mercoledì 2 gennaio 2013

Luci e ombre di un Nobel

Rita Levi Montalcini


 (Giulia Galeotti) Rita Levi Montalcini fa parte delle storie della mia infanzia. Raccontava infatti mia nonna che mentre, già dottoressa in chimica, lavorava nei laboratori dell’università, per un certo periodo collaborò con loro una laureanda, pressoché sua coetanea, molto determinata che veniva dal nord.
«Aveva le idee terribilmente chiare: si capiva che sarebbe andata lontano». Ne parlava con stima, ma non (debbo ammettere) con eccessiva simpatia: del resto, le loro strade di lì a poco avrebbero preso direzioni opposte. In un’epoca in cui per le donne la conciliazione tra famiglia e carriera era pressoché impossibile, pur essendosi laureata brillantemente e avendo iniziato a lavorare al Consiglio Nazionale delle Ricerche, mia nonna conobbe un uomo, lo sposò, lasciò il lavoro ed ebbe quattro figli (e tredici nipoti). Rita Levi Montalcini, invece, tirò dritta nel suo amore per la scienza, arrivando a diventare una delle neurologhe più famose al mondo, vincendo il premio Nobel per la medicina nel 1986.
Nata a Torino il 22 aprile 1909 in una famiglia ebrea sefardita (il padre Adamo Levi era ingegnere elettrotecnico e matematico, la madre Adele Montalcini era pittrice) con la gemella Paola (anche lei pittrice), Rita era l’ultima nata, dopo Gino (scultore e architetto) e Anna. Determinante il clima familiare: i genitori, coltissimi, trasmisero ai figli la passione per la ricerca intellettuale.
Scelta la facoltà di medicina (era una delle sette donne iscritte al tempo), si laureò a Torino nel 1936 con lode, specializzandosi poi in neurologia e psichiatria. Rita era ancora terribilmente incerta: dedicarsi alla professione medica o portare avanti anche le ricerche in neurologia? Scelse Rita, ma scelse anche la storia: dalla promulgazione delle leggi razziali la giovane fu costretta a proseguire i suoi studi prima in Belgio e poi, rientrata a Torino, in un piccolo laboratorio privato. Durante l’occupazione tedesca, trascorse un periodo di clandestinità a Firenze. Nel 1947 si stabilì quindi negli Stati Uniti dove insegnerà poi biologia alla Washington University di Saint Louis (1956-1977). Intanto, dal 1969, era stata chiamata a dirigere il laboratorio di biologia cellulare del Cnr.
Levi Montalcini ha dedicato la sua vita alla scienza, con una particolare attenzione allo studio del sistema nervoso e dei fattori specifici della sua crescita. Sono anni in cui la questione del cervello passa dall’essere area d’interesse marginale a tema centrale per la ricerca biologica. E tra le sue scoperte scientifiche, ha avuto particolare rilievo l’identificazione del Nerve Growth Factor (Ngf), il fattore che stimola e regola l’accrescimento delle cellule nervose. Scoperta che la porterà al cospetto dei reali di Svezia.
Prima donna ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze (1974) e prima presidente donna dell’Istituto dell’Enciclopedia Treccani (1993-1998), nel 2001 è stata nominata senatrice a vita della Repubblica italiana «per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico sociale».
In apparenza fragile, ma in realtà tenace e fortissima, sempre elegante nei modi — su «La Stampa» del 14 ottobre 1986 Primo Levi la definì «una piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa» — incarnazione della perfetta scienziata (precisa, intelligentissima e un po’ distaccata), con la sua voce inconfondibile, l’accurata pettinatura e un grande spirito d’avventura («ha l’animo di Cristoforo Colombe» disse una volta la gemella Paola), Levi Montalcini è divenuta negli anni un personaggio molto amato dal grande pubblico. E questo anche grazie alla sua partecipazione alla vita italiana con frequenti dichiarazioni e prese di posizioni sui grandi temi (scientifici e non) all’ordine del giorno. Più volte interpellata a esprimersi su donne e carriera, sulla ancora ridotta presenza femminile in diversi ambiti (dalla politica alla ricerca scientifica), ha sempre ostinatamente risposto che «l’umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi».
La popolarità di Rita Levi Montalcini è legata ai suoi tanti testi, anche divulgativi e autobiografici (il primo fu Elogio dell’imperfezione). Nel 2005 pubblicò il suo primo libro per ragazzi, Eva era africana in cui raccontava la vita di donne coraggiose in lotta per la rinascita del loro continente. Quel continente da cui nacque la storia dell’umanità: «in Etiopia nel 1974 gli archeologi trovarono Lucy, lo scheletro del primo essere umano — raccontò alla presentazione del volume la senatrice a vita — Possiamo proprio dire che Eva era africana».
Il 30 dicembre 2012 Rita Levi Montalcini si è spenta a Roma (i funerali si sono svolti il 2 gennaio a Torino, in forma privata). Aveva 103 anni, vissuti in prima linea in un Novecento difficile, specie se si era donna, ebrea, nubile e scienziata. Enorme il cordoglio manifestato anche dalla gente comune, che sente di aver perso un pezzo della propria storia. Una storia fatta anche da una donna divenuta — con assoluto impegno, tenacia e fatica — la Signora della scienza.
Non può certo essere un caso (o un mero sintomo di ignoranza) il fatto che su twitter in molti abbiano espresso il loro dolore per la morte della «Signora delle mille lire». Il ritratto che capeggiava su quelle banconote infatti, non era di Rita Levi Montalcini: era di Maria Montessori, l’altra grande scienziata italiana del Novecento. Due donne diverse, ma anche due donne simili, nella loro caparbia volontà di dedicarsi — e poi eccellere — in un lavoro che è ancora oggi noto e riconosciuto nel mondo intero. L'Osservatore Romano, 3 gennaio 2013.

 * * *

Il politicamente corretto ha le sue regole e sono regole ferree. Una di queste impone che di alcuni personaggi della cultura, della politica, delle arti etc non si possa che parlare bene, anzi benissimo. I distinguo sull’operato di questi soggetti vengono giudicati, ben che vada, come un’operazione di cattivo gusto.
Rita Levi Montalcini, deceduta lo scorso 30 Dicembre all’età di 103 anni, forse appartiene alla schiera di questi intoccabili, perché oggi ricevere un Nobel – un qualsiasi nobel – è salire agli onori degli altari laici già in vita, immaginarsi quando poi si è morti.
Nessuno discute qui le sue capacità scientifiche (non è il nostro compito), ma il successo come scienziati non ne autorizza la beatificazione. In realtà nella vita della Montalcini ci sono luci e ombre. La sua esistenza sin da giovane è segnata dalla sofferenza: di origine ebraica, nel 1938 deve lasciare l’Italia a seguito delle leggi razziali e riparare in Belgio. Ma l’esilio dura poco: nel ’40 scappa di nuovo, lascia il Belgio a motivo dell’invasione di Hitler e fa ritorno in Italia.
Nel 1974 la Chiesa le chiede, prima donna, di entrare a far parte della Pontificia Accademia delle Scienza. Questo a riprova che la Barca di Pietro accoglie tutti, anche persone di credo differente. Anzi nel caso della Montalcini persino persone per nulla credenti. Infatti, intervistata da Piergiorgio Odifreddi nel sul libro “Incontri con menti straordinarie”, alla domanda se credesse in Dio lei risponde: “Sono atea. Non so cosa si intenda per credere in Dio”. Quindi nessuna discriminazione verso l’atea Montalcini da parte della Chiesa e stesso atteggiamento di rispetto del premio Nobel verso la Chiesa. Infatti in occasione della lettera appello di 63 docenti nel gennaio del 2008 affinché il Santo Padre non mettesse piede all'Università La Sapienza per tenere una lectio magistralis, la Montalcini, pur essendo stata invitata ad aderire, rifiuta di sottoscrivere l’appello. Nonostante ciò gira voce sui giornali che ci sia almeno un’adesione privata se non pubblica e formale, ma il premio Nobel smentisce categoricamente e fa sapere per bocca dell’Osservatore Romano che “in qualità di membro della Pontificia Accademia delle Scienze e dell’ammirazione che nutro verso il Pontefice non avrei mai espresso quanto attribuitomi”.
La ricerca scientifica, che la condusse a vincere il Nobel per la medicina nel 1986, fu una vera vocazione che la assorbì completamente tanto che forse per questo motivo non si sposò mai. Di certo interpretava la sua professione come una missione. Infatti ebbe a dire nel 2009 in occasione di una cerimonia presso l’Istituto Superiore della Sanità per celebrare i suoi 100 anni: “Non ero nata per fare lo scienziato, ma per andare in Africa ad aiutare chi ne ha bisogno. Da adolescente volevo andare in Africa come Albert Schweitzer e curare i lebbrosi. Adesso, nell'ultima tappa della mia vita, esaudisco il desiderio di aiutare popolazioni sfruttate. Posso dire che l'unico motivo per cui ho lavorato è stato aiutare gli altri". Tale slancio verso il prossimo è testimoniato anche dal fatto che lei, seppur atea, devolse parte dei proventi del premio Nobel a favore della Comunità ebraica di Roma per la costruzione di una sinagoga.
Comprendeva anche i limiti della ricerca scientifica e non la venerava come una nuova religione che avrebbe liberato l’uomo dalle superstizioni e dai falsi miti. Infatti in occasione di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel Novembre del 2006 tenne a precisare che “gli scienziati non detengono il monopolio della saggezza. La soluzione dei problemi che affliggono l'intero genere umano, fino a porne in pericolo la sopravvivenza, spetta in pari misura a filosofi, uomini di religione, educatori e appartenenti ad altre discipline”.
Queste sono alcune luci della vita della Montalcini. Ma ci sono anche ombre. Sempre nell’intervista appena citata la Montalcini rende noto che si allinea al darwinismo duro e puro: “La recente rinascita del movimento creazionista, basata sulla concezione del ‘disegno intelligente’, nega la validità delle selezione darwiniana. Una negazione, questa, derivante dall'ignoranza delle rigorose prove dei nuovi apporti della genetica”. Insomma chi nega che dietro il creato c’è un Creatore pecca di ignoranza.
Ma proseguiamo nella lettura dell’articolo: “Personalmente, pur dichiarandomi laica o meglio agnostica e libera pensatrice, mi ritengo tuttavia profondamente ‘credente’, se per religione si intende credere nel bene e nel comportamento etico: non perseguendo questi principi, la vita non merita di essere vissuta”. Cosa stona in questa frase che tutti sposeremmo appieno? Stona il fatto che il “credere nel bene e nel comportamento etico” per la Montalcini significava essere a favore di eutanasia, fecondazione artificiale e aborto.
Nell’articolo citato la giornalista Barbara Palombelli le chiede cosa pensi dell’eutanasia. Ecco la sua risposta: “Nessuno ha il diritto di sopprimere la vita, l'eutanasia potrebbe essere concessa, sempre e soltanto nella fase terminale di malattie che provocano gravi sofferenze, in seguito a processi degenerativi o neoplastici senza speranza di guarigione. Sono favorevole all'eutanasia soltanto per la propria persona attraverso un testamento ‘biologico’ stilato, a norma di legge, in pieno possesso delle proprie facoltà mentali, nel quale si dichiari che qualora non si fosse più in grado di possedere le facoltà di intendere e di volere, una commissione di medici esperti può porre fine alle gravi sofferenze o ad una vita priva di capacità cognitive”.
Al tempo del referendum per abrogare alcune parti della legge 40 che disciplina la fecondazione artificiale l’associazione radicale Luca Coscioni la intervista per sapere le sue intenzioni di voto. “Voto naturalmente quattro Sì – risponde la Montalcini – perché penso che la legge 40 ci voleva, ha riempito un vuoto ma non l’ha riempito in modo soddisfacente e per va ampiamente revisionata. Su molte cose non sono d’accordo: l’impianto di embrioni senza l’analisi preventiva è assurdo, l’impianto dei tre embrioni è contro la donna, è tutto contro la salute della donna. Sono anche a favore dell’eterologa perché è permissiva e non costrittiva. Quindi ritengo che noi dobbiamo votare – non bisogna astenersi perché è assurdo – e bisogna votare per quattro Sì, che mi pare tengano conto di cose che, non si sa perché, la legge 40 non aveva esaudito come si doveva. Nutro vivamente la speranza di una vittoria del Sì perchè se dovesse vincere il No, secondo me, torniamo al Medioevo.” E poi un appello: “Per il bene vostro e dei vostri figli voi dovete andare a votare, perché senza questo voto torniamo molto indietro, finiremo, probabilmente, per eliminare anche la legge sull'aborto”.
Per inciso, sull’aborto, la Montalcini negli anni Settanta fece parte Movimento di Liberazione Femminile per la regolamentazione dell'aborto. Non cambiò mai idea. Infatti il 25 Novembre 2009 all'Università Bicocca di Milano in occasione del “Sysbiohealth symposium 2009” dichiarò: la pillola abortiva RU486 "ha dato risultati straordinari. Penso molto bene di questo farmaco. Conosco colui che l'ha scoperto, è venuto da me e posso dire che i risultati sono straordinari”. Una vera entusiasta della morte chimica del nascituro.
In merito alla ricerca sugli embrioni il premio Nobel non ha dubbi: la legge 40 "limita la ricerca – afferma il 12 Aprile 2005 presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Firenze - non ammettendo neppure l'uso di embrioni che purtroppo sarebbero votati ad essere gettati via. Non si devono fare gli embrioni per la ricerca scientifica, è assurdo, ma quelli che abbiamo in soprannumero debbono essere utilizzati perchè le possibilità delle cellule staminali embrionali sono enormemente superiori a quelle delle cellule adulte". Affermando lei nobel – a margine – una vera e propria inesattezza scientifica, dato che le staminali adulte ad oggi hanno ottenuto risultati ben più promettenti delle staminali embrionali.
Perché tanto plauso a favore della sperimentazione sugli embrioni? Perché l’embrione non è una persona. “L'embrione – dichiara a Repubblica nell’Aprile del 2005 - è un ammasso di poche cellule privo della linea cerebrale che dà la possibilità di vita umana. La discussione se l'embrione è persona o no si trascina da molti secoli e sarà probabilmente sempre tale, ai limiti tra la legge, la morale, la scienza e la religione: ciò che non deve essere fatto è imporre per legge una credenza ideologica, religiosa e morale a tutti”.
Una figura quindi da incensare senza se e senza ma? Il caso della Montalcini pare che ci conforti nel dire che la regola dei distinguo valga ben più della regola del politicamente corretto. (G. Arcuri)
Fonte: La nuova bussola quotidiana

Di ciò di cui è peccato tacere, bisogna parlare!

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Per introdurre le parole del Cardinal Bagnasco e l'articolo di Riccardo Cascioli...

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"Quale garanzia ci può essere se uno Stato non rispetta, non promuove, non accoglie, non difende la vita soprattutto la più fragile e la debole, anche quella vita che non ha neppure il volto, neppure la voce per imporre sé stessa ed il proprio diritto? Oppure se quella vita non ha più la voce perché l‘ha persa, in uno stato di incoscienza o di infermità mentale?". Lo ha chiesto l‘arcivescovo di Genova e presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, nel discorso che ha pronunciato ieri pomeriggio commentando il Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata per la Pace. Nella sua riflessione - riferisce l'agenzia Sir - il cardinale non ha mai parlato di "eutanasia" ed "aborto" ma, ha sottolineato: "è evidente a chi pensiamo". "Quali garanzie - ha domandato ancora - ci possono essere se la comunità, non è in grado di accogliere o non vuole accogliere, per motivi anche i più umanitari a parole, ma in realtà temo, a volte, per motivi economici?". Quali garanzie può dare uno Stato, ha incalzato, se la comunità civile "non è in grado di accogliere la vita nella fase più ultima?". "Parliamo spesso degli ultimi - ha proseguito il cardinale - ma gli ultimi degli ultimi sono coloro che non possono opporre agli altri neppure la presenza, neppure un volto, tanto meno la voce". E‘ per questo che, ha domandato ancora: "una società siffatta, che garanzie potrà dare di difendere, accogliere, sostenere, promuovere, anche con grandi sacrifici, tutte le altre fragilità della vita umana?". Infatti, "se il cuore della società non è abbastanza grande, sensibile da commuoversi di fronte a queste situazioni ultime della fragilità umana, e non le accoglie perché dice di dover pensare alle altre fragilità, c‘è un circolo che non si può spezzare". Non c‘è giustizia senza verità ha aggiunto ricordando che "l‘etica sociale si fonda ed è garantita dall‘etica della vita". Entrambe "sono intimamente congiunte: l‘una fonda e garantisce l‘altra - afferma il cardinale Bagnasco - l‘altra invera la prima". (R.P.)
Fonte: Sir

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Le parole contano, esprimono concezioni dell’uomo e della società ben precise. E a volte dicono cose opposte anche se sembrano sinonimi. E’ il caso di due espressioni molto usate in questi ultimi tempi a proposito di impegno politico dei cattolici e di agende varie: «temi eticamente sensibili» e «princìpi non negoziabili». Vengono sostanzialmente usate in modo indifferente per indicare quei temi come aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, matrimonio omosessuale e così via.

E’ vero, gli argomenti indicati sono gli stessi, ma il modo di vederli è radicalmente diverso. Quando si parla di «temi eticamente sensibili» si fa riferimento soprattutto alla potenzialità di divisione che hanno all’interno degli stessi schieramenti. Sia a sinistra che al centro che a destra, seppure in proporzione diversa, ci sono posizioni ben differenti al proposito, sono temi che attraversano e dividono tutti gli schieramenti. Data la delicatezza degli argomenti e il rischio che su questi possano saltare maggioranze e alleanze diventa allora plausibile e accettabile che vengano esclusi dai programmi elettorali. Come a dire: troviamo anzitutto un consenso sull’economia – che di questi tempi è ciò che più interessa agli italiani -, sul lavoro, sulla politica estera, sulla sicurezza e magari anche sull’immigrazione; per i «temi eticamente sensibili» non sposiamo invece nessuna convinzione, lasciamo libertà di coscienza, riconoscendo che sono questioni importanti per tante persone. E’ la linea sposata da Mario Monti, l’ha spiegata lui stesso presentando la sua agenda.

Posizione assolutamente rispettabile e se confrontata con quella della sinistra, che ha già nel programma, ad esempio, il riconoscimento delle unioni gay, è già un passo avanti importante.

Però se usiamo l’espressione «princìpi non negoziabili» intendiamo tutt’altra cosa. Vale a dire che vita, famiglia, libertà di educazione sono davvero «princìpi», sono il fondamento dell’impegno politico. Non argomenti fra tanti, sebbene molto importanti, ma la base, ciò da cui traggono conseguenze tutti gli altri temi. La famiglia, ad esempio: dalla sua stabilità dipendono anche l’economia, la sicurezza, le spese sociali. Una famiglia disgregata significa meno figli, e sappiamo in Italia il prezzo amaro che stiamo pagando oggi per questo inverno demografico, sia in termini di previdenza (chi paga le pensioni?) sia in termini di crescita economica (una forza lavoro più anziana è meno competitiva, tanto per fare un esempio). Una famiglia disgregata vuol dire anche maggiore povertà e necessità di servizi sociali, vuol dire – parliamo sempre di tendenza generale e non di situazioni particolari - figli che hanno risultati meno brillanti a scuola, con maggiore tendenza all’uso di alcool e droghe e al coinvolgimento con gruppi malavitosi. Ci sono ormai decine di ricerche su questo aspetto e sui costi sociali della crisi della famiglia.

Ecco allora che in questa prospettiva parlare di risanare l’economia senza affrontare il nodo della famiglia - vista anche la forte spinta ideologica per il riconoscimento delle unioni gay – è un grave errore di prospettiva. Non è un problema di libertà di coscienza, ma di coscienza di ciò che c’è in ballo nella società.
Stesso discorso si può ripetere per vita e libertà di educazione (per approfondire il tema, si può leggere R. Cascioli-L. Negri, Perché la Chiesa ha ragione, ed. Lindau).

Se questi sono dunque princìpi non negoziabili, cioè princìpi fondanti, non possono essere accantonati in attesa di tempi migliori per discuterne. Su questo la Dottrina sociale della Chiesa è molto chiara e, del resto, ci sono montagne di prove al proposito.

Si può certamente sostenere che nessuno schieramento politico sposa in pieno questa prospettiva, ma ciò non toglie che questo sia l’apporto originale che giustifica una presenza dei cattolici in politica, e il criterio – come ha scritto monsignor Luigi Negri  – con cui giudicare persone e schieramenti. Parlare di «temi eticamente sensibili», pur se in buona fede, rischia di essere una facile scappatoia per chi ha già scelto uno schieramento a prescindere.
Fonte: La nuova bussola quotidiana

E' in mezzo a noi!

Di seguito i testi della Liturgia di oggi
2 GENNAIO
FERIA DEL TEMPO DI NATALE
SANTI BASILIO MAGNO E
GREGORIO NAZIANZENO
(m) (*)
con un un pensiero sulle letture.
Ancora buon anno! 


(*): Su san Basilio e san Gregorio di Nazianzo vedi soprattutto i post seguenti:

 

23 Mar 2012
Questo atteggiamento prudenziale di Basilio, volto a non allontanare ancora di più il partito avversario dei Macedoniani, gli attirò la critica di Gregorio Nazianzeno che colloca l'amico tra quelli che hanno avuto abbastanza ...


16 Mar 2012
Perché scegliere san Gregorio Nazianzeno come maestro di fede nella Trinità? Il motivo è lo stesso per il quale abbiamo scelto Atanasio come maestro di fede nella divinità di Cristo e Basilio come maestro di fede nello ...
 
 * * *

Antifona d'Ingresso  Cf Sir 15,5
Il Signore gli ha aperto la bocca
in mezzo alla sua Chiesa;
lo ha colmato dello Spirito di sapienza e d'intelletto;
lo ha rivestito di un manto di gloria.


Colletta

O Dio, che hai illuminato la tua Chiesa con l'insegnamento e l'esempio dei santi Basilio e Gregorio Nazianzeno, donaci uno spirito umile e ardente, per conoscere la tua verità e attuarla con un coraggioso programma di vita. Per il nostro Signore...



LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura
   1 Gv 2, 22-28
Quello che avete udito da principio rimanga in voi.


Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo.
Figlioli, chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre.
Quanto a voi, quello che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna.
Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano di ingannarvi. E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca. Ma, come la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito.
E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo avere fiducia quando egli si manifesterà e non veniamo da lui svergognati alla sua venuta.


Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 97
Tutta la terra ha veduto la salvezza del Signore.

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!
 
 

Canto al Vangelo
   Eb 1,1-2
Alleluia, alleluia.

Alleluia, alleluia.
Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi
aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti,
ultimamente, in questi giorni,
ha parlato a noi per mezzo del Figlio.

Alleluia.


Vangelo   Gv 1, 19-28
Dopo di me verrà uno che è prima di me.


Dal vangelo secondo Giovanni.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elìa?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elìa, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando. Parola del Signore.


* * *

Lettura
Giovanni il Battista era più che un profeta; la sua missione era quella di preparare il cammino dinanzi a Colui che doveva venire, l’Atteso dalle genti. Era la voce che indicava l’avvento del Messia, del Salvatore; quel Salvatore che gli angeli, festosi, hanno cantato nella notte di Natale. Siamo invitati, attraverso le letture di questi giorni, a prendere coscienza del dono immenso di Dio.

Meditazione
In un’omelia pronunciata durante una visita pastorale ad una parrocchia di Roma nel 2011, il Santo Padre ha commentato questo episodio del Vangelo con queste parole: «Chi è dunque quest’uomo, chi è Giovanni Battista? La sua risposta è di un’umiltà sorprendente. Non è il Messia, non è la luce. Non è Elia tornato sulla terra, né il grande profeta atteso. È il precursore, semplice testimone, totalmente subordinato a Colui che annuncia; una voce nel deserto, come anche oggi, nel deserto delle grandi città di questo mondo, di grande assenza di Dio, abbiamo bisogno di voci che semplicemente ci annunciano: “Dio c’è, è sempre vicino, anche se sembra assente”. È una voce nel deserto ed è un testimone della luce; e questo ci tocca nel cuore, perché in questo mondo con tante tenebre, tante oscurità, tutti siamo chiamati ad essere testimoni della luce»(Benedetto XVI, Omelia, 11 dicembre 2011). Sì: il messaggio di Giovanni Battista è attuale anche oggi: «in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete…». Entriamo allora con coraggio nel mistero dell’amore incommensurabile di Dio che si protende verso di noi, verso l’uomo di tutti i tempi. Come? Ascoltando le voci di coloro che ce lo indicano presente: le voci delle cerimonie liturgiche della Chiesa; la voce della Parola di Dio; la voce interiore dello Spirito Santo che ci parla e ci invita a prostrarci dinanzi all’Eucaristia come i pastori alla grotta di Betlemme; la voce che si manifesta nei fatti che ci accadono o attraverso le persone che ci accompagnano. Allora potremo offrire, come Maria e Giuseppe, una luce nuova a questo mondo così spesso immerso nelle tenebre; una luce che purifica e rischiara, una luce che conforta e sostiene, che rallegra profondamente tutti coloro che si avvicinano ad essa, una luce che è pace vera del cuore.
Preghiera
Rafforza la fede del tuo popolo, o Padre, perché creda e proclami il Cristo tuo Figlio, vero Dio e vero uomo nato dalla Vergine Madre. In questa fede confermaci nelle prove della vita presente e guidaci alla gioia senza fine, per Cristo Nostro Signore.
Agire
Cercherò di approfondire l’unione con Dio in questi giorni festivi, mediante la preghiera e piccole giaculatorie: “Grazie, Gesù, per tutti i tuoi doni e per la tua presenza in mezzo a noi”; “a te mi affido”;  “a te affido queste persone”; “Signore, accompagnaci, aiutaci!”.
 

Per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria



 Nell'Udienza generale di questa mattina, 2 gennaio...

 Benedetto XVI è tornato su un tema centrale del suo recente libro L'infanzia di Gesù. È il mistero dell'«origine» di Gesù di Nazaret, che risuona nella domanda di Pilato: «Di dove sei tu?» (Gv 19,29). E Pilato non è il primo a porsi il problema. Quando Gesù annuncia l'Eucarestia con le parole: «Io sono il pane disceso dal cielo», i Giudei si dicono tra loro: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?» (Gv 6,42). Emerge qui il contrasto fra l'origine terrena di Gesù – nato a Betlemme, cresciuto a Nazaret – e la sua origine divina.
Gesù ha certo una storia terrena, ma «la sua vera origine è il Padre, Dio; Egli proviene totalmente da Lui, ma in un modo diverso da qualsiasi profeta o inviato da Dio che l’hanno preceduto». I Vangeli dell'infanzia ci parlano sì dell'origine terrena di Gesù, ma la presentano sempre in dialogo con l'origine divina. A Maria l'arcangelo Gabriele annuncia: «Lo Spirito scenderà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35).
Noi lo diciamo ancora oggi nel Credo: «et incarnatus est de Spiritu Sancto, ex Maria Virgine», «per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria». E, dice il Papa – benché questa pratica sia purtroppo scomparsa in molte parrocchie –, mentre recitiamo questa frase del Credo «ci inginocchiamo perché il velo che nascondeva Dio, viene, per così dire, aperto e il suo mistero insondabile e inaccessibile ci tocca». E il Pontefice musicologo nota pure che «quando ascoltiamo le Messe composte dai grandi maestri di musica sacra, penso per esempio alla Messa dell’Incoronazione di [Wolfgang Amadeus] Mozart [1756-1791], notiamo subito come si soffermino in modo particolare su questa frase, quasi a voler cercare di esprimere con il linguaggio universale della musica ciò che le parole non possono manifestare: il mistero grande di Dio che si incarna, si fa uomo».
Nelle parole del Credo «per opera dello Spirito Santo nato nel seno della Vergine Maria», ci sono – nota Benedetto XVI – «quattro soggetti che agiscono. In modo esplicito vengono menzionati lo Spirito Santo e Maria, ma è sottointeso "Egli", cioè il Figlio, che si è fatto carne nel seno della Vergine». Gesù a sua volta «rinvia ad un’altra persona, quella del Padre». Qui c'è dunque tutta la Trinità, e tuttavia senza una persona umana, la Madonna, «l’ingresso di Dio nella storia dell’umanità non sarebbe giunto al suo fine e non avrebbe avuto luogo quello che è centrale nella nostra Professione di fede: Dio è un Dio con noi. Così Maria appartiene in modo irrinunciabile alla nostra fede nel Dio che agisce, che entra nella storia».
Se «Dio ha scelto proprio un’umile donna, in uno sconosciuto villaggio, in una delle provincie più lontane del grande impero romano», questo vuol dire che a Dio nulla è impossibile. «Sempre, anche in mezzo alle difficoltà più ardue da affrontare, dobbiamo avere fiducia in Dio, rinnovando la fede nella sua presenza e azione nella nostra storia, come in quella di Maria. Nulla è impossibile a Dio!».
Le parole del Credo alludono a quelle dell’arcangelo Gabriele: «Lo Spirito scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra» (1,35). Qui, afferma il Papa, «due richiami sono evidenti». Il primo è alla creazione, quando «lo spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gn 1,2). L'arcangelo segnala che siamo di fronte a una «nuova creazione: Dio, che ha chiamato l’essere dal nulla, con l’Incarnazione dà vita ad un nuovo inizio dell’umanità». In questo senso la teologia e l'arte rappresentano Cristo come il nuovo Adamo, per farci capire come «la fede porti anche in noi una novità così forte da produrre una seconda nascita», che è un dono gratuito di Dio. «Il Battesimo si riceve, noi "siamo battezzati" – è un passivo – perché nessuno è capace di rendersi figlio di Dio da sé: è un dono che viene conferito gratuitamente».
Il secondo richiamo emerge da queste parole di Gabriele: «La potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra». «È un richiamo alla nube santa che, durante il cammino dell’esodo, si fermava sulla tenda del convegno, sull’arca dell’alleanza, che il popolo di Israele portava con sé, e che indicava la presenza di Dio (cfr Es 40,40,34-38)». Non solo nuova creazione, ma nuova alleanza. «Maria, quindi, è la nuova tenda santa, la nuova arca dell’alleanza: con il suo "sì" alle parole dell’arcangelo, Dio riceve una dimora in questo mondo, Colui che l’universo non può contenere prende dimora nel grembo di una vergine».
Questa dunque è la risposta ultima alla domanda sul l'origine di Gesù, il «grande e sconvolgente mistero che celebriamo in questo tempo di Natale: il Figlio di Dio, per opera dello Spirito Santo, si è incarnato nel seno della Vergine Maria». E questa verità ci porta gioia, «perché ci dona ogni volta la certezza che, anche se spesso ci sentiamo deboli, poveri, incapaci davanti alle difficoltà e al male del mondo, la potenza di Dio agisce sempre e opera meraviglie proprio nella debolezza».

* * *
Di seguito il testo della catechesi del Papa. 

 Cari fratelli e sorelle, il Natale del Signore illumina ancora una volta con la sua luce le tenebre che spesso avvolgono il nostro mondo e il nostro cuore, portando speranza e gioia. Da dove viene questa luce? Dalla grotta di Betlemme, dove i pastori trovarono «Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia» (Lc 2,16). Di fronte a questa Santa Famiglia sorge un’altra e più profonda domanda: come può quel piccolo e debole Bambino avere portato una novità così radicale nel mondo da cambiare il corso della storia? Non c’è forse qualcosa di misterioso nella sua origine che va al di là di quella grotta?
Sempre di nuovo riemerge così la domanda sull’origine di Gesù, la stessa che pone il Procuratore Ponzio Pilato durante il processo: «Di dove sei tu?» (Gv 19,29). Eppure si tratta di un’origine ben chiara. Nel Vangelo di Giovanni, quando il Signore afferma: «Io sono il pane disceso dal cielo», i Giudei reagiscono mormorando: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo?”» (Gv 6,42). E, poco più tardi, i cittadini di Gerusalemme si oppongono con forza di fronte alla pretesa messianicità di Gesù, affermando che si sa bene «di dov’è; il Cristo, invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia» (Gv 7,27). Gesù stesso fa notare quanto sia inadeguata la loro pretesa di conoscere la sua origine, e con questo offre già un orientamento per sapere da dove venga: «Non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete» (Gv 7,28). Certo, Gesù è originario di Nazaret, è nato a Betlemme, ma che cosa si sa della sua vera origine?
Nei quattro Vangeli emerge con chiarezza la risposta alla domanda «da dove» viene Gesù: la sua vera origine è il Padre, Dio; Egli proviene totalmente da Lui, ma in un modo diverso da qualsiasi profeta o inviato da Dio che l’hanno preceduto. Questa origine dal mistero di Dio, “che nessuno conosce”, è contenuta già nei racconti dell’infanzia dei Vangeli di Matteo e di Luca, che stiamo leggendo in questo tempo natalizio. L’angelo Gabriele annuncia: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35). Ripetiamo queste parole ogni volta che recitiamo il Credo, la Professione di fede: «et incarnatus est de Spiritu Sancto, ex Maria Virgine», «per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria». A questa frase chiniamo il capo perché il velo che nascondeva Dio, viene, per così dire, aperto e il suo mistero insondabile e inaccessibile ci tocca: Dio diventa l’Emmanuele, “Dio con noi”. Quando ascoltiamo le Messe composte dai grandi maestri di musica sacra, penso ad esempio alla Messa d'incoranazione, di Mozart, notiamo subito come si soffermino in modo particolare su questa frase, quasi a voler cercare di esprimere con il linguaggio universale della musica ciò che le parole non possono manifestare: il mistero grande di Dio che si incarna, si fa uomo.
Se consideriamo attentamente l’espressione «per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria», troviamo che essa include quattro soggetti che agiscono. In modo esplicito vengono menzionati lo Spirito Santo e Maria, ma è sottointeso «Egli», cioè il Figlio, che si è fatto carne nel seno della Vergine. Nella Professione di fede, il Credo, Gesù viene definito con diversi appellativi: «Signore, … Cristo, unigenito Figlio di Dio… Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero… della stessa sostanza del Padre» (Credo niceno-costantinopolitano). Vediamo allora che “Egli” rinvia ad un’altra persona, quella del Padre. Il primo soggetto di questa frase è dunque il Padre che, con il Figlio e lo Spirito Santo, è l’unico Dio.
Questa affermazione del Credo non riguarda l’essere eterno di Dio, ma piuttosto ci parla di un’azione a cui prendono parte le tre Persone divine e che si realizza «ex Maria Virgine». Senza di lei l’ingresso di Dio nella storia dell’umanità non sarebbe giunto al suo fine e non avrebbe avuto luogo quello che è centrale nella nostra Professione di fede: Dio è un Dio con noi. Così Maria appartiene in modo irrinunciabile alla nostra fede nel Dio che agisce, che entra nella storia. Ella mette a disposizione tutta la sua persona, «accetta» di diventare luogo dell’abitazione di Dio.
A volte, anche nel cammino e nella vita di fede possiamo avvertire la nostra povertà, la nostra inadeguatezza di fronte alla testimonianza da offrire al mondo. Ma Dio ha scelto proprio un’umile donna, in uno sconosciuto villaggio, in una delle provincie più lontane del grande impero romano. Sempre, anche in mezzo alle difficoltà più ardue da affrontare, dobbiamo avere fiducia in Dio, rinnovando la fede nella sua presenza e azione nella nostra storia, come in quella di Maria. Nulla è impossibile a Dio! Con Lui la nostra esistenza cammina sempre su un terreno sicuro ed è aperta ad un futuro di ferma speranza.
Professando nel Credo: «per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria», affermiamo che lo Spirito Santo, come forza del Dio Altissimo, ha operato in modo misterioso nella Vergine Maria il concepimento del Figlio di Dio. L’evangelista Luca riporta le parole dell’arcangelo Gabriele: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra» (1,35). Due richiami sono evidenti: il primo è al momento della creazione. All’inizio del Libro della Genesi leggiamo che «lo spirito di Dio aleggiava sulle acque» (1,2); è lo Spirito creatore che ha dato vita a tutte le cose e all’essere umano. Ciò che accade in Maria, attraverso l’azione dello stesso Spirito divino, è una nuova creazione: Dio, che ha chiamato l’essere dal nulla, con l’Incarnazione dà vita ad un nuovo inizio dell’umanità. I Padri della Chiesa più volte parlano di Cristo come del nuovo Adamo, per sottolineare l’inizio della nuova creazione dalla nascita del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria. Questo ci fa riflettere su come la fede porti anche in noi una novità così forte da produrre una seconda nascita. Infatti, all’inizio dell’essere cristiani c’è il Battesimo che ci fa rinascere come figli di Dio, ci fa partecipare alla relazione filiale che Gesù ha con il Padre. E vorrei far notare come il Battesimo si riceve, noi «siamo battezzati» - è un passivo - perché nessuno è capace di rendersi figlio da sé: è un dono che viene conferito gratuitamente. San Paolo richiama questa figliolanza adottiva dei cristiani in un passo centrale della sua Lettera ai Romani, dove scrive: «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio”» (8,14-16), non servi. Solo se ci apriamo all’azione di Dio, come Maria, solo se affidiamo la nostra vita al Signore come ad un amico di cui ci fidiamo totalmente, tutto cambia, la nostra vita acquista un nuovo senso e un nuovo volto: quello di figli di un Padre che ci ama e mai ci abbandona. (...)
Vorrei, infine, rilevare un altro elemento nelle parole dell’Annunciazione. L’angelo dice a Maria: «La potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra». E’ un richiamo alla nube santa che, durante il cammino dell’esodo, si fermava sulla tenda del convegno, sull’arca dell’alleanza, che il popolo di Israele portava con sé, e che indicava la presenza di Dio (cfr Es 40,40,34-38). Maria è la nuova tenda santa, la nuova arca dell’alleanza: con il suo «sì» alle parole dell’arcangelo, Dio riceve una dimora in questo mondo, Colui che l’universo non può contenere prende dimora nel grembo di una vergine.
Ritorniamo allora alla questione da cui siamo partiti, quella sull’origine di Gesù, sintetizzata dalla domanda di Pilato: «Di dove sei tu?». Dalle nostre riflessioni appare chiara, fin dall’inizio dei Vangeli, qual è la vera origine di Gesù: Egli è il Figlio Unigenito del Padre, viene da Dio. Siamo di fronte al grande e sconvolgente mistero che celebriamo in questo tempo di Natale: il Figlio di Dio, per opera dello Spirito Santo, si è incarnato nel seno della Vergine Maria. E’ questo un annuncio che risuona sempre nuovo e che porta in sé speranza e gioia al nostro cuore, perché ci dona ogni volta la certezza che, anche se spesso ci sentiamo deboli, poveri, incapaci davanti alle difficoltà e al male del mondo, la potenza di Dio agisce sempre e opera meraviglie proprio nella debolezza. La sua grazia è la nostra forza (cfr 2 Cor 12,9-10). Grazie!

martedì 1 gennaio 2013

1 Gennaio 2013: l'Angelus del Papa


L'Angelus di Benedetto XVI. "Chi sono gli operatori di pace? Sono tutti coloro che, giorno per giorno, cercano di vincere il male con il bene, con la forza della verità, con le armi della preghiera e del perdono ..."

Cari fratelli e sorelle, buon anno a tutti! In questo primo giorno del 2013 vorrei far giungere ad ogni uomo e ogni donna del mondo la benedizione di Dio. Lo faccio con l’antica formula contenuta nella Sacra Scrittura: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26).
Come la luce e il calore del sole sono una benedizione per la terra, così la luce di Dio lo è per l’umanità, quando Egli fa brillare su di essa il suo volto. E questo è avvenuto con la nascita di Gesù Cristo! Dio ha fatto risplendere per noi il suo volto: all’inizio in modo molto umile, nascosto – a Betlemme soltanto Maria e Giuseppe e alcuni pastori furono testimoni di questa rivelazione –; ma a poco a poco, come il sole che dall’alba giunge al mezzogiorno, la luce di Cristo è cresciuta e si è diffusa ovunque. Già nel breve tempo della sua vita terrena, Gesù di Nazaret ha fatto risplendere il volto di Dio sulla Terra Santa; e poi, mediante la Chiesa animata dal suo Spirito, ha esteso a tutte le genti il Vangelo della pace. «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del suo compiacimento» (Lc 2,14). Questo è il canto degli angeli a Natale, ed è il canto dei cristiani sotto ogni cielo; un canto che dai cuori e dalle labbra passa nei gesti concreti, nelle azioni dell’amore che costruiscono dialogo, comprensione e riconciliazione.
Per questo, otto giorni dopo il Natale, quando la Chiesa, come la Vergine Madre Maria, mostra al mondo il neonato Gesù, Principe della Pace, celebriamo la Giornata Mondiale della Pace. Sì, quel Bambino, che è il Verbo di Dio fatto carne, è venuto a portare agli uomini una pace che il mondo non può dare (cfr Gv 14,27). La sua missione è abbattere il «muro dell’inimicizia» (cfr Ef 2,14). E quando, sulle rive del lago di Galilea, Egli proclama le sue «Beatitudini», tra queste vi è anche «beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Chi sono gli operatori di pace? Sono tutti coloro che, giorno per giorno, cercano di vincere il male con il bene, con la forza della verità, con le armi della preghiera e del perdono, con il lavoro onesto e ben fatto, con la ricerca scientifica al servizio della vita, con le opere di misericordia corporale e spirituale. Gli operatori di pace sono tanti, ma non fanno rumore. Come il lievito nella pasta, fanno crescere l’umanità secondo il disegno di Dio.
In questo primo Angelus del nuovo anno, chiediamo a Maria Santissima, Madre di Dio, che ci benedica, come la mamma benedice i suoi figli che devono partire per un viaggio. Un nuovo anno è come un viaggio: con la luce e la grazia di Dio, possa essere un cammino di pace per ogni uomo e ogni famiglia, per ogni Paese e per il mondo intero.

Fouad Twal: Omelia 1 gennaio 2013


Di seguito l’omelia per la solennità di Maria Santissima Madre di Dio, del 1°gennaio 2013, del Patriarca SB Fouad Twal pronunciata alla chiesa Con-Cattedrale del Patriarcato latino di Gerusalemme.
Omelia 1 gennaio 2013
Cari Fratelli nell’Episcopato,
Signore e Signori,
cari Padri, care Suore, cari Amici,
Grazie di essere venuti per iniziare insieme l’anno 2013. Saluto tutti voi porgendovi i miei auguri di pace, interiore ed esteriore. Gli auguri che ci scambiamo vicendevolmente ci impegnano a collaborare insieme perché, nelle gioie e nelle difficoltà, nei successi e nei fallimenti, possiamo vivere insieme questo nuovo anno al servizio della Chiesa Madre. Ognuno con i suoi doni, il suo carisma, le sue preghiere. Per questo, rinnovo fin d’ora il mio apprezzamento e la mia gratitudine, perché vi dobbiamo molto. Non possiamo non ricordare coloro che ci hanno lasciato nel corso dell’ultimo anno. Che la preghiera ci unisca sulla terra e in cielo.
Per la Chiesa cattolica, come sapete, il 1° gennaio è la Giornata Mondiale della Pace. Questa giornata è dedicata alla Vergine Maria, Madre di Gesù e Madre nostra. Lei saprà intercedere meglio di chiunque altro per i suoi figli e le sue figlie che vivono in Terra Santa e che desiderano la pace in Medio Oriente. In occasione del 1° gennaio 2013, Papa Benedetto XVI ha rivolto un messaggio pieno di saggezza e di appelli, il cui tema è tratto dalle Beatitudini: “Beati gli operatori di pace”. Il Papa invita tutti gli uomini e le donne di buona volontà a lavorare insieme per costruire una società dal volto più umano e solidale. In questa prospettiva, il Papa ha dedicato gran parte del suo messaggio ai “veri” operatori di pace, vale a dire, a “coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità”. Il Messaggio annuale del Papa incoraggia ciascuno di noi a sentirsi responsabile nella costruzione della pace.
Ciò che desidero custodire insieme a voi è il piccolo e concreto vademecum offertoci da Benedetto XVI per un impegno dei cattolici nella vita sociale, economica e politica, basato sul programma delle beatitudini. Il Papa offre uno strumento di riflessione per superare “i sanguinosi conflitti ancora in corso” e “i focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze tra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualistica espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato”.
Il Papa non manca di fare riferimento al terrorismo e alla criminalità internazionale, ai fondamentalismi e ai fanatismi, che “stravolgono la vera natura della religione”. Il nostro Medio Oriente e la nostra amata Terra Santa soffrono per l’aumento del fondamentalismo religioso che mette in pericolo le prospettive di dialogo e di convivenza tra le religioni.
Per il Papa, la risposta a queste sfide riguardanti la pace  si trova proprio nelle Beatitudini evangeliche, grazie alle quali è possibile costruire una società “fondata sulla verità, sulla libertà, sull’amore e sulla giustizia”. Ma, aggiunge, la vera pace è “dono di Dio e opera dell’uomo”. Benedetto XVI, nel suo libro “Gesù di Nazaret”, ha commentato anche il discorso della montagna. Riguardo alla settima beatitudine, “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”, si ferma a sottolineare che con questa frase “si evidenzia una connessione tra filiazione divina e regalità della pace”. E prosegue: “Gesù è il Figlio, e lo è veramente … Stabilire la pace è insito nella natura dell’essere figlio. La settima beatitudine invita dunque a essere e a fare quello che fa il Figlio, per diventare noi stessi ‘figli di Dio’. Questo vale, continua il Papa, anzitutto nel piccolo ambito della vita di ciascuno … Solo l’uomo riconciliato con Dio può essere riconciliato e  in armonia anche con se stesso, e solo l’uomo riconciliato con Dio e con se stesso può portare la pace intorno a sé e in tutto il mondo …  Che vi sia pace sulla terra  (Lc 2, 14), è volontà di Dio e così è anche un compito affidato all’uomo”[1].
I Pastori sono i primi ad aver creduto alle parole degli angeli: “Pace agli uomini”. La pace tra i popoli può nascere e crescere solo se esiste prima in ogni uomo, in ogni famiglia, in ogni comunità religiosa, in ogni popolo. Al di là della mangiatoia di Betlemme, dobbiamo abbracciare con un unico sguardo la Terra Santa. Il buon esito del voto all’ONU della Palestina come Stato non membro deve favorire la pace in tutta la terra di Cristo. Con voi, sono del parere che tutti i mezzi per  raggiungere la pace debbano passare per la giustizia e il dialogo, e mai attraverso la violenza. Il percorso è pieno di insidie, ma ci guida la speranza e il canto degli angeli ci rassicura. Papa Benedetto XVI ha ricevuto due settimane fa in udienza il Presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, e ha invitato le diverse parti in causa presenti in Medio Oriente al “coraggio della riconciliazione e della pace”. Commentando la sua visita in Vaticano, il Presidente Mahmoud Abbas mi ha confidato la sua bella sorpresa nel costatare la gioia del Santo Padre per il voto a favore dello Stato di Palestina.
Come non desiderare ardentemente la pace in Siria e la fine del blocco di Gaza! Preghiamo incessantemente per incoraggiare le persone di buona volontà a perseverare fino alla fine nei loro sforzi, dicendo no all’odio e rispettando le legittime differenze religiose, culturali o storiche.
Noi cristiani in Medio Oriente dobbiamo essere operatori di pace, strumenti di riconciliazione. Qui abbiamo il nostro posto. La nostra storia ci insegna l’importante e spesso indispensabile ruolo svolto dalle comunità cristiane nel dialogo interreligioso e interculturale. Per questo, si tratta di accogliere con gioia le iniziative che ci uniscono tra cristiani e ci danno più forza. Abbiamo deciso di celebrare quest’anno la Pasqua secondo il calendario giuliano. Gli anglicani e i luterani hanno aderito a quest’iniziativa. Mi auguro che un giorno gli ortodossi compiranno un passo coraggioso per celebrare il Natale secondo il nostro calendario gregoriano.
I Pastori sono stati i primi adoratori e i primi messaggeri della Buona Novella della salvezza. Il Vangelo ci dice: “Dopo averlo visto riferirono ciò che del bambino era stato detto loro” (Lc 2,17). Dio li ha scelti come primi testimoni della nascita di Gesù. Riempiti dall’amore e dalla pace di Dio, sono tornati ai loro campi, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto.
Sulla scia del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, tocca a noi essere oggi questi pastori ripartendo da capo, dalla mangiatoia di Betlemme. Possiamo anche noi essere, lungo questo Anno della Fede che la Chiesa ci dona di vivere, fedeli al Bambino del presepe come i pastori.
Che in quest’Anno della Fede possiamo chiedere anche noi:
Signore, aumenta la nostra fede” (Lc 17,5).
Signore, aumenta in noi la comprensione e la collaborazione.
Signore, aumenta in noi l’unità e la comunione. Amen.
Buon Anno di pace.
+ Fouad Twal, Patriarca Latino di Gerusalemme


[1] Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, LEV, Città del Vaticano, 2007, pp. 109-110.

Benedetto XVI: "L'uomo è fatto per la pace"





Nel Te Deum del 31 dicembre, che ha concluso il suo 2012, e nell'omelia della Messa di questa mattina, 1 gennaio, Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, che coincide con la Giornata Mondiale della Pace, Benedetto XVI è tornato sul suo insegnamento - contenuto nel Messaggio per la stessa Giornata - che vede nell'apertura dei singoli e delle società a Dio la radice della vera pace.

Nell'ultima sera dell'anno 2012 il Papa ha fatto propria la domanda che sarà sorta spontanea in migliaia di famiglie, in Italia e nel mondo: davvero dobbiamo ringraziare Dio con un Te Deum, dopo un anno segnato da una delle più gravi crisi economiche della storia recente e da tante e tanto gravi difficoltà? Sì, ha risposto il Pontefice, dobbiamo ringraziare Dio perché «nonostante  tutto, c’è del bene nel mondo, e questo bene è destinato a vincere grazie a Dio, il Dio di Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto. Certo, a volte è difficile cogliere questa profonda realtà, poiché il male fa più rumore del bene; un omicidio efferato, delle violenze diffuse, delle gravi ingiustizie fanno notizia; al contrario i gesti di amore e di servizio, la fatica quotidiana sopportata con fedeltà e pazienza rimangono spesso in ombra, non emergono».

Ma questo non significa che il bene non ci sia. Significa solo che «non possiamo fermarci solo alle notizie se vogliamo capire il mondo e la vita; dobbiamo essere capaci di sostare nel silenzio, nella meditazione, nella riflessione calma e prolungata; dobbiamo saperci fermare per pensare». Solo nel silenzio si troverà la «guarigione dalle inevitabili ferite del quotidiano». Solo nel silenzio comprenderemo che «il cristiano è un uomo di speranza, anche e soprattutto di fronte al buio che spesso c’è nel mondo e che non dipende dal progetto di Dio ma dalle scelte sbagliate dell’uomo, perché sa che la forza della fede può spostare le montagne».

Benedetto XVI ha ricordato che questo Capodanno è venuto nel mezzo dell'Anno della fede, è che «la fede in Gesù permette un costante rinnovamento nel bene e la capacità di uscire dalle sabbie mobili del peccato e di ricominciare di nuovo». Oggi però «la fede rischia di oscurarsi in contesti culturali che ne ostacolano il radicamento personale e la presenza sociale» - perfino a Roma, ha detto il Papa. Dunque, occorre svolgere sul serio l'opera di nuova evangelizzazione, portando il Vangelo a tutti, «in particolare alle nuove generazioni, per saziare quella sete di verità che ognuno porta nel cuore e che spesso è offuscata dalle tante cose che occupano la vita».

Nell'omelia della Messa del 1º gennaio, richiamata anche nell'Angelus, Benedetto XVI ha precisato che questa capacità di aprirsi a Dio, a non chiudere le porte alla fede, è anche la radice della vera pace, e ha invitato a rileggere il suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2013, una «piccola enciclica» - come l'ha chiamata «L'Osservatore Romano» - di cui anche il nostro quotidiano si è a suo tempo occupato.

Questo Messaggio, ha detto il Papa, vuole rispondere alla domanda decisiva sulla vera pace: «Qual è il fondamento, l’origine, la radice di questa pace? Come possiamo sentire in noi la pace, malgrado i problemi, le oscurità, le angosce?». Il Pontefice ha fatto riferimento al Messaggio, ma anche alle letture liturgiche della Messa del 1º gennaio. Il Vangelo ci mostra «la pace interiore di Maria». In mezzo a tanti avvenimenti straordinari e drammatici, «Maria non si scompone, non si agita, non è sconvolta da fatti più grandi di lei; semplicemente considera, in silenzio, quanto accade, lo custodisce nella sua memoria e nel suo cuore, riflettendovi con calma e serenità. È questa la pace interiore che vorremmo avere in mezzo agli eventi a volte tumultuosi e confusi della storia, eventi di cui spesso non cogliamo il senso e che ci sconcertano».

Nel Vangelo del giorno vediamo poi ancora come il figlio della Vergine Maria è circonciso e gli viene dato il suo nome, Gesù. «Quel nome che Dio aveva già stabilito prima ancora che il Bambino fosse concepito, ora gli viene dato ufficialmente nel momento della circoncisione. E questo segna una volta per sempre anche l’identità di Maria: lei è "la madre di Gesù"».

La prima lettura della Messa, dal canto suo, «ci ricorda che la pace è dono di Dio ed è legata allo splendore del volto di Dio, secondo il testo del Libro dei Numeri, che tramanda la benedizione usata dai sacerdoti del popolo d’Israele nelle assemblee liturgiche»: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (6,24-26). Qui - fa notare il Papa - ci sono sei diverse azioni del Signore, il cui risultato ultimo è la pace, la quale deriva dalla contemplazione del volto che Dio ha voluto mostrare al mondo,

Dunque, «dalla contemplazione del volto di Dio nascono gioia, sicurezza e pace». «Ma che cosa significa concretamente contemplare il volto del Signore, così come può essere inteso nel Nuovo Testamento?».  Il volto di Dio è ora apparso veramente nella storia e ha un nome: Gesù. «Godere dello splendore del volto di Dio vuol dire penetrare nel mistero del suo Nome manifestatoci da Gesù, comprendere qualcosa della sua vita intima e della sua volontà, affinché possiamo vivere secondo il suo disegno di amore sull’umanità». «Volto» e «nome» del Signore sono quindi collegati.

E questo nello stesso tempo è davvero «il fondamento della nostra pace: la certezza di contemplare in Gesù Cristo lo splendore del volto di Dio Padre, di essere figli nel Figlio, e avere così, nel cammino della vita, la stessa sicurezza che il bambino prova nelle braccia di un Padre buono e onnipotente». L'apparizione del volto del Signore in Gesù lo rivela come Padre. Guardando il volto del Padre e conoscendo il nome del Figlio ci scopriamo fratelli. E, in un mondo difficile, alla fine solo i fratelli possono veramente vivere in pace. (M. Introvigne)

 * * *
Di seguito il testo dell'omelia del Papa.

Messa del Papa in San Pietro. Omelia nella Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio - XLVI Giornata Mondiale della Pace: "L’uomo è fatto per la pace che è dono di Dio"
"E’ questa la pace interiore che vorremmo avere in mezzo agli eventi a volte tumultuosi e confusi della storia, eventi di cui spesso non cogliamo il senso e che ci sconcertano".
"Lo splendore del volto del Signore su di noi, che ci concede pace, è la manifestazione della sua paternità".
Cari fratelli e sorelle! «Dio ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto». Così abbiamo acclamato, con le parole del Salmo 66, dopo aver ascoltato nella prima Lettura l’antica benedizione sacerdotale sul popolo dell’alleanza. E’ particolarmente significativo che all’inizio di ogni nuovo anno Dio proietti su di noi, suo popolo, la luminosità del suo santo Nome, il Nome che viene pronunciato tre volte nella solenne formula della benedizione biblica. E non meno significativo è che al Verbo di Dio – che «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» come la «luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9.14) – venga dato, otto giorni dopo il suo natale – come ci narra il Vangelo di oggi – il nome di Gesù (cfr Lc 2,21). E’ in questo nome che siamo qui riuniti. 
Saluto di cuore tutti i presenti, ad iniziare dagli illustri Ambasciatori del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Saluto con affetto il Cardinale Bertone, mio Segretario di Stato, e il Cardinale Turkson, con tutti i componenti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; ad essi sono particolarmente grato per il loro impegno nel diffondere il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, che quest’anno ha come tema «Beati gli operatori di pace».
Nonostante il mondo sia purtroppo ancora segnato da «focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualistica espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato», oltre che da diverse forme di terrorismo e di criminalità, sono persuaso che «le molteplici opere di pace, di cui è ricco il mondo, testimoniano l’innata vocazione dell’umanità alla pace. In ogni persona il desiderio di pace è aspirazione essenziale e coincide, in certa maniera, con il desiderio di una vita umana piena, felice e ben realizzata. L’uomo è fatto per la pace che è dono di Dio. Tutto ciò mi ha suggerito di ispirarmi per questo Messaggio alla parole di Gesù Cristo: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9)» (Messaggio, 1). Questa beatitudine «dice che la pace è dono messianico e opera umana ad un tempo …E’ pace con Dio, nel vivere secondo la sua volontà. E’ pace interiore con se stessi, e pace esteriore con il prossimo e con tutto il creato» (ibid., 2 e 3). Sì, la pace è il bene per eccellenza da invocare come dono di Dio e, al tempo stesso, da costruire con ogni sforzo.
Ci possiamo chiedere: qual è il fondamento, l’origine, la radice di questa pace? Come possiamo sentire in noi la pace, malgrado i problemi, le oscurità, le angosce? La risposta ci viene data dalle Letture della liturgia odierna. I testi biblici, anzitutto quello tratto dal Vangelo di Luca, poc’anzi proclamato, ci propongono di contemplare la pace interiore di Maria, la Madre di Gesù. Per lei si compiono, durante i giorni in cui «diede alla luce il suo figlio primogenito» (Lc 2,7), tanti avvenimenti imprevisti: non solo la nascita del Figlio, ma prima il viaggio faticoso da Nazaret a Betlemme, il non trovare posto nell’alloggio, la ricerca di un rifugio di fortuna nella notte; e poi il canto degli angeli, la visita inaspettata dei pastori. In tutto ciò, però, Maria non si scompone, non si agita, non è sconvolta da fatti più grandi di lei; semplicemente considera, in silenzio, quanto accade, lo custodisce nella sua memoria e nel suo cuore, riflettendovi con calma e serenità. E’ questa la pace interiore che vorremmo avere in mezzo agli eventi a volte tumultuosi e confusi della storia, eventi di cui spesso non cogliamo il senso e che ci sconcertano.
Il brano evangelico termina con un accenno alla circoncisione di Gesù. Secondo la Legge di Mosè, dopo otto giorni dalla nascita, un bambino doveva essere circonciso, e in quel momento gli veniva dato il nome. Dio stesso, mediante il suo messaggero, aveva detto a Maria – e anche a Giuseppe – che il nome da dare al Bambino era «Gesù» (cfr Mt 1,21; Lc 1,31); e così avviene. Quel nome che Dio aveva già stabilito prima ancora che il Bambino fosse concepito, ora gli viene dato ufficialmente nel momento della circoncisione. E questo segna una volta per sempre anche l’identità di Maria: lei è «la madre di Gesù», cioè la madre del Salvatore, del Cristo, del Signore. Gesù non è un uomo come qualunque altro, ma è il Verbo di Dio, una delle Persone divine, il Figlio di Dio: perciò la Chiesa ha dato a Maria il titolo di Theotokos, cioè «Madre di Dio».
La prima Lettura ci ricorda che la pace è dono di Dio ed è legata allo splendore del volto di Dio, secondo il testo del Libro dei Numeri, che tramanda la benedizione usata dai sacerdoti del popolo d’Israele nelle assemblee liturgiche. Una benedizione che per tre volte ripete il nome santo di Dio, il nome impronunciabile, e ogni volta lo collega con due verbi indicanti un’azione a favore dell’uomo: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (6,24-26). La pace è dunque il culmine di queste sei azioni di Dio a nostro favore, in cui Egli rivolge a noi lo splendore del suo volto.
Per la Sacra Scrittura, contemplare il volto di Dio è somma felicità: «Lo inondi di gioia dinanzi al tuo volto», dice il Salmista (Sal 21,7). Dalla contemplazione del volto di Dio nascono gioia, sicurezza e pace. Ma che cosa significa concretamente contemplare il volto del Signore, così come può essere inteso nel Nuovo Testamento? Vuol dire conoscerlo direttamente, per quanto sia possibile in questa vita, mediante Gesù Cristo, nel quale si è rivelato. Godere dello splendore del volto di Dio vuol dire penetrare nel mistero del suo Nome manifestatoci da Gesù, comprendere qualcosa della sua vita intima e della sua volontà, affinché possiamo vivere secondo il suo disegno di amore sull’umanità. Lo esprime l’apostolo Paolo nella seconda Lettura, tratta dalla Lettera ai Galati (4,4-7), parlando dello Spirito che, nell’intimo dei nostri cuori, grida: «Abbà! Padre!». E’ il grido che sgorga dalla contemplazione del vero volto di Dio, dalla rivelazione del mistero del Nome. Gesù afferma: «Ho manifestato il tuo nome agli uomini» (Gv 17,6). Il Figlio di Dio fattosi carne ci ha fatto conoscere il Padre, ci ha fatto percepire nel suo volto umano visibile il volto invisibile del Padre; attraverso il dono dello Spirito Santo riversato nei nostri cuori, ci ha fatto conoscere che in Lui anche noi siamo figli di Dio,   come afferma san Paolo nel brano che abbiamo ascoltato: «Che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo figlio, il quale grida: Abbà! Padre!» (Gal 4,6).
Ecco, cari fratelli, il fondamento della nostra pace: la certezza di contemplare in Gesù Cristo lo splendore del volto di Dio Padre, di essere figli nel Figlio, e avere così, nel cammino della vita, la stessa sicurezza che il bambino prova nelle braccia di un Padre buono e onnipotente. Lo splendore del volto del Signore su di noi, che ci concede pace, è la manifestazione della sua paternità; il Signore rivolge su di noi il suo volto, si mostra Padre e ci dona pace. Sta qui il principio di quella pace profonda - «pace con Dio» - che è legata indissolubilmente alla fede e alla grazia, come scrive san Paolo ai cristiani di Roma (cfr Rm 5,2). Niente può togliere ai credenti questa pace, nemmeno le difficoltà e le sofferenze della vita. Infatti, le sofferenze, le prove e le oscurità non corrodono, ma accrescono la nostra speranza, una speranza che non delude perché «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).
La Vergine Maria, che oggi veneriamo con il titolo di Madre di Dio, ci aiuti a contemplare il volto di Gesù, Principe della Pace. Ci sostenga e ci accompagni in questo nuovo anno; ottenga per noi e per il mondo intero il dono della pace. Amen!