lunedì 1 dicembre 2014

«In moschea ho pregato: Signore, finiamola con queste guerre!»

Il Papa sul volo di ritorno dalla Turchia


«In moschea ho pregato: Signore, finiamola con queste guerre!»



Nell'intervista sul volo di ritorno Papa Francesco parla del dialogo interreligioso: chiede ai leader politici, intellettuali e religiosi dell'islam di condannare il terrorismo fondamentalista. E sull'unità con gli ortodossi spiega: la via non è quella dell'«uniatismo» della Chiese orientali. «Voglio andare in Iraq» e «desidero incontrare il patriarca di Mosca»

ANDREA TORNIELLIINVIATO SUL VOLO ISTANBUL-ROMA
Papa Francesco vuole andare in Iraq e non ha abbandonato il suo progetto. Vuole anche incontrare il Patriarca di Mosca e dialogando con i giornalisti sul volo di ritorno a Roma dalla Turchia parla di ciò che è accaduto ieri nella Moschea Blu di Istanbul.

Islamofobia
«È vero che davanti a questi atti terroristici non solo in questa zona ma anche in Africa c'è una reazione. "Se questo è l'islam mi arrabbio!". E così tanti islamici si sentono offesi, dicono: "Ma noi non siamo questo, il Corano è un libro profetico di pace, questo (terrorismo) non è islamismo". Io questo lo capisco. E credo sinceramente che non si possa dire che tutti gli islamici sono terroristi come non si può dire che tutti i cristiani sono fondamentalisti - anche noi abbiamo dei fondamentalisti, in tutte le religioni ci sono questi gruppetti. Ho detto al presidente Erdogan che sarebbe bello condannarli chiaramente, lo dovrebbero fare i leader accademici, religiosi, intellettuali e politici. Così lo ascolterebbero dalla bocca dei loro leader. Abbiamo bisogno di una condanna mondiale da parte degli islamici che dicano: "No il Corano non è questo!". Dobbiamo poi sempre distinguere qual è la proposta di una religione da quello che è l'uso concreto che di quella proposta fa un concreto governo: tu puoi condurre il tuo paese non come islamico, come ebreo o come cristiano. Tante volte si usa il nome ma la realtà non è quella della religione».

Cristianofobia
«Non voglio usare parole un po' addolcite: a (noi) cristiani ci cacciano via dal Medio Oriente. Alcune volte, come abbiamo visto in Iraq, nella zona di Mosul, devono andarsene o pagare la tassa che poi magari non serve. Altre volte ci cacciano via con guanti bianchi».

Dialogo interreligioso
«Ho avuto forse la conversazione più bella in questo senso con il presidente degli Affari religiosi e la sua équipe. Già quando era venuto il nuovo ambasciatore della Turchia a consegnare le credenziali, ho visto un uomo eccezionale, uomo di profonda religiosità. Loro hanno detto: "Adesso sembra che il dialogo interreligioso sia arrivato alla fine". Dobbiamo fare un salto di qualità. Dobbiamo fare il dialogo tra persone religiose di diverse appartenenze, è bello questo: uomini e donne che si ritrovano con altri uomini e altre donne e si scambiano esperienze: non si parla di teologia, ma di esperienza».

Preghiera in moschea
«Io sono andato in Turchia come pellegrino, non come turista. E sono venuto precisamente per la festa di oggi, dal patriarca Bartolomeo. Quando sono andato in moschea non potevo dire: adesso sono un turista! Ho visto quella meraviglia, il muftì mi spiegava bene le cose con tanta mitezza, mi citava il Corano là dove si parlava di Maria e di Giovanni Battista. In quel momento ho sentito il bisogno di pregare. Gli ho chiesto: preghiamo un po'? Lui mi ha risposto: "Sì sì". Io ho pregato per la Turchia, per la pace, per il muftì, per tutti e per me... Ho detto: Signore, ma finiamola con queste guerre! È stato un momento di preghiera sincera».

Prospettive ecumeniche
«Il mese scorso in occasione del Sinodo è venuto come delegato il metropolita Ilarion e lui ha voluto parlarmi non come delegato al Sinodo ma come presidente della commissione del dialogo ortodosso cattolico. Abbiamo parlato un po'. Io credo che con l'ortodossia siamo in cammino, hanno sacramenti e successione apostolica, siamo in cammino. Se dobbiamo aspettare che i teologi si mettono d'accordo, mai arriverà quel giorno! Sono scettico: lavorano bene i teologi, ma Atenagora aveva detto: "Mettiamo i teologi su un'isola a discutere, e noi andiamo avanti!". L'unità è un cammino che si deve fare e si deve fare insieme, è l'ecumenismo spirituale, pregare insieme, lavorare insieme. Poi c'è l'ecumenismo del sangue: quando questi ammazzano i cristiani, il sangue si mischia. I nostri martiri stanno gridando: siamo uno. Questo è l'ecumenismo del sangue. Andare coraggiosamente su questo cammino, avanti, avanti. È una cosa forse che qualcuno non può capire. Le Chiese orientali cattoliche hanno diritto di esistere, ma l'uniatismo è una parola di un'altra epoca, si deve trovare un'altra strada».

Voglio incontrare il patriarca di Mosca
«Ho fatto sapere al patriarca Kiril: dove vuoi tu noi ci incontriamo, tu mi chiami e io vengo. Ma in questo momento con la guerra in Ucraina ha tanti problemi. Tutti e due vogliamo incontraci e andare avanti. Ilarion ha proposto per una riunione di studio della commissione il tema del primato. Si deve continuare la domanda di Giovanni Paolo II: aiutatemi a trovare una formula di primato accettabile anche alle Chiese ortodosse».

L'origine delle divisioni tra le Chiese
«Quello che io sento di più profondo in questo cammino per l’unità è l'omelia che ho fatto ieri sullo Spirito Santo: soltanto il cammino dello Spirito Santo è giusto, lui è sorpresa, lui è creativo. Il problema - questa forse sì è un'autocritica, e l'ho detto anche nelle congregazioni generali prima del conclave - è che la Chiesa ha il difetto e l'abitudine peccatrice di guardare troppo a se stessa, come se credesse di avere luce propria. La chiesa non ha luce propria, deve guardare a Gesù Cristo. Le divisioni ci sono perché la Chiesa ha guardato troppo a se stessa. A tavola con Bartolomeo oggi parlavamo del momento in cui un cardinale è andato a portare la scomunica del Papa al Patriarca: la Chiesa ha guardata troppo a se stessa in quel momento. Quando si guarda a se stessi si diventa autoreferenziali».

Il primato nella Chiesa
«Gli ortodossi accettano il primato: nelle litanie oggi hanno pregato per il loro pastore e primate, "colui che cammina prima". Lo hanno detto oggi davanti a me. Per trovare una forma accettabile dobbiamo andare al primo millennio. Non dico che la Chiesa abbia sbagliato (nel secondo millennio), no no! Ha fatto la sua strada storica. Ma adesso la strada è andare avanti con la domanda di Giovanni Paolo II».

Gli ultraconservatori che guardano con sospetto le aperture
«Mi permetto di dire che questo non è un problema solo nostro. Questo è un problema anche loro, degli ortodossi, di alcuni monaci e di alcuni monasteri. Per esempio, fin dai tempi del beato Paolo VI si discute della data della Pasqua e non ci mettiamo d'accordo. Di questo passo, i nostri pronipoti rischieranno di celebrarla in agosto. Il beato Paolo VI aveva proposto una data fissa, una domenica di aprile. Bartolomeo è stato coraggioso: in Finlandia, dove c'è una piccola comunità ortodossa ha detto di festeggiare lo stesso giorno dei luterani. Una volta mentre ero in via della Scrofa e ci si preparava alla Pasqua ho sentito un orientale che diceva: il mio Cristo resuscita fra un mese. Il mio Cristo, il tuo Cristo. Ci sono problemi. Ma dobbiamo essere rispettosi e non stancarci di dialogare, senza insultare, senza sporcarsi, senza sparlare. Se poi uno non vuole dialogare... Ma pazienza, mitezza e dialogo».

Voglio andare in Iraq
«Volevo andare in un campo profughi, ma ci voleva un giorno in più e non era possibile per tante ragioni, non solo personali. Allora ho chiesto di stare con i ragazzi rifugiati ospitati dai salesiani. Approfitto per ringraziare il governo turco, che è generoso, è generoso con i rifugiati. Sapete che cosa significa pensare alla salute, all'alimentazione, a un letto, a una casa, per un milione di rifugiati? In Iraq io voglio andare. Ho parlato col patriarca Sako. Per il momento non è possibile. Se in questo momento andassi si creerebbe un problema per le autorità, per la sicurezza».

Con Erdogan non ho parlato di Ue
«No, di questo non abbiamo parlato. È curioso, abbiamo parlato di tante cose, ma di questo no».

La terza guerra mondiale e le armi nucleari
«Sono convinto che stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi, a capitoli, dappertutto. Dietro di questo ci sono inimicizie, problemi politici, problemi economici, per salvare questo sistema dove il dio denaro e non la persona umana è al centro. E dietro ci sono anche interessi commerciali: il traffico delle armi è terribile, è uno degli affari più forti in questo momento. L'anno scorso, a settembre, si diceva che la Siria aveva le armi chimiche: io credo che la Siria non fosse in grado di farsi le armi chimiche. Chi gliele ha vendute? Forse alcuni di quelli che poi l'accusavano di averle? Su questo affare delle armi c'è tanto mistero. Sull'atomica, l'umanità non ha imparato. Dio ci ha dato la creazione perché di questa incultura facessimo una cultura. L'uomo l'ha fatto ed è arrivato all'energia nucleare che può servire a tante cose buone, ma l'ha utilizzata anche per distruggere l'umanità. Quella cultura diviene una seconda incultura: io non voglio parlare di fine del mondo, ma è una cultura che chiamo "terminale", poi bisognerà cominciare da capo, così come hanno fatto le città di Nagasaki e Hiroscima».

Il genocidio degli armeni
«Il governo turco ha fatto un gesto, il primo ministro Erdogan ha scritto una lettera nella data della ricorrenza del genocidio, che alcuni hanno giudicato troppo debole. Ma è stato un porgere la mano, questo è sempre positivo. Posso allungare la mano poco o tanto, ma questo è sempre positivo. A me sta molto a cuore la frontiera turco armena: se si potesse aprire quella frontiera sarebbe una cosa bella! Lo so che ci sono problemi geopolitici che non facilitano, ma dobbiamo pregare per questa riconciliazione tra i popoli. L'anno prossimo sono previsti tanti atti commemorativi del genocidio armeno, speriamo che si vada su una strada di piccoli gesti, piccoli passi di avvicinamento».

Il Sinodo e i passaggi contestati della relazione intermedia
«Il sinodo è un percorso, è un cammino. Non è un Parlamento, è uno spazio protetto perché possa parlare lo Spirito Santo. Anche la relazione finale non esaurisce il percorso. Per questo non si può prendere un'opinione di una persona o di una bozza. Io non sono d'accordo - è la mia opinione - che si dica pubblicamente oggi questo ha detto questo, ma si renda pubblico, come è avvenuto, solo ciò che è stato detto: il Sinodo non è un Parlamento. Ci vuole protezione perché lo Spirito Santo possa parlare».

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Corriere della Sera
(Gian Guido Vecchi) È quando Francesco, d’improvviso, s’inchina profondamente davanti a Bartolomeo I, fino a sfiorargli la barba bianca con lo zucchetto, che si capisce come la forza dei gesti possa magari riuscire dove i teologi d’Oriente e d’Occidente si sono incartati per quasi mille anni, dallo scisma del 1054. Il Papa mormora «vi chiedo di benedire me e la Chiesa di Roma» e il Patriarca ortodosso di Costantinopoli posa una mano sulla testa di Bergoglio e gli bacia il capo.

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Avvenire
(Stefania Falasca) È un bacio, un gesto senza precedenti quello che ieri nella Cattedrale ortodossa di San Giorgio al Fanar a Istanbul ha mostrato al mondo il profondo legame che nel nome degli apostoli Pietro e Andrea lega la Chiesa di Roma a quella ortodossa di Costantinopoli. Incontrando il patriarca ecumenico Bartolomeo I papa Francesco ha chinato il capo chiedendo al leader ortodosso di benedire lui e «la Chiesa di Roma». Bartolomeo quindi si è avvicinato, ha baciato lo zucchetto sul capo del Pontefice e lo ha abbracciato con un gesto spontaneo e fraterno.

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Quell’inchino, una invenzione che sconvolge pretese di supremazia
Corriere della Sera
 
(Luigi Accattoli) Quello di ieri davanti al patriarca Bartolomeo è il quarto inchino di Francesco in attesa d’essere benedetto e si tratta di gesti senza precedenti nella storia dei Papi. Negli altri tre casi Bergoglio si era inchinato davanti a delle folle, ieri invece davanti a un interlocutore ecumenico impegnativo. La mossa a sorpresa del Papa – che dice a Bartolomeo «vi chiedo un favore: di benedire me e la Chiesa di Roma» – crea imbarazzo nell’ospite, che non osa tracciare un segno di croce sul Vescovo di Roma al quale riconosce un primato d’onore, e lo bacia sulla testa chinata. 

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Tutte le parole e le mosse del Papa in Turchia con gli ortodossi   
Formiche
 
(Matteo Matzuzzi) Scrive Andrea Tornielli sulla Stampa che “la seconda giornata di Francesco in Turchia è raccontata da due immagini simboliche. La prima: il Papa dentro la Moschea Blu di Istanbul sta in silenzio, senza scarpe, con il capo chino e le mani giunte, accanto al Gran Muftì (...)

«Siamo insieme nel martirio»



Il Papa incontra i bambini profughi prima di tornare a Roma   
Vatican Insider
 
(Iacopo Scaramuzzi) Condanna le «intollerabili» condizioni degradanti. Voleva vedere «anche altri rifugiati ma non è stato possibile». Prima dell’aeroporto visita in ospedale il patriarca armeno -- È necessaria una “maggiore convergenza internazionale” al fine di “rimuovere le cause” delle “intollerabili” (...) 
(en) Francis to refugees: 'The church is with you' (Joshua J. McElwee, NC Reporter) 

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La dichiarazione congiunta: «Siamo insieme nel martirio»


Francesco e Bartolomeo, al termine della Divina Liturgia della festa di Sant'Andrea firmano un testo comune che parla delle persecuzioni dei cristiani

ANDREA TORNIELLIINVIATO A ISTANBUL

«Esprimiamo la nostra comune preoccupazione per la situazione in Iraq, in Siria e in tutto il Medio Oriente... la condivisione delle sofferenze dei martiri può essere uno strumento efficace di unità». Al termine della liturgia per la festa di Sant'Andrea, nella sede del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, Francesco e Bartolomeo firmano una dichiarazione congiunta. Era già accaduto lo scorso maggio a Gerusalemme. Sono state ore intense di incontri, dialoghi e celebrazioni, e la stanchezza è visibile nei volti dei successori di Pietro e di Andrea, anche se a prevalere è la gioia per un'amicizia e un'intesa sempre più salde.

Nel testo si rinnova la volontà di procedere nel cammino verso l'unità tra cattolici e ortodossi, per il quale la visita di Bergoglio a Istanbul rappresenta una tappa significativa e importante. E si parla diffusamente anche della situazione dei cristiani perseguitati in Medio Oriente, vittime del fondamentalismo, riprendendo l'immagine dell'«ecumenismo del sangue» cara al Vescovo di Roma quanto al Patriarca di Costantinopoli.

«Ci appelliamo a tutti coloro che hanno la responsabilità del destino dei popoli - si legge nella dichiarazione - affinché intensifichino il loro impegno per le comunità che soffrono e consentano loro, comprese quelle cristiane, di rimanere nella loro terra natìa. Non possiamo rassegnarci a un Medio Oriente senza i cristiani, che lì hanno professato il nome di Gesù per duemila anni».

«Molti nostri fratelli e sorelle sono perseguitati e sono stati costretti con la violenza a lasciare le loro case. Sembra addirittura che si sia perduto il valore della vita umana e che la persona umana non abbia importanza». Francesco e Bartolomeo osservano che come «il sangue dei martiri è stato seme di forza e di fertilità per la Chiesa, così anche la condivisione delle sofferenze quotidiane può essere uno strumento efficace di unità. La terribile situazione dei cristiani e di tutti coloro che soffrono in Medio Oriente richiede non solo una costante preghiera, ma anche una risposta appropriata da parte della comunità internazionale».

Il testo congiunto continua con il riconoscimento dell'importanza del «dialogo costruttivo con l'Islam, basato sul mutuo rispetto e amicizia». Infine, Francesco e Bartolomeo ricordano tutti i popoli che soffrono a causa della guerra, «in particolare preghiamo per la pace in Ucraina».

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Radio Vaticana
Più ci si incontra e più si cammina verso l’unità: così padre Federico Lombardi commenta gli incontri del Papa in Turchia. Ascoltiamo le riflessioni del direttore della Sala Stampa vaticana, al microfono di Francesca Sabatinelli: R. – E’ chiaro che il Papa ha un’idea del servizio di Pietro esattamente (...)

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Ecumenismo, la svolta del Fanar
Vatican Insider
 
(Gianni Valente) La Chiesa cattolica «non intende imporre alcuna esigenza» per arrivare alla piena comunione coi cristiani ortodossi. Papa Francesco: prospettiva del primo millennio. Riecheggia la «formula Ratzinger» -- Per giungere alla meta della piena unità coi cristiani ortodossi (...)

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A Istanbul l'unità dei cristiani è più vicina
Aleteia

(Chiara Santomiero) Chryssavgis (Patriarcato Costantinopoli): "l'immagine dei due leader che pregano insieme ricorda al mondo che lavorare per la pace e la giustizia è un obbligo". Un evento storico, ha definito lo stesso patriarca ecumenico Bartolomeo I, la visita di (...)

Gli applausi al Pontefice per cambiare l'Europa



Dopo Strasburgo – Gli applausi a Francesco per cambiare l’Europa
Articolo di Romano Prodi su Il Messagero del 30 novembre 2014
I parlamentari europei hanno interrotto con ripetuti applausiil discorso di Papa Francesco.
I media ne hanno giustamente messo in rilievo non solo la profondità etica e religiosa ma anche il sorprendente contenuto propositivo.
A distanza di cinque giorni, dopo che l’attenzione si è velocemente spostata su altri temi, vale la pena di riflettere sui contenuti del messaggio del Papa all’Europa e di interrogarci sugli effetti di lungo periodo di questo messaggio nei confronti dei governanti e dei cittadini del vecchio continente. Certamente è rimasto nel cuore di tutti i presenti l’incitamento finale volto a suscitare e promuovere un’Europa non più impaurita e piegata su se stessa, ma un ‘Europa “protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede, un’Europa che guarda, difende e tutela l’uomo, un’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso strumento di tutta l’umanità.”
Si tratta di un incitamento che giunge dopo riflessioni anche crude sul presente ma che si concretizza poi in un invito a seguire la via tracciata dai padri fondatori dell’Europa, che desideravano un futuro basato sulla “capacità di lavorare insieme per favorire la pace e la comunione fra tutti i popoli del continente”.
Francesco ha tuttavia ricordato che questa strada richiede profondi cambiamenti non solo dal punto di vista etico (con una rinnovata attenzione ai diritti dei più fragili e al rispetto della vita umana dal suo inizio alla sua fine) ma anche dal punto di vista dell’azione politica.
Le riflessioni sulla politica si fondano sulla constatazione che, accanto ai grandi processi positivi, tra i quali viene sottolineato l’allargamento ai nuovi Paesi, sia andata crescendo la sfiducia dei cittadini nei confronti di istituzioni ritenute distanti, impegnate a stabilire regole percepite come lontane o addirittura dannose rispetto alla sensibilità dei popoli. Una critica a cui Papa Francesco contrappone il diretto invito ad un rafforzamento della democrazia, oggi in pericolo per effetto di una perdita di vitalità dovuta all’indebolimento dei partiti e delle organizzazioni politiche. Le democrazie corrono perciò il rischio di vivere nel regno della sola parola e dell’immagine, riducendo la politica ad un semplice nominalismo. Per evitare questi rischi -ha detto Papa Francesco ai parlamentari europei- bisogna evitare che la forza della democrazia ceda il passo di fronte “alla pressione di interessi multinazionali ma non universali” che indeboliscono la forza espressiva dei popoli, trasformandola in “poteri finanziari al servizio di imperi sconosciuti”. A questa critica si accompagna un invito alla valorizzazione di tutte le capacità umane in seno alla famiglia, nel lavoro e nella scuola, unitamente ad uno sforzo collettivo per la conservazione dell’ambiente.
Non si tratta di ammonimenti astratti ma di un diretto richiamo alla grande tradizione europea del “welfare state”, messo duramente alla prova non solo dalla crisi economica ma da un’ideologia globalizzante che mette a rischiole basi stesse della democrazia e della solidarietà. Una solidarietà che viene violata se non si affronta alle radici la questione migratoria adottando “politiche corrette, coraggiose e concrete” che aiutino i potenziali emigranti nei loro paesi di origine, poiché non è tollerabile che il Mare Mediterraneo “diventi un grande cimitero”.
Può certo indurre a qualche interrogativo vedere l’intero parlamento approvare con entusiasmo richiami e ammonimenti che non hanno certamente raccolto l’unanime approvazione dell’assemblea di Strasburgo e di molti governi europei, sempre più riluttanti nel promuovere politiche di aiuto verso le categorie o le regioni più emarginate e ben lontani dall’approvare misure capaci di prevenire l’aumento di vittime nel Mediterraneo.
Si pone quindi l’interrogativo di quanto un intervento pur così forte ed autorevole e pur accolto con unanime applauso possa cambiare il corso della politica europea.
Da un lato credo che il condiviso applauso non sia stato solo un atto di cortesia ma che un così inusuale e diretto linguaggio abbia fatto davvero appello alle coscienze di tutti. Ritengo inoltre che, proprio nello scenario confuso e incerto di oggi, il richiamo da parte di una riconosciuta autorità morale faccia più breccia che in passato. Anche le più grandi potenze sono infatti alla ricerca di quello che viene tecnicamente chiamato “softpower,” cioè di un messaggio che non si impone con la forza ma per la credibilità e l’autorità di chi lo propone.
Anche al di fuori del mondo cattolico quest’autorità è largamente riconosciuta all’attuale pontefice. Tutto questo ha reso possibile un’unanimità di consensi anche da parte di un’assemblea che ha opinioni non sempre coincidenti con quelle espresse da Papa Francesco. Le sue parole sono infatti risultate molto efficaci perché accompagnate da un’offerta di disponibilità della Chiesa Cattolica a intrattenere un dialogo “proficuo, aperto e trasparente” con le istituzioni dell’Unione Europea.
Una volontà di dialogo che imposta il problema delle radici cristiane non in modo polemico ma costruttivo e rivolto al futuro. Un dialogo che aiuterà certamente l’Europa a superare questo periodo di stanchezza, d’invecchiamento e di perdita di vigore, che le ha procurato l’appellativo di “nonna”, termine affettuoso ma non certamente simbolo di quel ruolo di esempio che l’Europa deve esercitare nel mondo.
Questi lunghi applausi ad un Papa che viene dalla fine del mondo devono essere quindi interpretati come un grande segno di speranza perché, forse proprio perché viene da così lontano, ha potuto dire ai massimi rappresentanti della democrazia europea parole durissime sul presente ma, nello stesso tempo, piene di concreta fiducia verso il futuro.

Papa Francesco - Patriarca Bartolomeo I. Dichiarazione Congiunta

Papa Francesco - Patriarca Bartolomeo I. Dichiarazione Congiunta: "Esprimiamo la nostra comune preoccupazione per la situazione in Iraq, in Siria e in tutto il Medio Oriente. (...) Riconosciamo l’importanza anche della promozione di un dialogo costruttivo con l’Islam, basato sul mutuo rispetto e sull’amicizia (...)  Preghiamo per la pace in Ucraina, un Paese con un’antica tradizione cristiana"

[Text: Italiano, Français, English, Español, Português]
 
Noi, Papa Francesco e il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, esprimiamo la nostra profonda gratitudine a Dio per il dono di questo nuovo incontro che ci consente, in presenza dei membri del Santo Sinodo, del clero e dei fedeli del Patriarcato Ecumenico, di celebrare insieme la festa di Sant’Andrea, il primo chiamato ed il fratello dell’Apostolo Pietro. Il nostro ricordo degli Apostoli, che proclamarono la buona novella del Vangelo al mondo, attraverso la loro predicazione e la testimonianza del martirio, rafforza in noi il desiderio di continuare a camminare insieme al fine di superare, con amore e fiducia, gli ostacoli che ci dividono.
In occasione dell’incontro a Gerusalemme dello scorso maggio, nel quale abbiamo ricordato lo storico abbraccio tra i nostri venerabili predecessori Papa Paolo VI ed il Patriarca Ecumenico Atenagora, abbiamo firmato una dichiarazione congiunta. Oggi, nella felice occasione di un ulteriore fraterno incontro, vogliamo riaffermare insieme le nostre comuni intenzioni e preoccupazioni. 
Esprimiamo la nostra sincera e ferma intenzione, in obbedienza alla volontà di nostro Signore Gesù Cristo, di intensificare i nostri sforzi per la promozione della piena unità tra tutti i cristiani e soprattutto tra cattolici e ortodossi. Vogliamo inoltre sostenere il dialogo teologico promosso dalla Commissione Mista Internazionale, che, istituita esattamente trentacinque anni fa dal Patriarca Ecumenico Dimitrios e da Papa Giovanni Paolo II qui al Fanar, sta trattando attualmente le questioni più difficili che hanno segnato la storia della nostra divisione e che richiedono uno studio attento e approfondito. A tal fine, assicuriamo la nostra fervente preghiera come Pastori della Chiesa, chiedendo ai fedeli di unirsi a noi nella comune invocazione che «tutti siano una sola cosa … perché il mondo creda» (Gv  17,21). 
Esprimiamo la nostra comune preoccupazione per la situazione in Iraq, in Siria e in tutto il Medio Oriente. Siamo uniti nel desiderio di pace e di stabilità e nella volontà di promuovere la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo e la riconciliazione. Riconoscendo gli sforzi già fatti per offrire assistenza alla regione, ci appelliamo al contempo a tutti coloro che hanno la responsabilità del destino dei popoli affinché intensifichino il loro impegno per le comunità che soffrono e consentano loro, comprese quelle cristiane, di rimanere nella loro terra natia. Non possiamo rassegnarci a un Medio Oriente senza i cristiani, che lì hanno professato il nome di Gesù per duemila anni. Molti nostri fratelli e sorelle sono perseguitati e sono stati costretti con la violenza a lasciare le loro case. Sembra addirittura che si sia perduto il valore della vita umana e che la persona umana non abbia più importanza e possa essere sacrificata ad altri interessi. E tutto questo, tragicamente, incontra l’indifferenza di molti. Come San Paolo ci ricorda: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1 Cor 12,26). Questa è la legge della vita cristiana e in questo senso noi possiamo dire che c’è anche un ecumenismo della sofferenza. Come il sangue dei martiri è stato seme di forza e di fertilità per la Chiesa, così anche la condivisione delle sofferenze quotidiane può essere uno strumento efficace di unità. La terribile situazione dei cristiani e di tutti coloro che soffrono in Medio Oriente richiede non solo una costante preghiera, ma anche una risposta appropriata da parte della comunità internazionale. 
Le grandi sfide che ha di fronte il mondo nella situazione attuale, richiedono la solidarietà di tutte le persone di buona volontà. Pertanto, riconosciamo l’importanza anche della promozione di un dialogo costruttivo con l’Islam, basato sul mutuo rispetto e sull’amicizia. Ispirati da comuni valori e rafforzati da un genuino sentimento fraterno, musulmani e cristiani sono chiamati a lavorare insieme per amore della giustizia, della pace e del rispetto della dignità e dei diritti di ogni persona, specialmente nelle regioni dove essi, un tempo, vissero per secoli in una coesistenza pacifica e adesso soffrono insieme tragicamente per gli orrori della guerra. Inoltre, come leader cristiani, esortiamo tutti i leader religiosi a proseguire e a rafforzare il dialogo interreligioso e a compiere ogni sforzo per costruire una cultura di pace e di solidarietà fra le persone e fra i popoli.
Ricordiamo anche tutti i popoli che soffrono a causa della guerra. In particolare, preghiamo per la pace in Ucraina, un Paese con un’antica tradizione cristiana, e facciamo appello alle parti coinvolte nel conflitto a ricercare il cammino del dialogo e del rispetto del diritto internazionale per mettere fine al conflitto e permettere a tutti gli Ucraini di vivere in armonia.  
I nostri pensieri sono rivolti a tutti i fedeli delle nostre Chiese nel mondo, che salutiamo, affidandoli a Cristo nostro Salvatore, perché possano essere testimoni instancabili dell’amore di Dio. Innalziamo la nostra fervente preghiera a Dio affinché conceda il dono della pace, nell’amore e nell’unità, a tutta la famiglia umana.
 «Il Signore della pace vi dia la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi» (2 Ts 3,16).
Al Fanar, 30 novembre
FRANCESE
Nous, le Pape François et le Patriarche oecuménique Bartholomée Ier, exprimons notre profonde gratitude à Dieu pour le don de cette nouvelle rencontre qu’il nous accorde, en présence des membres du Saint Synode, du clergé et des fidèles du Patriarcat oecuménique, de célébrer ensemble la fête de saint André, le premier appelé et le frère de l’Apôtre Pierre. Faire mémoire des Apôtres, qui proclamèrent la bonne nouvelle de l’Évangile au monde, renforce en nous le désir de continuer à cheminer ensemble dans le but de dépasser, avec amour et confiance, les obstacles qui nous divisent. 
Lors de la rencontre à Jérusalem de mai dernier, au cours de laquelle nous avons rappelé l’accolade historique entre nos vénérables prédécesseurs, le Pape Paul VI et le Patriarche oecuménique Athenagoras, nous avons signé une déclaration conjointe. Aujourd’hui, en l’heureuse occasion d’une nouvelle rencontre fraternelle, nous voulons réaffirmer ensemble nos intentions et nos préoccupations communes. 
Nous exprimons notre sincère et ferme intention, dans l’obéissance à la volonté de Notre Seigneur Jésus Christ, d’intensifier nos efforts pour la promotion de la pleine unité entre tous les chrétiens et surtout entre catholiques et orthodoxes. Nous voulons de plus, soutenir le dialogue théologique promu par la Commission mixte internationale, qui, instituée il y a exactement 35 ans par le Patriarche oecuménique Dimitrios et par le Pape Jean-Paul II, ici, au Phanar, traite actuellement les questions plus difficiles qui ont marqué l’histoire de nos divisions et qui demandent une étude attentive et approfondie. Dans ce but, nous assurons de notre prière fervente comme Pasteurs de l’Église, demandant aux fidèles de s’unir à nous dans l’invocation commune que « tous soient un… afin que le monde croie » (Jn 17, 21). 
Nous exprimons notre préoccupation commune pour la situation en Irak, en Syrie et dans tout le Moyen-Orient. Nous sommes unis dans le désir de paix et de stabilité et dans la volonté de promouvoir la résolution des conflits par le dialogue et la réconciliation. Reconnaissant les efforts déjà faits pour offrir une assistance à la région, nous en appelons en même temps à tous ceux qui ont la responsabilité du destin des peuples afin qu’ils intensifient leur engagement pour les communautés qui souffrent et leur permettent, y compris aux communautés chrétiennes, de rester sur leur terre natale. Nous ne pouvons pas nous résigner à un Moyen-Orient sans les chrétiens qui y ont professé le nom de Jésus pendant deux mille ans. Beaucoup de nos frères et de nos soeurs sont persécutés et ont été contraints par la violence à laisser leur maisons. Il semble vraiment que la valeur de la vie humaine se soit perdue et que la personne humaine n’aie plus d’importance et puisse être sacrifiée à d’autres intérêts. Et tout cela, tragiquement, rencontre l’indifférence de beaucoup. Comme nous le rappelle saint Paul : « Un membre souffre-t-il ? tous les membres souffrent avec lui. Un membre est-il à l’honneur ? tous les membre se réjouissent avec lui » (1 Co 12, 26). C’est la loi de la vie chrétienne et en ce sens nous pouvons dire qu’il y a aussi un oecuménisme de la souffrance. Comme le sang des martyrs a été semence de force et de fécondité pour l’Église, ainsi le partage des souffrances quotidiennes peut être aussi un instrument efficace d’unité. La terrible situation des chrétiens et de tous ceux qui souffrent au Moyen-Orient demande non seulement une prière constante, mais aussi une réponse appropriée de la part de la communauté internationale. 
Les grands défis que le monde a devant lui dans la situation actuelle demandent la solidarité de toutes les personnes de bonne volonté. Nous reconnaissons donc aussi l’importance de la promotion d’un dialogue constructif avec l’Islam, basé sur le respect mutuel et sur l’amitié. Inspirés par des valeurs communes et affermis par un authentique sentiment fraternel, musulmans et chrétiens sont appelés à travailler ensemble par amour de la justice, de la paix et du respect de la dignité et des droits de chaque personne, spécialement dans les régions où euxmêmes, un temps, vécurent pendant des siècles dans une coexistence pacifique et maintenant souffrent ensemble tragiquement des horreurs de la guerre. De plus, comme leaders chrétiens, nous exhortons tous les leaders religieux à poursuivre et à renforcer le dialogue interreligieux et à accomplir tout effort pour construire une culture de paix et de solidarité entre les personnes et entre les peuples. 
Nous nous souvenons aussi de tous les peuples qui souffrent à cause de la guerre. En particulier, nous prions pour la paix en Ukraine, un pays d’antique tradition chrétienne, et nous lançons un appel aux parties engagées dans le conflit à rechercher le chemin du dialogue et du respect du droit international pour mettre fin au conflit et permettre à tous les Ukrainiens de vivre en harmonie. 
Nos pensées sont tournées vers tous les fidèles de nos Églises dans le monde, que nous saluons, les confiant au Christ notre Sauveur, afin qu’ils puissent être des témoins infatigables de l’amour de Dieu. Nous faisons monter notre prière fervente vers Dieu pour qu’il accorde le don de la paix, dans l’amour et dans l’unité, à toute la famille humaine. « Que le Seigneur de la paix vous donne lui-même la paix en tout temps et de toute manière. Que le Seigneur soit avec vous tous » (2 Th 3, 16). 
Du Phanar, le 30 novembre 2014. 
INGLESE
We, Pope Francis and Ecumenical Patriarch Bartholomew I, express our profound gratitude to God for the gift of this new encounter enabling us, in the presence of the members of the Holy Synod, the clergy and the faithful of the Ecumenical Patriarchate, to celebrate together the feast of Saint Andrew, the first–called and brother of the Apostle Peter. Our remembrance of the Apostles, who proclaimed the good news of the Gospel to the world through their preaching and their witness of martyrdom, strengthens in us the aspiration to continue to walk together in order to overcome, in love and in truth, the obstacles that divide us.
On the occasion of our meeting in Jerusalem last May, in which we remembered the historical embrace of our venerable predecessors Pope Paul VI and the Ecumenical Patriarch Athenagoras, we signed a joint declaration. Today on the happy occasion of this further fraternal encounter, we wish to re–affirm together our shared intentions and concerns.
We express our sincere and firm resolution, in obedience to the will of our Lord Jesus Christ, to intensify our efforts to promote the full unity of all Christians, and above all between Catholics and Orthodox. As well, we intend to support the theological dialogue promoted by the Joint International Commission, instituted exactly thirty–five years ago by the Ecumenical Patriarch Dimitrios and Pope John Paul II here at the Phanar, and which is currently dealing with the most difficult questions that have marked the history of our division and that require careful and detailed study. To this end, we offer the assurance of our fervent prayer as Pastors of the Church, asking our faithful to join us in praying “that all may be one, that the world may believe” (Jn 17:21).
We express our common concern for the current situation in Iraq, Syria and the whole Middle East. We are united in the desire for peace and stability and in the will to promote the resolution of conflicts through dialogue and reconciliation. While recognizing the efforts already being made to offer assistance to the region, at the same time, we call on all those who bear responsibility for the destiny of peoples to deepen their commitment to suffering communities, and to enable them, including the Christian ones, to remain in their native land. We cannot resign ourselves to a Middle East without Christians, who have professed the name of Jesus there for two thousand years. Many of our brothers and sisters are being persecuted and have been forced violently from their homes. It even seems that the value of human life has been lost, that the human person no longer matters and may be sacrificed to other interests. And, tragically, all this is met by the indifference of many.  As Saint Paul reminds us, “If one member suffers, all suffer together; if one member is honoured, all rejoice together” (1 Cor 12:26). This is the law of the Christian life, and in this sense we can say that there is also an ecumenism of suffering. Just as the blood of the martyrs was a seed of strength and fertility for the Church, so too the sharing of daily sufferings can become an effective instrument of unity. The terrible situation of Christians and all those who are suffering in the Middle East calls not only for our constant prayer, but also for an appropriate response on the part of the international community.
The grave challenges facing the world in the present situation require the solidarity of all people of good will, and so we also recognize the importance of promoting a constructive dialogue with Islam based on mutual respect and friendship. Inspired by common values and strengthened by genuine fraternal sentiments, Muslims and Christians are called to work together for the sake of justice, peace and respect for the dignity and rights of every person, especially in those regions where they once lived for centuries in peaceful coexistence and now tragically suffer together the horrors of war. Moreover, as Christian leaders, we call on all religious leaders to pursue and to strengthen interreligious dialogue and to make every effort to build a culture of peace and solidarity between persons and between peoples. We also remember all the people who experience the sufferings of war. In particular, we pray for peace in Ukraine, a country of ancient Christian tradition, while we call upon all parties involved to pursue the path of dialogue and of respect for international law in order to bring an end to the conflict and allow all Ukrainians to live in harmony.
Our thoughts turn to all the faithful of our Churches throughout the world, whom we greet, entrusting them to Christ our Saviour, that they may be untiring witnesses to the love of God. We raise our fervent prayer that the Lord may grant the gift of peace in love and unity to the entire human family.
“May the Lord of peace himself give you peace at all times and in every way. The Lord be with all of you” (2 Thess 3:16).
From the Phanar, 30 November 2014

SPAGNOLO
Nosotros, el Papa Francisco y el Patriarca Ecuménico Bartolomé I, expresamos nuestra profunda gratitud a Dios por el don de este nuevo encuentro que, en presencia de los miembros del Santo Sínodo, del clero y de los fieles del Patriarcado Ecuménico, nos permite celebrar juntos la fiesta de san Andrés, el primer llamado y hermano del Apóstol Pedro. Nuestro recuerdo de los Apóstoles, que proclamaron la buena nueva del Evangelio al mundo mediante su predicación y el testimonio del martirio, refuerza en nosotros el deseo de seguir caminando juntos, con el fin de superar, en el amor y en la verdad, los obstáculos que nos dividen.
Durante nuestro encuentro en Jerusalén del mayo pasado, en el que recordamos el histórico abrazo de nuestros venerados predecesores, el Papa Pablo VI y el Patriarca Ecuménico Atenágoras, firmamos una declaración conjunta. Hoy, en la feliz ocasión de este nuevo encuentro fraterno, deseamos reafirmar juntos nuestras comunes intenciones y preocupaciones.
Expresamos nuestra resolución sincera y firme, en obediencia a la voluntad de nuestro Señor Jesucristo, de intensificar nuestros esfuerzos para promover la plena unidad de todos los cristianos, y sobre todo entre católicos y ortodoxos. Además, queremos apoyar el diálogo teológico promovido por la Comisión Mixta Internacional que, instituida hace exactamente treinta y cinco años por el Patriarca Ecuménico Dimitrios y el Papa Juan Pablo II aquí, en el Fanar, está actualmente tratando las cuestiones más difíciles que han marcado la historia de nuestra división, y que requieren un estudio cuidadoso y detallado. Para ello, aseguramos nuestra ferviente oración como Pastores de la Iglesia, pidiendo a nuestros fieles que se unan a nosotros en la común invocación de que «todos sean uno,... para que el mundo crea» (Jn 17,21).
Expresamos nuestra preocupación común por la situación actual en Irak, Siria y todo el Medio Oriente. Estamos unidos en el deseo de paz y estabilidad, y en la voluntad de promover la resolución de los conflictos mediante el diálogo y la reconciliación. Si bien reconocemos los esfuerzos realizados para ofrecer ayuda a la región, hacemos al mismo tiempo un llamamiento a todos los que tienen responsabilidad en el destino de los pueblos para que intensifiquen su compromiso con las comunidades que sufren, y puedan, incluidas las cristianas, permanecer en su tierra nativa. No podemos resignarnos a un Medio Oriente sin cristianos, que han profesado allí el nombre de Jesús durante dos mil años. Muchos de nuestros hermanos y hermanas están siendo perseguidos y se han visto forzados con violencia a dejar sus hogares. Parece que se haya perdido hasta el valor de la vida humana, y que la persona humana ya no tenga importancia y pueda ser sacrificada a otros intereses. Y, por desgracia, todo esto acaece por la indiferencia de muchos. Como nos recuerda san Pablo: «Si un miembro sufre, todos sufren con él; si un miembro es honrado, todos se alegran con él» (1 Co 12,26). Esta es la ley de la vida cristiana, y en este sentido podemos decir que también hay un ecumenismo del sufrimiento. Así como la sangre de los mártires ha sido siempre la semilla de la fuerza y la fecundidad de la Iglesia, así también el compartir los sufrimientos cotidianos puede ser un instrumento eficaz para la unidad. La terrible situación de los cristianos y de todos los que están sufriendo en el Medio Oriente, no sólo requiere nuestra oración constante, sino también una respuesta adecuada por parte de la comunidad internacional.
Los retos que afronta el mundo en la situación actual, necesitan la solidaridad de todas las personas de buena voluntad, por lo que también reconocemos la importancia de promover un diálogo constructivo con el Islam, basado en el respeto mutuo y la amistad. Inspirado por valores comunes y fortalecido por auténticos sentimientos fraternos, musulmanes y cristianos están llamados a trabajar juntos por el amor a la justicia, la paz y el respeto de la dignidad y los derechos de todas las personas, especialmente en aquellas regiones en las que un tiempo vivieron durante siglos en convivencia pacífica, y ahora sufren juntos trágicamente por los horrores de la guerra. Además, como líderes cristianos, exhortamos a todos los líderes religiosos a proseguir y reforzar el diálogo interreligioso y de hacer todo lo posible para construir una cultura de paz y la solidaridad entre las personas y entre los pueblos. También recordamos a todas las personas que experimentan el sufrimiento de la guerra. En particular, oramos por la paz en Ucrania, un país con una antigua tradición cristiana, y hacemos un llamamiento a todas las partes implicadas a que continúen el camino del diálogo y del respeto al derecho internacional, con el fin de poner fin al conflicto y permitir a todos los ucranianos vivir en armonía.
Tenemos presentes a todos los fieles de nuestras Iglesias en el todo el mundo, a los que saludamos, encomendándoles a Cristo, nuestro Salvador, para que sean testigos incansables del amor de Dios. Elevamos nuestra ferviente oración para que el Señor conceda el don de la paz en el amor y la unidad a toda la familia humana.
PORTOGHESE
Nós, Papa Francisco e Patriarca Ecuménico Bartolomeu I, expressamos a nossa profunda gratidão a Deus pelo dom deste novo encontro, que nos permite celebrar juntos a Festa de São André, o primeiro-chamado e irmão do apóstolo Pedro, na presença dos membros do Santo Sínodo, do clero e dos fiéis do Patriarcado Ecuménico. A nossa recordação dos Apóstolos, que proclamaram ao mundo a feliz notícia do Evangelho através da sua pregação e do testemunho do martírio, revigora em nós o desejo de continuar a caminhar juntos a fim de superarmos, com amor e confiança, os obstáculos que nos dividem.
Por ocasião do encontro de Maio passado em Jerusalém, no qual recordámos o abraço histórico entre os nossos venerados predecessores Paulo VI e Patriarca Ecuménico Atenágoras, assinámos uma declaração conjunta. Hoje, na feliz ocasião dum novo encontro fraterno, queremos reafirmar, juntos, as nossas intenções e preocupações comuns. Expressamos a nossa intenção sincera e firme de, em obediência à vontade de nosso Senhor Jesus Cristo, intensificar os nossos esforços pela promoção da unidade plena entre todos os cristãos, e sobretudo entre católicos e ortodoxos. Além disso, queremos apoiar o diálogo teológico promovido pela Comissão Mista Internacional – instituída, exactamente há trinta e cinco anos, pelo Patriarca Ecuménico Dimitrios e o Papa João Paulo II aqui, no Fanar –, a qual se encontra actualmente a tratar das questões mais difíceis que marcaram a história da nossa divisão e que requerem um estudo cuidadoso e profundo. Por esta finalidade, asseguramos a nossa oração fervorosa como Pastores da Igreja, pedindo aos fiéis que se unam a nós na imploração comum por que «todos sejam um só (...) para que o mundo creia» (Jo 17, 21). Expressamos a nossa preocupação comum pela situação no Iraque, na Síria e em todo o Médio Oriente. Estamos unidos no desejo de paz e estabilidade e na vontade de promover a resolução dos conflitos através do diálogo e da reconciliação.
Ao mesmo tempo que reconhecemos os esforços que já estão a ser feitos para dar assistência à região, apelamos a quantos têm a responsabilidade dos destinos dos povos que intensifiquem o seu empenho a favor das comunidades que sofrem, consentindo a todas, incluindo as cristãs, de permanecerem na sua terra natal. Não podemos resignar-nos com um Médio Oriente sem os cristãos, que ali professaram o nome de Jesus durante dois mil anos. Muitos dos nossos irmãos e irmãs são perseguidos e, com a violência, foram forçados a deixar as suas casas. Até parece que se perdeu o valor da vida humana e que a pessoa humana já não tem importância alguma, podendo ser sacrificada a outros interesses. E, tragicamente, tudo isto se passa perante a indiferença de muitos. Ora, como nos lembra São Paulo, «se um membro sofre, com ele sofrem todos os membros; se um membro é honrado, todos os membros participam da sua alegria» (1 Cor 12, 26). Esta é a lei da vida cristã e, neste sentido, podemos dizer que há também um ecumenismo do sofrimento. Tal como o sangue dos mártires foi semente de fortaleza e fecundidade para a Igreja, assim também a partilha dos sofrimentos diários pode ser um instrumento eficaz de unidade. A dramática situação dos cristãos e de todos aqueles que sofrem no Médio Oriente exige não só uma oração constante, mas também uma resposta apropriada por parte da comunidade internacional.
Os grandes desafios, que o mundo enfrenta na situação actual, exigem a solidariedade de todas as pessoas de boa vontade. Por isso, reconhecemos a importância também da promoção dum diálogo construtivo com o Islã, assente no respeito mútuo e na amizade. Inspirados por valores comuns e animados por um genuíno sentimento fraterno, muçulmanos e cristãos são chamados a trabalhar, juntos, por amor da justiça, da paz e do respeito pela dignidade e os direitos de cada pessoa, especialmente nas regiões onde durante séculos viveram em coexistência pacífica e agora, tragicamente, sofrem juntos os horrores da guerra. Além disso, como líderes cristãos, exortamos todos os líderes religiosos a continuarem com maior intensidade o diálogo inter-religioso e fazerem todo o esforço possível para se construir uma cultura de paz e solidariedade entre as pessoas e entre os povos.
Recordamos também todos os povos que sofrem por causa da guerra. Em particular, rezamos pela paz na Ucrânia, país com uma antiga tradição cristã, e apelamos às partes envolvidas no conflito para que procurem o caminho do diálogo e do respeito pelo direito internacional para pôr fim ao conflito e permitir que todos os ucranianos vivam em harmonia.
Os nossos pensamentos voltam-se para todos os fiéis das nossas Igrejas no mundo, que saudamos, confiando-os a Cristo, nosso Salvador, para que possam ser incansáveis testemunhas do amor de Deus. Erguemos a nossa fervorosa oração a Deus, pedindo-Lhe que conceda o dom da paz, no amor e na unidade, a toda a família humana.
«O Senhor da paz, Ele próprio, vos dê a paz, sempre e em todos os lugares. O Senhor esteja com todos vós» (2 Ts 3,16).
Fanar, 30 de Novembro de 2014

Lunedì della I settimana di Avvento




Accade un fatto imprevedibile e incredibile, eppure reale: 
nello spessore della vita, 
in cui l’impotenza e la rassegnazione sembrano inevitabili, 
c’è una presenza che cambia i termini della questione. 
Li cambia oggettivamente per una pretesa che pone.

L. Negri, Essere prete oggi. 

In quel tempo, entrato Gesù in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”. Gesù gli rispose: “Io verrò e lo curerò”. Ma il centurione riprese: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa”.
All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”.

(Dal Vangelo secondo Matteo 8, 5-11)
 




La fede è alle porte di questo Avvento. La certezza di un appoggio sicuro, che basta una Parola per essere salvati. Una Parola e nulla più. La luce, il mondo, l'uomo, tutto è nato dalla forza creatrice della Parola scaturita dalle labbra di Dio. Siamo stati creati in Cristo, in Colui che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti; ma la realtà è che, nati per servire, giaciamo distesi in un letto d'impotenza. Il nostro cuore è malato, riconosciamolo, incapace d'amare e di servire. Anche se viviamo e facciamo le solite cose d'ogni giorno, siamo come paralizzati. E soffriamo terribilmente.

Forse vorremmo servire. Forse desideriamo che la nostra vita sia quella che Dio ha pensato, ma proprio non ce la facciamo. I ricordi, le sofferenze, le angosce, i tradimenti, la solitudine, la morte incontrata appena abbiamo tentato di donare qualcosa di noi; le delusioni, le attese tramutate in cocenti delusioni, ovunque, tra gli amici, sul lavoro, perfino in famiglia e nella Chiesa. L'esperienza di sofferenza e di morte del nostro essere più profondo ci ha paralizzati. Il passato di peccato pesa come un macigno. E ci ritroviamo soli.

L'Avvento, questo Avvento, coincide con la nostra vita concreta, con queste tenebre nelle quali siamo immersi; non abbiamo bisogno di fare chissà cosa, basta viverla così come ci è data; la sapienza della Chiesa ci viene incontro per annunciarci e ricordarci la verità, introducendoci in un Tempo Forte che ci strappi alle illusioni, per collocarci esattamente dove siamo: nella notte. E' la storia stessa infatti che attende la luce: "Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rom. 8, 22). E ciascuno di noi è, nella storia, come chiuso nell'oscurità di un utero materno. Nel buio non si distingue nulla, ci si muove e si sbatte sui mobili, si rompono le cose, ci si ferisce, si può inciampare e cadere tramortiti. Le tenebre ci nascondono la realtà, rapiscono anche quanto abbiamo di più caro. Nel buio non vi è alcuna certezza, nulla a cui appoggiarci. 

E' tenebra fitta la morte del padre o della madre, la perdita del lavoro, una relazione conflittuale con un figlio o con il coniuge; è buio una malattia, la precarietà economica, il fallimento di un progetto; è notte quella che ci abbraccia dopo averle tentate tutte per salvare una persona - perchè non divorzi, non abortisca, non si droghi - senza alcun esito. Sì, la libertà dell'altro che si fa peccato, è oscurità che ci inghiotte e ci lascia mezzi morti. Come quell'uomo che, scendendo da Gerusalemme e Gerico, incappa nei briganti che lo spogliano di tutto e quasi lo ammazzano. Come il servo del centurione, come ciascuno di noi oggi, aspettando, forse inconsapevolmente, l'incontro con Cristo risorto, la Luce di una sola sua Parola.

E' iniziato l'Avvento, liturgia viva che diviene storia perchè questa sia trasformata in liturgia. "Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una gran luce" (Is. 9,2). Tu ed io siamo parte di questo Popolo immerso nel buio gemente e sofferente in attesa della luce, come nel seno benedetto della storia; l'Avvento è la vita nostra così come oggi ci è data, è un utero contratto, in tensione verso il parto. Il senso ultimo del dolore, del soffrire terribilmente, è nascosto in questo parto misterioso. Esso è immagine del dolore di Gesù nel Getsemani, l'angoscia che trasforma il sudore in sangue, l'agonia che descrive il limite tra la propria volontà e quella del Padre; la soglia tra le tenebre e la luce, tra la vita e la morte. In quel giardino sono riassunte tutte le agonie della storia. 

Ma quanto durerà questo nostro "passi da me questo calice"? Una settimana, un mese, dieci anni? Non sappiamo. Il peccato ci inchioda alle tenebre, solo la vittoria di Cristo può liberarcene. Solo il suo rinunciare a se stesso e alla sua volontà per compiere quella del Padre può salvarci. Solo il suo apparire risorto e vivo nella nostra vita, più forte delle porte sprangate, della notte che ci paralizza. "Pace a voi!": l'Avvento è il seno che ci prepara ad ascoltare questo annuncio, lo stesso che, non a caso, gli angeli hanno trasmesso ai pastori nella notte di Betlemme. Pace a te, sono Io, ho vinto la morte, davvero! Sono proprio Io, guardami, tocca le mie piaghe, sono proprio quelle della croce! Dammi da mangiare di quello che hai preparato, la tua vita di oggi, la prendo Io, la faccio mia perchè questa vita mia ormai senza limiti, sia tua. 

Per questo, alle porte di questo nuovo Avvento, la Chiesa ci pone dinanzi la figura di questo centurione, nel quale possiamo vedere ciascuno di noi. Egli ha incontrato il Signore, il Kyrios che, con una parola, ordina alla morte di far posto alla vita. Il centurione non rappresenta una fede magica; egli fa presente il cammino dentro il dolore e l'angoscia e l'approdo ad una certezza: quell'Uomo che aveva lì davanti che, non a caso, riconosce essere il Kyrios, il Signore. Esperto della struttura imperiale, sapeva che l'autorità conferiva il potere di comandare e farsi obbedire; subalterno del Caesar-Kyrios partecipava del suo potere.

Nell'incontro con Gesù, dal profondo dell'angoscia, si fonda sulla propria esperienza per scongiurarlo di esercitare l'autorità ed il potere che gli riconosceva. Il centurione, pagano, ha percorso un cammino di conversione nella storia, ha sperimentato la sua impossibilità di fronte al male, pur avendo autorità e potere nella società. Il percorso che lo ha condotto ad incontrare un altro Kyrios, quel Rabbì galileo, e a consegnargli la sua vita per salvare quella del servo. 

"Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito": è cosciente della sua indegnità, non fa parte del Popolo eletto, e sa che, per la Legge, quel rabbino non può contaminarsi ed  entrare in casa sua. Ma, e qui appare la novità della fede, non si ferma a questo. L'amore per il suo servo, l'angoscia per la sua sofferenza, lo rende audace più di quanto non sia indegno. Ha a cuore la sorte del suo servo e questo lo spinge ad oltrepassare le barriere della Legge. Egli sa che Cesare, il Kyirios di Roma, può infrangere la Legge perchè ne è lo stesso autore: una sola parola e la Legge cambia. Questa è la fede del centurione! Quell'Uomo è un Kyrios ancora più potente, la sua Parola può compiere quello che per l'uomo è impossibile, perchè quella Parola è molto più della legge, è la vita stessa più forte della morte. 

Con il centurione possiamo, in questo tempo, imparare l'umiltà che sorge dalla verità: sono nella notte, ma ti ho visto ora qui di fronte a me, sei il Kyrios, il Signore che ha vinto la morte. Sei Tu l'unica certezza, so che una parola della tua bocca può accendere di vita eterna la mia vita spenta. Non sono degno che tu venga nella mia notte, ho dilapidato le sostanze e ora sono prostrato accanto ai porci, e non ho da mangiare se non i miei fallimenti. Non sono degno d'essere chiamato tuo figlio, non ho nessuna credenziale da mostrarti, nessun diritto per essere salvato se non Tu stesso, la tua parola, il tuo amore gratuito unica speranza. 

Sappiamo che il professare che Gesù è il Signore costituisce il nucleo primitivo del Kerygma, della professione di fede più antica della Chiesa; lo attesta San Paolo: "Nessuno può dire che Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo" (1 Cor. 12,16); "Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza" (Rm 10, 8-10). Il centurione, sotto l'azione dello Spirito Santo che lo ha guidato durante tutto il cammino verso Gesù, è ora come dinanzi alla piscina battesimale: ciò che haimparato a credere nel cuore per "ottenere la giustizia" - per essere purificato - lo professa con le labbra per avere la salvezza del servo. 

Ecco allora il cammino del centurione, immagine del catecumenato della Chiesa primitiva: il desiderio intriso d'amore lo ha spinto verso Gesù, come quello dei tanti pagani che si avvicinavano ai cristiani nel desiderio di "vivere come loro". Ha sperimentato l'amore che lo ha accolto offrendosi di andare Egli stesso a casa sua, in un luogo impuro, e curare il servo malato; di fronte alla risposta inaspettata che rompe ogni schema legalistico, il centurione - a differenza degli scribi e dei farisei, che sbiadivano la fede in Israele - ne riconosce la novità, la grandezza e la speranza che porta con sé: quell'Uomo è disposto a sporcarsi con lui, con le sue cose, con i suoi peccati; quell'Uomo, uscendo da se stesso e non difendendo gelosamente i suoi diritti, vuole scendere nella sua tenebra.

Quell'Uomo è Kyrios perchè può andare oltre la Legge, e dimostra il suo potere in una forma radicalmente diversa da quella di tutti gli altri signori: Gesù è tanto potente da mettere da parte il suo potere, da obbedire invece di farsi obbedire, da servire invece di farsi servire. "Io verrò e lo curerò!": in queste parole è tracciata tutta l'esperienza del centurione, quella sconvolgente di un amore mai visto che lo spinge sino alla certezza, alla fede che gli illumina il cuore; solo un Kyrios così può salvare il mio sottoposto, solo chi si è fatto servo può raggiungere, toccare e sanare il mio servo. Solo un Dio che si è fatto uomo come ciascuno di noi ci può davvero salvare, strappare dalle tenebre e dalla morte: "Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch'egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2,11 ss).

Per questo il centurione può professare ora che Gesù è il Signore, perchè ha sperimentato che una sua sola parola ha il potere di cambiare l'esistenza. "Io verrò": in questa parola Gesù lo ha amato così come egli è, lo ha conosciuto e lo ha perdonato, e per questo egli lo può riconoscere come Kiryos, e credere nel potere della sua parola. La stessa fede scaturita dal cuore della Maddalena all'incontrare Gesù risorto: "Maria!", il suo nome pronunciato come nessuno ha mai fatto, un amore che scende e consuma ogni peccato, quella voce che sa di Cielo e misericordia, accende la sua voce nella professione di fede: "Mio Signore e mio Dio!". Per questo, nelle tenebre che sembrano ingoiarci, siamo chiamati a sederci silenziosi, ad attendere Lui, quando voglia venire. Queste tenebre che ci avvolgono sono già il nostro cammino incontro a Lui, che è già vicino, nella stessa nostra oscurità. Gesù scende nell'impurità della nostra esistenza, è accanto a noi, basta aspettare che si riveli, scongiurare "maranhatà! Vieni Signore Gesù".

La fede del centurione infatti sorge dalle tenebre di una vita pagana, vissuta lontana da Dio, senza Legge nè promesse. Il centurione è, sulla soglia di questo Avvento, immagine di ogni pagano che si avvicina a Cristo, che vede la Luce in mezzo alle tenebre ed è accolto a mensa, ammesso ai sacramenti e alla comunione della Chiesa. Il centurione è la profezia che oggi scende come un dono alla nostra vita, l'annuncio di speranza deposto nella nostra storia. Il servo che è in noi giace malato. E' vero, non possiamo negarlo. Ma la sofferenza è un grembo fecondo che gesta la luce, come la notte è puntata verso l'aurora, come il sepolcro si apre sulla Pasqua, perchè, in Cristo, la morte è un Avvento di Vita.     


Così anche un servo malato e paralizzato in un letto può alzarsi e tornare a servire al semplice pronunciarsi di una Parola, quella di Gesù. Così per te e per me oggi, anche se l'evidenza in noi e attorno a noi ci parla di schiavitù, di incapacità, di fallimenti. Di peccati e di morte. Anche se siamo segnati da catene più forti di noi che ci impediscono d'essere liberi di amare e servire, proprio oggi vi è una certezza che squarcia le tenebre. Questo Avvento ci consegna una possibilità:scongiurare il Signore, aspettando una sola Parola di Gesù. Scongiurare, così come ne siamo capaci, un gemito, come quello di un bimbo che sta lottando per venire alla luce. Un grido, forse in mezzo a mormorazioni e incertezze, forse balbettato, ma basta una parola - il gemito inesprimibile dello Spirito in noi - per sciogliere l'unica Parola capace di salvare e trasformare il nostro cuore. Non si tratta di cambiare le coordinate della storia, degli eventi o delle situazioni. No. La Parola, una Parola di Gesù, ha oggi il potere di farci uomini nuovi. Servi nel Servo, figli nel Figlio.