lunedì 1 dicembre 2014

Dove può arrivare lo sguardo di una suora.




 I mille volti della maternità spirituale
L'Osservatore Romano - Inserto Donne, Chiesa, Mondo - dicembre 2014
(Maria Barbagallo) Noi suore ci troviamo spesso immerse nelle situazioni più drammatiche, in cui siamo chiamate a dare la vita, o quella del corpo o quella dell’anima. Non è un mestiere, una professione, è un atteggiamento mistico che rientra nel mistero di Dio, che si fa dei collaboratori e delle collaboratrici per offrire quella vita in abbondanza che lui ci vuol dare.
Fra tante esperienze, una delle più significative è la storia della piccola Maria della missione di Dubbo, in Etiopia. Sono i primissimi tempi della missione, le suore sono intente a organizzarsi, a pulire, a visitare i dintorni, ed ecco che suor Francesca vede una bimba aggirarsi da sola nei pressi della missione. La bimba è denutrita, sporca, malandata e malata. La portano all’ospedale; i medici dicono che morirà, ma le suore hanno speranza e — dopo poco tempo tra cure e amore — la bimba si riprende, guarisce. 
La chiamano Maria, si sa che è orfana, ma le suore non la possono tenere, la piccola ha bisogno di una famiglia. L’affidano a una famiglia del posto, cattolica e sostenuta dalla missione. Dopo alcune settimane la famiglia avverte le suore che la bimba è malata. Vanno a visitarla, non è grave, è solo malnutrita, mal tenuta, in condizioni igieniche terribili. La riprendono, la fanno rifiorire. È una bimba forte, cresce sana e viene affidata a un’altra famiglia. Qui cresce benino, va a scuola, diventa una bella ragazzina. Ma ecco che un giorno Maria scompare, non si sa più nulla di lei. 
Passano dieci anni. La missione è già più grande, con varie opere: c’è la scuola, l’ospedale, l’orfanotrofio, l’orto, la fattoria. Ecco che un giorno si presenta una giovane donna, mal vestita, denutrita, con una bimba in braccio altrettanto malandata. Dopo poche ore, le suore riconoscono in lei Maria. Sono sorprese, ma non fanno domande poiché le risposte erano lì, davanti a loro. Maria viene accolta amorevolmente, la sua bimba nutrita e curata insieme a lei e passano i mesi. Si trova un lavoro per Maria e sembra proprio che la donna diventerà un membro della missione. Invece, un giorno Maria scompare di nuovo abbandonando la bimba. Si cerca ancora, ma invano. La piccola cresce bene e avrà il suo futuro: sarà adottata da un’ottima famiglia italiana. 
Forse è meno conosciuta una forma di maternità spirituale che le suore esercitano nei confronti di giovani donne. Tra queste, molte si presentano alle porte del convento esprimendo il desiderio di diventare religiose. Sono donne di ogni classe sociale, di ogni livello culturale, di ogni etnia, spesso prive di una vera formazione umana e spirituale. Vengono accolte e aiutate a crescere come donne, con dignità, autonomia, cultura umana, cristiana e professionale. Donne capaci di un pensiero proprio, in grado di conoscere se stesse e di fare delle scelte libere. Su di esse si spende molto tempo, energia, fatiche e si investono molte speranze: ma di queste persone solo un esiguo gruppo arriva alla vita religiosa. Specialmente nei Paesi più poveri, quando ritornano in famiglia o nel loro ambiente sono preparate per la vita come poche altre donne. Poche persone possono avere una formazione così completa, voluta dalla Chiesa e necessaria per affrontare una vita di sacrifici come è la vita religiosa, ma che poi serve per affrontare qualunque genere di vita. 
In una nostra casa di riposo portarono un giorno un’anziana signora molto mal ridotta. Il figlio non sapeva più che fare e la portò lì, per farle finire i suoi giorni. La signora non parlava, non mangiava, stava sempre a letto. Per il nostro staff medico non era così grave da giustificare quello stato così rinunciatario. Le suore e le infermiere si dedicarono a lei: le parlavano, la facevano alzare mostrando il giardino fiorito, la lavavano e pettinavano e la vestivano bene, con le sue collane, la portavano in cappella a pregare e in giro per il giardino e infine la signora si rimise a mangiare e dopo qualche settimana camminava, appoggiandosi a un supporto, sorrideva e parlava. 
Il figlio quando la rivide restò fortemente sorpreso e se ne uscì con una infelice frase, che speriamo la madre non abbia sentito: «Ma allora, disse, non conviene proprio averla portata qui da voi!». Non so cosa gli abbia risposto la suora, ma questa esperienza è molto frequente nelle case di riposo per anziani. Le signore che noi ospitiamo soffrono una terribile solitudine, sperimentano l’emarginazione dalla propria famiglia che le sente come un peso. 
Se le anziane sono suore sembra che ormai non ci sia più bisogno di direzione spirituale, né i buoni sacerdoti avvertono il bisogno di “perdere tempo” con loro. In una nostra casa di suore anziane, una di esse, alla domanda: «Come va?», mi rispose: «Grazie, adesso va meglio da quando c’è madre Camilla. Lei ci visita tutte le settimane e ci fa una buona direzione spirituale. Creda, adesso va meglio, io lo desideravo tanto». Questa madre Camilla era stata un’ottima missionaria, anche lei inviata alla casa di riposo, che aveva trovato un nuovo ruolo, o meglio il ruolo che sempre aveva svolto nella vita, un ruolo di “madre” che aiuta a crescere nella fede e nella speranza.
Ricordo suor Leocadia. Era assistente delle bambine orfane nella stessa casa dove ero io. Le bimbe spesso avevano parenti vicini o lontani che il sabato andavano a trovarle. Una di queste bambine, Cesarina, veniva dalla Calabria: il papà vedovo, dopo un’alluvione, era rimasto senza casa con altri figli più grandi e Cesarina fu mandata nel nord, da noi, insieme ad altre. Questa bambina non aveva nessuno che andasse il sabato a trovarla, anche se qualche buona signora a volte le portava qualche regalino. Ma non era suo papà. Il sabato sera le bambine mostravano quello che avevano ricevuto. Suor Leocadia si inventò un rimedio: ogni sabato preparava un bel pacchetto, con vestitini, biancheria, dolci… come se fosse arrivato con la posta e lo dava alla bimba. «Ecco — le diceva — è arrivato qualcosa per te». 
Quello che spesso mi ha sorpreso nella vita missionaria è vedere come le suore proteggono i bambini. Durante la guerra sino-giapponese, a Kashing, dove si trovava la nostra missione, nel 1937 ci fu una grande distruzione. L’orfanotrofio venne bombardato e la suora che si trovava nel sotterraneo con i bambini più piccoli li raccolse tutti attorno a sé, li fece distendere per terra e lei si mise di sopra a loro e li coprì con il suo corpo e i suoi abiti nella speranza di salvarli. La trovarono così, distesa a terra con le braccia aperte, morta insieme ai bambini, quando riuscirono a togliere le macerie. Quella suora è morta veramente da “madre”. 
Ma dove il senso materno di protezione si esercita in modo straordinario è nel rapporto con gli emigranti, persone che vivono “sospese”, sempre in attesa di qualcuno o di qualche cosa. 
A Chicago migliaia di emigranti non potevano accedere all’ospedale, perché era rischioso per chi non aveva la documentazione in regola. Le suore inventarono allora un sistema di ambulatori rionali, che chiamavano out station. Erano piccoli centri di assistenza nelle zone degli immigrati, gestiti da medici e infermiere possibilmente dello stesso gruppo etnico. Erano luoghi molto ben tenuti, ma esternamente sembravano piccole abitazioni, semi-clandestine. Ci voleva coraggio per fare queste cose. Fu l’unico modo per salvare la vita a centinaia di persone in attesa di un permesso di soggiorno. 
Il dramma si ripete oggi in Messico, alla frontiera con gli Stati Uniti. Lì le suore devono accogliere persone distrutte dal viaggio, medicare le piaghe dei loro piedi, nasconderli e informarli perché spesso non sanno che il deserto è disseminato di croci. 
Suor Xo ha da poco compiuto trent’anni. È piccolina di statura. È lì per un’esperienza che fa parte della sua formazione prima di emettere gli ultimi voti. Dopo una buona colazione, il bagno, il riposo, c’è un momento di incontro personale per raccogliere dati. Si trova così di fronte a un uomo un po’ robusto, alto, ancora molto sporco, con il volto triste. L’uomo non ha voglia di parlare. Non si fida, tutte le volte che lo ha fatto è stato ingannato. Ma poi si fida della giovane suora e comincia a parlare: ha perduto tutto quello che aveva recuperato con la vendita della sua casa, delle sue cose, del suo piccolo pezzo di terra. Ha dovuto lasciare la famiglia, poi è caduto nella solita rete dei trafficanti che gli promettono il passaggio verso gli Stati Uniti se però porta alcuni zaini pieni di droga per loro. Non vuole accettare ma è costretto. Quando vede che le sue speranze sono continuamente frustrate, si rifiuta di continuare e lo mandano via in malo modo con minacce. 
A un tratto del suo racconto l’uomo scoppia in un pianto disperato. Così conclude suor Xo: «La domanda che ho sentito dentro di me come persona consacrata è stata: “Che posso fare?”. Che potevo fare ascoltando quell’uomo che, distrutto dalla sua disavventura, mi raccontava il suo dolore, la sua angustia, la sua disperazione e i suoi dubbi su quello che avrebbe potuto fare di fronte a quella situazione? È difficile dare risposte a chi ha perduto tutto. Cosa si può fare in un luogo dove non si sa a chi ricorrere e non si ha assolutamente niente per poter andare avanti, solo l’offerta di un vile zaino di droga per avere una debole probabilità di passare la frontiera? A volte resta solo l’Amore. In quel momento sono stata spinta da un forte impulso, gli sono andata vicino e l’ho abbracciato, lui ha appoggiato il suo capo sulla mia spalla singhiozzando forte e abbracciandomi.. lasciava cadere su di me grosse lacrime… sentivo il suo cuore battere e non era possibile nessuna parola. Ma solo ho sentito un sussurro: “Lui è qui”. Poi un sorriso, un addio, e il mio flebile: “Prego per lei”».
Non si può spiegare dove può arrivare una donna che sa vedere la sofferenza degli altri. Nell’Hospice di New York, ricordo l’esperienza di suor Loretta. Molti ospiti di quel centro erano giovani ammalati di Aids. Questi giovani, in gran parte, attraversavano il buio della loro malattia terminale da soli e morivano da soli. Suor Loretta parlava con loro, cercava di ricongiungerli ai familiari, abbandonati da anni, li ascoltava. Anch’essi avevano molte cose nel cuore da capire, molte ferite da guarire. L’incontro con Dio non era facile, ma quando arrivava il momento quasi finale, suor Loretta faceva capire che Dio li aspettava per abbracciarli e introdurli in una vita diversa: la vera vita. Questo non lo diceva a parole ma, avvertendo la solitudine dell’ammalato, lo abbracciava forte e con amore, sussurrandogli parole di affetto e di speranza, di perdono e di riconciliazione e, spesso, sentiva che il giovane rimaneva sereno e partiva sereno.
Suor Loretta — che ha scritto un libro su queste esperienze — è stata invitata da un’università a New York per parlare del suo libro. Alla fine della presentazione, in un silenzio impressionante dell’aula magna gremita da centinaia di studenti, il moderatore chiese se qualcuno voleva fare una domanda. Il silenzio era totale. A un tratto un giovane studente si alzò e disse: «Non ho domande da fare, ma vorrei dire una cosa: se a me capitasse di morire per qualsiasi ragione, vorrei davvero che qualcuno come suor Loretta, mi abbracciasse forte come fa lei con i suoi ragazzi».
Credo che la maternità spirituale non si possa davvero descrivere, ma solo sperimentare.

Il sensus fidei nella vita della Chiesa





Tipo di contributo:Documento
Autore:Commissione teologica internazionale
Titolo:Il sensus fidei nella vita della Chiesa
Tema:Santa Sede, Teologia
Riferimento:Regno-doc. n.19, 2014, p.632
La recente consultazione delle Chiese particolari in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia «poggia sulla convinzione che l’insieme del popolo di Dio, in virtù del senso della fede, è atto a discernere quali sono le vie del Vangelo per oggi». Si occupa di tale «istinto soprannaturale» l’ultimo documento della Commissione teologica internazionale (CTI) – dal titolo Il sensus fidei nella vita della Chiesa –, presentato in giugno su L’Osservatore romano (20-21.6.2014). Esso «risponde a un duplice obiettivo», scrive il segretario della CTI, p. Bonino. «In primo luogo, fa il punto teologico su una nozione tradizio- nale che è stata rivalutata dal Vaticano II. (...) Il secondo obiettivo è quello di proporre criteri per discernere il sensus fideliun autentico e scartarne le contraffazioni». Il documento si articola in quattro capitoli: le fonti bibliche e la storia della nozione (I); la natura e le manifestazioni del sensus fidei della comunità ecclesiale e di ogni singolo credente, nella misura in cui partecipa alla vita della Chiesa (II-III); i criteri per il discernimento di un esercizio autentico del sensus fidei (IV) e l’applicazione della criteriologia a «due realtà importanti»: la religiosità popolare e l’opinione pubblica nella Chiesa.

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La situazione dei cristiani in Medio Oriente.




Tipo di contributo:Documento
Autore:Card. P. Parolin
Titolo:La situazione dei cristiani in Medio Oriente. Al Concistoro ordinario pubblico del 20.10.2014
Tema:Pace - Guerra, Santa Sede
Nazione:Medio Oriente
Riferimento:Regno-doc. n.19, 2014, p.656
Dal 2 al 4 ottobre scorso sono stati convocati in Vaticano i nunzi del Medio Oriente per un incontro sulla drammatica situazione della regione, con particolare riferimento «ai cristiani e agli altri gruppi perseguitati a causa del loro credo religioso, specialmente in alcune zone dell’Iraq e della Siria». Sul tema, il giorno dopo la conclusione del Sinodo dei vescovi (20 ottobre), il papa ha riunito un Concistoro ordinario pubblico nel quale il segretario di stato, card. Parolin, è intervenuto con il discorso che pubblichiamo. Le preoccupanti «atrocità perpetrate da più parti nella regione, ma in particolare dai fondamentalisti del gruppo denominatosi Stato islamico»; la situazione politica; il «dibattito sull’uso della forza per fermare le aggressioni e per proteggere i cristiani e gli altri gruppi vittime della persecuzione» sono alcuni dei temi affrontati da Parolin, che ha invitato i cristiani a non «cedere alla tentazione di cercare di farsi tutelare o proteggere dalle autorità politiche o militari di turno» e i leader religiosi a rinnovare l’impegno nel dialogo interreligioso e a «denunciare chiaramente la strumentalizzazione della religione per giustificare la violenza».


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Il peso delle parole comuni

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Le levatrici d’Egitto/17 - I profeti placano persino Dio. E non dissimulano gli errori

di Luigino Bruni

Con l’ebraismo condivido il viaggio, non l’arrivo. Non in terra promessa, la mia residenza è in margine all’accampamento … Scegliessi un dove e un come di nascita, ribadirei gli stessi: al Sinai, da straniero” (Erri de Luca, E disse).
Senza profeti, carismi e artisti siamo destinati all’adorazione perpetua di vitelli d’oro. Ridurremmo le religioni a idolatrie, le comunità religiose a consumismo spirituale, l’opera d’arte a pura merce. Questi testimoni di ‘gratuità per vocazione’ ricordano con la loro sola esistenza la natura di dono della vita, perché ci costringono ad alzare lo sguardo al di sopra di essi se vogliamo trovare la sorgente dei doni che li abitano.
Il profeta sa di parlare in nome di un Altro, e ci dice che non è lui/lei che ci libera dal faraone d’Egitto. L’artista sa di non essere il padrone della parte migliore di sé, e che il dono che custodisce non è sua proprietà (e quando se ne appropria muoiono il dono e l’artista). Quando mancano profeti, carismi e artisti, il mondo si riempie necessariamente di idoli. I leader, gli imprenditori, i politici, i sacerdoti, diventano ‘dei’ per i loro seguaci, dipendenti, elettori, fedeli. In assenza di un cielo più alto, il soffitto delle loro case diventa l’orizzonte ultimo dell’esistenza di tutti. Per evitare di ridurre YHWH a vitello non bastano i sacerdoti (Aronne), non è sufficiente la saggezza dei padri (gli anziani). Senza i profeti anch’essi finiscono per costruire col popolo il dio d’oro, per adorarlo, per fare danze e feste in suo onore.
Mentre il popolo è immerso nei festeggiamenti al suo nuovo YWHW, finalmente ridotto ad un dio semplice e banale, Mosè è sul monte in dialogo col suo Dio diverso: “Va, scendi, perché il popolo che hai fatto uscire dal paese d’Egitto si è pervertito” (Esodo 32,7). YHWH gli annuncia la sua decisione di punire il popolo: “Lasciami in pace, perché la mia ira si accenda contro di loro e li divori”. E rinnova la promessa al solo Mosè: “Di te invece farò una grande nazione” (32,10). È dentro questa grande crisi della storia di Israele che inizia uno dei passaggi più belli della Bibbia, che ci fa capire ancora di più che cosa sia una autentica vocazione profetica, e ci apre un altro squarcio sul ‘volto’ del Dio biblico.
Mosè invece ‘non lascia in pace’ YHWH, non accetta la sua decisione. Non gli basta salvare se stesso, vuole essere solidale col suo popolo traditore: “Mosè placò il volto di YHWH, suo Dio, e disse: ‘Perché si dovrebbe accendere la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dal paese d’Egitto? … Desisti dall’ardore della tua ira e pentiti dal male minacciato al tuo popolo. Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele’” (32,11-13). Durante il tradimento più grande è la parola di un uomo, quella di Mosè, che lo fa pentire, gli fa ricordare i suoi atti e la sua promessa. Ed accade l’impensabile, qualcosa di impossibile al dio della filosofia ma non al Dio biblico: “YHWH si pentì del male che aveva detto di fare al suo popolo” (32,14).
Al profeta, però, non interessa la sua salvezza individuale, perché il senso stesso della sua esistenza è la salvezza di un popolo. Mosè non partì dal roveto dell’Oreb verso l’Egitto per cercare la sua felicità personale. I profeti sono così: si salvano solo salvando gli altri, a loro non interessa la propria realizzazione. E non interessa per vocazione e natura, non per altruismo né per filantropia. Il senso della loro vita è un altro. La ricerca della felicità individuale, posta al centro dell’umanesimo moderno, non è la molla che muove i profeti. Essi ci sono perché devono e vogliono svolgere un compito.
Questa nota della vocazione profetica la ritroviamo anche nei carismi e, in un certo senso vero, negli artisti. Chi ha ricevuto in dono un carisma – civile, spirituale, politico … - sente di avere un talento da trafficare in attesa del ‘ritorno’ del datore dei doni, che chiederà soltanto se i talenti sono moltiplicati. Non gli sarà chiesto se è stato più o meno felice durante la sua vita, ma se quei talenti hanno portato frutto. Non ha ricevuto un dono per il proprio ‘consumo’ ma per moltiplicarlo e ‘produrne’ altri per altri. Anche l’artista vive qualcosa di molto simile. Ha ricevuto una vocazione che è tutta gratuità, un dono che ospita in sé e che deve accudire e servire.
Il profeta non si salva senza il suo popolo, il carismatico si smarrisce senza la sua comunità e senza i poveri, l’artista senza la sua arte e le sue opere. La gratuità non potrebbe diventare esperienza sociale, politica, economica se non ci fossero profeti, carismi ed artisti che ce ne svelano la natura. Il momento cruciale nella loro vita, è però la prova del ‘vitello d’oro’, quando il senso ultimo e unico della propria vocazione si perverte. Il mondo continua ad andare avanti e a non morire perché profeti, carismi e artisti riescono ad essere solidali anche col popolo guastato, con comunità che si sono smarrite, con il proprio talento spento e silente.
L’Esodo ci dice che la presenza e l’azione dei profeti possono far pentire persino Dio, possono smorzare e placare gli effetti delle nostre parole e dei nostri gesti perversi. Ma ci dice anche qualcos’altro: neanche i profeti possono evitare che le nostre parole e i nostri gesti siano realtà vive e quindi producano conseguenze. Il giorno in cui il popolo sotto il Sinai decise di negare e di spezzare l’alleanza riducendo YHWH a manufatto di metallo fuso, quel vitello, quelle danze e quelle feste sbagliate sono comparsi sulla scena del mondo. Nessuno può negare questa loro esistenza, nessuno può cancellare le conseguenze di quegli atti compiuti e di quelle parole pronunciate nei giorni del toro aureo. Neanche YHWH. Perché se riuscissimo a negarla rimpiccioliremmo troppo la nostra dignità e la nostra libertà, e negheremmo la nostra vocazione. L’immagine di sé impressa da Elohim nell’Adam si esprime anche nella sua capacità di tradire, di tradirsi e di subirne poi le conseguenze, nel suo dovere etico di dover rispondere per i gesti che fa, per le parole che dice. Di essere responsabile.
La parola è efficace – è questo un grande principio della Bibbia –, anche quando quella parola è sbagliata, idolatrica, sleale. Tra tutte le parole, quelle pronunciate assieme hanno uno statuto particolare e forte. Le alleanze e i patti sono, per loro natura, atti sociali efficaci, eventi che cambiano per sempre la nostra vita. Il matrimonio, la fondazione di una comunità, lasciano tracce nelle nostre carni individuali e collettive, le incidono e le trasformano. I patti possono essere sciolti e le alleanze possono essere rotte, ma i segni che ci hanno lasciato restano per sempre. E se le parole e i gesti dei patti ci cambiano indipendentemente dalla nostra fedeltà, anche i tradimenti e le rotture dei patti producono effetti in noi e attorno a noi, vivono di vita propria.
I grandi perdoni possono sanare anche le ferite relazionali più profonde, ma gli effetti operati da quel tradimento restano vivi perché la storia è vera e non è inganno. Il prezzo da pagare affinché un incontro di due ‘sì’ pronunciati crei una nuova realtà, perché parole dette su pane e vino li trasformino in cibo e bevanda di vita eterna, è la verità degli effetti dei nostri ‘no’. Un prezzo comunque giusto e buono, perché l’unica alternativa possibile al mondo delle parole efficaci e della nostra responsabilità è il regno del vitello d’oro e di tutti gli idoli, un mondo dove tutti i ‘sì’ e tutti i ‘no’ sono solo fiato, perché tutte le parole sono false. Una grande tentazione del nostro tempo idolatrico è svuotare le parole della loro verità. Non abbiamo più le virtù che ci fanno capaci di assumerci tutte le conseguenze delle parole che diciamo, ma invece di convertirci e cercare di tornare responsabili, preferiamo ridurre le parole a chiacchiere, a soffi di vento che possiamo smentire, ritirare, cancellare perché hanno perso ogni contatto con la realtà, e noi con esse.
È solo dentro questa cultura della parola e delle parole efficaci che si comprende la scena che si compie sotto il monte, quando Mosè scende dal Sinai e vede lo spettacolo che si sta svolgendo attorno al vitello: “Quando si fu avvicinato all'accampamento, vide il vitello e le danze. Allora l'ira di Mosè si accese: egli scagliò dalle mani le tavole, spezzandole ai piedi della montagna. Poi afferrò il vitello che avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell'acqua e la fece bere agli Israeliti” (32,19-20). E così “I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo” (32,26).
Mosè aveva ottenuto il pentimento di YHWH, ma per sperare una ‘nuova alleanza’, doveva correggere ed eliminare gli effetti prodotti dal tradimento del popolo. Il perdono e il pentimento di YHWH non era sufficiente per poter ricominciare. Mosè doveva fare altri gesti e dire altre parole, perché se non lo avesse fatto avrebbe negato la differenza tra il vitello di metallo e il suo Dio, che non è un idolo anche perché prende sul serio le nostre parole e i nostri gesti, e così li riempie di realtà e di verità. Gli idoli non ci puniscono, non si pentono, né fanno alleanze con noi, perché sono soltanto fantocci.
L’inevitabile efficacia delle conseguenze delle nostre azioni ci dice che la storia nostra e quella degli altri non è inganno, e che il mondo è vero. I profeti, che sanno placare Dio, curano le alleanze che noi abbiamo spezzato, e ci danno la possibilità di ricominciare anche dopo le costruzioni dei vitelli d’oro. Stanno anche qui la bellezza e l’amore della vita e del mondo.

Trascrizione ufficiale della conferenza stampa di Papa Francesco al rientro dall Turchia

Papa Francesco risponde alle domande dei giornalisti sul volo di ritorno dalla Turchia (Ansa/DiMeo)

Sala stampa della Santa Sede
Ieri pomeriggio, durante il volo Instanbul - Roma, al rientro dal Viaggio Apostolico in Turchia, Papa Francesco ha incontrato i giornalisti a bordo dell’aereo in una conferenza stampa, la cui trascrizione riportiamo di seguito:
Padre Lombardi:
Allora, Santità, grazie mille per essere con noi, grazie mille per questo saluto così cordiale e amichevole che Lei ha voluto fare proprio per tutti, per ognuno di noi. Adesso passiamo alla seconda parte, culturale, quella con le domande. Abbiamo alcune persone che si sono messe in lista e al primo posto noi mettiamo le due colleghe turche, che sono naturalmente interessate, perché le domande noi ci aspettiamo che siano sul viaggio. E’ un viaggio in cui ha fatto tantissime cose, quindi possiamo approfondire molti aspetti. Allora, invito Yasemin a venire per fare la prima domanda. Yasemin è della televisione turca, ha già fatto il viaggio qui con Papa Benedetto, quindi è esperta di viaggi di Papi in Turchia. (...)

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Papa Francesco: «Se il Corano è libro di pace, gli islamici lo dicano forte»
Corriere della Sera
 
(Gian Guido Vecchi) Il volo AZ 4001 è decollato da una decina di minuti, quando il Papa raggiunge i media sull’aereo che lo riporta a Roma. Sorridente e disteso, a dispetto dei tre giorni di viaggio in Turchia, saluta tutti, uno per uno, prima di rispondere alle domande (...)

Il Papa: "Roma vuole solo presiedere nella carità"

Papa Francesco e il patriarca Bartolomeo

di Massimo Introvigne
Con la terza e ultima giornata di viaggio in Turchia, domenica 30 novembre 2014 Papa Francesco ha messo al centro il motivo principale per cui ha intrapreso la visita pastorale: fare un passo in avanti, auspicabilmente decisivo, nel cammino della piena riconciliazione con le Chiese ortodosse, o almeno – e più realisticamente – con una parte di esse.
Il Papa ha partecipato alla Divina Liturgia nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio a Istanbul nel giorno della festa di sant’Andrea, patrono del Patriarcato Ecumenico. E ha indicato senza mezzi termini l’obiettivo: «il ristabilimento della piena comunione» fra cattolici e ortodossi. Ma come procedere, perché il sogno diventi realtà? Il Pontefice ha indicato quattro dimensioni dell’ecumenismo: i gesti, la teologia, la cultura e il martirio.
Francesco ha rivendicato anzitutto l’importanza dei gesti, perché il dialogo «è sempre un incontro tra persone con un nome, un volto, una storia, e non soltanto un confronto di idee». Sant’Andrea, così importante per gli ortodossi, ne fornisce un esempio eloquente. Egli, «dopo avere seguito Gesù là dove abitava ed essersi intrattenuto con Lui, “incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: ‘Abbiamo trovato il Messia’ – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù». Abbracciando a Gerusalemme cinquant’anni fa il patriarca Atenagora, il beato Paolo VI inaugurò questo ecumenismo dei gesti simbolici, che Francesco ha continuato sabato quando si è inchinato di fronte al successore di Atenagora, Bartolomeo, e ha chiesto la sua benedizione.
L’ecumenismo dei gesti è legittimo e utile, ma non basta. Come insegna il decreto Unitatis redintegratiodel Concilio Ecumenico Vaticano II, di cui pure ricorre il cinquantenario, per condurre a risultati il dialogo deve procedere anche sul piano teologico. L’ecumenismo dei gesti favorisce l’ecumenismo teologico, ma non lo sostituisce. Il decreto Unitatis redintegratio ricordava quello che per i cattolici è ovvio, cioè che le Chiese ortodosse «hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il Sacerdozio e l’Eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora unite con noi da strettissimi vincoli».
Ma il Pontefice ha voluto sottolineare un altro aspetto, pure presente nel decreto conciliare: «per condurre a termine la riconciliazione dei cristiani di Oriente e Occidente è di somma importanza conservare e sostenere il ricchissimo patrimonio delle Chiese d’Oriente, non solo per quello che riguarda le tradizioni liturgiche e spirituali, ma anche le discipline canoniche, sancite dai santi padri e dai concili, che regolano la vita di tali Chiese». Dunque «ristabilimento della piena comunione» non significa negazione dell’identità specifica delle Chiese ortodosse orientali, «non significa né sottomissione l’uno dell’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per manifestare al mondo intero il grande mistero della salvezza realizzato da Cristo Signore per mezzo dello Spirito Santo». Il Papa assicura che «per giungere alla meta sospirata della piena unità, la Chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura e della esperienza del primo millennio, le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa nelle attuali circostanze: l’unica cosa che la Chiesa cattolica desidera e che io ricerco come Vescovo di Roma, “la Chiesa che presiede nella carità”, è la comunione con le Chiese ortodosse». 
Si tratta di un passaggio importante. Roma non vuole assorbire le Chiese ortodosse né uniformarle a sé, ma nello stesso tempo richiede agli ortodossi di riconoscere che la Chiesa di Roma e il suo vescovo per mandato divino «presiedono nella carità» rispetto a tutte le altre Chiese. Le parole di Papa Francesco sono molto forti, ma hanno una storia. Dopo il decreto «Unitatis redintegratio» è venuta l’enciclica del 1995 di san Giovanni Paolo II «Ut unum sint» dove Papa Wojtyla dichiarava di sentirsi impegnato a «trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova». Sono parole ricordate più volte da Papa Francesco, il quale nel discorso di Istanbul ha parafrasato anche una formula cara a Benedetto XVI, secondo cui in tema di primato del Vescovo di Roma agli ortodossi non si deve chiedere nulla di più – e anche nulla di meno – di quanto le Chiese orientali accettavano nel primo millennio, prima della separazione.
Papa Francesco ha voluto ricordare altre due dimensioni del cammino di riconciliazione, quella culturale e quella del sangue. «Nel mondo d‘oggi – ha detto – si levano con forza voci che non possiamo non sentire» e che chiedono alle Chiese cristiane di essere unite. La prima voce è quella dei poveri, che soffrono per «l’aumento dell’esclusione sociale, che può indurre ad attività criminali e perfino al reclutamento dei terroristi» e nei confronti dei quali il solo «aiuto materiale», per quanto necessario, non è sufficiente. «Una seconda voce che grida forte è quella delle vittime dei conflitti in tante parti del mondo. Questa voce la sentiamo risuonare molto bene da qui, perché alcune nazioni vicine sono segnate da una guerra atroce e disumana». Ricordando il brutale attentato che ha colpito una moschea a Kano, in Nigeria, il Pontefice ha affermato che «turbare la pace di un popolo, commettere o consentire ogni genere di violenza, specialmente su persone deboli e indifese, è un peccato gravissimo contro Dio, perché significa non rispettare l’immagine di Dio che è nell’uomo». Dunque, anche «la voce delle vittime dei conflitti ci spinge a procedere speditamente nel cammino di riconciliazione e di comunione tra i cattolici ed ortodossi. Del resto, come possiamo annunciare credibilmente il Vangelo di pace che viene dal Cristo, se tra noi continuano ad esistere rivalità e contese?». La terza voce è quella dei giovani «che vivono senza speranza, vinti dalla sfiducia e dalla rassegnazione. Molti giovani, poi, influenzati dalla cultura dominante, cercano la gioia soltanto nel possedere beni materiali e nel soddisfare le emozioni del momento». Nello stesso tempo, ci sono molti giovani cattolici e ortodossi «che oggi ci sollecitano a fare passi in avanti verso la piena comunione».
La quarta dimensione dell’ecumenismo, che Papa Francesco ha più volte ricordato, è quella del sangue e della comune «testimonianza del martirio», che cattolici e ortodossi offrono insieme in molte parti del mondo e particolarmente in Medio Oriente. Nella dichiarazione congiunta che ha concluso il loro incontro, il Pontefice e il Patriarca si appellano «a tutti coloro che hanno la responsabilità del destino dei popoli affinché intensifichino il loro impegno per le comunità che soffrono e consentano loro, comprese quelle cristiane, di rimanere nella loro terra natia. Non possiamo rassegnarci a un Medio Oriente senza i cristiani, che lì hanno professato il nome di Gesù per duemila anni». «Molti nostri fratelli e sorelle – constata la dichiarazione – sono perseguitati e sono stati costretti con la violenza a lasciare le loro case. Sembra addirittura che si sia perduto il valore della vita umana e che la persona umana non abbia più importanza e possa essere sacrificata ad altri interessi. E tutto questo, tragicamente, incontra l’indifferenza di molti». All’indifferenza il Pontefice ha voluto rispondere anche incontrando, prima di lasciare la Turchia, un centinaio di bambini e giovani profughi dall’Iraq e dalla Siria, cristiani e musulmani, assistiti dai salesiani e dalla Caritas, di fronte ai quali ha chiesto maggiore «convergenza internazionale» rispetto a situazioni «intollerabili» dal punto di vista umanitario e dei diritti umani.
In Medio Oriente e altrove, continua la dichiarazione congiunta del Papa e del Patriarca, «c’è anche un ecumenismo della sofferenza. Come il sangue dei martiri è stato seme di forza e di fertilità per la Chiesa, così anche la condivisione delle sofferenze quotidiane può essere uno strumento efficace di unità». Anche la proposta di un «dialogo costruttivo con l’islam» e l’appello rivolto in Ucraina «alle parti coinvolte nel conflitto a ricercare il cammino del dialogo e del rispetto del diritto internazionale» appariranno più credibili se saranno accompagnati da segni di progresso nel cammino dell’unità fra cattolici e ortodossi.
Il Papa sa bene che, proprio ora che la meta della riconciliazione fra cattolici e ortodossi appare più vicina, si manifestano ostacoli e resistenze. Nello scorso mese di settembre si è svolta ad Amman, in Giordania, la tredicesima sessione del dialogo ecumenico fra cattolici e ortodossi, sul tema della sinodalità e del primato di Pietro. Non è un mistero, per chiunque abbia seguito quei lavori, che gli ortodossi hanno spesso litigato tra loro e che anche fra i cattolici orientali si sono manifestati conflitti e resistenze. Papa Francesco aveva in mente tutto questo quando sabato ha criticato i cristiani che resistono allo Spirito Santo e sembrano avere paura di compiere passi decisivi e coraggiosi nel cammino verso l’unità fra cattolici e ortodossi. Nonostante gli sforzi di Papa Francesco – e l’uso più frequente, fin dall’inizio del pontificato, dell’espressione «vescovo di Roma», più gradita alle Chiese ortodosse, rispetto a «Papa» o «Pontefice» – la riconciliazione con tutti gli ortodossi sembra ancora un obiettivo lontano e difficile. Ma la riconciliazione con alcuni ortodossi è possibile. E il Papa spera che questo viaggio in Turchia sarà in futuro ricordato come un momento decisivo del cammino.

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Papa in aereo: Corano libro di pace, ma capi musulmani condannino terrorismo   
Radio Vaticana
 
Durante il volo di ritorno a Roma il Papa ha tenuto la consueta conferenza stampa di fine viaggio colloquiando con i giornalisti del seguito. Tanti gli argomenti affrontati. Ce ne parla Sergio Centofanti: Il Corano è un libro di pace, non si può equiparare islam e terrorismo, ma abbiamo bisogno che i leader musulmani condannino gli attentati terroristici. (...)



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La sintonia che manca al governo di papa Francesco
Corriere della Sera
(Andrea Riccardi) Papa Francesco si inchina a Istanbul a Bartolomeo, primus inter pares tra i Patriarchi ortodossi. Dalla visita di Paolo VI nel 1967, il passaggio a Costantinopoli è quasi una parte del «rito» d’apertura del pontificato. Francesco ha però già visto Bartolomeo tre volte: tra i due (che parlano italiano tra loro) è nata una vera amicizia. È la nota con cui Bergoglio innerva i rapporti ecumenici che rischiano invece lo scivolamento nel rito diplomatico. Sarà anche amicale l’incontro con il Patriarca armeno ammalato che probabilmente il Papa farà oggi. La visita a Istanbul viene in un momento importante per Francesco e per Bartolomeo. 
Quest’ultimo sta esercitando un ruolo strategico nell’Ortodossia. Nel 2016 si terrà a Istanbul il grande Concilio panortodosso, presieduto da lui e con la presenza di tutte le Chiese. È dal 1961 che lo si prepara: realizzarlo ora è un successo del Patriarca, la cui leadership si è molto rafforzata nel mondo ortodosso. La visita in Turchia segna la maturità del pontificato di Bergoglio. Resta solida, nonostante il tempo, l’alleanza con il popolo che lo segue più di come faceva con i predecessori. Sullo scenario mondiale, il Papa ha espresso un solido discorso sull’Europa tra le periferie del continente e il centro (Lampedusa, l’Albania e Strasburgo). Si qualifica ormai come un leader spirituale europeo con una proposta in un’Europa vuota di pensiero universale. Il Financial Times di ieri ha scritto che il Papa ha dato parole al malessere dei politici europei. All’interno della Chiesa, i critici sottolineano che il Papa cerca di «piacere» troppo, dando l’impressione di un messaggio cristiano «allargabile». Un vecchio cardinale commentava: «Il nuovo Papa ha riempito le piazze e le chiese, ha svolto la sua funzione... ora ha finito». Se non prende nuove decisioni, qualcuno prevede un calo di popolarità, come per Paolo VI che, con la Humanae Vitae , deluse le attese. Ma era un’altra storia: ci fu l’impatto con il ’68. Invece il passaggio del Sinodo sulla famiglia è stato delicato ma importante. Chi incontra il Papa lo trova sereno. Non ha convocato due Sinodi sulla famiglia per ribadire l’esistente. Ha voluto la libera discussione nei lavori sinodali (un inedito). Più si è trasparenti (con la pubblicazione della relazione finale e dei voti) e più il «popolo» vede: il popolo che ama Francesco. Anche se la relazione finale del Sinodo non ha avuto la maggioranza dei due terzi su punti importanti, un successo del Papa c’è stato: non si parlerà più come prima sulla famiglia. Il discorso di Francesco alla fine del Sinodo è stato vibrante: nella Chiesa — ha detto — non si ragiona con la bipartizione tra progressisti e conservatori. Ha anche ricordato che lui è il Papa (lo fa raramente). Francesco è uomo di sintesi, un vescovo latino-americano della generazione che ha superato la spaccatura sulla teologia della liberazione (come il cardinale Maradiaga). La sintesi non è immobilismo, ma proiezione ad extra che mette in crisi conservatori e progressisti. È stato eletto per uscire dal chiuso della crisi che spaventava i cardinali nel marzo 2013. È consapevole del problema di vita o di morte del Cristianesimo in tante parti del mondo. Bisogna uscire e riproporre il Vangelo. Esiste però un gruppo di vescovi e cardinali critici sull’agire del Papa. Francesco non fa l’unanimità. Nemmeno Giovanni Paolo II la faceva (per esempio tra i vescovi italiani degli anni Ottanta). Francesco, rispettoso e non fazioso, ha cambiato poche persone in Curia: i titolari del clero e della Segnatura apostolica, oltre che il Segretario di Stato (ha nominato un solido diplomatico, Parolin, e un nunzio pastorale, Stella). Un problema oggi è il «governo» del Papa, dove la sintonia con lui non sembra forte. È una situazione simile a quella di Giovanni XXIII, che ebbe contro il cardinale Ottaviani del Sant’Uffizio e altri. Roncalli imboccò la via del Concilio. Papa Montini tolse il partito romano dal governo. Per quattro anni, guidò una forte commissione che riformò totalmente la Curia. Riforme s’impongono anche oggi. Ma, oltre alla costituzione dell’importante Segreteria per l’economia, ci si limiterà a accorpare qualche dicastero, come si fa alla nascita del governo in Italia? I cambiamenti devono riguardare soprattutto aria nuova, meno clericale, nello stile di governo, visioni e nuovo personale. Francesco crede nel valore di avviare processi, non nel controllare gli spazi. I successi della Chiesa avvengono quando si mettono in moto processi, cioè non si sta fermi. Per lui il tempo è superiore allo spazio. Il tempo gli darà ragione?

Resa amara di un cattolico di minoranza al demente Zeitgeist, con whisky



murray

di Antonio Gurrado    Il Foglio
Ho letto e riletto più volte l’editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio rosa di lunedì scorso, trovandolo amaro ben oltre l’intenzione di stigmatizzare il diritto ad abortire rivendicato in copertina da Internazionale, settimanale di gran tendenza aduso a darsi ragione da sé. L’aborto è solo l’aspetto più cruento di una posta in gioco più alta che coinvolge tutto quello che abbiamo – noi che in senso lato possiamo dichiararci militanti di una minoranza conservatrice – detto e fatto in questi ultimi dieci anni.
Gli eventi ci hanno scalzato al punto che adesso il mantenimento di una posizione benché coerente non allineata al pensiero unico abortista, femminista, omosessualista, giustizialista, animalista, terzomondista, pacifista, accoglientista e sincretista ci interdice non solo il patentino di credibilità in un contesto intellettuale che ha smesso di ragionare da tempo perché troppo occupato ad autoalimentarsi creando sempre nuove mozioni d’impegno à la page alle quali tutti devono accostumarsi, foss’anche a costo di abdicare alla realtà dei fatti; ma ci pregiudica altresì il normale espletamento delle funzioni sociali, umane.
Oramai sostenere idee minoritarie benché assennate implica quest’alternativa: o venire presi per provocatori prima e scemi poi, se non istigatori al crimine, dagli abituali consessi all’interno dei quali si vede progressivamente svanire la concreta speranza di essere ascoltati e compresi, se non amati; oppure rinchiuderci in club diametralmente opposti e stagni, e da cattolico italiano so bene quanto i cattolici italiani riescano a essere noiosi e ottusi e ripetitivi oltre che codini quando non ipocriti e tiepidi.
Ho vissuto anni in Inghilterra vedendo erodere ogni settimana un po’ della libertà di dire ciò che si pensa, di puntare il dito contro il re nudo, di non negare l’evidenza più lampante. Per timore di offendere qualsiasi tipo di minoranza gli inglesi hanno sortito l’effetto di creare una nuova minoranza ammutolita e perseguitata, composta da tutti coloro i quali non fanno parte di nessuna di queste minoranze intersecate e sovrapposte che si sono trasformate in vacche sacre e scodinzolano dispoticamente.
Sono tornato a vivere in Italia e qui assisto all’identica differita, patrocinata da lenzuolate stucchevoli e dementi campagne di hashtag, giornate contro e giornate a favore di incommensurabili cazzate, acquiescenza all’idea che se un uomo uccide una donna compie un atto diverso e più grave rispetto alla donna che uccida un uomo; all’idea che si sia all’improvviso maturato il diritto di sposarsi a piacimento e di ottenere tutto ciò che si desidera; che abbia ragione una Boldrini per la quale le donne sono talmente uguali all’uomo da essergli superiori e non un Erdogan per il quale è sconsigliabile mettere nelle mani di una donna la stessa zappa dell’uomo e imporle di zappare egualitaristicamente; che la nostra civiltà e l’altrui sono consimili e interscambiabili, con le decapitazioni quale pittoresco incidente di percorso; che gli invasori siano migranti e quindi una risorsa, come lo furono i barbari per rinnovare l’Impero Romano; che un figlio sia un fastidio sulla strada della luminosa carriera della madre e della sua libertà di spendere denaro per fini più nobili; che Dio non esista perché non tutto va per il verso che vorremmo; che la fede sia una prospettiva privata, un occhiale colorato per vedere il mondo rosé; e infinite altre scempiaggini che si tengono l’un l’altra per mano come le fisarmoniche di giornali ritagliati a forma di omino, e che chissà quante altre se ne porteranno appresso in anni futuri e prossimi che non sono sicuro di voler vedere.
Non certo da militante. Per dieci anni abbiamo suonato il flauto per persone che non hanno ballato, abbiamo cantato un lamento per persone che non hanno pianto e che adesso si sono accodate alla dittatura del pensiero unico costituendo una massa critica di maggioranza bovina e insormontabile, almeno per le nostre forze residue. Nel Vangelo c’è scritto chiaro e tondo che non praevalebunt e quindi possiamo nutrire la ragionevole certezza che i secoli spazzeranno via queste cianfrusaglie con la stessa vigoria riservata a tutte le ideologie che le hanno precedute; ma è piuttosto evidente che non saremo noi. Coltiveremo il nostro giardino, anzi, vivremo asserragliati la vita nei boschi, ognuno per conto proprio aspettando che la peste si propaghi fino alla nostra soglia, cercando di mangiare bene, leggere qualche classico, oziare col caffè compulsivo e l’occasionale sigaretta. In camera ho un whisky canadese che scende con facilità insidiosa; arrendiamoci, sarà un successo.
 
(Questo articolo è stato pubblicato il 26-11 su Candido, il blog di Antonio Gurrado)