la tua tribolazione. E non aver paura, perché ciò che avviene attorno a te, senza il tuo consenso, ti sarà attribuito a merito, non a colpa. Ogni volta che sarai nell’angustia, dì con il mio permesso sette Pater Noster».
Meravigliato come il Santo avesse conosciuto tutto, fu ricolmo di gioia e poco dopo si trovò libero da ogni tormento.
LA VERA LETIZIA DELLO SPIRITO
CAPITOLO LXXXVIII
LA LETIZIA SPIRITUALE E SUA LODE.
IL MALE DELLA MALINCONIA
125. Questo Santo assicurava che la letizia spirituale è il rimedio più sicuro contro le mille insidie e astuzie del nemico. Diceva infatti: «Il diavolo esulta soprattutto, quando può rapire al servo di Dio il gaudio dello spirito. Egli porta della polvere, che cerca di gettare negli spiragli, per. quanto piccoli della coscienza e così insudiciare il candore della mente e la mondezza della vita. Ma – continuava – se la letizia di spirito riempie il cuore, inutilmente il serpente tenta di iniettare il suo veleno mortale. I demoni non possono recare danno al servo di Cristo, quando lo vedono santamente giocondo. Se invece l’animo è malinconico, desolato e piangente, con tutta facilità o viene sopraffatto dalla tristezza o è trasportato alle gioie frivole».
Per questo il Santo cercava di rimanere sempre nel giubilo del cuore, di conservare l’unzione dello spirito e l’olio della letizia. Evitava con la massima cura la malinconia, il peggiore di tutti i mali, tanto che correva il più presto possibile all’orazione, appena ne sentiva qualche cenno nel cuore.
«Il servo di Dio – spiegava – quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché, se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime.
CAPITOLO LXXXIX
ASCOLTA UN ANGELO SUONARE LA CETRA
126. Al tempo in cui soggiornava a Rieti per la cura degli occhi, chiamò un compagno che, prima d’essere religioso, era stato suonatore di cetra, e gli disse: «Fratello, i figli di questo mondo non comprendono i piani di Dio. Perché anche gli strumenti musicali, che un tempo erano riservati alle lodi di Dio, sono stati usati dalla sensualità umana per soddisfare gli orecchi. Io vorrei, fratello, che tu in segreto prendessi a prestito una cetra, e la portassi qui per dare a frate corpo, che è pieno di dolori, un po’di conforto con qualche bel verso». Gli rispose il frate: «Mi vergogno non poco, padre, per timore che pensino che io sono stato tentato da questa leggerezza».
Il Santo allora tagliò corto: «Lasciamo andare allora, fratello. È bene tralasciare molte cose perché sia salvo il buon nome».
La notte seguente, mentre il Santo era sveglio e meditava su Dio, all’improvviso risuona una cetra con meravigliosa e soavissima melodia. Non si vedeva persona, ma proprio dal continuo variare del suono, vicino o lontano si capiva che il citaredo andava e ritornava. Con lo spirito rivolto a Dio, il Padre provò tanta soavità in quella melodia dolcissima, da credere di essere passato in un altro mondo.
Al mattino alzatosi, il Santo chiamò il frate e dopo avergli raccontato tutto per ordine, aggiunse: «Il Signore che consola gli afflitti, non mi ha lasciato senza consolazione. Ed ecco che mentre non mi è stato possibile udire le cetre degli uomini, ne ho sentita una più soave».
CAPITOLO XC
QUANDO IL SANTO ERA LIETO DI SPIRITO,
CANTAVA IN FRANCESE
127. A volte si comportava così. Quando la dolcissima melodia dello spirito gli ferveva nel petto, si manifestava all’esterno con parole francesi, e la vena dell’ispirazione divina, che il suo orecchio percepiva furtivamente traboccava in giubilo alla maniera giullaresca.
Talora – come ho visto con i miei occhi – raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti come fosse una viella, e cantava in francese le lodi del Signore.
Bene spesso tutta questa esultanza terminava in lacrime ed il giubilo si stemperava in compianto della passione del Signore. Poi il Santo, in preda a continui e prolungati sospiri ed a rinnovati gemiti, dimentico di ciò che aveva in mano, rimaneva proteso verso il cielo.
CAPITOLO XCI
RIPRENDE UN FRATE TRISTE E
GLI INSEGNA COME DEBBA COMPORTARSI
128. Un giorno vide un suo compagno con una faccia triste e melanconica. Sopportando la cosa a malincuore, gli disse: «Il servo di Dio non deve mostrarsi agli altri triste e rabbuiato, ma sempre sereno. Ai tuoi peccati, riflettici nella tua stanza e alla presenza di Dio piangi e gemi. Ma quando ritorni tra i frati, lascia la tristezza e conformati agli altri». E poco dopo: «Gli avversari della salvezza umana hanno molta invidia di me e siccome non riescono a turbarmi direttamente, tentano sempre di farlo attraverso i miei compagni».
Amava poi tanto l’uomo pieno di letizia spirituale, che per ammonimento generale fece scrivere in un capitolo queste parole: «Si guardino i frati di non mostrarsi tristi di fuori e rannuvolati come degli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e convenientemente graziosi».
CAPITOLO XCII
COME SI DEVE TRATTARE IL CORPO
PERCHÉ NON MORMORI
129. Il Santo disse pure una volta: «si deve provvedere a frate corpo con discrezione, perché non susciti una tempesta di malinconia. E affinché non gli sia di peso vegliare e perseverare devotamente nella preghiera, gli si tolga l’occasione di mormorare. Potrebbe infatti dire: – Vengo meno dalla fame, non posso portare il peso del tuo esercizio –. Se poi, dopo aver consumato vitto sufficiente borbottasse, sappi che il giumento pigro ha bisogno degli sproni e l’asinello svogliato attende il pungolo».
Fu questo l’unico insegnamento, nel quale la condotta del Padre non corrispose alle parole. Perché soggiogava il suo corpo, assolutamente innocente, con flagelli e privazioni e gli moltiplicava le percosse senza motivo. Infatti il calore dello spirito aveva talmente affinato il corpo, che come l’anima aveva sete di Dio, così ne era sitibonda in molteplici modi anche la sua carne santissima.