lunedì 30 giugno 2014

A TUTTI I CATTOLICI, MA SPECIALMENTE AI MIEI AMICI DI CL



 DOPO L’ULTIMA SCUOLA DI COMUNITA’ DI CARRON...


Ho spedito a don Julian Carron tre brani. Quello di Péguy molte volte lo abbiamo letto e rilanciato al tempo di don Giussani nei confronti di quei cattolici che avevano fatto “la scelta religiosa”.
Lo ripropongo oggi come contributo di giudizio sull’attuale (triste) situazione del Movimento.Il primo, quello appunto di Péguy, è rivolto al “partito dei devoti”, cioè a quelli che pretendevano – in nome di una presunta purezza della loro fede – di non sporcarsi le mani con la realtà (mi pare sia l’attuale tentazione del Movimento, agli antipodi della sua storia):
“Poiché essi non hanno la forza (e la grazia) di essere della natura, credono di essere della grazia. Poiché non hanno il coraggio temporale, credono di essere entrati nella penetrazione dell’eterno. Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo, credono di essere di Dio. Poiché non hanno il coraggio di essere di uno dei partiti dell’uomo, credono di essere del partito di Dio. Poiché non sono dell’uomo credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio”. 
Il secondo brano è di papa Francesco ed è la domanda giusta per l’attuale situazione di CL:
“Noi cristiani non vogliamo adorare niente e nessuno in questo mondo se non Gesù Cristo, che è presente nella santa Eucaristia. Forse non sempre ci rendiamo conto fino in fondo di ciò che significa questo, di quali conseguenze ha, o dovrebbe avere questa nostra professione di fede. Questa nostra fede nella presenza reale di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, nel pane e nel vino consacrati, è autentica se noi ci impegniamo a camminare dietro a Lui e con Lui”.
Il terzo è un illuminante pensiero di Ratzinger (che spiega appunto cosa significa seguire Cristo):
“Non esiste la nuda fede o la pura religione. In termini concreti, quando la fede dice all’uomo chi egli è e come deve incominciare ad essere uomo, la fede crea cultura. La fede è essa stessa cultura”.
Antonio Socci

Thomas Merton - La saggezza del deserto



Come ai tempi di Elia



Per trasmettere la fede nell’età dell’effimero. 

(Walter Kasper)
La trasmissione della fede, specialmente alle nuove generazioni, appare oggi una sfida tutt’altro che facile, così inizia il nuovo libro di Bruno Forte La trasmissione della fede (Brescia, Queriniana, 2014, pagine 256, euro 18). Ci sono già tantissime pubblicazioni su questo tema, fondamentale per Chiesa e divenuto particolarmente urgente nel contesto della nuova evangelizzazione, a cui anche il prossimo Sinodo sulla famiglia è dedicato. Però il libro di Bruno Forte offre un contributo particolare. Da teologo egli va alle radici del problema e presenta un approfondimento teologico e filosofico arricchito da bellissimi testi letterari molto stimolanti. Perché per lui c’è anche la via della bellezza per la trasmissione della fede. Già nell’introduzione l’arcivescovo spiega la situazione attuale, dove nel contesto culturale il fruibile e l’immediato appaiono importanti e l’indifferenza alle grandi domande è diffusa. L’effimero sembra prevalere sull’intero orizzonte e l’eterno impallidire davanti all’attimo che fugge. Come ai tempi del profeta Elia la vera tentazione dell’uomo non è l’ateismo ma l’idolatria. Così l’esperienza di questo profeta di stampo arcaico e il suo cammino di fede diventano per così dire il filo conduttore di tutto il libro.
All’inizio Forte spiega la fede come l’esperienza di un incontro, la cui trasmissione è inseparabile dalla kènosi e dallo splendore dello Spirito. Poi il libro parla dell’educazione alla fede, la professione, la celebrazione e la vita della fede, dove parla inoltre delle donne come protagoniste della fede e dei giovani come testimoni della speranza, della famiglia come ambito vitale della trasmissione della fede. Particolarmente interessanti sono i capitoli sulla fede in dialogo, sulla fede in cammino e il sorprendente capitolo conclusivo sul sorriso di Dio. Segue ancora un’appendice su fede e annuncio, dall’enciclica Lumen fidei all’esortazione apostolica Evangelii gaudium.
La ricchezza di questi capitoli è difficile da riassumere. Pertanto riferiamo solo alcuni aspetti particolarmente interessanti dal capitolo dedicato al dialogo con chi non crede, un titolo che ricorda immediatamente il famoso titolo di un libro del compianto cardinale Carlo Maria Martini, a cui Bruno Forte si è sempre sentito molto vicino.
Secondo Forte la fede non è mai scontata; il credente non ha una comprensione totalizzante, luminosa su tutto, ma vive in una sorta di pensiero aurorale, carico di attesa. Però alla creatura, che nel più profondo del suo essere è desiderio d’infinito, Dio viene incontro come Dio che ha tempo per l’uomo. L’incontro dell’umano andare e del divino venire, l’alleanza dell’esodo e dell’avvento, è la fede. E la fede è lotta, agonia, non il riposo tranquillo di una certezza posseduta. Chi pensa di aver fede senza lottare, non crede più in nulla.
Diversamente da ogni posizione ideologica, la fede è un continuo convertirsi a Dio, un continuo consegnargli il cuore, cominciando ogni giorno, in modo nuovo, la lotta per credere, sperare e amare. Se però il credente è un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere, non sarà forse l’ateo — certo non l’ateo volgare stolto o indifferente — il non credente pensoso, un credente che ogni giorno vive la lotta inversa, la lotta di cominciare a non credere? Il credente responsabile si sentirà stimolato dal non credente, purché non sia chi a buon mercato voglia vivere etsi Deus non daretur, ma chi sia pronto a rischiare veluti Deus daretur. «Su questi presupposti — così finisce il capitolo — il dialogo fra i due sarà un comune servizio alla Verità, che entrambi chiama, e proprio per questo una testimonianza condivisa della salutare Trascendenza da cui tutto è illuminato, agli occhi di chi vuole cercare con umile amore, pur nella notte del mondo».
In questo contesto Forte cita san Bernardo di Chiaravalle: «L’amarezza della Chiesa è amara quando la Chiesa è perseguitata, è più amara quando la Chiesa è divisa, ma è amarissima quando la Chiesa se ne sta tranquilla e in pace». Forse quest’affermazione sarà un conforto per chi cammina tribolato e inquinato da una situazione poco pacifica, dove la trasmissione della fede specialmente alle nuove generazioni attraversa difficoltà. Forse proprio questa situazione è un kairòs, cioè un’ora di grazia in cui Dio ci viene incontro per purificare e approfondire la nostra fede spesso troppo paurosa perché paradossalmente spesso troppo sicura di se stessa.
L'Osservatore Romano

Lettera del Patriarca Bartolomeo a Papa Francesco




Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo per la festa dei santi Pietro e Paolo. Tempi di riavvicinamento

Pubblichiamo, in una nostra traduzione dall’inglese, il testo del messaggio inviato dal Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo a Papa Francesco in occasione della solennità dei santi Pietro e Paolo.
A sua Santità e Beatitudine Papa Francesco dell’Antica Roma: rallegratevi nel Signore.
Ancora una volta sta iniziando il giorno gioioso della venerabile solennità e del sacro ricordo degli Apostoli Pietro e Paolo, che furono martirizzati per amore di Cristo nella sede della Sua Chiesa. Per questo, siamo venuti per concelebrare e commemorare ancora una volta con lei, quest’anno, attraverso la nostra delegazione ufficiale, in conformità alla benedetta usanza da lungo tempo istituita.
Custodiamo nel nostro cuore, come un tesoro prezioso, il ricordo dei nostri recenti incontri personali con lei, Santità, sia a Gerusalemme sia a Roma, che hanno ulteriormente rinnovato e sugellato i nostri vincoli fraterni, affermando al contempo il nostro desiderio di proseguire sul cammino verso la nostra piena unione e la comunione desiderata dal Signore. Pertanto, nella città Santa, lo scorso maggio, siamo stati ritenuti degni di venerare insieme il sacro luogo in cui il capo della nostra fede, nostro Signore Gesù Cristo, ha insegnato, sofferto, è stato sepolto ed è risorto dai morti, mentre abbiamo onorato il cinquantesimo anniversario dello storico incontro avvenuto lì tra i nostri predecessori Papa Paolo VI e il Patriarca Ecumenico Atenagora, le cui coraggiose iniziative hanno inaugurato un tempo di riavvicinamento e di riconciliazione per le nostre Chiese.
Inoltre, il nostro incontro a Roma, grazie alla gentile iniziativa e all’invito di Sua Santità all’inizio del mese, al fine di contribuire insieme — con i Presidenti di Israele e Palestina — al prevalere della pace nella regione del Medio Oriente lacerata dal conflitto, è stata profondamente e personalmente commovente, trasmettendo allo stesso tempo un messaggio della pace e dell’amore di nostro Signore, a un mondo contemporaneo che ne ha tanta sete.
Per tutte queste cose, ancora una volta esprimiamo la nostra sincera gratitudine a lei, Santità, insieme con la nostra sentita preghiera che il Signore la possa rafforzare con la sua grazia e la sua potenza, di modo che Lei possa continuare per molti anni la sua preziosa guida e il suo servizio nel mondo moderno, ispirando tutti con le virtù della sua personalità e il suo amore verso Dio e l’umanità.
Possano gli Apostoli Pietro e Paolo Intercedere presso Dio per la sua Chiesa e per il mondo intero, guidandoci e incoraggiandoci lungo il cammino della verità e dell’amore, «finché arriviamo tutti all'unità della fede…. vivendo secondo la verità nella carità», cercando «di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4, 13-15).
Questi sentimenti augurali e festosi verranno trasmessi a lei, Santità, dalla nostra delegazione — guidata da Sua Eminenza il Metropolita Giovanni di Pergamo, accompagnato da Sua Eccellenza l’Arcivescovo Giobbe di Telmessos e dal Reverendissimo Arcidiacono Giovanni Chryssavgis — che rappresenterà il Patriarcato Ecumenico e noi durante le celebrazioni della festa del Trono della sua Chiesa.
Trasmettendo questi sentimenti a lei, Santità, in spirito di profondo amore, l’abbracciamo fraternamente nel Signore e rimaniamo con amore e speciale stima in Lui,
dal Patriarcato Ecumenico, il 24 giugno 2014,l’amato Fratello in Cristo di Sua Santità
Bartolomeo di Costantinopoli
L'Osservatore Romano


Le fatiche del super Papa



12mila colloqui personali
e nessun giorno di ferie

Sveglia alle 4,45 e solo mezz’ora di siesta. Ecco perché ogni tanto crolla e dà forfait
di A. Tornielli, da La Stampa
Ai preti che lo invitavano a prendersi una vacanza, il cardinale di Milano Alfredo Ildefonso Schuster rispondeva, sorridendo, che per riposarsi ci sarebbe stato tutto il tempo nell’aldilà. Francesco, il Papa gesuita con un’agenda che sfiancherebbe un quarantenne, sembra ispirarsi allo stesso modello, anche se i suoi 77 anni lo costringono a dare qualche forfait, com’è accaduto venerdì scorso per la visita al Gemelli.  

«Decide lui la sua agenda», spiega a La Stampa padre Federico Lombardi, «e ha un ritmo di vita molto intenso perché si sente chiamato al servizio del Signore con tutte le sue forze. Neppure quando era arcivescovo a Buenos Aires faceva ferie». Anche nel giorno della settimana tradizionalmente dedicato al riposo per i Papi, il martedì, durante il quale i predecessori non avevano udienze né impegni particolari, Bergoglio non rallenta. Invece di usare questa mattina libera per riposarsi, la utilizza per gli incontri rimasti in sospeso. «Francesco segue lo stile di vita attivo di sant’Ignazio che nelle costituzioni dell’ordine definiva i gesuiti “operai nella vigna del Signore”, perciò - osserva ancora Lombardi - si dedica con totale dedizione alla sua missione, anche al di là delle proprie forze».  

Negli ultimi cento anni le agende dei Papi hanno visto il moltiplicarsi degli impegni, degli appuntamenti pubblici e dei discorsi da pronunciare. Uno sguardo alle statistiche può aiutare a capire. L’appuntamento più significativo del pontificato di Francesco, la messa quotidiana con omelia celebrata la mattina a Santa Marta, alla presenza di una sessantina di fedeli, rappresenta una novità assoluta. Anche i predecessori dicevano messa ogni giorno nella cappella privata dell’appartamento pontificio, ma non predicavano e non avevano di fronte né la telecamera né i microfoni di Radio Vaticana. Se erano indisposti o febbricitanti, se ritardavano, nessuno o quasi nessuno se ne sarebbe accorto. Dal marzo 2013 ad oggi Francesco ha celebrato in Santa Marta 229 messe con altrettante omelie tenute braccio, e si è intrattenuto a salutare personalmente ciascuno dei fedeli presenti: la stima - al ribasso - è di almeno dodicimila persone salutate soltanto nel corso di questo appuntamento mattutino. Le grandi celebrazioni liturgiche che il Papa ha presieduto a Roma o nei viaggi, sono state 95. Le omelie che ha tenuto in queste occasioni sono state 73. 

Dal marzo 2013 ad oggi Francesco ha scritto un’enciclica (Lumen fidei) e un’esortazione apostolica (Evangelii gaudium), tre lettere apostoliche e quattro «motu proprio», 45 lettere ufficiali. Ha pronunciato o inviato 55 messaggi (tra questi diversi videomessaggi). Da quando è stato eletto Papa, Bergoglio ha pronunciato 231 discorsi, ai quali vanno aggiunti gli interventi prima dell’Angelus, che sono stati 73. Anche se, com’è noto, per la preparazione dei testi il Pontefice si avvale dei collaboratori, ciò che viene predisposto segue le sue indicazioni e dunque lo impegna in termini di tempo. 

Un’altra innovazione riguarda le udienze del mercoledì. Francesco fino ad oggi ne ha tenute 54. Le stime della Prefettura della Casa Pontificia parlano di oltre sei milioni di presenze, tra Angelus e udienze generali. Il Papa ha dilatato di molto il tempo dedicato all’incontro con i fedeli presenti in piazza San Pietro. Gira in lungo e in largo sulla papamobile per salutare tutti e avvicinarsi anche a chi è più lontano. Questi incontri, a motivo della grande partecipazione, si sono sempre svolti in piazza, anche in inverno. Le ore trascorse all’aperto soltanto in queste occasioni, con qualsiasi tempo, sono state non meno di 150. E qualche volta in Papa vi ha preso parte pur essendo indisposto.  

Impossibile è invece il calcolo delle persone ricevute singolarmente in udienza, come pure il calcolo dei malati che Bergoglio ha incontrato. Si è poi notevolmente dilatato il carico della corrispondenza privata. Francesco legge personalmente una cinquantina di lettere al giorno, tra le quattromila che gli arrivano ogni settimana, e dà indicazioni per le risposte. In qualche caso risponde di persona al telefono. 

Ci sono poi i viaggi. Due all’estero (in Brasile e in Terra Santa) e quattro in Italia. Infine, vanno citate le cinque visite alle parrocchie romane: anche qui Francesco ha inaugurato un nuovo stile, facendole il sabato pomeriggio e rimanendo per diverse ore a disposizione dei fedeli. 

Quando è in Vaticano, il Papa si sveglia alle 4,45 e si veste da solo. Per prima cosa legge i «cifrati» provenienti dalle nunziature di tutto il mondo, quindi per oltre un’ora prega e medita le Scritture del giorno preparando l’omelia di Santa Marta. Quindi, sempre da solo, alle 7 scende per celebrare la messa. Dopo la funzione e il saluto ad ognuno dei presenti, fa colazione. Quindi inizia la mattinata di lavoro con le udienze gli incontri. Alle 13 c’è il pranzo, seguito da mezz’ora di siesta. Nel pomeriggio, dopo un tempo di preghiera, riprendono gli incontri, ci sono quindi il disbrigo della corrispondenza e le telefonate. A fine giornata, prima della cena delle 20, c’è solitamente un’ora di adorazione nella cappella. 

«Alcune volte non si può fare tutto - ha confidato Francesco a un gruppo di seminaristi - perché io mi lascio portare per esigenze non prudenti: troppo lavoro, o credere che se io non faccio questo oggi, non lo faccio domani… Così, cade l’adorazione, cade la siesta…». L’ideale, aggiungeva Bergoglio, «è finire la giornata stanchi. Non avere bisogno di prendere le pastiglie: finire stanco. Ma con una buona stanchezza, non con una stanchezza imprudente, perché quello fa male alla salute e alla lunga si paga caro. Questo è l’ideale, ma non sempre lo faccio - ammetteva - perché anche io sono peccatore, e non sempre sono tanto ordinato». 
Così si definisce Francesco, non un superman ma un «peccatore» che conclude la giornata pieno di stanchezza, costretto di tanto in tanto a cancellare qualche appuntamento. 

Il Papa: oggi ci sono più martiri cristiani che nei primi secoli



Il  tweet di Papa Francesco: "Gesù, aiutaci ad amare Dio come Padre e il nostro prossimo come fratello." (30 giugno 2014)

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Ci sono più cristiani perseguitati oggi che nei primi secoli: è quanto ha detto Papa Francesco a Santa Marta, presiedendo la Messa nel giorno in cui si fa memoria dei Santi Protomartiri della Chiesa romana, crudelmente uccisi alle pendici del Colle Vaticano per ordine di Nerone dopo l'incendio di Roma nel 64.


La preghiera all’inizio della Messa ricorda che il Signore ha “fecondato con il sangue dei martiri i primi germogli della Chiesa di Roma”. “Si parla della crescita di una pianta“ – ha affermato Papa Francesco nell’omelia - e questo fa pensare a quello che diceva Gesù: “il Regno dei Cieli è come un uomo che abbia gettato a terra il seme, poi va a casa sua“ e – dorma o vegli - “il seme cresce, germoglia, senza che lui sappia come“. Questo seme è la Parola di Dio che cresce e diventa Regno di Dio, diventa Chiesa grazie alla “forza dello Spirito Santo“ e alla “testimonianza dei cristiani“:
“Sappiamo che non c’è crescita senza lo Spirito: è Lui che fa la Chiesa, è Lui che fa crescere la Chiesa, è Lui che convoca la comunità della Chiesa. Ma anche è necessaria la testimonianza dei cristiani. E quando la testimonianza arriva alla fine, quando le circostanze storiche ci chiedono una testimonianza forte, lì ci sono i martiri, i più grandi testimoni. E quella Chiesa viene annaffiata dal sangue dei martiri. E questa è la bellezza del martirio. Incomincia con la testimonianza, giorno dopo giorno, e può finire come Gesù, il primo martire, il primo testimone, il testimone fedele: con il sangue“.
“Ma c’è una condizione per la testimonianza, perché sia vera – ha aggiunto il Papa - deve essere senza condizioni“:
“Abbiamo sentito il Vangelo, questo che dice al Signore di seguirlo, ma gli chiede una condizione: andare a congedarsi o a seppellire il padre … il Signore lo ferma: ’No!’. La testimonianza è senza condizioni. Deve essere ferma, deve essere decisa, deve essere con quel linguaggio che Gesù ci dice, tanto forte: ’Il vostro linguaggio sia sì, sì, no, no’. Questo è il linguaggio della testimonianza“.
“Oggi – ha detto Papa Francesco - guardiamo questa Chiesa di Roma che cresce, irrigata dal sangue dei martiri. Ma anche è giusto – ha proseguito - che noi pensiamo a tanti martiri di oggi, tanti martiri che danno la loro vita per la fede“. E’ vero che sono stati tanti i cristiani perseguitati al tempo di Nerone, ma “oggi – ha sottolineato - non ce ne sono meno“:
“Oggi ci sono tanti martiri, nella Chiesa, tanti cristiani perseguitati. Pensiamo al Medio Oriente, cristiani che devono fuggire dalle persecuzioni, cristiani uccisi dai persecutori. Anche i cristiani cacciati via in modo elegante, con i guanti bianchi: anche quella è una persecuzione. Oggi ci sono più testimoni, più martiri nella Chiesa che nei primi secoli. E in questa Messa, facendo memoria dei nostri gloriosi antenati, qui a Roma, pensiamo anche ai nostri fratelli che vivono perseguitati, che soffrono e che con il loro sangue fanno crescere il seme di tante Chiese piccoline che nascono. Preghiamo per loro e anche per noi“

domenica 29 giugno 2014

Lunedì della XIII settimana del Tempo Ordinario


Il sogno di Giacobbe
In quel tempo, Gesù, vedendo una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque andrai”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.
E un altro dei discepoli gli disse: “Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti”.

 
 (Dal Vangelo secondo Matteo 8, 18-22)

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Gesù ci "ordina" oggi perentoriamente di "passare all’altra riva", per entrare nella Pasqua (passaggio). Gesù ci "spinge" oggi a lasciarci attirare nel suo passaggio dalla schiavitù alla libertà. Quello che abbiamo dentro, dunque, è molto più di un desiderio, è un "ordine" del Signore, l'eco della "chiamata" che ci ha tratto all'esistenza, l'annuncio nel quale viviamo, esistiamo, siamo. Il "senso" profondo della nostra vita, ovvero la "direzione" che dà consistenza e pienezza a ogni istante, è quello che ci fa "passare all’altra riva", ogni giorno. Passare all’altra riva è l’unico modo di seguire il Signore. Lui non ci offre un cuscino dove riposare, alienazioni come ce ne propone il mondo. Con Lui non si scappa dalla realtà per nascondersi nelle "tane" delle "volpi", supponendo stoltamente che la nostra astuzia ci possa preservare dal fallimento e dalle delusioni; si cammina nella storia, i piedi ben piantati in terra, non si vola come "gli uccelli" verso "nidi" di fantasie sognate nel mondo virtuale di internet, degli astrologi, degli acquisti a rate e con carta di credito. Cristo ha pagato cash: infatti, "non ha dove reclinare il capo", e lo farà solo sulla Croce, offrendo gratuitamente la propria vita. Su di essa ha disteso le braccia per accogliere e salvare ogni uomo, rivelandoci che, se crocifisso, ogni istante della vita è operoso e fecondo. Il Signore chiama per condurci al vero riposo, quello del seme che, caduto in terra, muore per non restare solo e dare molto frutto. Il riposo che inizia qui sulla terra nell'amore che dimentica se stesso, prende la Croce d’ogni giorno e "segue" il Signore ovunque, perché in ogni luogo c'è qualcuno che aspetta la sua salvezza. Quando Gesù passa e chiama, il tempo si ferma, ed è impossibile cercare di comprendere quello che accade se non ci lasciamo raggiungere e avvolgere dal suo amore; chi non ha l'esperienza del suo perdono, della Pasqua che fa risorgere dalla morte ogni relazione, ogni situazione che sembrava spacciata, non potrà "seguire il Maestro ovunque vada"; non ha i parametri per ascoltare e obbedire, la carne ha altri criteri e cerca sempre e solo il proprio interesse e la propria soddisfazione. Negli "ovunque" di Gesù, spazi e momenti di puro amore, vi saranno luoghi e persone che la carne rifiuterà, e le buone intenzioni di fedeltà e amore si scioglieranno come neve al sole. Solo chi vive del suo amore può "seguire" Gesù "ovunque", "lasciando che i morti seppelliscano i propri morti", che significa consegnare fiducioso a Lui le situazioni irrisolte della propria storia. Spesso neanche i rapporti più santi, come quelli familiari o di una comunità religiosa, possono offrire un "luogo dove reclinare il capo". E non c'è nulla da fare, anzi; più si tenta di "seppellire i morti", ovvero più si cerca di riordinare e spazzare via i motivi delle contese, e più queste si moltiplicano. In questi casi, e sono la quasi totalità, occorre solo rientrare in se stessi, ricordare di non essere migliori di nessuno, accettare che la carne esiste ed è forte, quando soggiogata dal demonio; e "seguire il Signore", per "reclinare il capo", ovvero i pensieri e le angustie, gli tsunami della carne i desideri e le speranze, sul legno della Croce. E, crocifissi con Lui per amore dell'altro, sino a lasciargli intatta tutta la sua libertà, "passare" al Cielo, perché solo da lassù si vedono con chiarezza le cose di quaggiù. Amare, senza se e senza ma, perché solo nell'amore vi è il riposo, che abbraccia l'altro così com'è, senza esigenza, anche se non cambierà mai. Solo in questo amore si può trovare pace, proprio lì, nella realtà. E non si tratta di superficialità, di rassegnazione e di cinismo; è amore, amore purissimo che si dona senza riserve e senza sperare nulla per sé, sia pure umanamente legittimo; che si offre in silenzio, muto come Gesù nella Passione, per non sporcare la purezza dell'amore di Dio, solo perché l'altro possa percepirne, nella libertà di rifiutarlo, almeno un frammento. E' ovvio che Gesù non sta dicendo di non curare i propri cari e accompagnarli sino alla morte, anzi. Ma di amare ogni persona, anche le più care, di un amore celeste. E questo, a volte, ci conduce a superare le consuetudini umane e religiose. Quando, per amore a Cristo e al Vangelo - e quindi per amore vero e celeste alla carne della propria carne - il coltello affonda la lama per circoncidere il cuore: anche questo è il momento dell'amore più puro, che si fa crocifiggere per non barattare la propria salvezza e quella dell'altro con un po' d'affetto e consolazioni umane. Seguire Gesù è , infatti, molto di più che seppellire i morti; è l'esatto contrario: è camminare nella morte per giungere alla vita e tirar fuori i morti dal sepolcro e accompagnagli in Cielo. Seguendo Gesù siamo chiamati a spargere il suo profumo di vita e misericordia prendendo su di noi l'incomprensione, il rifiuto e i peccati degli altri, dando così compimento a ogni relazione; l'amore, infatti, non si limita alle pur dovute e desiderate attenzioni; esso va ben oltre il "minimo sindacale" del "religiosamente corretto". La vita cristiana è "seguire" l'Amato nelle ore infinite di "straordinario" spese per ascoltare e correggere un figlio, per accollarsi silenziosamente il lavoro che il collega non vuol fare, per amare la suocera o la nuora così come sono, per compiere cioè il Discorso della Montagna; e per annunciare il Vangelo sino agli estremi confini della terra. Questi sono gli straordinari di un amore straordinario, che non ha altro stipendio in terra che la gioia del Cielo, che esplode quando un peccatore, il nostro fratello, si converte e crede all'amore di Dio. Per questo, come Giacobbe, siamo chiamati a "posare il capo" su di una pietra, nel luogo di Dio: istante dopo istante,  famiglia, lavoro, scuola, i "luoghi" che ci attendono "seguendo" il Signore, divengono le "porte del Cielo": “Le pietre che Giacobbe nostro padre aveva messo sotto il capo furono trasformate in un letto e un cuscino. Lì, con quella freschezza e quella asprezza, Egli benedisse” (GenR 68,43). Così il Midrash. Così per la nostra vita, nella quale freschezza e asprezza caratterizzano le pietre del carattere del coniuge, delle difficoltà con i figli e i genitori, dei sacrifici per non restare invischiati nell'egoismo; ma, proprio per quello che sono, i volti e i luoghi che ci attendono si "trasformano in un letto e un cuscino" dove riposare dalle sterili fatiche della carne. Pietre come la pietra del sepolcro del Signore, aspra nella morte, fresca nella risurrezione. Come non è stato possibile che la morte tenesse in potere il Signore, così non è possibile riposare nella morte, nei fallimenti, nei dolori. Non è quello il nostro luogo. E’ un momento, un passo nel passaggio. Colui che è di Cristo non è un rassegnato, non accompagna all'eutanasia e non abortisce persone, relazioni ed eventi; non è un cultore macabro della sofferenza e della morte. Chi è di Cristo lo segue ovunque, perché, risvegliatosi con Lui dal sonno della morte, sa che ogni "luogo" è "la casa di Dio, una porta sul Cielo". Dio farà di lui e della sua storia una benedizione "per tutte le famiglie della terra", perché "sarà con lui e lo guarderà ovunque andrà e non lo abbandonerà prima di aver compiuto ogni sua promessa" (Cfr. Gen 28,10-19). E proprio questo era il desiderio dello scriba, simile al nostro celato in tutto quello che pensiamo e facciamo: stare con Gesù per sempre. Ma esso è il frutto dell’esser "passati all’altra riva", sorge dall'esperienza della Pasqua, le viscere battesimali della nostra nuova vita sempre protesa verso un’altra riva, camminando sereni nella precarietà, sino a che non giunga l’ultima, la sponda del Cielo.