Capitolo Ventiseiesimo.
Come santo Francesco convertì tre ladroni micidiali e fecionsi frati;
e della nobilissima visione che vide l’uno di loro, il quale fu santissimo frate.
Santo Francesco andò una volta per lo diserto del Borgo a Santo Sipolcro e passando per uno castello che si chiama Monte Casale, venne a lui un giovane nobile e delicato e dissegli: “Padre, io vorrei molto volentieri essere de’ vostri frati”. Risponde santo Francesco: “Figliuolo tu se’ giovane e delicato e nobile; forse tu non potresti sostenere la povertà e l’asprezza nostra”. Ed egli disse: “Padre, non siete voi uomini com’io? Dunque come la sostenete voi, così potrò io con la grazia di Cristo”. Piacque molto a santo Francesco quella risposta; di che benedicendolo, immantanente lo ricevette all’Ordine e puosegli nome frate Agnolo. E portossi questo giovane così graziosamente, che ivi a poco tempo santo Francesco il fece guardiano nel luogo detto di Monte Casale.
In quello tempo usavano nella contrada tre nominati ladroni, li quali faceano molti mali nella contrada, li quali vennono un dì al detto luogo de’ frati e pregavano il detto frate Agnolo guardiano che desse loro da mangiare. E ’l guardiano rispuose loro in questo modo, riprendendoli aspramente: “Voi, ladroni e crudeli e omicidi, non vi vergognate di rubare le fatiche altrui; ma eziandio, come presuntuosi e isfacciati, volete divorare le limosine che sono mandate alli servi di Dio, che non siete pure degni che la terra vi sostenga, però che voi non avete nessuna reverenza né a uomini né a Dio che vi creò: andate adunque per li fatti vostri, e qui non apparite più”. Di che coloro turbati, partirono con grande sdegno.
Ed ecco santo Francesco tornare di fuori con la tasca del pane e con un vaselletto di vino ch’egli e ’l compagno aveano accattato, e recitandogli il guardiano com’egli avea cacciato coloro, santo Francesco fortemente lo riprese, dicendo che s’era portato crudelmente, “impero ch’elli meglio si riducono a Dio con dolcezza che con crudeli riprensioni; onde il nostro maestro Gesù Cristo, il cui evangelo noi abbiamo promesso d’osservare, dice che non è bisogno a’ sani il medico ma agli infermi, e che non era venuto a chiamare li giusti ma li peccatori a penitenze, e però ispesse volte egli mangiava con loro. Conciò sia cosa adunque che tu abbi fatto contra alla carità e contro al santo evangelo di Cristo, io ti comando per santa obbedienza, che immantanente tu sì prenda questa tasca del pane ch’io ho accattato e questo vasello del vino, e va’ loro dietro sollecitamente per monti e per valli tanto che tu li truovi, e presenta loro tutto questo pane e questo vino per mia parte; e poi t’inginocchia loro dinanzi e di’ loro umilmente tua colpa della crudeltà tua, e poi li priega da mia parte che non facciano più male, ma temano Iddio e non offendano il prossimo; e s’egli faranno questo, io prometto di provvederli nelli loro bisogni e di dare loro continuamente e da mangiare e da bere. E quando tu arai detto loro questo, ritornati in qua umilmente.” Mentre che il detto guardiano andò a fare il comandamento di santo Francesco, ed egli si puose in orazione e pregava Iddio ch’ammorbidasse i cuori di quelli ladroni e convertisseli a penitenza. Giugne loro l’ubbidiente guardiano ed appresenta loro il pane e ’l vino, e fa e dice ciò che santo Francesco gli ha imposto. E, come piacque a Dio, mangiando que’ ladroni la limosina di santo Francesco, cominciarono a dire insieme: “Guai a noi miseri isventurati! E come dure pene dello inferno ci aspettiamo, i quali andiamo non solamente rubando li prossimi e battendo e ferendo, ma eziandio uccidendo; e nientedimeno di tanti mali e così scellerate cose, come noi facciamo, noi non abbiamo nessuno rimordimento di coscienza né timore di Dio. Ed ecco questo frate santo, ch’è venuto a noi per parecchie parole che ci disse giustamente per la nostra malizia, ci ha detto umilemente sua colpa e oltre a ciò ci ha recato il pane e lo vino e così liberale promessa del santo padre. Veramente questi si sono frati santi di Dio li quali meritano paradiso di Dio, e noi siamo figliuoli della eternale perdizione, li quali meritiamo le pene dello inferno, e ogni indì accresciamo alla nostra perdizione, e non sappiamo se de’ peccati che abbiamo fatti insino qui noi potremo tornare alla misericordia di Dio”. Queste e somiglianti parole dicendo l’uno di loro, dissono gli altri due: “Per certo tu di’ il vero; ma ecco che dobbiamo noi fare?”. “Andiamo, disse costui, a santo Francesco, e s’egli ci dà speranza che noi possiamo tornare a misericordia di Dio de’ nostri peccati, facciamo ciò ch’e’ ci comanda, e possiamo liberare le nostre anime dalle pene dello inferno.” Piacque questo consiglio agli altri; e così tutti e tre accordati se ne vengono in fretta a santo Francesco e dicongli: “Padre, noi per molti iscellerati peccati che noi abbiamo fatti, noi non crediamo potere tornare alla misericordia di Dio; ma se tu hai nessuna isperanza che Iddio ci riceva a misericordia, ecco che noi siamo apparecchiati a fare ciò che tu ci dirai e di fare penitenza teco”. Allora santo Francesco ricevendoli caritativamente e con benignità, sì li confortò con molti esempi e, rendendoli certi della misericordia di Dio, promise loro di certo d’accattarla loro da Dio e mostrando loro la misericordia di Dio essere infinita: “e se noi avessimo infiniti peccati, ancora la misericordia divina è maggiore ch’e’ nostri peccati, secondo il Vangelo, e lo apostolo santo Paulo disse: Cristo benedetto venne in questo mondo per ricomperare li peccatori. Per quali parole e simiglianti ammaestramenti, li detti tre ladroni renunziarono al dimonio e alle sue opere, e santo Francesco li ricevette all’Ordine, e cominciarono a fare grande penitenza; e due di loro poco vissono dopo la loro conversione e andaronsi a Paradiso. Ma il terzo sopravvivendo e ripensando alli suoi peccati, si diede a fare tale penitenza, che per quindici anni continovi, eccetto le quaresime comuni, le quali egli facea con gli altri frati, d’altro tempo sempre tre dì la settimana digiunava in pane e in acqua, e andando sempre scalzo e con una sola tonica indosso, e mai non dormia dopo Mattutino.
Fra questo tempo santo Francesco passò di questa misera vita. E avendo dunque costui per molti anni continovato cotale penitenza, ecco ch’una notte dopo ’l Mattutino, gli venne tanta tentazione di sonno, che per nessuno modo egli potea resistere al sonno e vegghiare come soleva. Finalmente, non potendo egli resistere al sonno né orare, andossene in sul letto per dormire; e subito com’egli ebbe posto giù il capo, fu ratto e menato in ispirito in su uno monte altissimo, al quale era una ripa profondissima, e di qua e di là sassi ispezzati e ischeggiosi e iscogli disuguali ch’uscivano fuori de’ sassi; di che infra questa ripa era pauroso aspetto a riguardare. E l’Agnolo che menava questo frate sì lo sospinse e gittollo giù per quella ripa; il quale trabalzando e percotendo di scoglio in iscoglio e di sasso in sasso, alla perfine giunse al fondo di questa ripa, tutto smembrato e minuzzato, secondo che a lui parea. E giacendosi così male acconcio in terra, dicea colui che ’l menava: “Lieva su, che ti conviene fare ancora grande viaggio”. Rispuose il frate: “Tu mi pari molto indiscreto e crudele uomo, che mi vedi per morire della caduta, che m’ha così ispezzato, e dimmi; lieva su!”. E l’Agnolo s’accosta a lui e toccandolo gli salda perfettamente tutti li membri e sanalo. E poi gli mostra una grande pianura di pietre aguzzate e taglienti, e di spine e di triboli, e dicegli che per tutto questo piano gli conviene correre e passare a piedi ignudi infino che giunga al fine, nel quale e’ vedea una fornace ardente nella quale gli convenia entrare.
E avendo il frate passato tutta la pianura con grande angoscia e pena, e l’Agnolo gli dice: “Entra in questa fornace, però che così ti conviene fare”. Risponde costui: “Oime, quanto sei crudele guidatore, che mi vedi esser presso che morto per questa angosciosa pianura, e ora per riposo mi di’ che io entri in questa fornace ardente”. E ragguardando costui, vide intorno alla fornace molti demoni con le forche di ferro in mano, con le quali costui, perché indugiava d’entrare, sospinsono dentro subitamente. Entrato che fu nella fornace, ragguarda e vide uno ch’era stato suo compare, il quale ardeva tutto quanto. E costui il domanda: “O compare sventurato, e come venisti tu qua?”. Ed egli risponde: “Va’ un poco più innanzi e troverai la moglie mia, tua comare, la quale ti dirà la cagione della nostra dannazione”. Andando il frate più oltre, eccoti apparire la detta comare tutta affocata, rinchiusa in una misura di grano tutta di fuoco; ed egli la domanda: “O comare isventurata e misera, perché venisti tu in così crudele tormento”. Ed ella rispuose: “Imperò che al tempo della grande fame, la quale santo Francesco predisse dinanzi, il marito mio e io falsavamo il grano e la biada che noi vendevamo nella misura, e però io ardo stretta in questa misura”.
E dette queste parole, l’Agnolo che menava il frate sì lo sospinse fuore della fornace, e poi gli disse: “Apparecchiati a fare uno orribile viaggio, il quale tu hai a passare”. E costui rammaricandosi dicea: “O durissimo conduttore, il quale non m’hai nessuna compassione, tu vedi ch’io sono quasi tutto arso in questa fornace, e anche mi vuoi menare in viaggio pericoloso e orribile?”. E allora l’Agnolo il toccò, e fecelo sano e forte; poi il menò ad uno ponte, il quale non si potea passare sanza grande pericolo, imperò ch’egli era molto sottile e stretto e molto isdrucciolente e sanza sponde d’allato, e di sotto passava un fiume terribile, pieno di serpenti e di dragoni e di scarpioni, e gittava uno grandissimo puzzo. E dissegli l’Agnolo: “Passa questo ponte, e al tutto te lo conviene passare” Risponde costui: “E come lo potrò io passare, ch’io non caggia in quello pericoloso fiume?”. Dice l’Agnolo: “Vieni dopo me e poni il tuo piè dove tu vedrai ch’io porrò il mio, e così passerai bene” Passa questo frate dietro all’Agnolo, come gli avea insegnato, tanto che giunge a mezzo il ponte; ed essendo così in sul mezzo l’Agnolo si volò via e, partendosi da lui, se ne andò in su uno monte altissimo di là assai dal ponte. E costui considera bene il luogo dov’era volato l’Agnolo, ma rimanendo egli sanza guidatore e riguardando in giù vedea quegli animali tanto terribili istare con li capi fuori dell’acqua e con le bocche aperte, apparecchiati a divorarlo s’e’ eadesse; ed era in tanto tremore, che per nessuno modo non sapea che si fare né che si dire, però che non potea tornare addietro né andare innanzi.
Onde veggendosi in tanta tribolazione e che non avea altro refugio che solo in Dio, sì si inchinò e abbracciò il ponte e con tutto il cuore e con lagrime si raccomanda a Dio, che per la sua santissima misericordia il dovesse soccorrere. E fatta l’orazione, gli parve cominciare a mettere ale; di che egli con grande allegrezza aspettava ch’elle crescessono per potere volare di là dal ponte dov’era volato l’Agnolo. Ma dopo alcuno tempo, per la grande voglia ch’egli avea di passare questo ponte, si mise a volare; e perché l’alie non gli erano tanto cresciute, egli cadde in sul ponte e le penne gli caddono: di che costui da capo abbraccia il ponte e come prima raccomandasi a Dio. E fatta l’orazione, e anche gli parve di mettere ale; ma come in prima non aspettò ch’elle crescessono perfettamente, onde mettendosi a volare innanzi tempo, ricadde dal capo in sul ponte, e le penne gli caddono. Per la qual cosa, veggendo che per la fretta ch’egli avea di volare innanzi al tempo cadeva, così incominciò a dire fra se medesimo: “Per certo che se io metto alie la terza volta, ch’io aspetterò tanto ch’elle saranno sì grandi ch’io potrò volare senza ricadere”. E stando in questi pensieri, ed egli Si vide la terza volta mettere ali; e aspetta grande tempo, tanto ch’ell’erano bene grandi; e pareali, per lo primo e secondo e terzo mettere ali, avere aspettato bene cento cinquanta anni o più. Alla perfine si lieva questa terza volta, con tutto il suo isforzo a volito, e volò insino al luogo dov’era volato l’Agnolo.
E bussando alla porta del palagio nel quale egli era, il portinaio il domanda: “Chi se’ tu che se’ venuto qua?”. Rispuose: “Io son frate Minore”. Dice il portinaio: “Aspettami ch’io sì ci voglio menare santo Francesco a vedere se ti conosce. Andando colui per santo Francesco, e questi comincia a sguardare le mura maravigliose di questo palagio; ed eccoti queste mura pareano tanto lucenti e di tanta chiarità, che vedea chiaramente li cori de’ santi e ciò che dentro si faceva. E istando costui istupefatto in questo ragguardare, ecco venire santo Francesco e frate Bernardo e frate Egidio, e dopo santo Francesco tanta moltitudine di santi e di sante ch’aveano seguitato la via sua, che quasi pareano innumerabili. E giugnendo santo Francesco, disse al portinaio: “Lascialo entrare, imperò ch’egli è de’ miei frati”.
E sì tosto come e’ vi fu entrato, e’ sentì tanta consolazione e tanta dolcezza, che egli dimenticò tutte le tribulazioni ch’avea avute, come mai non fussino state. E allora santo Francesco menandolo per dentro sì gli mostrò molte cose maravigliose, e poi sì gli disse: “Figliuolo, e’ ti conviene ritornare al mondo e starai sette dì, ne’ quali tu sì ti apparecchi diligentemente con grande divozione, imperò che dopo li sette dì, io verrò per te, e allora tu ne verrai meco a questo luogo di beati”. Ed era santo Francesco ammantato d’uno mantello maraviglioso, adornato di stelle bellissime, e le sue cinque stimate erano siccome cinque stelle bellissime e di tanto splendore, che tutto il palagio alluminavano con li loro raggi. E frate Bernardo avea in capo una corona di stelle bellissime, e frate Egidio era adornato di maraviglioso lume; e molti altri santi fra’ tra loro conobbe, li quali al mondo non avea mai veduti Licenziato dunque da santo Francesco, sì si ritornò, benché mal volentieri, a mondo.
Destandosi e ritornando in sé e risentendosi, li frati suonavano a Prima, sicché non era stato in quella se non da Mattutino a Prima benché a lui fusse paruto istare molti anni. E recitando al guardiano suo questa visione per ordine, infra li sette dì si incominciò a febbricitare, e l’ottavo di venne per lui santo Francesco, secondo la promessa, con grandissima moltitudine di gloriosi santi, e menonne l’anima sua al regno de’ beati, a vita eterna.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Ventisettesimo.
Come santo Francesco convertì a Bologna due scolari, e fecionsi frati;
e poi all’uno di loro levò una grande tentazione da dosso.
Giugnendo una volta santo Francesco alla città di Bologna, tutto il popolo della città correa per vederlo; ed era sì grande la calca della gente, che a grande pena potea giugnere alla piazza. Ed essendo tutta la piazza piena d’uomini e di donne e di scolari, e santo Francesco si leva suso nel mezzo del luogo, alto, e comincia a predicare quello che lo Spirito Santo gli toccava. E predicava sì maravigliosamente, che parea piuttosto che predicasse Agnolo che uomo, e pareano le sue parole celestiali a modo che saette acute, le quali trapassavano sì il cuore di coloro che lo udivano, che in quella predica grande moltitudine di uomini e di donne si convertirono a penitenza.
Fra li quali si furono due nobili studianti della Marca d’Ancona; e l’uno avea nome Pellegrino e l’altro Rinieri; i quali due per la detta predica toccati nel cuore dalla divina ispirazione, vennono a santo Francesco, dicendo ch’al tutto voleano abbandonare il mondo ed essere de’ suoi frati. Allora santo Francesco, conoscendo per nvelazione che costoro erano mandati da Dio e che nello Ordine doveano tenere santa vita e considerando il loro grande fervore, li ricevette allegramente, dicendo a loro: “Tu, Pellegrino, tieni nell’Ordine la via dell’umiltà; e tu, frate Rinieri, servi a’ frati”. E così fu: imperò che frate Pellegrino mai non volle andare come chierico, ma come laico, benché fosse molto litterato e grande decretalista; per la quale umiltà pervenne in grande perfezione di virtù, in tanto che frate Bernardo, primogenito di santo Francesco, disse di lui ch’egli era uno de’ più perfetti frati di questo mondo. E finalmente il detto frate Pellegrino, pieno di virtù passò di questa vita alla vita beata, con molti miracoli innanzi alla morte e dopo. E detto frate Rinieri divotamente e fedelmente serviva a’ frati, vivendo in grande santità e umiltà; e diventò molto famigliare di san Francesco, e molti secreti gli rivelava santo Francesco. Essendo fatto ministro della Marca d’Ancona, ressela grande tempo in grandissima pace e discrezione.
Dopo alcuno tempo, Iddio gli permise una grandissima tentazione nell’anima sua; di che egli tribolato e angosciato, fortemente s’affligea con digiuni, con discipline e con lagrime e orazioni il dì e la notte, e non potea però cacciare quella tentazione; ma ispesse volte era in grande disperazione, imperò che per essa si riputava abbandonato da Dio. Istando in questa disperazione, per ultimo rimedio si determinò d’andare a santo Francesco, pensando così: Se santo Francesco mi mostrerà buono viso, e mostrerammi famigliarità, sì come si suole, io credo che Iddio m’averà ancor pietà, ma se non, sarà segnale ch’io sarò abbandonato da Dio”. Muovesi adunque costui e va a santo Francesco.
Il quale in quel tempo era nel pelagio del vescovo d’Ascesi, gravemente infermo; e Iddio gli rivelò tutto il modo della tentazione e della disperazione del detto frate Rinieri e ’l suo proponimento e ’l suo venire. E immantanente santo Francesco chiama frate Lione e frate Masseo, e dice loro: “Andate tosto incontro al mio figliuolo carissimo frate Rinieri, e abbracciatelo da mia parte, e salutatelo e ditegli che tra tutti i frati che sono nel mondo io amo lui singolarmente”. Vanno costoro e trovano per la via frate Rinieri e abbraccianlo, dicendogli ciò che santo Francesco aveva loro imposto. Onde tanta consolazione e dolcezza gli fu nell’anima, che quasi egli usci di sé; e ringraziando Iddio con tutto il cuore, andò e giunse al luogo dove santo Francesco giaceva infermo. E benché santo Francesco fusse gravemente infermo, nientedimeno sentendo venire frate Rinieri si levò e feceglisi incontro e abbracciollo dolcissimamente e sì gli disse: “Figliuolo mio carissimo, frate Rinieri, tra tutti i frati che sono nel mondo io amo te singularmente”. E detto questo, gli fece il segno della santissima croce nella sua fronte e ivi il baciò e poi gli disse: “Figliuolo carissimo, questa tentazione t’ha permesso Iddio per tuo grande guadagno di merito; ma se tu non vuogli più questo guadagno, non l’abbi”. E maravigliosa cosa! sì tosto come santo Francesco ebbe dette queste parole, subitamente si partì da lui ogni tentazione, come se mai in vita sua non l’avesse sentita, e rimase tutto consolato.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
D’uno rapimento che venne a frate Bernardo, ond’egli stette dalla mattina
insino a nona ch’egli non si sentì.
Quanta grazia Iddio facea ispesse volte a’ poveri evangelici i quali abbandonavano il mondo per lo amore di Cristo, si dimostrò in frate Bernardo da Quintavalle, il quale, poi ch’ebbe preso l’abito di santo Francesco, sì era ratto ispessissime volte in Dio per contemplazione delle cose celestiali. Tra l’altre avvenne che una volta, essendo egli in chiesa ad udire la messa e stando con tutta la mente sospesa in Dio, diventò si assorto e ratto in contemplazione che, levandosi il Corpo di Cristo, non se ne avvide niente, né si inginocchiò, né si trasse il cappuccio, come facevano gli altri che v’erano, ma senza battere gli occhi, così fisso guatando, stette, dalla mattina insino a nona insensibile. E dopo nona ritornando in sé, sì andava per lo luogo gridando con voce ammirativa: “O frati! o frati! o frati! non è uomo in questa contrada sì grande né sì nobile, al quale si gli fosse promesso uno palagio bellissimo pieno d’oro, non gli fosse agevole di portare un sacco pieno di letame per guadagnare quello tesoro così nobile”.
A questo tesoro celestiale, promesso agli amadori di Dio, fu frate Bernardo predetto sì elevato con la mente, che per quindici anni continovi sempre andò con la mente e con la faccia levata in cielo. E in quel tempo mai non si tolse fame alla mensa, benché mangiasse, di ciò che gli era posto innanzi, un poco; imperò ch’e’ dicea che di quello che l’uomo non gusta, non fa perfetta astinenza ma la vera astinenza è temperarsi dalle cose che sanno buone alla bocca. E con questo venne ancora a tanta chiarità e lume d’intelligenza, che eziandio li grandi chierici ricorreano a lui per soluzioni di fortissime quistioni e di malagevoli passi della Scrittura; ed egli d’ogni difficoltà li dichiarava. E imperò che la mente sua sì era al tutto sciolta e astratta delle cose terrene, egli a modo di rondine volava molto in alto per contemplazlone; onde alcuna volta venti dì, e alcuna volta trenta dì si stava solo in sulle cime de’ monti altissimi contemplando le cose celestiali. Per la qual cosa diceva di lui frate Egidio che non era dato agli altri uomini questo dono ch’era dato a frate Bernardo di Quintavalle, cioè che volando si pascesse come la rondine. E per questa eccellente grazia ch’egli avea da Dio, santo Francesco volentieri e spesse volte sì parlava con lui di dì e di notte; onde alcuna volta furono trovati insieme, per tutta la notte, ratti in Dio nella selva, ove s’erano amendue raccolti a parlare con Dio.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come il demonio in forma di Crocifisso apparve più volte a frate Ruffino, dicendogli che perdea il bene che facea, però ch’egli non era degli eletti di vita eterna. Di che santo Francesco per rivelazione di Dio il seppe, e fece riconoscere a frate Ruffino il suo errore e ch’egli avea creduto.
Frate Ruffino, uno de’ più nobili uomini d’Ascesi, compagno di santo Francesco, uomo di grande santità, fu uno tempo fortissimamente combattuto e tentato nell’anima dallo demonio della predestinazione, di che egli stava tutto malinconioso e tristo; imperò che l’demonio gli metteva pure in cuore ch’egli era dannato, e non era delli predestinati a vita eterna, e che sì perdeva ciò ch’egli faceva nell’Ordine. E durando questa tentazione più e più dì ed egli per vergogna non rivelandolo a santo Francesco, nientedimeno egli non lasciava l’orazioni e le astinenze usate; di che il nimico gli cominciò aggiugnere tristizia sopra tristizia; oltra alla battaglia dentro, di fuori combattendolo anche con false apparizioni.
Onde una volta gli apparve in forma di Crocifisso e dissegli: “O frate Ruffino, perché t’affliggi in penitenza e in orazione, con ciò sia cosa che tu non sia delli predestinati a vita eterna? E credimi, che io so ciò io ho eletto e predestinato, e non credere al figliuolo di Pietro Bernardoni, s’egli ti dicesse il contrario, e anche non lo domandare di cotesta materia, però che né egli né altri il sa, se non io che sono figliuolo di Dio; e però credimi per certo che tu se’ del numero delli dannati; e ’l figliuolo di Pietro Bernardoni, tuo padre, e anche il padre suo sono dannati, e chiunque il seguita è ingannato”. E dette queste parole, frate Ruffino comincia a essere sì ottenebrato dal principe delle tenebre, che già perdeva ogni fede e amore ch’egli avea avuto a santo Francesco, e non si curava di dirgliene nulla.
Ma quello ch’al padre santo non disse frate Ruffino, rivelò lo Spirito Santo. Onde veggendo in ispirito santo Francesco tanto pericolo del detto frate, mandò frate Masseo per lui, al quale frate Ruffino rispuose rimbrottando: “Che ho io a fare con frate Francesco?”. E allora frate Masseo tutto ripieno di sapienza divina, conoscendo la fallanza del dimonio, disse: “O frate Ruffino, non sai tu che frate Francesco è come uno agnolo di Dio, il quale ha illuminate tante anime nel mondo e dal quale noi abbiamo avuto la grazia di Dio? Ond’io voglio ch’a ogni partito tu venga con meco a lui, imperò ch’io ti veggio chiaramente esser ingannato dal dimonio”. E detto questo, frate Ruffino si mosse e andò a santo Francesco.
E veggendolo dalla lunga santo Francesco venire, cominciò a gridare: “O frate Ruffino cattivello, a cui hai tu creduto?”. E giugnendo a lui frate Ruffino, egli sì gli disse per ordine tutta la tentazione ch’egli avea avuta dal demonio dentro e di fuori, e mostrandogli chiaramente che colui che gli era apparito era il demonio e non Cristo, e che per nessuno modo ei dovea acconsentire alle suggestioni: “ma quando il demonio ti dicesse più: Tu se’ dannato, si gli rispondi: Apri la bocca; mo’ vi ti caco. E questo ti sia segnale, ch’egli è il demonio e non Cristo, ché dato tu gli arai tale risposta, immantanente fuggirà. Anche a questo cotale dovevi tu ancora conoscere ch’egli era il demonio, imperò che t’indurò il cuore a ogni bene; la qual cosa è proprio suo ufficio: ma Cristo benedetto non indura mai il cuore dell’uomo fedele, anzi l’ammorbida secondo che dice per la bocca del profeta: lo vi torrò il cuore di pietra e darovvi il cuore di carne”. Allora frate Ruffino, veggendo che frate Francesco gli diceva per ordine tutt’l modo della sua tentazione, compunto per le sue parole, cominciò a lagrimare fortissimamente e adorare santo Francesco e umilemente riconoscere la colpa sua in avergli celato la sua tentazione. E così rimase tutto consolato e confortato per gli ammonimenti del padre santo e tutto mutato in meglio. Poi finalmente gli disse santo Francesco: “Va’ figliuolo, e confessati e non lasciare lo studio della orazione usata, e sappi per certo che questa tentazione ti sarà grande utilità e consolazione, e in breve il proverai”.
Tornasi frate Ruffino alla cella sua nella selva, e standosi con molte lagrime in orazione, eccoti venire il nemico in persona di Cristo, secondo l’apparenza di fuori, e dicegli: “O frate Ruffino, non t’ho io detto che tu non gli creda al figliuolo di Pietro Bernardoni, e che tu non ti affatichi in lagrime e in orazioni, però che tu se’ dannato? Che ti giova affligerti mentre tu se’ vivo, e poi quando tu morrai sarai dannato?”. E subitamente frate Ruffino risponde: “Apri la bocca; mo’ vi ti caco”. Di che il demonio isdegnato, immantanente si partì con tanta tempesta e commozione di pietre di monte Subasio ch’era in alto, che per grande spazio bastò il rovinio delle pietre che caddono giuso; ed era sì grande il percuotere che faceano insieme nel rotolare, che sfavillavano fuoco orribile per la valle; e al romore terribile ch’elle faceano, santo Francesco con li compagni con grande ammirazione uscirono fuori del luogo a vedere che novità fosse quella; e ancora vi si vede quella ruina grandissima di pietre. Allora frate Ruffino manifestamente s’avvide che colui era stato il demonio, il quale l’avea ingannato. E tornato a santo Francesco anche da capo, si gitta in terra e riconosce la colpa sua. Santo Francesco il riconforta con dolci parole e mandanelo tutto consolato alla cella Nella quale standos’egli in orazione divotissimamente, Cristo benedetto gli apparve, e tutta l’anima sua gli riscaldò del divino amore, e disse: “Bene facesti, figliuolo che credesti a frate Francesco, però che colui che ti aveva contristato era il demonio. ma io sono Cristo tuo maestro, e per rendertene ben certo io ti do questo segnale, che mentre che tu viverai, non sentirai mai tristizia veruna né malinconia”. E detto questo, si partì Cristo, lasciandolo con tanta allegrezza e dolcezza di spirito ed allevazione di mente, che ’l di e la notte era assorto e ratto in Dio E d’allora innanzi fu sì confermato in grazia e in sicurtà della sua salute, che tutto diventò mutato in altro uomo, e sarebbesi stato il dì e la notte in orazione a contemplare le cose divine s’altri l’avesse lasciato stare. Onde dicea santo Francesco di lui, che frate Ruffino era in questa vita canonizzato da Cristo, e che, fuori che dinanzi da lui, egli non dubiterebbe di dire santo Ruffino, benché fusse ancora vivo in terra.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Della bella predica che feceno in Ascesi santo Francesco e frate Ruffino,
quando eglino predicarono ignudi.
Era il detto frate Ruffino, per continova contemplazione, sì assorto in Dio, che quasi insensibile e mutolo diventò, radissime volte parlava, e appresso non aveva la grazia né lo ardire né la facundia del predicare. E nientedimeno santo Francesco gli comandò una volta che egli andasse a Sciesi, e predicasse al popolo ciò che Iddio gli spirasse. Di che Frate Ruffino rispuose: “Padre reverendo, io ti priego che tu mi perdoni e non mi mandi; imperò che, come tu sai lo non ho la grazia del predicare e sono semplice e idiota” E allora disse santo Francesco: “Però che tu non hai ubbidito prestamente ti comando per santa obbidienza che ignudo come nascesti, colle sole brache, tu vada a Sciesi, ed entri in una chiesa così ignudo e predichi al popolo”. A questo comandamento il detto frate Ruffino si spoglia, e vanne a Sciesi, ed entra in una chiesa, e fatta la riverenza allo altare, salette in sul pergamo e comincia a predicare. Della qual cosa li fanciulli e gli uomini cominciarono a ridere e diceano: “Or ecco che costoro fanno tanta penitenza, che diventano istolti e fuori di sé”.
In questo mezzo santo Francesco, ripensando della pronta obbedienza di frate Ruffino, il quale era dei più gentili uomini d’Ascesi, ed al comandamento duro che gli avea fatto, cominciò a riprendere se medesimo dicendo: “Onde a te tanta prosunzione, figliuolo di Pietro Bernardoni, vile omicciuolo, a comandare a frate Ruffino, il quale è de’ più gentili uomini d’Ascesi, che vada ignudo a predicare al popolo siccome pazzo? Per Dio, che tu proverai in te quello che tu comandi ad altri”. E di subito in fervore di spirito si spoglia egli ignudo simigliantemente e vassene ad Ascesi, e mena seco frate Leone, che recasse l’abito suo e quello di frate Ruffino. E veggendolo similemente gli Ascesani, sì lo ischernirono, riputando ch’egli e frate Ruffino fussono impazzati per la troppa penitenza. Entra santo Francesco nella chiesa dove frate Ruffino predicava queste parole: “Carissimi, fuggite il mondo e lasciate il peccato; rendete l’altrui, se voi volete schifare lo ’nferno; servate li comandamenti di Dio, amando Iddio e ’l prossimo, se voi volete andare al cielo; fate penitenza, se voi volete possedere il reame del cielo” E allora santo Francesco monta in sul pergamo, ignudo, e cominciò a predicare così maravigliosamente dello dispregio del mondo, della penitenza santa, della povertà volontaria, del desiderio del reame celestiale e della ignudità e obbrobrio della passione del nostro Signore Gesù Cristo, che tutti quelli ch’erano alla predica, maschi e femmine in grande moltitudine, cominciarono a piagnere fortissimamente con mirabile divozione e compunzione di cuore; e non solamente ivi, ma per tutto Ascesi fu in quel dì tanto pianto della passione di Cristo, che mai non v’era stato somigliante. E così edificato e consolato il popolo dello atto di santo Francesco e di frate Ruffino, santo Francesco rivestì frate Ruffino e sé, e così rivestiti si ritornarono al luogo della Porziuncola, lodando e glorificando Iddio ch’aveva loro data grazia di vincere se medesimi per dispregio di sé e edificare le pecorelle di Cristo con buono esempio, e dimostrare quanto è da dispregiare il mondo. E in quel dì crebbe tanto la divozione del popolo inverso di loro, che beato si reputava chi potea toccare loro l’orlo dell’abito.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come santo Francesco conosceva li segreti delle coscienze di tutti i suoi frati ordinatamente.
Siccome il nostro Signore Gesù Cristo dice nell’Evangelico: lo conosco le mie pecorelle ed elleno conoscono me ecc.; così il beato padre santo Francesco, come buono pastore, tutti li meriti e le virtù delli suoi compagni, per divina rivelazione sapea, e così conoscea i loro difetti; per la qual cosa egli sapea a tutti provvedere d’ottimo rimedio, cioè umiliando li superbi, esaltando gli umili, vituperando i vizi e laudando le virtù; siccome si legge nelle mirabili rivelazioni le quali egli avea di quella sua famiglia primitiva.
Fra le quali si truova ch’una volta, essendo santo Francesco con la detta famiglia in uno luogo in ragionamento di Dio, e frate Ruffino non essendo con loro in quello ragionamento ma era nella selva in contemplazione, procedendo in quello ragionare di Dio ecco frate Ruffino esce della selva e passò alquanto di lungi a costoro. Allora santo Francesco, veggendolo, si rivolse alli compagni e domandolli dicendo: “Ditemi, quale credete voi che sia la più santa anima, la quale Iddio abbia nel mondo?”. E rispondendogli costoro, dissono che credeano che fusse la sua. E santo Francesco disse loro: “Carissimi frati, i’ sono da me il più indegno e il più vile uomo che Iddio abbia in questo mondo ma vedete voi quel frate Ruffino il quale esce ora della selva? Iddio m’ha rivelato che l’anima sua è l’una delle tre più sante anime del mondo, e fermamente io vi dico che io non dubiterei di chiamarlo santo Ruffino in vita sua, con ciò sia cosa che l’anima sua sia confermata in grazia e santificata e canonizzata in cielo dal nostro Signore Gesù Cristo” E queste parole non diceva mai santo Francesco in presenza del detto frate Ruffino.
Similemente, come santo Francesco conoscesse li difetti de’ frati suoi, sì si comprendé chiaramente in frate Elia, il quale spesse volte riprendea della sua superbia; e in frate Giovanni della Cappella al quale egli predisse che si dovea impiccare per la gola se medesimo e in quello frate al quale il demonio tenea stretta la gola quando era corretto della sua disubbidienza; e in molti altri frati, i cui difetti segreti e le virtù chiaramente conosceva per rivelazione di Cristo.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come frate Masseo impetrò da Cristo la virtù della santa umiltà.
I primi compagni di santo Francesco con tutto isforzo s’ingegnavano d’essere poveri delle cose terrene e ricchi di virtù, per le quali si perviene alle vere ricchezze celestiali ed eterne Addivenne un dì che, essendo eglino raccolti insieme a parlare di Dio, l’uno di loro disse quest’esempio: “E’ fu uno il quale era grande amico di Dio, e avea grande grazia di vita attiva e di vita contemplativa, e con questo avea sì eccessiva umiltà ch’egli si riputava grandissimo peccatore: la quale umiltà il santificava e confermava in grazia e facevalo continuamente crescere in virtù e doni di Dio, e mai non lo lasciava cadere in peccato”. Udendo frate Masseo così maravigliose cose della umiltà e conoscendo ch’ella era un tesoro di vita eterna, cominciò ad essere sì infiammato d’amore e di desiderio di questa virtù della umiltà, che in grande fervore levando la faccia in cielo, fece voto e proponimento fermissimo di non si rallegrare mai in questo mondo, insino a tanto che la detta virtù sentisse perfettamente nell’anima sua. E d’allora innanzi si stava quasi di continuo rinchiuso in cella, macerandosi con digiuni, vigilie, orazioni, e pianti grandissimi dinanzi a Dio, per impetrare da lui questa virtù, sanza la quale egli si reputava degno dello inferno e della quale quello amico di Dio, ch’egli avea udito, era così dotato.
E standosi frate Masseo per molti dì in questo disiderio, addivenne ch’un dì egli entrò nella selva e in fervore di spirito andava per essa gittando lagrime, sospiri e voci, domandando con fervente desiderio a Dio questa virtù divina. E però che Iddio esaudisce volentieri le orazioni degli umili e contriti, istando così frate Masseo, venne una voce dal cielo la quale il chiamò due volte: “Frate Masseo, frate Masseo!”. Ed egli conoscendo per ispirito che quella era voce di Cristo, sì rispuose: “Signore mio!”. E Cristo a lui: “E che vuoi tu dare per avere questa grazia che tu domandi.”.
Risponde frate Masseo: “Signore, voglio dare gli occhi del capo mio”. E Cristo a lui: “E io voglio che tu abbi la grazia e anche gli occhi”. E detto questo, la voce disparve; e frate Masseo rimase pieno di tanta grazia della disiderata virtù della umiltà e del lume di Dio, che d’allora innanzi egli era sempre in giubilo; e spesse volte quand’egli orava, faceva sempre un giubilo informe e con suono a modo di colomba ottuso: U U U, e con faccia lieta e cuore giocondo istava così in contemplazione. E con questo, essendo divenuto umilissimo, si riputava minore di tutti gli uomini del mondo.
Domandato da frate Iacopo da Fallerone, perché nel suo giubilo egli non mutava verso, rispuose con grande letizia che, quando in una cosa si truova ogni bene, non bisogna mutare verso.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come santa Chiara, per comandamento del Papa, benedisse il pane il quale era in tavola; di che in ogni pane apparve il segno della santa croce.
Santa Chiara, divotissima discepola della croce di Cristo e nobile pianta di messer santo Francesco, era di tanta santità che non solamente i Vescovi e’ Cardinali, ma eziandio il Papa disiderava con grande affetto di vederla e di udirla e ispesse volte la visitava personalmente.
Infra l’altre volte andò il Padre santo una volta al munistero a lei per udirla parlare delle cose celestiali e divine; ed essendo così insieme in diversi ragionamenti, santa Chiara fece intanto apparecchiare le mense e porvi suso il pane, acciò che il Padre santo il benedicesse. Onde, compiuto il ragionamento ispirituale, santa Chiara inginocchiandosi con grande reverenza sì lo priega che gli piaccia benedire il pane posto a mensa. Risponde il santo Padre:
“Suora Chiara fedelissima, io voglio che tu benedica cotesto pane tu e faccia sopra ad essi il segno della santissima croce di Cristo, al quale tu ti se’ tutta data”. E santa Chiara dice: “Santissimo Padre, perdonatemi, ch’io sarei degna di troppo grande riprensione, se innanzi al Vicario di Cristo io, che sono una vile femminella, presumessi di fare cotale benedizione”. E ’l Papa rispuose: “Acciò che questo non sia imputato a presunzione, ma a merito d’ubbidienza, io ti comando per santa obbidienza che sopra questo pane tu faccia il segno della santissima croce e benedicalo nel nome di Dio”. Allora santa Chiara, siccome vera figliuola della obbidienza, que’ pani divotissimamente benedisse col segno della santissima croce di Cristo. Mirabile cosa! subitamente in tutti quelli pani apparve il segno della croce intagliato bellissimo. E allora di que’ pani parte ne fu mangiato e parte per lo miracolo riserbati. E il Padre santo veduto ch’ebbe il miracolo, prendendo del detto pane e ringraziando Iddio si partì, lasciando santa Chiara colla sua benedizione.
In quel tempo dimorava in quel monastero suora Ortulana madre di santa Chiara, e suora Agnese sua sirocchia, amendue insieme con santa Chiara piene di virtù e di Spirito Santo, e con molte altre sante monache. Alle quali santo Francesco mandava di molti infermi; ed elleno con le loro orazioni e col segno della santissima croce a tutti rendevano sanità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come santo Lodovico re di Francia personalmente, in forma di pellegrino,
andò a Perugia a visitare il santo frate Egidio.
Andò santo Lodovico re di Francia in peregrinaggio a visitare li Santuari per lo mondo, e udendo la fama grandissima della santità. di frate Egidio, il quale era stato de’ primi compagni di santo Francesco, si puose in cuore e diterminò al tutto di visitarlo personalmente. Per la qual cosa egli venne a Perugia, ove dimorava allora il detto frate Egidio.
E giugnendo alla porta del luogo de’ frati, come un povero pellegrino e sconosciuto, con pochi compagni, domanda con grande istanza frate Egidio, non dicendo niente al portinaio chi egli fussi che ’l domandava. Va adunque il portinaio a frate Egidio e dice che alla porta è uno pellegrino che n’addimanda, e da Dio gli fu ispirato e rivelato in ispirito ch’egli era il re di Francia; di che subitamente con grande fervore esce di cella e corre alla porta, e senza altro domandare, o che mai eglino s’avessino veduti, insieme con grandissima divozione inginocchiandosi, s’abbracciarono insieme e baciaronsi con tanta dimestichezza, come se per lungo tempo avessino tenuta grande amistà insieme, ma per tutto questo non parlavano nulla l’uno all’altro, ma stavano così abbracciati con quelli segni d’amore caritativo in silenzio. Ed istati che furono per grande spazio nel detto modo senza dirsi parola insieme, si partirono l’uno dall’altro; e santo Lodovico se n’andò al suo viaggio, e frate Egidio si tornò alla cella. Partendosi il re, un frate domandò alcuno de’ suoi compagni chi era colui che s’era cotanto abbracciato con santo Egidio; e colui rispuose ch’egli era Lodovico re di Francia, lo quale era venuto per vedere frate Egidio. Di che dicendolo costui agli altri frati, eglino n’ebbono grandissima malinconia che frate Egidio non gli avea parlato parola; e rammaricandosene, sì gli dissono: “O frate Egidio, perché se’ tu stato tanto villano, che uno così fatto re, il quale è venuto di Francia per vederti e per udire da te qualche buona parola, e tu non gli hai parlato niente?”. Rispuose frate Egidio: “O carissimi frati, non vi maravigliate di ciò; imperò che né egli a me né io a lui pote’ dire parola, però che sì tosto come noi ci abbracciammo insieme, la luce della divina sapienza rivelò e manifestò a me il cuore suo e a lui il mio; e così per divina operazione ragguardandoci ne’ cuori, ciò ch’io volea dire a lui ed egli a me troppo meglio conoscemmo che se noi ci avessimo parlato con la bocca, e con maggiore consolazione, e se noi avessimo voluto esplicare con voce quello che noi sentivamo nel cuore, per lo difetto della lingua umana, la quale non può chiaramente esprimere li misteri segreti di Dio, ci sarebbe stato piuttosto a sconsolazione che a consolazione. E però sappiate di certo che il re si partì mirabilmente consolato”.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come essendo inferma santa Chiara, fu miracolosamente portata la notte
della pasqua di Natale alla chiesa di santo Francesco, ed ivi udì l’ufficio.
Essendo una volta santa Chiara gravemente inferma, sicché ella non potea punto andare a dire l’ufficio in chiesa con l’altre monache, vegnendo la solennità della natività di Cristo, tutte l’altre andarono al mattutino; ed ella si rimase nel letto, mal contenta ch’ella insieme con l’altre non potea andare ad avere quella consolazione ispirituale. Ma Gesù Cristo suo sposo, non volendola lasciare così sconsolata, sì la fece miracolosamente portare alla chiesa di santo Francesco ed essere a tutto l’ufficio del mattutino e della messa della notte, e oltre a questo ricevere la santa comunione, e poi riportarla al letto suo.
Tornando le monache a santa Chiara, compiuto l’ufficio in santo Damiano, sì le dissono: “O madre nostra suora Chiara, come grande consolazione abbiamo avuta in questa santa natività! Or fusse piaciuto a Dio, che voi fossi stata con noi!”. E santa Chiara risponde: “Grazie e laude ne rendo al nostro Signore Gesù Cristo benedetto, sirocchie mie e figliuole carissime, imperò che ad ogni solennità di questa santa notte, e maggiori che voi non siate state, sono stata io con molta consolazione dell’anima mia; però che, per procurazione del padre mio santo Francesco e per la grazia del nostro Signore Gesù Cristo, io sono stata presente nella chiesa del venerabile padre mio santo Francesco, e con li miei orecchi corporali e mentali ho udito tutto l’ufficio e il sonare degli organi ch’ivi s’è fatto, ed ivi medesimo ho presa la santissima comunione. Onde di tanta grazia a me fatta rallegratevi e ringraziate Iddio”.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come santo Francesco dispuose a frate Lione una bella visione ch’avea veduta.
Una volta che santo Francesco era gravemente infermo e frate Lione gli servia, il detto frate Lione, stando in orazione presso a santo Francesco, fu ratto in estasi e menato in ispirito ad uno fiume grandissimo, largo e impetuoso. E istando egli a guatare chi passava, egli vide alquanti frati incaricati entrare in questo fiume, li quali subitamente erano abbattuti dallo empito del fiume ed affogavano, alquanti altri s’andavano insino al terzo del fiume, alquanti insino al mezzo del fiume, alquanti insino appresso alla proda, i quali tutti, per l’empito del fiume e per li pesi che portavano addosso, finalmente cadevano e annegavano. Veggendo ciò, frate Lione avea loro grandissima compassione; e subitamente, stando così, eccoti venire una grande moltitudine di frati e sanza nessuno incarico o peso di cosa nessuna, ne’ quali rilucea la santa povertà ed entrano in questo fiume e passano di là sanza nessun pericolo. E veduto questo, frate Lione ritornò in sé. E allora santo Francesco, sentendo in ispirito che frate Lione avea veduta alcuna visione, sì lo chiamò a sé e domandollo di quello ch’egli avea veduto; e detto che gli ebbe frate Lione predetto tutta la visione per ordine, disse santo Francesco: “Ciò che tu hai veduto è vero. Il grande fiume è questo mondo, i frati ch’affogavano nel fiume sì son quelli che non seguitano la evangelica professione e spezialmente quanto all’altissima povertà, ma coloro che sanza pericolo passavano, sono que’ frati li quali nessuna cosa terrena né carnale cercano né posseggono in questo mondo, ma avendo solamente il temperato vivere e vestire, sono contenti seguitando Cristo ignudo in croce, e il peso e il giogo soave di Cristo e della santissima obbidienza portano allegramente e volentieri; e però agevolmente della vita temporale passano a vita eterna”
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come Gesù Cristo benedetto, a priego di santo Francesco, fece convertire uno ricco e gentile cavaliere e farsi frate, il quale avea fatto grande onore e profferta a santo Francesco.
Santo Francesco servo di Cristo, giugnendo una sera al tardi a casa d’un grande gentile uomo e potente, fu da lui ricevuto ad albergo, egli e ’l compagno, come agnoli di Dio, con grandissima cortesia e divozione. Per la qual cosa santo Francesco gli puose grande amore, considerando che nello entrare della casa egli sì lo avea abbracciato e baciato amichevolmente, e poi gli avea lavati i piedi e rasciutti e baciati umilemente, e racceso un grande fuoco e apparecchiata la mensa di molti buoni cibi, e mentre costui manglava, con allegra faccia serviva continovamente. Or, mangiato ch’ebbe santo Francesco e ’l compagno, sì disse questo gentile uomo: “Ecco, padre mio, io vi proffero me e le mie cose, quandunque avete bisogno di tonica o di mantello o di cosa veruna, comperate e io pagherò; e vedete che io sono apparecchiato di provvedervi in tutti i vostri bisogni, però che per la grazia di Dio io posso, con ciò sia così che io abbondi in ogni bene temporale, e però per amore di Dio, che me l’ha dato, io ne fo volentieri beni alli poveri suoi”.
Di che veggendo santo Francesco tanta cortesia e amorevolezza in lui e le larghe profferte, concedettegli tanto amore, che poi partendosi egli andava dicendo col compagno suo: “Veramente questo gentile uomo sarebbe buono per la nostra religione e compagnia, il quale è così grato e conoscente inverso Iddio e così amorevole e cortese allo prossimo e alli poveri. Sappi, frate carissimo, che la cortesia è una delle proprietà di Dio, il quale dà il suo sole e la sua piova alli giusti e agli ingiusti per cortesia; e la cortesia si è sirocchia della carità, la quale spegne l’odio e conserva l’amore. E perché io ho conosciuto in questo buono uomo tanta virtù divina, volentieri lo vorrei per compagno; e però io voglio che noi torniamo un dì a lui, se forse Iddio gli toccasse il cuore a volersi accompagnare con noi nel servigio di Dio; e in questo mezzo noi pregheremo Iddio che gli metta in cuore questo desiderio e diagli grazia di metterlo in effetto”. Mirabile cosa! ivi a pochi dì, fatto ch’ebbe santo Francesco l’orazione, Iddio mise questo desiderio nel cuore di questo gentile uomo; e disse santo Francesco al compagno: “Andiamo, fratello mio, all’uomo cortese, imperò ch’io ho certa speranza in Dio ch’egli con la cortesia delle cose temporali, donerà se medesimo e sarà nostro compagno”. E andarono. Vegnendo appresso alla casa sua, disse santo Francesco al compagno: “Aspettami un poco, imperò che io voglio in prima pregare a Dio che faccia prospero il nostro cammino, che la nobile preda, la quale noi pensiamo di torre al mondo, piaccia a Cristo di concedere a noi poverelli e deboli, per la virtù della sua santissima passione”. E detto questo, si puose in orazione in luogo ch’e’ poteva essere veduto dal detto uomo cortese; onde, come piacque a Dio, guatando colui in là e in qua, ebbe veduto santo Francesco stare in orazione divotissimamente dinanzi a Cristo, il quale con grande chiarità gli era apparito nella detta orazione e stava dinanzi a lui; e in questo istare così, vedea santo Francesco essere per buono spazio levato da terra corporalmente. Per la qual cosa egli fu sì toccato da Dio e ispirato a lasciare il mondo, che di presente egli uscì fuori dal palagio suo e in fervore di spirito corre verso santo Francesco, e giugnendo a lui, il quale stava in orazione, gli si inginocchiò a’ piedi e con grandissima istanza e divozione il pregò che gli piacesse di riceverlo e fare penitenza insieme con seco. Allora santo Francesco, veggendo che la sua orazione era esaudita da Dio - e che quello ch’e’ disiderava, quello gentile uomo addomandava con grande istanza, lievasi suso in fervore e in letizia di spirito e abbraccia e bacia costui, divotissimamente ringraziando Iddio, il quale uno così fatto cavaliere avea accresciuto alla sua compagnia. E dicea quello gentile uomo a santo Francesco: “Che comandi tu, che io faccia, padre mio? Ecco ch’io sono apparecchiato al tuo comandamento, dare a’ poveri ciò ch’io posseggo, e teco seguitare Cristo, così iscaricato d’ogni cosa temporale”.
E così fece, secondo il consiglio di santo Francesco, ch’egli distribuì il suo a’ poveri ed entrò nell’Ordine, e vivette in grande penitenza e santità di vita e conversazione onesta.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Trentottesimo.
Come santo Francesco conobbe in ispirito che frate Elia era dannato
e dovea morire fuori dell’Ordine;
il perché a’ prieghi di frate Elia fece orazione a Cristo per lui e fu esaudito.
Dimorando una volta in un luogo insieme di famiglia santo Francesco e frat’Elia, fu rivelato da Dio a santo Francesco che frate Elia era dannato e dovea apostolare dall’Ordine e finalmente morire fuori dell’Ordine. Per la qual cosa santo Francesco concepette una cotale displicenza inverso di lui, in tanto che non gli parlava né conversava con lui; e se avvenia alcuna volta che frate Elia andasse inverso di lui egli torcea la via e andava dall’altra parte per non si scontrare con lui. Di che frate Elia si cominciò ad avvedere e comprendere che santo Francesco avea dispiacere di lui; onde volendo sapere la cagione, un di s’accostò a santo Francesco per parlargli; e ischifando santo Francesco, frate Elia sì lo ritenne cortesemente per forza e cominciollo a pregare discretamente che gli piacesse di significargli la cagione per la quale egli ischifava così la sua compagnia e ’l parlare con seco. E santo Francesco gli risponde: “La cagione si è questa, imperò che a me è suto rivelato da Dio che tu per li tuoi peccati apostaterai dell’Ordine e morrai fuori dell’Ordine, e anche m’ha Iddio rivelato che tu sei dannato”. Udendo questo, frate Elia si dice così: “Padre mio reverendo, io ti priego per lo amore di Cristo, che per questo tu non mi ischifi né iscacci da te; ma come buono pastore, ad esempio di Cristo, ritruova e ricevi la pecora che perisce, se tu non l’aiuti; e priega Iddio per me che, se può essere, e’ rivochi la sentenza della mia dannazione; imperò che si truova scritto che Iddio sa mutare la sentenza, se il peccatore ammenda il suo peccato; e io ho tanta fede nelle tue orazioni, che se io fossi nel mezzo dello inferno, e tu facessi per me orazione a Dio, io sentirei alcun rifrigerio; onde ancora io ti priego che me peccatore tu raccomandi a Dio, il quale si venne per salvare i peccatori, che mi riceva alla sua misericordia”. E questo dicea frate Elia con grande divozione e lagrime; di che santo Francesco come pietoso padre, gli promise di pregare Iddio per lui; e così fece.
E pregando Iddio divotissimamente per lui, intese per rivelazione che la sua orazione era da Dio esaudita quanto alla revocazione della sentenza della dannazione di frate Elia, che finalmente l’anima sua non sarebbe dannata, ma che per certo egli s’uscirebbe dell’Ordine e fuori dell’Ordine morrebbe. E così addivenne; imperò che, ribellandosi dalla Chiesa Federigo re di Cicilia ed essendo iscomunicato dal Papa egli e chiunque gli dava aiuto o consiglio; il detto frate Elia, il quale era reputato uno de’ più savi uomini del mondo, richiesto dal detto re Federigo, s’accostò a lui e diventò ribelle della Chiesa e apostata dell’Ordine; per la quale cosa fu iscomunicato dal Papa e privato dell’abito di santo Francesco.
E stando così iscomunicato, infermò gravemente; la cui infermità udendo uno suo fratello frate laico, il quale era rimasto nell’Ordine ed era uomo di buona vita e onesta, sì lo andò a visitare, e tra l’altre cose si gli disse: “Fratello mio carissimo, molto mi dolgo che tu se’ iscomunicato e fuori dell’Ordine tuo, e così ti morrai; ma se tu vedessi o via o modo per lo quale io ti potessi trarre di questo pericolo, volentieri ne prenderei per te ogni fatica”. Risponde frate Elia: “Fratello mio, non ci veggo altro modo se non che tu vadi al Papa, e priegalo che per lo amore di Dio e di santo Francesco suo servo, per li cui ammaestramenti io abbandonai il mondo, m’assolva della sua iscomunicazione e restituiscami l’abito della Religione”. Dice questo suo fratello che volentieri s’affaticherà per la sua salute: e partendosi da lui, se ne andò alli piè del santo Papa, pregandolo umilemente che faccia grazia al suo fratello per lo amore di Cristo e di san Francesco suo servo. E come piacque a Dio, il Papa gliel concedette: che tornasse e, se e’ ritrovasse vivo frate Elia, si lo assolvesse dalla sua parte della iscomunicazione e ristituissegli l’abito. Di che costui si parte lieto e con grande fretta ritorna a frate Elia, e trovalo vivo, ma quasi in su la morte, e si lo assolvette della scomunicazione; e rimettendogli l’abito, frate Elia passò di questa vita, e l’anima sua fu salva per li meriti di santo Francesco e per la sua orazione, nella quale frate Elia avea avuta sì grande isperanza.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Della maravigliosa predica la quale fece santo Antonio da Padova frate minore in consistorio.
Il maraviglioso vasello dello Spirito Santo messer santo Antonio da Padova, uno degli eletti discipoli e compagni di santo Francesco, il quale santo Francesco chiamava suo vescovo, una volta predicando in consistorio dinanzi al Papa e a’ Cardinali, nel quale consistorio erano uomini di diverse nazioni, cioè greca, latina, francesca, tedesca, ischiavi e inghilesi e d’altre diverse lingue del mondo, infiammato dallo Spirito Santo, sì effcacemente, sì divotamente, sì sottilemente, sì dolcemente, sì chiaramente e sì intendevolmente propuose la parola di Dio, che tutti quelli che erano in consistorio, quantunque fossino di diversi linguaggi, chiaramente intendeano tutte le sue parole distintamente, siccome egli avesse parlato in linguaggio di ciascuno di loro; e tutti stavano istupefatti, e parea che fusse rinnovato quello antico miracolo degli Apostoli al tempo della Pentecoste, li quali parlavano per la virtù dello Spirito Santo in ogni lingua.
E diceano insieme l’uno coll’altro con ammirazione: “Non è di Spagna costui che predica? e come udiamo tutti noi in suo parlare il nostro linguaggio delle nostre terre?”. Il Papa simigliantemente, considerando e maravigliandosi della profondità delle sue parole, disse: “Veramente costui è arca del Testamento e armario della Iscrittura divina”.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Del miracolo che Iddio fece quando santo Antonio, essendo a Rimino,
predicò a’ pesci del mare.
Volendo Cristo benedetto dimostrare la grande santità del suo fedelissimo servo messere santo Antonio, e come divotamente era da udire la sua predicazione e la sua dottrina santa; per gli animali non ragionevoli una volta tra l’altre, cioè per li pesci, riprese la sciocchezza degli infedeli eretici, a modo come anticamente nel vecchio Testamento per la bocca dell’asina avea ripresa la ignoranza di Balaam. Onde essendo una volta santo Antonio a Rimino, ove era grande moltitudine d’eretici, volendoli riducere al lume della vera fede e alla via della verità, per molti dì predicò loro e disputò della fede di Cristo e della santa Scrittura, ma eglino, non solamente non acconsentendo alli suoi santi parlari, ma eziandio come indurati e ostinati non volendolo udire, santo Antonio un dì per divina ispirazione sì se ne andò alla riva del fiume allato al mare; e standosi così alla riva tra ’l mare e ’l fiume, cominciò a dire a modo di predica, dalla parte di Dio alli pesci: “Udite la parola di Dio voi, pesci del mare e del fiume, dappoi che gl’infedeli eretici la schifano d’udire”. E detto ch’egli ebbe così, subitamente venne alla riva a lui tanta moltitudine di pesci grandi, piccoli e mezzani, che mai in quel mare né in quel fiume non ne fu veduta sì grande moltitudine; e tutti teneano i capi fuori dell’acqua e tutti stavano attenti verso la faccia di santo Antonio, e tutti in grandissima pace e mansuetudine e ordine: imperò che dinanzi e più presso alla riva istavano i pesciolini minori, e dopo loro istavano i pesci mezzani, poi di dietro, dov’era l’acqua più profonda, istavano i pesci maggiori.
Essendo dunque in cotale ordine e disposizione allogati li pesci, santo Antonio cominciò a predicare solennemente e dice così: “Fratelli miei pesci, molto siete tenuti, secondo la vostra possibilità, di ringraziare il Creatore che v’ha dato così nobile elemento per vostra abitazione, sicché, come vi piace, avete l’acque dolci e salse e havvi dati molti refugi a schifare le tempeste, havvi ancora dato elemento chiaro e trasparente e cibo per lo quale voi possiate vivere. Iddio vostro creatore cortese e benigno quando vi creò, sì vi diede comandamento di crescere e di multiplicare, e diedevi la sua benedizione. Poi quando fu il diluvio generalmente, tutti quanti gli altri animali morendo, voi soli riserbò Iddio senza danno. Appresso v’ha date l’ali per potere discorrere dovunque vi piace. A voi fu conceduto, per comandamento di Dio, di serbare Giona profeta e dopo il terzo dì gittarlo a terra sano e salvo. Voi offeriste lo censo al nostro Signore Gesù Cristo, il quale egli come poverello non aveva di che pagare. Voi fusti cibo dello eterno re Gesù Cristo innanzi resurrezione e dopo, per singolare mistero. Per le quali tutte cose molto siete tenuti di lodare e di benedire Iddio, che v’ha dati e tanti e tali benefici più che all’altre creature”. A queste e simiglianti parole e ammaestramenti di santo Antonio, cominciarono li pesci aprire la bocca e inchinaron li capi, e con questi e altri segnali di reverenza, secondo li modi a loro possibili, laudarono Iddio. Allora santo Antonio vedendo tanta reverenza de’ pesci inverso di Dio creatore, rallegrandosi in ispirito, in alta voce disse: “Benedetto sia Iddio eterno, però che più l’onorano i pesci acquatici che non fanno gli uomini eretici, e meglio odono la sua parola gli animali non ragionevoli che li uomini infedeli”. E quanto santo Antonio più predicava, tanto la moltitudine de’ pesci più crescea, e nessuno si partia del luogo ch’avea preso.
A questo miracolo cominciò a correre il popolo della città fra li quali vi trassono eziandio gli eretici sopraddetti; i quali vedendo lo miracolo così maraviglioso e manifesto, compunti ne’ cuori, tutti si gittavano a’ piedi di santo Antonio per udire la sua predica. E allora santo Antonio cominciò a predicare della fede cattolica, e sì nobilemente ne predicò, che tutti quegli eretici convertì e tornarono alla vera fede di Cristo, e tutti li fedeli ne rimasono con grandissima allegrezza confortati e fortificati nella fede. E fatto questo, santo Antonio licenziò li pesci colla benedizione di Dio, e tutti si partirono con maravigliosi atti d’allegrezza, e similemente il popolo. E poi santo Antonio stette in Arimino per molti dì, predicando e facendo molto frutto spirituale d’anime.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come il venerabile frate Simone liberò di una grande tentazione un frate,
il quale per questa cagione voleva uscire fuori dell’Ordine.
Intorno al principio dell’Ordine, vivendo santo Francesco, venne all’Ordine uno giovane d’Ascesi, il quale fu chiamato frate Simone, il quale Iddio adornò e dotò di tanta grazia e di tanta contemplazione e elevazione di mente, che tutta la sua vita era specchio di santità, secondo ch’io udii da coloro che lungo tempo furono con lui. Costui rarissime volte era veduto fuori di cella e, se alcuna volta stava co’ frati, sempre parlava di Dio. Costui non avea mai apparato grammatica, e nientedimeno sì profondamente e sì altamente parlava di Dio e dell’amore di Cristo, che le sue parole pareano parole soprannaturali. Onde una sera egli essendo ito nella selva con frate Iacopo da Massa per parlare di Dio e parlando dolcissimamente del divino amore, istettono tutta la notte in quel parlare, e la mattina parea loro essere stato pochissimo ispazio di tempo, secondo che mi recitò il detto frate Iacopo. E ’l detto frate Simone sì aveva in tanta soavità e dolcezza di spirito le divine illuminazioni e visitazioni amorose di Dio, che ispesse volte, quando le sentiva venire, si ponea in sul letto; imperò che la tranquilla soavità dello Ispirito Santo richiedeva in lui non solo riposo dell’anima, ma eziandio del corpo. E in quelle cotali visitazioni divine egli era molte volte ratto in Dio e diventava tutto insensibile alle cose corporali. Onde una volta ch’egli era così ratto in Dio e insensibile al mondo, ardea dentro del divino amore e non sentia niente di fuori con sentimenti corporali, un frate vogliendo avere isperienza di ciò, a vedere se fusse come parea, andò e prese uno carbone di fuoco, e si gliel puose in sul piede ignudo: e frate Simone non ne sentì niente, e non gli fece nessuno segnale in sul piede, benché vi stesse su per grande spazio, tanto che si spense da se medesimo. Il detto frate Simone quando si ponea a mensa, innanzi che prendesse cibo corporale, prendeva per sé e dava il cibo ispirituale parlando di Dio.
Per lo cui divoto parlare, si convertì una volta un giovane da San Severino, il quale era nel secolo un giovane vanissimo e mondano, ed era nobile di sangue e molto dilicato del suo corpo. E frate Simone ricevendo il detto giovane all’Ordine, si serbò li suoi vestimenti secolari appo sé, ed esso istava con frate Simone per essere informato da lui nelle osservanze regolari. Di che il demonio, il quale s’ingegnava di storpiare ogni bene, gli mise addosso sì forte stimolo e sì ardente tentazione di carne, che per nessuno modo costui potea resistere. Per la qual cosa egli se ne andò a frate Simone e dissegli: “Rendimi li miei panni ch’io ci recai del secolo imperò ch’io non posso più sostenere la tentazione carnale”. E frate Simone, avendogli grande compassione, gli dicea: “Siedi qui, figliuolo, un poco con meco”. E cominciava a parlargli di Dio, permodo ch’ogni tentazione sì si partia, e poi a tempo ritornando la tentazione, ed egli richiedea li panni, e frate Simone la cacciava con parlare di Dio.
E fatto così più volte, finalmente una notte l’assalì sì forte la detta tentazione più ch’ella non solea, che per cosa del mondo non potendo resistere, andò a frate Simone raddomandandogli al tutto li panni suoi secolari, che per nessuno partito egli ci potea più stare. Allora frate Simone, secondo ch’egli avea usato di fare, li fece sedere allato a sé; e parlandogli di Dio, il giovane inchinò il capo in grembo a frate Simone per malinconia e per tristizia. Allora frate Simone, per grande compassione che gli aveva, levò gli occhi in cielo e pregando Iddio divotissimamente per lui, fu ratto e esaudito da Dio; onde ritornando egli in sé, il giovane si sentì al tutto liberato di quella tentazione, come se mai non l’avesse punto sentita.
Anzi essendosi mutato l’ardore della tentazione in ardore di Spirito Santo, però che s’era accostato al carbone affocato, cioè a frate Simone, tutto diventò infiammato di Dio e del prossimo, intanto ch’essendo preso una volta uno malfattore, a cui doveano essere tratti amenduni gli occhi, costui, per compassione se ne andò arditamente al rettore in pieno Consiglio, e con molte lagrime e prieghi divoti addomandò che a sé fusse tratto un occhio, e al malfattore un altro, acciò ch’e’ non rimanesse privato d’amenduni. Ma veggendo il Rettore e il Consiglio il grande fervore della carità di questo frate, si perdonarono all’uno e all’altro.
Standosi un dì il sopradetto frate Simone nella selva in orazione e sentendo grande consolazione nell’anima sua, una schiera di cornacchie con loro gridare gl’incominciarono a fare noia, di che egli comandò loro nel nome di Gesù Cristo ch’elle si dovessono partire e non tornarvi più. E partendosi allora li detti uccelli, da indi innanzi non vi furono mai più veduti né uditi, né ivi né in tutta la contrada d’intorno. E questo miracolo fu manifesto a tutta la custodia di Fermo, nella quale era il detto luogo.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Quarantaduesimo.
Di belli miracoli che fece Iddio per li santi frati frate Bentivoglia,
frate Pietro da Monticello, frate Currado da Offida e come frate Bentivoglia
portò un lebbroso quindici miglia in pochissimo tempo, e all’altro parlò santo Michele,
e all’altro venne la Vergine Maria e puosegli il figliuolo in braccio.
La provincia della Marca d’Ancona fu anticamente, a modo che ’l cielo di stelle, adornata di santi ed esemplari frati, li quali, a modo che luminari di cielo, hanno alluminato e adornato l’Ordine di santo Francesco e il mondo con esempi e con dottrina. Tra gli altri furono in prima frate Lucido Antico, lo quale fu veramente lucente per santità e ardente per carità divina; la cui gloriosa lingua, informata dallo Spirito Santo, facea maravigliosi frutti in predicazione.
Un altro fu frate Bentivoglia da Santo Severino, il quale fu veduto da frate Masseo da San Severino essere levato in aria per grande spazio istando egli in orazione nella selva; per lo quale miracolo il devoto frate Masseo, essendo allora piovano, lasciato il piovanato, fecesi frate Minore; e fu di tanta santità, che fece molti miracoli in vita e in morte, ed è riposto il corpo suo a Murro. Il sopraddetto frate Bentivoglia, dimorando una volta a Trave Bonanti solo, a guardare e a servire a uno lebbroso, essendogli in comandamento del Prelato di partirsi indi e andare a un altro luogo, lo quale era di lungi quindici miglia, non volendo abbandonare quello lebbroso, con grande fervore di carità sì lo prese e puoselosi in sulla ispalla e portollo dall’aurora insino al levare del sole tutta quella via delle quindici miglia infino al detto luogo, dov’egli era mandato, che si chiamava Monte Sancino. Il quale viaggio, se fusse istato aquila, non avrebbe potuto in così poco tempo volare: e di questo divino miracolo fu grande istupore e ammirazione in tutto quello paese.
Un altro fu frate Pietro da Monticello, il quale fu veduto da frate Servodio da Urbino (allora essendo guardiano nel luogo vecchio d’Ancona) levato da terra corporalmente cinque ovvero sei braccia insino appiè dello Crocifisso della chiesa, dinanzi al quale stava in orazione. E questo frate Pietro, digiunando una volta la quaresima di santo Michele Arcagnolo con grande divozione, e l’ultimo dì di quella quaresima istandosi in chiesa in orazione, fu udito da un frate giovane, il quale istudiosamente stava nascosto sotto l’altare maggiore per vedere qualche atto della sua santità, e udito parlare con santo Michele Arcagnolo, e le parole che diceano erano queste. Dicea santo Michele: “Frate Pietro, tu ti se’ affaticato fedelemente per me, e in molti modi hai afflitto il tuo corpo; ecco io sono venuto a consolarti acciò che tu domandi qualunque grazia tu vuogli, e io te la voglio impetrare da Dio”. Rispondea frate Pietro: “Santissimo Prencipe della milizia celestiale e fedelissimo zelatore dello amore divino e pietoso protettore delle anime, io t’addomando questa grazia, che tu mi impetri da Dio la perdonanza delle miei peccati”. Rispuose santo Michele: “Chiedi altra grazia, ché questa t’accatterò io agevolissimamente”. E frate Pietro non domandando nessuna altra cosa, l’Arcagnolo conchiuse: “Io, per la fede e divozione la quale tu hai in me, ti procaccio cotesta grazia che tu addimandi e molte altre”. E compiuto il loro parlare, il quale durò per grande spazio, l’Arcagnolo santo Michele si partì, lasciandolo sommamente consolato.
Al tempo di questo santo frate Pietro, fu il santo frate Currado da Offida, il quale essendo insieme di famiglia nel luogo di Forano della custodia d’Ancona, il detto frate Currado se ne andò un dì nella selva a contemplare di Dio, e frate Pietro segretamente andò dirietro a lui per vedere ciò che gli addivenisse. E frate Currado cominciò a stare in orazione e pregare divotissimamente la Vergine Maria con grande pietà ch’ella gli accattasse questa grazia dal suo benedetto Figliuolo, ch’egli sentisse un poco di quella dolcezza la quale sentì santo Simeone il dì della Purificazione quand’egli portò in braccio Gesù Salvatore benedetto. E fatta questa orazione, la misericordiosa Vergine Maria lo esaudì: eccoti ch’apparve la Reina del cielo col suo Figliuolo benedetto in braccio, con grandissima chiarità di lume; e appressandosi a frate Currado, sì gli puose in braccio quello benedetto Figliuolo, il quale egli ricevendo, divotissimamente abbracciandolo e baciandolo e strignendolosi al petto, tutto si struggeva e risolveva in amore divino e inesplicabile consolazione. E frate Pietro simigliantemente, il quale di nascosto vedea ogni cosa, sentì nell’anima sua una grandissima dolcezza e consolazione. E partendo la Vergine Maria da frate Currado, frate Pietro in fretta si ritornò al luogo, per non essere veduto da lui; ma poiché quando frate Currado tornava tutto allegro e giocondo, gli disse frate Pietro: “O cielico, grande consolazione hai avuta oggi”; dicea frate Currado: “Che è quello che tu dici, frate Pietro, e che sai tu quello che io m’abbia avuto?”. “Ben so io, ben so, dicea frate Pietro, come la Vergine Maria col suo benedetto figliuolo t’ha visitato”. Allora frate Currado, il quale come veramente umile desiderava d’essere segreto nelle grazie di Dio, sì lo pregò che non lo dicesse a persona. E fu sì grande l’amore d’allora innanzi tra loro due, che un cuore e una anima parea che fusse infra loro in ogni cosa.
E ’l detto frate Currado una volta, nello luogo di Siruolo, con le sue orazioni liberò una femmina indemoniata orando per lei tutta la notte e apparendo alla madre sua; e la mattina si fuggì per non essere trovato e onorato dal popolo.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Quarantatreesimo.
Come frate Currado da Offida convertì un frate giovane, molestando egli gli altri frati.
E come il detto frate giovane morendo, egli apparve al detto frate Currado,
pregandolo che orasse per lui.
E come lo liberò per la sua orazione delle pene grandissime del purgatorio.
Il detto frate Currado da Offida, mirabile zelatore della evangelica povertà e della regola di santo Francesco, fu di sì religiosa vita e di sì grande merito appo Iddio, che Cristo benedetto l’onorò, nella vita e nella morte, di molti miracoli.
Tra’ quali una volta, essendo venuto al luogo d’Offida forestiere, li frati il pregarono per l’amore di Dio e della carità, ch’egli ammonisse uno frate giovane che era in quello luogo, lo quale si portava sì fanciullescamente e disordinatamente e dissolutamente, che li vecchi e li giovani di quella famiglia turbava dello ufficio divino, e delle altre regolari osservanze o niente o poco si curava. Di che frate Currado per compassione di quello giovane e per li prieghi de’ frati, chiamò un dì a sparte il detto giovane e in fervore di carità gli disse sì efficaci e divote parole d’ammaestramento che con la operazione della divina grazia colui subitamente diventò, di fanciullo, vecchio di costumi e sì obbediente e benigno e sollecito e divoto, e appresso sì pacifico e servente e a ogni cosa virtuosa sì studioso, che come prima tutta la famiglia era turbata per lui, così per lui tutti n’erano contenti e consolati e fortemente l’amavano.
Addivenne, come piacque a Dio, che pochi di poi dopo questa sua conversione, il detto giovane si morì, di che li detti frati si dolsono, e pochi di poi dopo la sua morte, l’anima sua apparve a frate Currado, istandosi egli divotamente in orazione dinanzi allo altare del detto convento, e sì lo saluta divotamente come padre; e frate Currado il dimanda: “Chi se’ tu?”. Risponde: “Io sono l’anima di quel frate giovane che morì in questi dì”. E frate Currado: “O figliuolo mio carissimo, che è di te?”. Risponde: “Padre carissimo, per la grazia di Dio e per la vostra dottrina, ènne bene, però ch’io non sono dannato, ma per certi miei peccati, li quali io non ebbi tempo di purgare sofficientemente, sostegno grandissime pene di purgatorio; ma io priego te, padre, che, come per la tua pietà mi soccorresti, quand’io ero vivo, così ora ti piaccia di soccorrermi nelle mie pene, dicendo per me alcuno paternostro, ché la tua orazione è molto accettevole nel cospetto di Dio”. Allora frate Currado, consentendo benignamente alle sue preghiere e dicendo una volta il paternostro con requiem aeternam, disse quella anima: “O padre carissimo, quanto bene e quanto refrigerio io sento! Ora io ti priego, che tu lo dica un’altra volta”. E frate Currado il dice un’altra volta; e detto che l’ebbe, dice l’anima: “Santo padre, quando tu ori per me, tutto mi sento alleviare; onde io ti priego che tu non resti di orare per me”. Allora frate Currado, veggendo che quella anima era così aiutata con le sue orazioni, si disse per lui cento paternostri, e compiuti che gli ebbe, disse quell’anima: “Io ti ringrazio, padre carissimo, dalla parte di Dio della carità che hai avuto verso di me, imperò che per la tua orazione io sono liberato da tutte le pene e sì me ne vo al regno celestiale”. E detto questo, si part’ quella anima. Allora frate Currado, per dare allegrezza e conforto alli frati, loro recitò per ordine tutta questa visione.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Quarantaquattresimo.
Come a frate Currado apparve la madre di Cristo e santo Giovanni Vangelista e santo Francesco;
e dissegli quale di loro portò più dolore della passione di Cristo.
Al tempo che dimoravano insieme nella custodia d’Ancona, nel luogo di Forano, frate Currado e frate Pietro sopraddetti (li quali erano due stelle lucenti nella provincia della Marca e due uomini celestiali); imperciò che tra loro era tanto amore e tanta carità che uno medesimo cuore e una medesima anima parea in loro due, e’ si legarono insieme a questo patto, che ogni consolazione, la quale la misericordia di Dio facesse loro, eglino se la dovessino insieme rivelare l’uno all’altro in carità.
Fermato insieme questo patto, addivenne che un dì istando frate Pietro in orazione e pensando divotissimamente la passione di Cristo; e come la Madre di Cristo beatissima e Giovanni Evangelista dilettissimo discepolo e santo Francesco erano dipinti appiè della croce, per dolore mentale crocifissi con Cristo, gli venne desiderio di sapere quale di quelli tre avea avuto maggior dolore della passione di Cristo, o la Madre la quale l’avea generato, o il discepolo il quale gli avea dormito sopra il petto o santo Francesco il quale era con Cristo crocifisso. E stando in questo divoto pensiero, gli apparve la vergine Maria con santo Giovanni Vangelista e con santo Francesco, vestiti di nobilissimi vestimenti di Gloria beata: ma già santo Francesco parea vestito di più bella vista che santo Giovanni. E istando frate Pietro tutto ispaventato di questa visione, santo Giovanni il confortò e dissegli: “Non temere, carissimo frate, imperò che noi siamo venuti a consolarti e a dichiararti del tuo dubbio. Sappi adunque che la Madre di Cristo ed io sopra ogni creatura ci dolemmo della passione di Cristo, ma dopo noi santo Francesco n’ebbe maggiore dolore che nessuno altro, e però tu lo vedi in tanta gloria”. E frate Pietro il domanda: “Santissimo Apostolo di Cristo, perché pare il vestimento di santo Francesco più bello che’l tuo?”. Risponde santo Giovanni: “La cagione si è questa: imperò che, quando egli era nel mondo, egli portò indosso più vili vestimenti che io”. E dette queste parole, santo Giovanni diede a frate Pietro uno vestimento glorioso il quale egli portava in mano e dissegli: “Prendi questo vestimento, il quale io sì ho arrecato per darloti”. E volendo santo Giovanni vestirlo di quello vestimento, e frate Pietro cadde in terra istupefatto e cominciò a gridare: “Frate Currado, frate Currado carissimo, soccorrimi tosto, vieni a vedere cose maravigliose!”. E in queste parole, questa santa visione sparve. Poi venendo frate Currado, sì gli disse ogni cosa per ordine, e ringraziarono Iddio.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Della conversione e vita e miracoli e morte del santo frate Giovanni della Penna.
Frate Giovanni dalla Penna essendo fanciullo e scolare nella provincia della Marca, una notte gli apparve uno fanciullo bellissimo e chiamollo dicendo: “Giovanni, va’ a santo Stefano dove predica uno de’ miei frati, alla cui dottrina credi e alle sue parole attendi, imperò che io ve l’ho mandato; e fatto ciò, tu hai a fare uno grande viaggio e poi verrai a me”. Di che costui immantenente si levò su e sentì grande mutazione nell’anima sua. E andando a santo Stefano, e’ trovovvi una grande moltitudine di uomini e di donne che vi stavano per udire la predica. E colui che vi dovea predicare era un frate ch’avea nome frate Filippo, il quale era uno delli primi frati ch’era venuto nella Marca d’Ancona, e ancora pochi luoghi erano presi nella Marca. Monta su questo frate Filippo a predicare, e predica divotissimamente non parole di sapienza umana, ma in virtù di spirito santo di Cristo, annunziando il reame di vita eterna. E finita la predica, il detto fanciullo se ne andò al detto frate Filippo, e dissegli: “Padre, se vi piacesse di ricevermi all’Ordine, io volentieri farei penitenza e servirei al nostro Signore Gesù Cristo”. Veggendo frate Filippo e conoscendo nel detto fanciullo una maravigliosa innocenza e pronta volontà a servire a Dio, sì gli disse: “Verrai a me cotale dì a Ricanati, e io ti farò ricevere”. Nel quale luogo si dovea fare Capitolo provinciale. Di che il fanciullo, il quale era purissimo, si pensò che questo fusse il grande viaggio che dovea fare, secondo la rivelazione ch’egli avea avuto, e poi andarsene a paradiso; così credea fare, immantanente che fusse ricevuto all’Ordine. Andò dunque e fu ricevuto, e veggendo che li suoi pensieri non si adempievano allora, dicendo il ministro in Capitolo che chiunque volesse andare nella provincia di Provenza, per lo merito della santa obbidienza, egli gli darebbe la licenza; vennegli grande desiderio di andarvi, pensando nel cuore suo che quello fusse il grande viaggio che dovea fare inanzi ch’egli andasse a paradiso. Ma vergognandosi di dirlo, finalmente confidandosi di frate Filippo predetto, il quale l’avea fatto ricevere all’Ordine, sì lo pregò caramente che gli accattasse quella grazia d’andare nella provincia di Provenza. Allora frate Filippo veggendo la sua purità e la sua santa intenzione, sì gli accattò quella licenza onde frate Giovanni con grande letizia si mosse a andare, avendo questa opinione per certo che, compiuta quella via, se ne andrebbe in paradiso. Ma come piacque a Dio, egli stette nella detta provincia venticinque anni in questa espettazione e disiderio, vivendo in grandissima onestà e santità ed esemplarità, crescendo sempre in virtù e grazia di Dio e del popolo, ed era sommamente amato da’ frati e da’ secolari.
Istandosi un dì frate Giovanni divotamente in orazione e piangendo e lamentandosi, perché il suo desiderio non si adempieva e che ’l suo pellegrinaggio di cotesta vita troppo si prolungava: gli apparve Cristo benedetto, al cui aspetto l’anima sua fu tutta liquefatta, e dissegli Cristo: “Figliuolo frate Giovanni, addomandami ciò che tu vuogli”. Ed egli risponde: “Signore mio, io non so che mi ti addimandare altro che te, però ch’io non disidero nessuna altra cosa, ma di questo solo ti priego, che tu mi perdoni tutti li miei peccati e diami grazia che’ io ti veggia un’altra volta quando n’arò maggiore bisogno”. Disse Cristo: “Esaudita è la tua orazione”. E detto cotesto si partì, e frate Giovanni rimase tutto consolato.
Alla perfine, udendo li frati della Marca la fama di sua santità, feciono tanto col Generale, che gli mandò la obbedienza di tornare nella Marca, la quale obbedienza ricevendo egli lietamente, sì si mise in cammino, pensando che, compiuta quella via, se ne dovesse andare in cielo, secondo la promessa di Cristo. Ma tornato ch’egli fu alla provincia della Marca, vivette in essa trenta anni, e non era riconosciuto da nessuno suo parente, ed ogni dì aspettava la misericordia di Dio, ch’egli gli adempiesse la promessa. E in questo tempo fece più volte l’ufficio della guardiania con grande discrezione, e Iddio per lui adoperò molti miracoli. E tra gli altri doni, ch’egli ebbe da Dio, ebbe spirito di profezia; onde una volta, andando egli fuori del luogo, uno suo novizio fu combattuto dal demonio e sì forte tentato, che egli acconsentendo alla tentazione, diliberò in se medesimo d’uscire dell’Ordine, sì tosto come frate Giovanni fusse tornato di fuori: la quale tentazione e deliberazione conoscendo frate Giovanni per ispirito di profezia, immantanente ritorna a casa e chiama a sé il detto novizio, e dice che vuole che si confessi. Ma in prima ch’egli si confessi, sì gli recitò per ordine tutta la sua tentazione, secondo che Iddio gli aveva rivelato, e conchiuse: “Figliuolo, imperò che tu m’aspettasti e non ti volesti partire sanza la mia benedizione, Iddio t’ha fatta questa grazia, che giammai di questo Ordine tu non uscirai ma morrai nell’Ordine, colla divina grazia”. Allora il detto novizio fu confermato in buona volontà e rimanendo nell’Ordine diventò uno santo frate. E tutte queste cose recitò a me frate Ugolino.
Il detto frate Giovanni, il quale era uomo con animo allegro e riposato e rade volte parlava, ed era uomo di grande orazione e divozione e spezialmente dopo il mattutino mai non tornava alla cella, ma istava in chiesa per insino a dì in orazione; stando egli una notte dopo il mattutino in orazione, sì gli apparve l’Agnolo di Dio e dissegli: “Frate Giovanni, egli è compiuta la via tua, la quale tu hai tanto tempo aspettata; e però io t’annunzio dalla parte di Dio che tu addimandi qual grazia tu vuogli. Ed anche t’annunzio che tu elegga quale tu vuogli, o uno dì in purgatorio, o vuogli sette dì di pene in questo mondo”. Ed eleggendo piuttosto frate Giovanni li sette dì di pene di questo mondo, subitamente egli infermò di diverse infermità, ché gli prese la febbre forte, e le gotte nelle mani e nelli piedi, e ’l mal del fianco e molti altri mali: ma quello che peggio gli facea si era ch’uno demonio gli stava dinanzi e tenea in mano una grande carta iscritta di tutti li peccati ch’egli avea mai fatti o pensati e diceagli: “Per questi peccati che tu hai fatti col pensiero e con la lingua e con le operazioni, tu se’ dannato nel profondo dello inferno”. Ed egli non si ricordava di nessuno bene ch’egli avesse mai fatto, né che fusse nell’Ordine, né che mai vi fosse stato, ma così si pensava d’essere dannato, come il demonio gli dicea. Onde quando egli era domandato com’egli stesse, rispondea: “Male, però che io sono dannato”. Veggendo questo i frati, sì mandarono per uno frate antico ch’avea nome frate Matteo da Monte Robbiano, il quale era uno santo uomo e molto amico di questo frate Giovanni. E giunto il detto frate Matteo a costui il settimo dì della sua tribulazione, salutollo o domandollo com’egli stava. Rispuose, ched egli stava male, perch’egli era dannato. Allora disse frate Matteo: “Non ti ricordi tu, che tu ti se’ molte volte confessato da me, ed io t’ho interamente assolto di tutti i tuoi peccati? Non ti ricordi tu ancora che tu hai servito sempre a Dio in questo santo Ordine molti anni?
Appresso, non ti ricordi tu che la misericordia di Dio eccede tutti i peccati del mondo, e che Cristo benedetto nostro Salvatore pagò, per noi ricomperare infinito prezzo? E però abbi buona isperanza, ché per certo tu se’ salvo”. E in questo dire, imperò ch’egli era compiuto il termine della sua purgazione, si partì la tentazione e venne la consolazione.
E con grande letizia disse frate Giovanni a frate Matteo: “Imperò che tu se’ affaticato e l’ora è tarda, io ti priego che tu vada a posarti”. E frate Matteo non lo volea lasciare; ma pure finalmente, a grande sua istanza, si partì da lui ed andossi a posare. E frate Giovanni rimase solo col frate che ’l serviva. Ed ecco Cristo benedetto viene con grandissimo splendore e con eccessiva soavità d’odore, secondo ch’egli gli avea promesso d’apparirgli un’altra volta, cioè quando n’avesse maggior bisogno e sì lo sanò perfettamente da ogni sua infermità. Allora frate Giovanni con le mani giunte, ringraziando Iddio, che con ottimo fine avea terminato il suo grande viaggio della presente misera vita, e nelle mani di Cristo raccomandò e rendette l’anima sua a Dio, passando di questa vita mortale a vita eterna con Cristo benedetto, il quale egli con si lungo tempo avea disiderato e aspettato di vedere. Ed è riposto il detto frate Giovanni nel luogo della Penna di Santo Giovanni.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come frate Pacifico, istando in orazione, vide l’ariima di frate Umile suo fratello andare in cielo.
Nella detta provincia della Marca, dopo la morte di santo Francesco, furono due fratelli nell’Ordine, l’uno ebbe nome frate Umile e l’altro ebbe nome frate Pacifico; li quali furono uomini di grandissima santità e perfezione: e l’uno, cioè frate Umile, stava in nel luogo di Soffiano ed ivi si morì, e l’altro istava di famiglia in uno altro luogo assai lungi da lui. Come piacque a Dio, un dì frate Pacifico, istando in orazione in luogo solitario, fu ratto in estasi e vide l’anima del suo fratello Umile andare in cielo diritta, sanza altra ritenzione o impedimento; la quale allora si partia del corpo.
Avvenne che poi, dopo molti anni questo frate Pacifico che rimase, fu posto di famiglia nel detto luogo di Soffiano, dove il suo fratello era morto. In questo tempo li frati, a petizione de’ signori di Bruforte, mutarono il detto luogo in un altro; di che, tra l’altre cose, eglino traslatarono le reliquie de’ santi frati ch’erano morti in quello luogo. E venendo dalla sepoltura di frate Umile, il suo fratello frate Pacifico sì prese l’ossa sue e sì le lavò con buono vino e poi le rinvolse in una tovaglia bianca e con grande reverenza e divozione le baciava e piagneva; di che gli altri frati si maravigliavano e non aveano di lui buono esempio, imperò che essendo egli uomo di grande santità, parea che per amore sensuale e secolare egli piagnesse il suo fratello, e che più divozione egli mostrasse alle sue reliquie che a quelle degli altri frati ch’erano stati non di minore santità che frate Umile, ed erano degne di reverenza quanto le sue.
E conoscendo frate Pacifico la sinistra immaginazione de’ frati soddisfece loro umilmente e disse: “Frati miei carissimi, non vi maravigliate se alle ossa del mio fratello io ho fatto quello che non ho fatto alle altre; imperò che, benedetto sia Iddio, e’ non mi ha tratto, come voi credete, amore carnale; ma ho fatto così, però che quando il mio fratello passò di questa vita, orando io in luogo diserto e remoto da lui, vidi l’anima sua per diritta via salire in cielo; e però io son certo che le sue ossa sono sante e debbono essere in paradiso. E se Iddio m’avesse conceduta tanta certezza degli altri frati, quella medesima reverenza avrei fatta alle ossa loro”. Per la quale cosa li frati, veggendo la sua santa e divota intenzione, furono da lui bene edificati e laudarono Iddio, il quale fa così maravigliose cose a’ santi suoi frati.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Quarantasettesimo.
Di quello santo frate a cui la Madre di Cristo apparve, quando era infermo,
ed arrecogli tre bossoli di lattovaro.
Nel soprannominato luogo di Soffiano fu anticamente un frate Minore di sì grande santità e grazia, che tutto parea divino e spesse volte era ratto in Dio. Istando alcuna volta questo frate tutto assorto in Dio ed elevato, però ch’avea notabilmente la grazia della contemplazione, veniano a lui uccelli di diverse maniere e dimesticamente si posavano sopra le sue spalle e sopra il capo e in sulle mani, e cantavano meravigliosamente. Era costui molto solitario e rade volte parlava, ma quando era domandato di cosa veruna, rispondea sì graziosamente e sì saviamente che parea piuttosto agnolo che uomo, ed era di grandissima orazione e contemplazione, e li frati l’aveano in grande reverenza. Compiendo questo frate il corso della sua virtuosa vita, secondo la divina disposizione infermò a morte, intanto che nessuna cosa potea prendere, e con questo non volea ricevere medicina nessuna carnale, ma tutta la sua confidenza era nel medico celestiale Gesù Cristo benedetto e nella sua benedetta Madre; dalla quale egli meritò per divina clemenza d’essere misericordiosamente visitato e medicato. Onde standos’egli una volta in sul letto disponendosi alla morte con tutto il cuore e con tutta la divozione, gli apparve la gloriosa vergine Maria madre di Cristo, con grandissima moltitudine d’agnoli e di sante vergini, con maraviglioso splendore, e appressossi al letto suo. Ond’egli ragguardandola prese grandissimo conforto e allegrezza, quanto all’anima e quanto al corpo, e cominciolla a pregare umilmente ched ella prieghi il suo diletto Figliuolo che per li suoi meriti il tragga della prigione della misera carne. E perseverando in questo priego con molte lagrime, la vergine Maria gli rispuose chiamandolo per nome: “Non dubitare, figliuolo, imperò ch’egli è esaudito il tuo priego, e io sono venuta per confortarti un poco, innanzi che tu ti parta di questa vita”. Erano allato alla vergine Maria tre sante vergini, le quali portavano in mano tre bossoli di lattovaro di smisurato odore e suavità. Allora la Vergine gloriosa prese e aperse uno di quelli bossoli, e tutta la casa fu ripiena d’odore; e prendendo con uno cucchiaio di quello lattovaro, il diede allo infermo, il quale sì tosto come l’ebbe assaggiato, lo infermo sentì tanto conforto e tanta dolcezza, che l’anima sua non parea che potesse stare nel corpo; ond’egli incominciò a dire: “Non più, o santissima Madre vergine benedetta, o medica benedetta e salvatrice della umana generazione; non più, ch’io non posso sostenere tanta suavità”. Ma la pietosa e benigna Madre pure porgendo ispesso di quello lattovaro allo infermo e facendogliene prendere, votò tutto il bossolo. Poi, votato il primo bossolo, la Vergine beata prende il secondo e mettevi dentro il cucchiaio per dargliene; di che costui dolcemente si rammarica dicendo: “O beatissima Madre di Dio, o se l’anima mia è quasi tutta liquefatta per l’odore e suavità del primo lattovaro, come potrò io sostenere il secondo? Io ti priego, benedetta sopra tutti li santi e sopra tutti gli agnoli, che tu non me ne vogli più dare”. Risponde la gloriosa donna: “Assaggia, figliuolo, pure un poco di questo secondo bossolo”. E dandogliene un poco dissegli: “Oggimai, figliuolo, tu ne hai tanto che ti può bastare. Confortati, figliuolo, che tosto verrò per te e menerotti al reame del mio Figliuolo, il quale tu hai sempre desiderato e cercato”.
E detto questo, accomiatandosi da lui si partì, ed egli rimase sì consolato e confortato per la dolcezza di questo confetto, che per più dì sopravvivette sazio e forte senza cibo nessuno corporale. E dopo alquanti dì, allegramente parlando co’ frati, con grande letizia e giubilo passò di questa misera vita.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Come frate Iacopo dalla Massa vide in visione tutti i frati Minori del mondo,
in visione di uno arbore, e conobbe la virtù e li meriti e li vizi di ciascuno.
Frate Iacopo della Massa, al quale Iddio aperse l’uscio delli suoi segreti e diedegli perfetta scienza e intelligenza della divina Scrittura e delle cose future, fu di tanta santità, che frate Egidio da Sciesi e frate Marco da Montino e frate Ginepro e frate Lucido dissono di lui che non ne conoscieno nessuno nel mondo appo Dio maggiore che questo frate Iacopo.
Io gli ebbi grande desiderio di vederlo, imperò che pregando io certe cose di spirito, egli mi disse: “Se tu vuogli essere bene informato nella vita spirituale, procaccia di parlare con frate Iacopo della Massa, imperò che frate Egidio disiderava di essere alluminato da lui, e alle sue parole non si può aggiugnere né scemare; imperò che la mente sua è passata a’ segreti celestiali e le parole sue sono parole dello Spirito Santo, e non è uomo sopra la terra ch’io tanto disideri di vedere”. Questo frate Iacopo, nel principio del ministero di frate Giovanni da Parma orando una volta fu ratto in Dio e stette tre dì in questo ratto in estasi, sospeso da ogni sentimento corporale, e istette sì insensibile, che i frati dubitavano che non fusse morto. E in questo ratto gli fu rivelato da Dio ciò che dovea essere e addivenire intorno alla nostra religione; per la qual cosa, quando l’udii, mi crebbe il disiderio di udirlo e di parlare con lui.
E quando piacque a Dio ch’io avessi agio di parlargli, io il priegai in cotesto modo: “Se vero è questo ch’io ho udito dire di te, io ti priego che tu non me lo tenga celato. Io ho udito che, quando tu istesti tre dì quasi morto, tra l’altre cose che Dio ti rivelò fu ciò che dovea addivenire in questa nostra religione, e questo ha avuto a dire frate Matteo ministro della Marca, al quale tu lo rivelasti per obbedienza”. Allora frate Iacopo con grande umiltà gli concedette che quello che dicea frate Matteo era vero.
Il dire suo, cioè del detto frate Matteo ministro della Marca, era questo: “Io so di frate Iacopo al quale Iddio ha rivelato ciò che addiverrà nella nostra religione, imperò che frate Iacopo dalla Massa m’ha manifestato e detto che, dopo molte cose che Iddio gli rivelò nello stato della Chiesa militante, egli vide in visione un arbore bello e grande molto, la cui radice era d’oro, li frutti suoi erano uomini e tutti erano frati Minori. Li rami suoi principali erano distinti secondo il numero delle provincie dell’Ordine, e ciascuno ramo avea tanti frati, quanti v’erano nella provincia improntata in quello ramo: e allora egli seppe il numero di tutti li frati dell’Ordine e di ciascuna provincia, e anche li nomi loro e l’età e le condizioni e gli uffici grandi e le dignità e le grazie di tutti e le colpe. E vide frate Giovanni da Parma nel più alto luogo del ramo di mezzo di questo arbore; e nelle vette de’ rami, ch’erano d’intorno a questo ramo di mezzo istavano li ministri di tutte le provincie. E dopo questo vide Cristo sedere su in uno trono grandissimo e candido, il quale Cristo chiamava santo Francesco, e davagli uno calice pieno di spirito di vita e mandavalo dicendo: “Va’ e visita li frati tuoi, e da’ loro bere di questo calice dello spirito della vita, imperò che lo ispirito di Satana si leverà contro a loro e percoteragli, e molti di loro cadranno e non si rileveranno”. E diede Cristo a santo Francesco due Agnoli che lo accompagnassono.
E allora venne santo Francesco a porgere il calice della vita alli suoi frati, e cominciò a porgerlo a frate Giovanni, il quale prendendolo il bevette tutto quanto in fretta e divotamente, e subitamente diventò tutto luminoso come il sole. E dopo lui seguentemente santo Francesco il porgeva a tutti gli altri, e pochi ve n’erano di questi che con debita reverenza e divozione il prendessino e bevessino tutto. Quelli che ’l prendeano divotamente e beveanlo tutto, di subito diventavano isplendidi come il sole; e questi che tutto il versavano e non lo prendeano con divozione diventavano neri e oscuri e isformati a vedere e orribili, quelli che parte ne beveano e parte ne versavano, diventavano parte luminosi e parte tenebrosi, e più e meno secondo la misura del bere e del versare. Ma sopra tutti gli altri, il sopradetto frate Giovanni era risplendente, il quale più compiutamente avea bevuto il calice della vita, per lo quale egli avea più profondamente contemplato l’abisso della infinita luce divina, e in essa avea inteso l’avversità e la tempesta la quale si dovea levare contra la detta arbore, e crollare e commuovere i suoi rami. Per la qual cosa il detto frate Giovanni si parte dalla cima del ramo nel quale egli stava e, discendendo di sotto a tutti li rami, si nascose in sul sodo dello stipite dello arbore e stavasi tutto pensoso. E frate Bonaventura, il quale avea parte preso del calice e parte n’avea versato, salì in quello ramo e in quello luogo onde era disceso frate Giovanni. E stando nel detto luogo, sì gli diventarono l’unghie delle mani unghie di ferro aguzzate e taglienti come rasoi: di che egli si mosse di quello luogo dov’egli era salito, e con empito e furore volea gittarsi contro al detto frate Giovanni per nuocergli. Ma frate Giovanni, veggendo questo, gridò forte e raccomandossi a Cristo, il quale sedea nel trono: e Cristo al grido suo chiamò santo Francesco e diegli una pietra focaia tagliente e dissegli: “Va’ con questa pietra e taglia l’unghie di frate Bonaventura, con le quali egli sì vuole graffiare frate Giovanni, sicché egli non gli possa nuocere”. Allora santo Francesco venne e fece siccome Cristo gli avea comandato. E fatto questo, sì venne una tempesta di vento e percosse nello arbore così forte, che li frati ne cadeano a terra, e prima ne cadeano quelli che aveano versato tutto il calice dello spirito della vita, ed erano portati dalli demoni in luoghi tenebrosi e penosi. Ma il detto frate Giovanni, insieme con gli altri che aveano bevuto tutto il calice, furono traslatati dagli Agnoli in luogo di vita e di lume eterno e di splendore beato. E sì intendea e discernea il sopradetto frate Iacopo, che vedea la visione, particolarmente e distintamente ciò che vedea, quanto a’ nomi e condizioni e stati di ciascheduno chiaramente. E tanto bastò quella tempesta contro allo arbore, ch’ella cadde e il vento ne la portò. E poi, immantanente che cessò la tempesta, della radice di questo arbore, ch’era d’oro, uscì un altro arbore tutto d’oro, lo quale produsse foglie e fiori e frutti orati. Del quale arbore e della sua dilatazione, profondità, bellezza e odore e virtù, è meglio a tacere che di ciò dire al presente.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Quarantanovesimo.
Come Cristo apparve a frate Giovanni della Vernia.
Fra gli altri frati e santi frati e figliuoli di santo Francesco, i quali, secondo che dice Salomone, sono la gloria del padre, fu a’ nostri tempi nella detta provincia della Marca il venerabile e santo frate Giovanni da Fermo, il quale, per lo grande tempo che dimorò nel santo luogo della Vernia ed ivi passò di questa vita, si chiamava pure frate Giovanni della Vernia; però che fu uomo di singulare vita e di grande santità. Questo frate Giovanni, essendo fanciullo secolare, disiderava con tutto il cuore la via della penitenza, la quale mantiene la mondizia del corpo e dell’anima; onde, essendo ben piccolo fanciullo, egli cominciò a portare il coretto di maglia e ’l cerchio di ferro alle carni e fare grande astinenza; e spezialmente quando dimorava con li canonici di santo Pietro di Fermo, li quali viveano splendidamente, egli fuggia le dilizie corporali e macerava lo corpo suo con grande rigidità d’astinenza. Ma avendo in ciò i compagni molto contrari, li quali gli spogliavano il coretto e la sua astinenza in diversi modi impedivano; ed egli inspirato da Dio pensò di lasciare il mondo con li suoi amadori, e offerire sé tutto nelle braccia del Crocifisso, coll’abito del crocifisso santo Francesco. E così fece. Ed essendo ricevuto all’Ordine così fanciullo e commesso alla cura del maestro delli novizi, egli diventò sì ispirituale e divoto, che alcuna volta udendo il detto maestro parlare di Dio, il cuore suo si struggea siccome la cera presso al fuoco; e con così grande suavità di grazia sì si riscaldava nello amore divino, ched egli, non potendo istare fermo a sostenere tanta suavità, si levava e come ebbro di spirito si scorrea ora per l’orto, or per la selva or per la chiesa secondo che la fiamma e l’empito dello spirito il sospignea. Poi in processo di tempo la divina grazia continovamente fece questo angelico uomo crescere di virtù in virtù e in doni celestiali e divine elevazioni e ratti, in tanto che alcuna volta la mente era levata agli splendori de’ Cherubini, alcuna volta agli ardori de’ Serafini, alcuna volta a’ gaudii de’ Beati, alcuna volta ad amorosi ed eccessivi abbracciamenti di Cristo, non solamente per gusti ispirituali dentro ma eziandio per espressi segni di fuori e gusti corporali. E singularmente per eccessivo modo una volta accese il suo cuore la fiamma del divino amore, e durò in lui cotesta fiamma ben tre anni; nel quale tempo egli ricevea maravigliose consolazioni e visitazioni divine e ispesse volte era ratto in Dio, e brievemente nel detto tempo egli parea tutto affocato e acceso dello amore di Cristo. E questo fu in sul monte santo della Vernia.
Ma imperò che Iddio ha singolare cura de’ suoi figliuoli, dando loro, secondo i diversi tempi, ora consolazione, ora tribolazione ora prosperità, ora avversità, siccome e’ vede ch’abbisogna loro a mantenersi in umiltà, ovvero per accendere più il loro desiderio alle cose celestiali; piacque alla divina bontà, dopo li tre anni, sottrarre dello detto frate Giovanni questo raggio e questa fiamma del divino amore, e privollo d’ogni consolazione spirituale: di che frate Giovanni rimase sanza lume e sanza amore di Dio e tutto sconsolato e afflitto e addolorato. Per la qual cosa egli così angoscioso se ne andava per la selva discorrendo in qua e in là, chiamando con voce e con pianti e con sospiri il diletto isposo dell’anima sua, il quale s’era nascosto e partito da lui, e sanza la cui presenza l’anima sua non trovava requie né riposo; ma in nessun luogo né in nessun modo egli potea ritrovare il dolce Gesù, né rabbattersi a quelli soavissimi gusti ispirituali dello amore di Cristo, come gli era usato. E durogli questa cotale tribulazione per molti dì, nelli quali egli perseverò in continovo piagnere e in sospirare e in pregare Iddio che gli rendesse per la sua pietà il diletto isposo dell’anima sua.
Alla perfine, quando piacque a Dio d’avere provato assai la sua pazienza e acceso il suo desiderio, un dì che frate Giovanni, s’andava per la detta selva così afflitto e tribolato, per lassezza si puose a sedere accostandosi ad uno faggio, e stava colla faccia tutta bagnata di lagrime guatando inverso il cielo, ecco subitamente apparve Gesù Cristo presso a lui nel viottolo onde esso frate Giovanni era venuto ma non dicea nulla. Veggendolo frate Giovanni e riconoscendolo bene che egli era Cristo, subitamente se gli gittò a’ piedi e con ismisurato pianto il pregava umilissimamente e dicea: “Soccorrimi, Signore mio, ché sanza te, salvatore mio dolcissimo, io sto in tenebre e in pianto; e sanza te, Agnello mansuetissimo, io sto in angoscie e in pene e in paura; sanza te, Figliuolo di Dio altissimo, io sto in confusione e in vergogna; sanza te io sono ispogliato d’ogni bene ed accecato, imperò che tu se’ Gesù Cristo, vera luce delle anime; sanza te io sono perduto e dannato, imperò che tu se’ vita delle anime e vita delle vite, sanza te io sono sterile e arido, però che tu se’ fontana d’ogni dono e d’ogni grazia; e sanza te io sono al tutto isconsolato; però che tu se’ Gesù nostra redenzione, amore e disiderio, pane confortativo e vino che rallegri i cuori degli Agnoli e i cuori di tutti i Santi. Allumina me, maestro graziosissimo e pastore piatosissimo imperò ch’io sono tua pecorella, benché indegna sia”.
Ma perché il desiderio dei santi uomini, il quale Iddio indugia ad esaudire, sì li accende a maggiore amore e merito, Cristo benedetto si parte sanza esaudirlo e sanza parlargli niente, e vassene per lo detto viottolo. Allora frate Giovanni si leva suso e corregli dietro e da capo gli si gitta a’ piedi, e con una santa importunità sì lo ritiene e con divotissime lagrime il priega e dice: “O Gesù Cristo dolcissimo, abbi misericordia di me tribolato. Esaudiscimi per la moltitudine della tua misericordia e per la verità della tua salute, e rendimi la letizia della faccia tua e del tuo piatoso sguardo, imperò che della tua misericordia è piena tutta la terra”. E Cristo ancora si parte e non gli parla niente, nè gli dà veruna consolazione; e fa a modo che la madre al fanciullo quando lo fa bramare la poppa, e fasselo venire dietro piangendo, acciò ch’egli la prenda poi più volentieri.
Di che frate Giovanni ancora con maggiore fervore e disiderio seguita Cristo; e giunto che egli fu a lui, Cristo benedetto si rivolge a lui e riguardollo col viso allegro e grazioso, e aprendo le sue santissime e misericordiosissime braccia sì lo abbracciò dolcissimamente: e in quello aprire delle braccia vide frate Giovanni uscire dal sacratissimo petto del Salvatore raggi di luce isplendenti, i quali alluminavano tutta la selva ed eziandio lui nell’anima e nel corpo.
Allora frate Giovanni s’inginocchiò a’ piedi di Cristo; e Gesù benedetto a modo che alla Maddalena, gli porse il piede benignamente a baciare, e frate Giovanni, prendendolo con somma riverenza, il bagnò di tante lagrime che veramente egli parea un’altra Maddalena, e sì dicea divotamente: “Io ti priego, Signore mio, che tu non ragguardi alli miei peccati, ma per la tua santissima passione e per la isparsione del tuo santissimo sangue prezioso, resuscita l’anima mia nella grazia del tuo amore, con ciò sia cosa che questo sia il tuo comandamento, che noi ti amiamo con tutto il cuore e con tutto l’affetto; il quale comandamento nessuno può adempiere sanza il tuo aiuto. Aiutami dunque, amantissimo Figliuolo di Dio, sì ch’io ami te con tutto il mio cuore e con tutte le mie forze”.
E stando così frate Giovanni in questo parlare ai pie’ di Cristo, fu da lui esaudito e riebbe da lui la prima grazia, cioè della fiamma del divino amore, e tutto si sentì rinnovato e consolato; e conoscendo il dono della divina grazia essere ritornato in lui, Sì cominciò a ringraziare Cristo benedetto e a baciare divotamente li suoi piedi. E poi rizzandosi per riguardare Cristo in faccia, Gesù gli stese e porse le sue mani santissime a baciare, e baciate che frate Giovanni l’ebbe, sì si appressò e accostò al petto di Gesù e abbracciollo e baciollo, e Cristo similemente abbracciò e baciò lui. E in questo abbracciare e baciare, frate Giovanni sentì tanto odore divino, che se tutte le spezie odorifere e tutte le cose odorose del mondo fossono istate raunate insieme, sarebbono parute uno puzzo a comparazione di quello odore; e in esso frate Giovanni fu ratto e consolato e illuminato, e durogli quell’odore nell’anima sua molti mesi.
E d’allora innanzi della sua bocca, abbeverata alla fonte della divina sapienza nel sacrato petto del Salvatore, uscivano parole maravigliose e celestiali, le quali mutavano li cuori, che ’n chi l’udiva facevano grande frutto all’anima. E nel viottolo della selva, nel quale stettono i benedetti piedi di Cristo, e per buono spazio d’intorno, sentia frate Giovanni quello odore e vedea quello isplendore sempre, quando v’andava ivi a grande tempo poi.
Ritornando in sé poi frate Giovanni dopo quel ratto e disparendo la presenza corporale di Cristo, egli rimase così illuminato nell’anima, nello abisso della sua divinità, che bene che non fosse uomo litterato per umano studio, nientedimeno egli maravigliosamente solvea e dichiarava le sottilissime quistioni ed alte della Trinità divina e li profondi misteri della santa Iscrittura. E molte volte poi parlando dinanzi al Papa e i cardinali e re e baroni e a’ maestri e dottori, tutti li mettea in grande stupore per le alte parole e profondissime sentenze che dicea.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Cinquantesimo.
Come dicendo messa il dì de’ morti, frate Giovanni della Vernia
vide molte anime liberate del purgatorio.
Dicendo una volta il detto frate Giovanni la messa il dì dopo Ognissanti per tutte l’anime de’ morti, secondo che la Chiesa ha ordinato, offerse con tanto affetto di carità e con tanta piatà di compassione quello altissimo Sacramento (che per la sua efficacia l’anime de’ morti desiderano sopra tutti gli altri beni che sopra tutto a loro si possono fare) ch’egli parea tutto che si struggesse per dolcezza di pietà e carità fraterna. Per la qual cosa in quella messa levando divotamente il corpo di Cristo e offerendolo a Dio Padre e pregandolo che per amore del suo benedetto figliuolo Gesù Cristo, il quale per ricomperare le anime era penduto in croce, gli piacesse liberare delle pene del purgatorio l’anime de’ morti da lui create e ricomperate; immantanente egli vide quasi infinite anime uscire di purgatorio, a modo che faville di fuoco innumerabili ch’uscissono d’una fornace accesa, e videle salire in cielo per li meriti della passione di Cristo, il quale ognindì è offerto per li vivi e per li morti in quella sacratissima ostia, degna d’essere adorata in secula seculorum.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Cinquantunesimo.
Del santo frate Iacopo da Fallerone; e come, poi che morì
apparve a frate Giovanni della Vernia.
Al tempo che frate Iacopo da Fallerone, uomo di grande santità, era gravemente infermo nel luogo di Molliano nella custodia di Fermo; frate Giovanni della Vernia, il quale dimorava allora al luogo della Massa, udendo della sua infermità, imperò che lo amava come suo caro padre, si puose in orazione per lui pregando Iddio divotamente con orazione mentale ch’al detto frate Iacopo rendesse sanità del corpo, se fusse il meglio dell’anima. E istando in questa divota orazione, fu ratto in estasi e vide in aria un grande esercito d’Agnoli e Santi sopra la cella sua, ch’era nella selva, con tanto splendore, che tutta la contrada dintorno n’era illuminata. E fra questi Agnoli vide questo frate Iacopo infermo, per cui egli pregava, istare in vestimenti candidi tutto risplendiente. Vide ancora tra loro il padre beato santo Francesco adornato delle sacre Istimate di Cristo e di molta gloria. Videvi ancora e riconobbevi frate Lucido santo, e frate Matteo antico dal monte Rubbiano e più altri frati, li quali non avea mai veduti né conosciuti in questa vita. E ragguardando così frate Giovanni con grande diletto quella beata schiera di Santi, sì gli fu rivelata di certo la salvazione dell’anima del detto frate infermo, e che di quella infermità dovea morire, ma non così di subito, e dopo la morte dovea andare a paradiso, però che convenia un poco purgarsi in purgatorio. Della quale rivelazione il detto frate Giovanni aveva tanta allegrezza per la salute della anima, che della morte del corpo non si sentia niente, ma con grande dolcezza di spirito il chiamava tra se medesimo dicendo: “Frate Iacopo, dolce padre mio; frate Iacopo, dolce mio fratello; frate Iacopo, fedelissimo servo e amico di Dio; frate Iacopo, compagno degli Agnoli e consorto de’ Beati”. E così in questa certezza e gaudio ritornò in sé, e incontanente si partì dal luogo e andò a visitare il detto frate Iacopo a Molliano.
E trovandolo sì gravato che appena potea parlare, sì gli annunziò la morte del corpo e la salute e gloria dell’anima, secondo la certezza che ne aveva per la divina rivelazione, di che frate Iacopo tutto rallegrato nello animo e nella faccia, lo ricevette con grande letizia e con giocondo riso, ringraziandolo delle buone novelle che gli apportava e raccomandandosi a lui divotamente. Allora frate Giovanni il pregò caramente che dopo la morte sua dovesse tornare a lui a parlargli del suo stato; e frate Iacopo glielo promise, se piacesse a Dio. E dette queste parole, appressandosi l’ora del suo passamento, frate Iacopo cominciò a dire divotamente quello verso del salmo: In pace in idipsum dormiam et requiescam, cioè a dire: “In pace in vita eterna m’addormenterò e riposerò”; e detto questo verso, con gioconda e lieta faccia passò di questa vita. E poi che fu soppellito, frate Giovanni si tornò al luogo della Massa e aspettava la promessa di frate Iacopo, che tornasse a lui il di ch’avea detto. Ma il detto dì orando egli, gli apparve Cristo con grande compagnia d’Agnoli e Santi, tra li quali non era frate Iacopo; onde frate Giovanni, maravigliandosi molto, raccomandollo a Cristo divotamente. Poi il dì seguente, orando frate Giovanni nella selva, gli apparve frate Iacopo accompagnato dagli Agnoli, tutto glorioso e tutto lieto, e dissegli frate Giovanni: “O padre carissimo, perché non se’ tu tornato a me il dì che tu mi promettesti?”. Rispuose frate Iacopo: “Però ch’io avevo bisogno d’alcuna purgazione; ma in quella medesima ora che Cristo t’apparve e tu me gli raccomandasti, Cristo te esaudì e me liberò d’ogni pena. E allora io apparii a frate Iacopo della Massa, laico santo, il quale serviva messa e vide l’ostia consecrata, quando il prete la levò, convertita e mutata in forma d’uno fanciullo vivo bellissimo, e dissigli: “Oggi con quello fanciullo me ne vo al reame di vita eterna, al quale nessuno puote andare sanza lui”. E dette queste parole, frate Iacopo sparì e andossene in cielo con tutta quella beata compagnia degli Agnoli; e frate Giovanni rimase molto consolato.
Morì il detto frate Iacopo da Fallerone la vigilia di santo Iacopo apostolo nel mese di luglio, nel sopradetto luogo di Molliano, nel quale per li suoi meriti la divina bontà adoperò dopo la sua morte molti miracoli.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Della visione di frate Giovanni della Vernia, dove egli conobbe
tutto l’ordine della santa Trinità.
Il sopraddetto frate Giovanni della Vernia, imperò che perfettamente aveva annegato ogni diletto e consolazione mondana e temporale, e in Dio aveva posto tutto il suo diletto e tutta la sua speranza, la divina bontà gli donava maravigliose consolazioni e revelazioni, e spezialmente nelle solennità di Cristo, onde appressandosi una volta la solennità della Natività di Cristo, nella quale di certo egli aspettava consolazione da Dio della dolce umanità di Gesù, lo Spirito santo gli mise nell’animo suo così grande ed eccessivo amore e fervore della carità di Cristo, per la quale egli s’era aumiliato a prendere la nostra umanità, che veramente gli parea che l’anima gli fusse tratta del corpo e ch’ella ardesse come una fornace. Lo quale ardore non potendo sofferire, s’angosciava e struggevasi tutto quanto e gridava ad alta voce, imperò che per lo impeto dello Spirito santo e per lo troppo fervore dello amore non si potea contenere del gridare. E in quell’ora che quello smisurato fervore, gli venia con esso sì forte e certa la speranza della sua salute, che punto del mondo non credea che, se allora fusse morto dovesse passare per lo purgatorio. E questo amore gli durò bene da sei mesi, benché quello eccessivo fervore non avesse così di continovo, ma gli venia a certe ore del dì.
E in questo tempo poi ricevette maravigliose visitazioni e consolazioni da Dio; e più volte fu ratto, siccome vide quel frate il quale da prima iscrisse queste cose. Tra le quali, una notte fu sì elevato e ratto in Dio, che vide in lui creatore tutte le cose create e celestiali e terrene e tutte le loro perfezioni e gradi e ordini distinti. E allora conobbe chiaramente come ogni cosa creata si presentava al suo Creatore, e come Iddio è sopra e dentro e di fuori e dallato a tutte le cose create. Appresso conobbe uno Iddio in tre persone e tre persone in un Iddio, e la infinita carità la quale fece il Figliuolo di Dio incarnare per obbidienza del Padre. E finalmente conobbe in quella visione siccome nessuna altra via era, per la quale l’anima possa andare a Dio e avere vita eterna, se non per Cristo benedetto, il quale è via e verità e vita dell’anima.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Cinquantatreesimo.
Come, dicendo messa, frate Giovanni della Vernia cadde come fosse morto.
Al detto frate Giovanni in nel sopraddetto luogo di Molliano, secondo che recitarono li frati che vi erano presenti, addivenne una volta questo mirabile caso, che la prima notte dopo l’ottava di santo Lorenzo e infra l’ottava dell’Assunzione della Donna, avendo detto mattutino in chiesa con gli altri frati, e sopravvenendo in lui l’unzione della divina grazia, e’ se ne andò nell’orto a contemplare la passione di Cristo e a disporsi con tutta la sua devozione a celebrare la messa, la quale gli toccava la mattina a cantare. Ed essendo in contemplazione della parola della consacrazione del corpo di Cristo, cioè: Hoc est corpus meum e considerando la infinita carità di Cristo, per la quale egli ci volle non solamente comperare col suo sangue prezioso, ma eziandio lasciarci per cibo delle anime il suo corpo e sangue degnissimo; gli cominciò a crescere in tanto fervore e in tanta soavità l’amore del dolce Gesù, che già non potea più sostenere l’anima sua tanta dolcezza, ma gridava forte e come ebbro di spirito tra se medesimo non ristava di dire: Hoc est corpas meum: però che dicendo queste parole, gli parea vedere Cristo benedetto con la vergine Maria e con moltitudine d’Agnoli. E in questo dire era alluminato dallo Spirito santo di tutti i profondi e alti misteri di quello altissimo Sacramento.
E fatta che fu l’aurora egli entrò in chiesa con quel fervore di spirito e con quella ansietà e con quello dire, non credendo essere udito né veduto da persona, ma in coro era alcuno frate in orazione il quale udiva e vedeva tutto. E non potendo in quello fervore contenersi per l’abbondanza della divina grazia, gridava ad alta voce; e tanto stette in questo modo, che fu ora di dire messa; onde egli s’andò a parare allo altare e cominciò la messa. E quanto più procedeva oltre, tanto più gli cresceva l’amore di Cristo e quello fervore della divozione, col quale e’ gli era dato un sentimento di Dio ineffabile, il quale egli medesimo non sapea né potea poi esprimere con la lingua. Di che temendo egli che quello fervore e sentimento di Dio crescesse tanto che gli convenisse lasciare la messa, fu in grande perplessità e non sapea che parte si prendere, o di procedere oltre nella messa o di stare a aspettare. Ma imperò che altra volta gli era addivenuto simile caso, e ’l Signore avea sì temperato quello fervore che non gli era convenuto lasciare la messa; confidandosi di potere così fare questa volta, con grande timore si mise a procedere oltre nella messa; e pervenendo insino al Prefazio della Donna, gli cominciò tanto a crescere la divina illuminazione e la graziosa soavità dello amore di Dio, che vegnendo a Qui pridie quam, appena potea sostenere tanta soavità e dolcezza. Finalmente giugnendo all’atto della consecrazione, e detto la metà delle parole sopra l’ostia, cioè Hoc est enim, per nessuno modo potea procedere più oltre, ma pure repetia queste medesime parole, cioè Hoc est enim; e la cagione perché non potea procedere più oltre, si era che e’ sentia e vedea la presenza di Cristo con moltitudine di Agnoli, la cui maestà non potea sofferire; e vedea che Cristo non entrava nella ostia, né ovvero che l’ostia non si transustanziava nel corpo di Cristo se egli non proferia l’altra metà delle parole, cioè corpus meum. Di che stando egli in questa ansietà e non procedendo più oltre, il guardiano e gli altri frati ed eziandio molti secolari ch’erano in chiesa ad udire la messa, s’appressarono allo altare e stavano ispaventati a vedere e a considerare gli atti di frate Giovanni; e molti di loro piagnevano per divozione. Alla perfine, dopo grande spazio, cioè quando piacque a Dio, frate Giovanni proferì Corpus meam ad alta voce; e di subito la forma del pane isvanì, e nell’ostia apparì Gesù Cristo benedetto incarnato e glorificato, e dimostrogli la umiltà e carità la quale il fece incarnare della vergine Maria e la quale il fa venire ognindì nelle mani del sacerdote quando consacra l’ostia. Per la qual cosa egli fu più elevato in dolcezza di contemplazione. Onde levato ch’egli ebbe l’ostia e il calice consacrato, egli fu ratto fuori di se medesimo; ed essendo l’anima sospesa dalli sentimenti corporali, il corpo suo cadde indietro, e se non che fu sostenuto dal guardiano, il quale gli stava dietro, cadea supino in terra. Di che, accorrendovi li frati e li secolari ch’erano in chiesa, uomini e donne, ne fu portato in sagrestia come morto, imperò che il corpo suo era raffreddato come corpo morto, e le dita delle mani si erano rattrappate sì forte che non si poteano appena distendere punto o muovere. In questo modo giacque così tramortito ovvero ratto insino a terza; ed era di state.
E però ch’io, il quale fui a questo presente, disiderava molto di sapere quello che Iddio avea adoperato inverso lui, immantanente che egli fu ritornato in sé, andai a lui e priega ’lo per la carità di Dio ch’egli mi dovesse dire ogni cosa. Onde egli, perché si fidava molto di me, mi innarrò ogni cosa molto per ordine; e tra l’altre cose egli mi disse che, considerando egli il corpo e ’l sangue di Gesù Cristo anche innanzi, il suo cuore era liquido come una cera molto istemperata, e la carne sua gli parea che fosse sanza ossa per tale modo, che questi non potea levare le braccia né le mani a fare il segno della croce sopra l’ostia né sopra il calice. Anche sì mi disse che, innanzi che si facesse prete, gli era stato rivelato da Dio ch’egli dovea venire meno nella messa; ma, però che già avea detto molte messe e non gli era quello addivenuto, pensava che la rivelazione non fosse stata da Dio. E nientedimeno cinque anni innanzi all’Assunzione della Donna, nella quale il sopraddetto caso gli addivenne, anco gli era da Dio istato rivelato che in quel caso gli avea a divenire intorno alla detta festa dell’Assunzione, ma poi non se ne ricordava della detta rivelazione.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
FINE