lunedì 1 giugno 2015

Le donne e la vecchiaia




(Lucetta Scaraffia) Nel corso dell’ultimo secolo la durata della vita si è talmente allungata da arrivare quasi a raddoppiare quello che era il dato medio all’inizio dell’Ottocento, almeno per quanto riguarda i paesi cosiddetti avanzati. E in questa gara a chi vive più a lungo le donne mantengono ovunque il primato, anche se sono quelle che si curano di meno; quando poi prendono medicine, si tratta di farmaci testati solo sugli uomini. Qualcuno dice che è perché non lavorano, ma si tratta di una ipotesi facilmente smentita dalla realtà: le donne lavorano in media molto più degli uomini perché aggiungono ai ruoli familiari quelli professionali. La risposta vera sta forse nella maggiore capacità delle donne di affrontare la vecchiaia: non avendo puntato tutto sulla realizzazione nel lavoro — come fanno gli uomini, che entrano spesso in depressione quando vanno in pensione — accettano più facilmente una fase della vita in cui la realizzazione di sé è limitata ai rapporti personali, alle soddisfazioni affettive e all’esercizio della solidarietà. Proprio per questo — da quando è quasi scomparsa la mortalità per parto, che ha segnato per secoli il loro destino — le donne anziane si sono moltiplicate, assumendo anche ruoli nuovi ed esplorando spesso impensate possibilità. Che non sono solo fare ginnastica o curarsi di più di se stesse, come suggeriscono i media, ma anche, forse soprattutto, approfondire la loro vita spirituale. Quell’aspetto che era forzatamente trascurato negli anni del doppio se non triplo impegno lavorativo, nel tempo della vecchiaia è finalmente accessibile anche a loro. È come se l’allungamento della vita offrisse a molte donne la possibilità non solo di aiutare gli altri, allargando il raggio degli affetti e dei legami, ma anche di approfondire il senso della loro vita, del loro impegno religioso, con letture e incontri, con pellegrinaggi e ritiri spirituali, trovando in questa dimensione un nutrimento dell’anima di tipo nuovo. I primi a beneficiare di questo impegno sono i familiari, accompagnati nella preghiera con maggiore attenzione, ma anche tutte le persone che appartengono al loro gruppo sociale, che ne riconoscono la capacità rinnovata di aiuto e di ascolto. Se ci guardiamo intorno, vediamo che le donne anziane tengono in piedi il mondo: non solo come nonne che aiutano spesso in maniera insostituibile ad allevare i nipoti, ma anche come assistenti dei poveri e dei più anziani, come aiuto dei parroci nella vita di parrocchia, dove spesso impegnano il loro tempo improvvisamente libero. Ma anche, e non secondariamente, nella preghiera: le anziane sono capaci di sostenere per questa via la vita delle persone care, che spesso non ne sono neppure consapevoli. Ed è risaputo, come conferma suor Emidia, intervistata in prima pagina, che le donne sanno sopportare meglio la sofferenza fisica, e trasformare anche le crescenti sofferenze in nuove opportunità per lo spirito. La vecchiaia femminile quindi è potenzialmente carica di doni, tanto che gli uomini dovrebbero imparare da questo modello, come fa Simeone nel prendere in braccio il piccolo Gesù, rivelando una tenerezza materna. (lucetta scaraffia)
L'Osservatore Romano

I giovani e la pornografia: cifre e problematiche

© Andrey Shadrin

di Gianluigi Marsibilio

Il rapporto tra i giovani e la pornografia è sempre più stretto: circa il 78% dei giovani tra 18 e 20 anni visita abitualmente siti pornografici e  tutto questo, secondo uno studio condotto dall'università di Padova, potrebbe portare a disturbi abbastanza gravi per le giovani generazioni.

Il professor Carlo Foresta ha coordinato la ricerca che è stata pubblicata su ''International Journal of Adolescent Medicine Health'', le interviste condotte per lo studio hanno rivelato che la frequentazione dei siti va da qualche volta al mese (29 %), a varie volte in una singola giornata (8%). La permanenza si attesta sui 20 minuti circa e molti degli intervistati hanno dichiarato che entrare in questi siti diventa spesso un'abitudine, mentre il 10% ammette una vera dipendenza.

Una comparazione con i dati del 2004 fatta dalla Foresta Onlus  ha rilevato un forte aumento della frequentazione rispetto al passato, sia come numero di utenti, sia come numero di pagine comparse nel web: lo stesso professore ha spiegato che ''l'incremento dei mezzi, unito all'aumento dei siti ha fatto sì che i frequentatori aumentassero in un breve lasso di tempo".

I maggiori fruitori di questi siti sembrano essere i fumatori e i figli unici che costituiscono circa il 55 % degli utenti. La ricerca sottolinea inoltre che la frequentazione di tali siti comporta un  aumento  dei rischi legati a malattie legate al sesso: ad esempio circa il 16% soffre di abbassamento del desiderio sessuale, il 4% soffre di disturbi di eiaculazione e aumentano rispetto agli anni precedenti anche i casi di eiaculazione precoce.

Un' altra indagine condotta da  Simon Lajeuness, noto  studioso canadese, ha rilevato come la pornografia diffusa in internet stimoli molto di più i giovani rispetto al passato perché ne facilita la fruizione, che è a portata di click, offrendo in più continue novità: tutto questo però secondo lo studioso ha un prezzo che viene pagato nell'approccio sociale, poiché nei giovani si creano una sfera solitudine e voyeurismo fin dalla giovane età. I ragazzi sono distolti dalla socialità e fanno continuo riferimento ad  immagini non reali del sesso che così deviano il loro approccio naturale alla sessualità, che conseguentemente potrà portare a deviazioni mentali e disfunzioni sessuali.

QUI L'ORIGINALE

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I 3 livelli di danno della pornografia

Danneggia il cervello

La pornografia è come una droga: la semplice vista della cocaina e della pornografia non sembrano avere molto in comune, ma gli studi hanno dimostrato che l'uso della pornografia fa sì che il cervello liberi prodotti chimici di piacere nello stesso modo in cui lo fanno le droghe. L'aspetto più preoccupante di questa “nuova droga” è che il suo accesso è infinitamente più semplice, perché basta un clic.

La pornografia cambia il cervello: come il tossicodipendente, il consumatore di pornografia alla fine richiederà una dose sempre maggiore per soddisfare i propri desideri di piacere. La pornografia può anche influire sul modo in cui si risolvono in genere i problemi quotidiani, e la cosa più terrificante è che più pornografia consuma una persona, più grave è il danno al suo cervello e più diventa difficile liberarsene.

Ci sono però buone notizie: il fenomeno funziona nei due sensi, ovvero il danno al cervello può essere eliminato quando la persona si allontana da questo tipo di condotte e comportamenti non salutari.

La pornografia crea dipendenza: le sigarette, l'alcool e le droghe hanno più cose in comune di quanto si immagini. Una volta che sono nel corpo, il loro effetto sul cervello è lo stesso. Si attiva una sostanza chiamata dopamina ed è proprio questa a provocare la dipendenza. La pornografia fa esattamente la stessa cosa.

La pornografia influisce sul comportamento: molti consumatori di pornografia cercano modi per eccitarsi attraverso cose che prima probabilmente disdegnavano o aspetti che in precedenza avrebbero considerato poco etici e moralmente scorretti. Una volta che i consumatori iniziano a vedere atti sessuali estremi e pericolosi, con il passare del tempo il cervello inizia a normalizzare quel tipo di atti, ritenendoli comuni e senza importanza a livello morale.

La dipendenza dalla pornografia si intensifica sempre più: a causa della dipendenza e per provare semplicemente una sensazione di normalità, l'individuo tende ad aumentare la dose di pornografia di cui usufruisce. Più tempo passa, quindi, più è difficile raggiungere lo stesso livello di soddisfazione.

Danneggia le relazioni

La pornografia uccide l'amore: nella vita reale, l'amore richiede una persona reale. Studi recenti hanno scoperto che dopo essere stati esposti alla pornografia gli individui definiscono se stessi con minore capacità di amare rispetto agli individui che non hanno avuto contatto con la pornografia. Altri studi affermano che gli individui esposti a immagini pornografiche tendono ad essere più critici nei confronti dell'aspetto fisico del partner (cercando un/a uomo/donna perfetto/a).

La pornografia è una menzogna: in quel tipo di materiale tutto è una bugia, dagli sguardi alle presunte ragioni dell'atto sessuale. I consumatori di pornografia sono ossessionati dal fatto di perseguire qualcosa che non è reale.

La pornografia danneggia il/la futuro/a sposo/a: gli studi hanno rivelato che i partner dei consumatori di pornografia spesso riferiscono di perdite del sentimento, dimostrano più sfiducia e ira e mostrano a volte anche sintomi fisici di ansia e depressione.

La pornografia lascia soli: più si fa uso di pornografia, più è difficile per la persona intavolare rapporti reali. Come risultato, molti consumatori iniziano a sentire che qualcosa non va in loro e non sanno come tornare a com'erano prima.

Danneggia la società

Il segreto sporco della pornografia: agli spettatori la pornografia può sembrare un mondo di fantasia, piacere ed emozioni, ma l'esperienza di coloro che appartengono al mondo pornografico è spesso intrisa di droghe, malattie, schiavitù, tratta di persone, violazioni e abusi. La pornografia porta alla violenza. Non è un segreto che la pornografia è violenta, anche la più usuale è piena di donne fisicamente e verbalmente maltrattate.

La pornografia dà idee distorte del sesso: anche se non lo si vuole credere, gli adolescenti stanno ricevendo l'educazione sessuale attraverso la pornografia. I ricercatori hanno verificato spesso che le persone che hanno visto una gran quantità di materiale pornografico sono più propense a iniziare ad avere rapporti sessuali prima del matrimonio e con un'ampia varietà di persone, il che comporta malattie contagiose a trasmissione sessuale, gravidanze adolescenziali, aborti e metodi anticoncezionali che mettono a rischio la vita degli adolescenti. Un altro aspetto da sottolineare è la tendenza del fenomeno del sexting, fusione dei termini inglesi sex texting che indica l'invio di contenuti erotici o pornografici attraverso i telefoni cellulari.

Il danno della pornografia sta cambiando rapidamente: esistono dati che riflettono come la pornografia esista da molto tempo, al punto che i cavernicoli disegnavano immagini sessuali sui muri di pietra e gli antichi greci dipingevano queste immagini sulle ceramiche. Oggi, tuttavia, le dimensioni del fenomeno sono cresciute in modo esponenziale, al punto che esistono milioni di siti e video, disponibili 24 ore su 24.



[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]
sources: LA OPCIÓN V

Love stories





Quanti innamorati incontra un sacerdote durante la sua vita? Tanti. Con la testa tra le nuvole nei primi tempi di assoluta felicità, impazienti nel percorso del fidanzamento, radiosi il giorno delle nozze e poi un po’ sereni e un po’ preoccupati nella vita quotidiana, con gli inevitabili alti e bassi legati al lavoro, ai figli, agli imprevisti. Succede anche che i giovani felici di un tempo si ripresentino a testa bassa, sconfitti, per un legame che non riesce a ritrovare le sue radici più profonde. Sono tutti questi volti ad affollare le pagine scritte dadon Giorgio Carini, - parroco a Grottamare, nella diocesi di San Benedetto del Tronto e docente presso l’Istituto Teologico Marchigiano – che ha pubblicato con le Edizioni Palumbi “Love Stories – Manuale di sopravvivenza per il matrimonio cattolico”. Dall’esperienza concreta di un sacerdote, nasce un piccolo testo che racconta la sfida e il miracolo quotidiano dell’amore tra due persone disposte a scommettere la vita su una promessa di fedeltà. Pubblichiamo di seguito un estratto dell’ottavo capitolo.
 
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TI AMO! CHE VUOL DIRE?
 
Ti amo nocciolina.
La scritta campeggiava maestosa sul cavalcavia per parecchi metri, ingombrante ma romantico, soprattutto se avete un debole per noci, nocciole e pistacchi. Tuttavia dirlo per la prima volta, faccia a faccia, è tutt’altra cosa: è come doversi buttare giù dal Monte Bianco. Ti rimane impresso indelebile per tutta la vita. Quando, dopo interminabili attimi di sospensione, lei ricambia con lo stesso trasporto, con un monosillabo o un semplice bacio, è come se iniziasse nel tripudio festoso una nuova creazione, è come se la vita nascesse in quel momento.
 
Che bello!
 
C’è il trasporto di un sentimento che ti invade, travolgente, con, inscindibile da esso, una promessa di eternità: per sempre, è per sempre! La verità splendente di quel momento si verifica nella durata, nella capacità di attraversare il tempo.
 
In quel gesto non si esprime solo un sentimento, ma un giudizio, un atto irrevocabile della ragione e della libertà. Il sentimento non basta, va e viene. Il giudizio no.
 
L’amore è un giudizio, non un sentimento. Dire ti amo vuole dire: “Riconosco che tu sei il bene più prezioso della mia vita. È come dire: questa penna è rossa. Punto. Si possono scatenare tutte le schiere infernali e diaboliche con la loro ferocia ma non potranno mai scalfire questo giudizio. Non si può cancellare un fatto. Ti amo perché sei preziosa, vali. (…)
 
Basta l’espressione libera e consapevole di quella promessa per generare il matrimonio. Insomma, quando due innamorati si dicono ti amo è come se esplodesse una bomba atomica che invece che distruggere genera una nuova creazione radiosa di bellezza a tal punto da unire, nella vita divina e immortale ricevuta nel battesimo, due persone che diventano una cosa sola. Altro che battute romantiche da soap opera!
 
Io Luigi prendo te Silvia come mia sposa. E, con la grazia di Cristo, prometto di esserti fedele sempre [...].
 
Senza la forza di Colui che ci ha amati fino alla morte questo desiderio non potrebbe reggere alle sfide della vita, alle nostre debolezze, ai nostri errori. Lui permette la fedeltà, permette il compimento di quella promessa radicata nell’amore: che sia per sempre, che questa bellezza duri, non passi, non muoia.
La fedeltà è riconoscere che mi appartieni e ti appartengo. (…)
 
Il nuovo rituale recita: Io N. accolgo te. Ritengo più suggestiva la vecchia formula, più aderente all’intensità e profondità che vivono degli innamorati, all’unione radicale che quelle parole generano unendo due vite.
 
Amarti ogni giorno: riconoscere il bene che sei per me, quel bene che nell’innamoramento ha mostrato tutta la sua bellezza, come una promessa capace di durare anche quando tutto è contro, come una roccia nella tempesta.
 
Amarti e onorarti; nel tempo l’amore dilata la stima, la gratitudine, qualcosa che è sempre più raro ma che è bellissimo veder crescere tra due sposi: sei proprio una grande donna! Ti ammiro! Ti amo!
 
L’onore reciproco nasce dall’aver affrontato mille battaglie piccole e grandi e di averle vinte, rimanendo attaccati a ciò che si ama.
 
Daniele mi raccontava di aver portato la ragazza in vacanza in Trentino, una sera l’ha invitata a fare un giro sulla slitta con i cavalli. Le luci soffuse della sera, i campanelli che tintinnavano in un silenzio ovattato, gli zoccoli che frusciavano sulla neve! A quel punto le ha dato l’anello di fidanzamento, che romantico! Come un film! Beh, diciamolo pure, anche una scimmia ti avrebbe detto di sì.

Ma dopo qualche anno, quando tutto sembra passato, dopo una giornata di lavoro disastrosa torni a casa e tua moglie ha strisciato la macchina quasi nuova che ancora devi finire di pagare. Nel frattempo la cena è bruciata. Con il mondo che si accanisce contro puoi comunque guardarla negli occhi, gli stessi di quel giorno, e riprendendo in mano il tuo e il suo destino puoi dirle: “Sei proprio un impiastro! Ma ti amo! Io ti amo! Come farei senza te? Adesso andiamo sotto a mangiarci un pezzo di pizza al taglio, ma paghi tu perché oggi al lavoro è stata una tragedia”.
Qui le scimmie non c’entrano.
 
Tutto è in quella promessa, pronunciata solennemente quel giorno indimenticabile, in una chiesa, davanti a Dio. Il giorno più bello della vita, che si rinnova in mille battaglie piccole e grandi che possono sconfiggere la malignità del tempo, guidati dal desiderio che la bellezza di quel giorno non passi, che quella promessa si avveri sempre più. Duri.
 
Molto più di una scritta sul cavalcavia che nel tempo inevitabilmente sbiadisce.
Edizioni Palumbi

Mettiamoci la faccia

L'abc del cattolico



di Lorenzo Bertocchi
Oggi ci chiediamo spesso cosa significhi essere cattolici. La questione se l’è posta anche il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington. Ne è venuta fuori una lettera pastorale, interessante anche di qua dall’Atlantico.
In primis ci ricorda cosa non è la Chiesa. “Non è un negozio, un club, o un gruppo di interesse”, scrive il cardinale, deludendo subito le attese dei tanti che la vedono solo come una lobby qualsiasi. “La Chiesa non è il risultato di persone con idee affini che si uniscono e decidono di formare una organizzazione, né decidono il suo insegnamento per voto popolare o tendenze sociali”.
“La sua struttura gerarchica”, e qui sfida un pregiudizio duro a morire, “procede da Gesù, quando annunciò “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). Nell’Una, Santa, Cattolica e Apostolica, c’è il dono inestimabile dei sette sacramenti, canali di grazia troppo spesso dimenticati e sviliti. “Essere cattolici”, si legge nella lettera, “significa riconoscere il ruolo della Chiesa come il vero strumento creato e dato a noi da Gesù perché la sua opera, compiuta con la sua morte e Resurrezione, possa essere riattualizzata oggi e applicata a noi.”
Essere cattolici non è un fatto privato, ma ci chiama ad andare fuori, “verso le periferie” direbbe il Papa. Si tratta di edificare il Regno di Cristo, quella regalità sociale di Nostro Signore che non è appannaggio di qualche etichetta, ma un’esigenza cattolica. “Siamo chiamati a manifestare il Regno di Dio”, scrive Wuerl, “non solo dentro le nostre chiese, ma nel mondo, edificando il bene comune. Quando corrispondiamo alla grazia di Dio, stiamo estendendo il regno, siamo nella condizione di essere immagine di Cristo per tutti quelli che incontriamo”. Tertulliano nella sua opera “Apologeticum” (sec. II) ricorda che i primi cristiani si distinguevano per una carità fuori dal comune: orfani, indigenti, donne, bambini, anziani, malati, tutti erano amati per il semplice fatto di essere persone. Un fuoco che divora, un amore che si mostra nell’azione. Love in action, dicono negli States, e a ben vedere questa è la missione permanente che vuole Papa Francesco per la sua Chiesa in uscita: una carità capace di instaurare il Regno. “La parola di Dio, i sacramenti e le nostre opere di carità”, esorta il cardinale di Washington, “possono trasformare i nostri cuori e ispirarci a cambiare il mondo”. 
Tutto questo richiede però che sia custodita una vera identità cattolica, e per questo il cardinale indica la strada. “Quando andiamo nelle istituzioni della chiesa - parrocchie, scuole, università, organizzazioni caritative, centri sanitari e altri - questi dovrebbero riflettere una vera e propria identità cattolica, in comunione visibile con la Chiesa sia universale, che locale, e fedeltà alla dottrina cattolica”. Il problema in effetti c’è, perché capita non di rado che queste istituzioni svolgano la loro azione in aperto contrasto con ciò che la Chiesa propone di credere. A questo si aggiunga il fatto che molte legislazioni nel mondo rendono sempre più difficile poter svolgere un insegnamento e una opera veramente cristiana, soprattutto in materia bioetica. Per questo il cardinale Wuerl ricorda che “chiediamo e insistiamo sulla libertà di presentare e dimostrare pubblicamente la nostra fede nelle nostre scuole cattoliche e istituzioni basate sulla fede”.
In vista dell’anno giubilare della Misericordia non poteva mancare un riferimento. Innanzitutto ci viene ricordata una verità semplice, semplice. “E’ inevitabile che pecchiamo”, cioè il fatto che abbiamo bisogno del Medico, che non è venuto per i sani, ma per i malati. “Ma i nostri fallimenti morali”, avverte subito Wuerl, “non devono oscurare la nostra fede nella verità degli insegnamenti di Cristo”. Poi aggiunge un ricordo personale. “Quando ero un giovane sacerdote nella decade tra il 1960 e il 1970, c'era molta sperimentazione e confusione nella Chiesa. Gli insegnanti e il clero sono stati incoraggiati da alcuni a comunicare l'esperienza dell'amore di Dio, ma senza riferimento al Credo, ai sacramenti, o la tradizione della Chiesa. Non ha funzionato molto bene. I cattolici sono cresciuti con l'impressione che il nostro patrimonio fosse poco più che un sentimento vagamente positivo su Dio”.
“Quegli anni di sperimentazione”, chiude Wuerl, “hanno lasciato molti spiritualmente e intellettualmente deboli, e incapaci di resistere allo tsunami di laicità che si è verificato negli ultimi decenni. Abbiamo perso molte persone, perché non siamo riusciti a insegnare sul bene e il male, il bene comune, la natura della persona umana. Questo ha lasciato molti senza la possibilità di ammettere che siamo peccatori, che abbiamo bisogno di Gesù, perché molti non sanno più che cosa è il peccato”. E non ci può essere misericordia senza riconoscere il proprio peccato.

Ancora 50 anni e la famiglia sarà distruttà

famiglia naturale


La famiglia non è più sacra.
I matrimoni tra più di due persone saranno “normali”. I bambini avranno almeno tre genitori riconosciuti.
Sembra la sceneggiatura di un film di fantascienza, ma purtroppo è la previsione di ciò che avverrà (e in alcuni paesi sta già accadendo) entro i prossimi cinquant’ anni: la famiglia naturale, così come la conosciamo noi, fatta di un padre, una madre e dei figli, non esisterà più.
O perlomeno non costituirà sicuramente la “norma”.
Abbiamo letto questa considerazione sul giornale fiammingo De Standaard, DS Weekblad no 194, 9 May 2015, pag. 24-29.
Il declino è iniziato una quarantina di anni fa – con l’istituzione di strumenti di morte come il divorzio e l’aborto nella maggior parte di paesi occidentali – e sta proseguendo inesorabilmente.
La giornalista Ann-sofie Dekeyser riporta (con soddisfazione) dei dati molto preoccupanti.
Tra il 1970 e il 2009 nei paesi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) il numero dei matrimoni si è dimezzato e il tasso di divorzi è raddoppiato. Il numero di bambini nati al di fuori di un matrimonio, triplicato, arrivando al 33%. In più della metà dei nostri nuclei familiari non ci sono bambini.
Su “Future of Families to 2030”, l’OCSE fa una previsione di quello che avverrà nei prossimi anni: un enorme aumento di famiglie monoparentali (fino a circa il 40% di tutte le famiglie entro il 2025-2030); un crescente numero di coppie senza figli, un aumento del tasso dei divorzi, di famiglie ricostituite in seconde nozze.
Non bisogna essere degli esperti per capire che tutto questo danneggerà gravemente i l’istituto della famiglia, conenormi ripercussioni – oltre che a livello sociale – sul mondo del lavoro e quindi sull’economia.
Nel suo articolo, la giornalista belga afferma che la famiglia naturale intesa come “modello normale” è ormai morta, sostenendo che ciò è dovuto probabilmente al fatto che “questo prototipo non è più adeguato all’età contemporanea”. Secondo la Dekeyers, l’amore monogamico è una “favola” e l’istituto della famiglia è sempre stato suscettibile di cambiamento sociale.
Il concetto di famiglia non sarebbe dunque univoco: per l’articolista sarebbe infatti un qualcosa di “modellabile” a proprio piacimento.
In pratica, ci sarebbero tanti modelli di famiglia quanti la mente umana possa elaborarne.
Sdoganato questo principio dunque, si può tranquillamente arrivare ad affermare che è possibile avere un figlio, senza dover ricorrere al concepimento naturale.
Infatti, quello che fino a poco tempo fa sembrava impossibile, sta divenendo sempre di più una triste realtà.
Oltre alla ben nota abominevole pratica dell’utero in affitto, a pagamento, sta prendendo sempre più piede l’agghiacciante usanza di chiedere agli amici o ai parenti (!) il “favore” di fare un figlio insieme.
Praticamente, quando una donna single o omosessuale decide che vuole avere un figlio, chiede “semplicemente” ad un amico (che sia gay o etero non importa) di donargli il suo seme. E viceversa, un omosessuale chiede all’amica di prestargli il suo utero.
Qualsiasi persona di buon senso vedrebbe la mostruosità di questa cosa. Eppure, sono in tanti a sostenere che si tratta di un atto di “pura generosità”.
Certo, se si considera il bambino come un oggetto, in effetti è proprio un bel “regalo” da fare ad una amica/o.
Questo è quello che è accaduto a Gregory Frateur, cantante della band Dez Mona, omosessuale dichiarato. Quando la sua amica single Ester Renard gli ha rivolto questa richiesta, lui ha accettato. “Volevamo entrambi un figlio. Perché dunque non farlo insieme?” – ha dichiarato candidamente il cantante.
Da questo “accordo tra amici” è nata Lola. Per Gregory e Ester è tutto molto semplice. “Abbiamo iniziato a vivere insieme in una casa … normalmente si mangia insieme e dove Lola trascorre la maggior parte del suo tempo lo decidiamo di giorno in giorno … a seconda delle nostre agende”- racconta Frateur.
Egoismo che trasuda da tutti pori.
“Quindi siamo co-genitori, ma non come dopo un divorzio, dove uno dei due sta con il cronometro in mano per contare con quanto ritardo l’altro gli riporterà il bambino – ci tiene a precisare Ester – tutto si basa sulla fiducia”.
Vengono i brividi solo al pensiero della confusione che avrà in testa quella bambina, quando in casa vedrà il compagno del padre e quello della madre, e avrà la “fortuna” di avere due mamme e due papà.
Ma il dato preoccupante è che non si tratta di un caso isolato.
Ci sono infatti sempre più persone che, come Gregory e Ester, scelgono deliberatamente di crearsi una “famiglia”, modellandola a proprio piacimento, a seconda dei desideri del momento.
Persone che sfidano la natura stessa solo ed esclusivamente per soddisfare quelli che fondamentalmente sono solo dei capricci.
Perché desiderare una cosa che non si può avere per natura e fare di tutto per ottenerla, andando contro la natura stessa e facendo del male ad un essere indifeso, è un capriccio [malvagio, NdR].
A cosa stiamo assistendo dunque?
Sono in tanti a sostenere che ci troviamo di fronte a veri e propri nuovi modelli di “famiglia”.
Secondo Catherine Van Holder, filosofa e futurologa presso lo studio di Anversa per la futura esplorazione Pantopicon, la famiglia tradizionale assumerà via via un ruolo diverso.
“Non dico che i nuovi imminenti mutamenti siano migliori rispetto al modello tradizionale – racconta al De Standaard – dico che la nostra società è in transizione. Cinquant’anni fa il divorzio era un enorme tabù, oggi non interessa a nessuno. Forse un giorno si penserà così anche riguardo al matrimonio tra tre o più persone. Sarebbe ingenuo pensare che quello che oggi è normale e accettabile, non possa essere modificato. Alcuni dicono che non stiamo vivendo in un’epoca di cambiamento, ma in un cambiamento di epoca. La maggior parte dei sistemi che hanno attraversato la rivoluzione industriale, hanno delle crepe oggi. Il modello gerarchico, caratterizzato da uniformità, centralizzazione e standardizzazione, sta cedendo il posto ad una società di rete con più spazio per un approccio individualistico,una maggiore diversità e creatività. Non sarebbe strano se ciò accadesse anche alla famiglia.”
Ottima prospettiva, non c’è che dire.
In poche parole, secondo la dr.ssa Van Holder, tutti questi cambiamenti – che in realtà altro non sono che dei veri e propri attacchi alla famiglia naturale – devono essere accettati così come vengono, come una valanga che distrugge tutto ciò che incontra sul suo percorso, senza che l’uomo possa fare niente per impedirglielo.
Attenzione: qui non si sta dicendo – come è ovvio – che ogni cambiamento rispetto al passato, porti delle conseguenze negative.
Ma ci sono delle cose che se vengono alterate, o peggio ancora distrutte, portano con sé dei danni irreparabili. Questo è quello che sta accadendo alla famiglia che, preesistendo prima ancora della società, ne costituisce il fondamento primordiale.
E, come ben si sa, se si distruggono le fondamenta di un edificio, inevitabilmente l’edificio crolla.
Come la dr.ssa Van Holder, anche Sasha Roseneil, professore di sociologia all’Università Birkbeck di Londra, vede come “naturale” il cambiamento dei modelli di partenariato e genitorialità. “Sempre più persone stanno per lunghi periodi della loro vita al di fuori della famiglia tradizionale. Negli ultimi anni abbiamo visto un numero crescente di“lat relations” (relazioni lat = Living Apart Together – vivere insieme individualmente, come Gregory ed Ester) che ha portato ad una maggiore accettazione sociale. L’aspettativa secondo la quale quando due persone iniziano una relazione intima, questo porterà a vivere insieme, al sesso e ai bambini, è diminuita, e ciò ha fatto sì che tali rapporti non siano più visti come superiori”.
“La gente continua a cercare rapporti di “fratellanza” stabile, intimità e cura, ma questa ricerca prende sempre più posto al di fuori della famiglia – continua Roseneil – […] questi hanno sperimentato che il matrimonio non è una garanzia per una vita affettiva e sessuale soddisfacente. Per evitare ulteriori delusioni, le amicizie diventano sempre più importanti per i bisogni emotivi, pratici e persino fisici (!!). I confini tra i rapporti familiari e quelli d’amicizia diventano sempre più labili. Amici che sempre di più vanno a vivere insieme; la casa condivisa – che da sempre è stata il privilegio di coppie e famiglie – istituzionalizza l’amicizia. Non è più una misura temporanea, ma una scelta volontaria e un impegno consapevole.”
Secondo l’analisi del prof. Roseneil quindi, sarebbe una cosa normale che due amici vadano a vivere insieme, provvedendo ai reciproci bisogni, di qualsiasi natura essi siano (!). E questo – a detta del professore – farebbe di loro una famiglia.
Sarebbe dunque questo il caso di Barbara Callewaert. “Ho vissuto per anni da sola con mia figlia. Facevo tutto da sola: cucinare, mangiare, lavare i piatti, stare male, mettere a dormire mia figlia… La solitudine sembrava essere il mio destino, ma io non lo volevo più. Non è che se non si dispone di un amante non c’è alternativa. Inoltre, volevo dare un “nido” a mia figlia. Non che questo sia impossibile per un genitore single, ma con una persona accanto è più facile. E più divertente”.
Era già amica da anni di Jeroen, un gay con una figlia adottiva, quando i due single sono giunti alla conclusione che non volevano vivere più da soli.
“È stato tutto organizzato. Abbiamo iniziato la ricerca di una casa in affitto, che entrambi amavano, aperto un conto bancario comune per la famiglia, e prima ancora di rendercene conto, le nostre figlie si lavavano i denti insieme.
“Entrambi abbiamo le nostre vite – sottolinea Barbara – e questo è più facile ora che siamo insieme. Se ricevo un messaggio di un amico che mi invita a prendere un drink, chiedo subito aiuto a Jeroen. In passato ho dovuto fare dieci telefonate per trovare un babysitter”.
Barbara sostiene che non potrà mai più vivere da sola. “Perché dovrei?- afferma – Questo è un miglioramento emotivo, finanziario e pratico benedetto”.
E quando qualche conoscente le ha fatto notare che quello che facevano era una cosa da “studenti” lei ha risposto offesa: “questo non è come fanno tutti gli studenti [...] trovo quello che facciamo molto maturo, noi almeno ascoltiamo i nostri bisogni e facciamo qualcosa di creativo”.
Già. L’importante è che lei e il suo amico gay ascoltino i loro bisogni, mica quelli dei bambini che vivono con loro.
Veramente “creativi”, non c’è che dire.
Ma la signora Barbara non si è mica fermata qui. Intervistata dal magazine Charlie, ha incitato a seguire il suo esempio, e dunque a “vivere insieme in modo creativo”, anziani, vedovi, membri di family-club, i bambini senza fratelli e sorelle, padri e madri divorziati.
Il finale dell’articolo raggiunge l’apoteosi dell’assurdità.
La giornalista belga l’aveva iniziato manifestando il desiderio di avere un bambino part-time. Una creatura che soddisfi il suo desiderio di maternità ma alla stesso tempo non le crei troppo disturbo.
Dopo la rassegna di tutti i casi raccontati, giunge quindi alla soluzione, al piano “geniale”: “faccio un bambino insieme ad una coppia di amici, o alcuni amici intimi. Andiamo ad abitare in una casa tutti insieme. Dichiariamo di prendere un impegno duraturo. Condividiamo la responsabilità finanziaria e i compiti della casa e del mangiare. Ognuno dorme abbastanza, c’è sempre qualcuno che vuole cucinare, e nessuno si arrabbia quando il bambino piange istericamente per più di tre ore. Risultato: più amore e coccole, e un tenore di vita più elevato per tutti i soggetti coinvolti”.
Certo. E che dire del tenore di vita del bambino malcapitato?
Ma il delirio non è finito qui.
“La famiglia si spaccherà, e si riunirà in nuove e strane costellazioni. Questo è quello che venne predetto dal pubblicista e futurologo americano Alvin Toffler nel 1970.” Infine l’auspicio finale: “possiamo finalmente usare la nostra creatività?”.
Si potrebbe pensare che siamo di fronte a casi-limite e che mai e poi mai arriveremo a situazioni come quelle raccontate nell’articolo.
Ma purtroppo la realtà che viviamo ci dice ben altro: in nome del principio “love-is-love”, tutto sta diventando normale: sposarsi con una persona dello stesso sesso, affittare un utero o comprare il seme per avere un figlio, sposarsi in tre, sposare il proprio cane, far scegliere ai propri figli a quale genere appartenere (vedi il caso della famiglia Jolie-Pitt).
Tutte cose che purtroppo non fanno parte della sceneggiatura di un film di fantascienza ma che avvengono nella quotidianità.
Tuttavia, al contrario di quanto sostengono la filosofa ed il sociologo nell’articolo del De Standaard, l’atteggiamento giusto di fronte a questa prospettiva non è la passività (nel senso di accettare tutto quello che avviene come cosa normale).
Per esempio dobbiamo opporci con tutte le nostre forze alla propaganda omosessualista e al matrimonio gay, che sono un step essenziale alla realizzazione di questo processo decostruttivo.
Se non vogliamo assistere alla totale distruzione della società, e quindi dell’umanità stessa, noi non solo possiamo, ma dobbiamo opporci alla valanga di relativismo che si sta abbattendo su tutti i principi più sacri che l’uomo ha sempre avuto: la vita dall’inizio alla fine, la famiglia naturale, l’innocenza dei bambini.
Laura Bencetti
http://www.notizieprovita.it/

domenica 31 maggio 2015

A Catania Kiko annuncia una grande Convocazione a Roma il 20 giugno a sostegno della famiglia!



Nel corso dell'incontro vocazionale di Catania, Kiko ha annunciato l'appuntamento di Roma


Oggi a Catania, nel corso dell’incontro con gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale, Kiko Arguello ha invitato all’appuntamento del prossimo 20 giugno per testimoniare la bellezza della famiglia, di fronte alle nuove ideologie che mirano a distruggere la famiglia naturale.
Il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ed il Cardinale Agostino Vallini, Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, hanno dato la propria benedizione all’iniziativa.

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Un manifesto per dire "no" alle unioni civili

Comitati Sì alla famiglia e Alleanza Cattolica schierati contro le proposte di legge che "preparano" il terreno alle adozioni e al matrimonio omosessuale



Un deciso no alle unioni civili proposte da Renzi. È quanto chiedono i Comitati Sì alla famiglia e Alleanza Cattolica in un manifesto che sarà lanciato nei prossimi giorni sul quotidiano Avvenire e poi su altre testate. "È falso – dichiara Massimo Introvigne, sociologo, presidente dei Comitati Sì alla famiglia e vice responsabile nazionale di Alleanza Cattolica – che le unioni civili costituiscano un’alternativa «moderata» al «matrimonio» omosessuale e alle adozioni."
Tesi sostenuta da molti, soprattutto dopo il referendum in Irlanda, che però cela un inganno. L’Irlanda – continua Introvigne – aveva introdotto le unioni civili nel 2010 e le adozioni nell’aprile 2015. Il referendum ha sancito il cambio di nome di qualcosa che era già identico al matrimonio. Una volta introdotte le unioni civili, la via verso il «matrimonio» è tracciata e ineluttabile".

“Rispettiamo – afferma il presidente dei Comitati Sì alla famiglia – le persone omosessuali in quanto persone. Riconosciamo i diritti e doveri che derivano da ogni convivenza. Sono già garantiti dalle leggi in vigore, che abbiamo proposto di riunire in un testo unico, senza usare l'espressione «unioni civili».
La Corte Europea di Strasburgo ha infatti stabilito che nessun Paese è obbligato a introdurre le unioni civili, ma se lo fa deve includere anche l’adozione. È per questo – conclude Introvigne – che chiediamo a tutti, a partire dalla classe politica: siete favorevoli al «matrimonio» e alle adozioni omosessuali? Sostenete la proposta di legge sulle unioni civili. Siete contrari al «matrimonio» e alle adozioni gay? Non ingannate voi stessi e gli altri, e schieratevi contro le unioni civili di Renzi”.
Zenit

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Se gli italiani dicono no ai matrimoni gay
di Luigi Santambrogio
L’Europa lo pretende ei l popolo italiano non vede l’ora. Dopo la vittoria dei si al referendum irlandese sulla legalizzazione dei matrimoni gay, pure in Italia le solite fanfare si sono levate a musicare il gaio gingle: ora tocca a noi. Tutte balle, messe i giro dal solito social club gay firiendly della sinistra neo gender e dei diritti extra e tran-sessuali. L’Europa potrebbe anche chiederlo (ci prova), ma il popolo, almeno quello, non pare proprio pronto a  issare l’arcobaleno sui municipi italiani. Lo rivela un sondaggio effettuato dalla Lorien Consulting, pubblicato daItalia Oggi e ripreso (unico giornale a farlo) dal settimanale Tempi. Che dice due cose per niente irlandesi: la maggioranza degli italiani è d’accordo a definire «matrimonio solo l’unione tra un uomo e una donna» e la stragrande maggioranza è contraria alla possibilità di adozione da parte delle coppie omosessuali.
Il sondaggio della Lorien è stato condotto qualche ora dopo dopo l’esito del voto irlandese, dunqueil no all’equiparazione è ancora più significativo perché esercitato controcorrente e a dispetto dell’onda di ritorno mediatica e politica. Le cifre: il 51 per cento giudica negativamente i matrimoni gay, mentre solo il 38 per cento li approva. Tra gli elettori che si auto-definiscono politicamente “moderati” (circa il 69 per cento dei cittadini) la quota dei favorevoli cresce fino al 43 per cento. I sondaggisti tengono a precisare che la stragrande maggioranza degli italiani (76 per cento) ritiene «che si possa definire matrimonio solo l'unione di uomo e donna e che la difesa di questo istituto non significhi essere contro i gay». I favorevoli al matrimonio gay sono invece solo il 40 per cento, percentuale comunque in notevole calo oltretutto (meno 10 per cento) rispetto a un analogo sondaggio effettuato nel marzo scorso. Si possono invece equiparare i diritti delle unioni civili a quelli del matrimonio (56 per cento sul totale degli italiani e 60 per cento per i soli moderati), pur mantenendo due istituti giuridici separati. Esclusa, invece, la possibilità di adozioni da parte delle coppie gay: solo il 24 per cento di favorevoli sul totale e il 18 per cento tra i cattolici praticanti.
Dunque, qualche osservazione conviene farla. Primo: non esiste, se non nella fantasia dei media edelle potenti associazioni gay e Lgbt, un’onda arcobaleno che sta spingendo anche la stragrande maggioranza dei cittadini a chiedere interventi legislativi che introducano i diritto alla parità delle unioni omosessuali al matrimonio tradizionale. Le cifre dicono che queste battaglie non hanno il reale sostegno nella società civile: appartengono a una minoranza chiassosa e a un pugno di sindaci di sinistra a caccia di consensi. Raschiare il barile Lgbt è l’ultima chance per una classe politica e amministrativa (De Magistris a Napoli, Pisapia a Milano e Marino a Roma, tanto per citarne qualcuno) che ha fallito sul piano della buona gestione e del governo delle città. Secondo: il fatto che la maggioranza del campione si sia detta favorevole al riconoscimento dei diritti delle unioni gay, evidentemente indica una cultura non omofoba e di tolleranza sessuale, e forse ignora che la parità è già ampiamente garantita (salvo qualche aggiustamento) dalle leggi già vigenti. Le presunte emergenze omofobiche, quindi, sono quanto di più falso e fantasmatico la sinistra abbia inventato: una messa in scena a soli scopi di bassa macelleria politica. Come la legge Scalfarotto, perseguita solo per estinguere i conti elettorali con le associazioni gay e Lgbt e abolire per legge la libertà di pensiero e di parola, soprattutto quelle dei cattolici. 
Terzo, il tema del riconoscimento dei matrimoni gay non è solo una problema di coppia, apre invece il grande baratro del riconoscimento politico, legislativo e civile dell’indifferenza sessuale. Di conseguenza, della produzione e della manipolazione seriale della vita, della tecno-rapina degli ovuli per la fecondazione, del diritto alla maternità e alla paternità anche in assenza di madri e padri, alla scelta del sesso secondo i desideri e i voleri mai definiti ma continuamente cangianti. Insomma, qui non c’è in ballo solo una distorta concezione della libertà e del diritto a farsi i matrimoni propri (pure un quotidiano come il Foglio pare intellettualmente divertito dall’idea di un referendum all’irlandese), ma di che razza di vita (e di morte) ci stiamo preparando. Eterofobia, unioni gay, fecondazione, mercato degli ovuli e dei gameti, cambio di sesso quando il desiderio urge e il pensiero gender stimola: il catalogo è questo. Per fortuna, pare, gli italiani pare non sono totalmente d’accordo. Qualcuno li prederà sul serio?