Chi non ama non appartiene a Colui che
diede il comandamento dell'amore.
Beato Oglerio, Discorso 5, 5
Oggi 4 novembre celebriamo la:
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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIOAnno B
Il nostro incontro con Dio è un dono di grazia, non una conquista, come fosse una scalata verso il cielo.Conoscere Dio è accorgerci che si fa presente nella nostra vita, agisce nella storia a nostro favore, opera ogni giorno per conservarci, nutrirci e farci crescere nel bene. L'amore nasce proprio da questa esperienza reale e la liturgia domenicale costantemente rinnova le sue meraviglie di salvezza operate per me, oggi. È questa la scuola dell'amore che fa di noi degli uomini compiuti e pienamente realizzati.
Di seguito i testi della Liturgia con qualche commento. Buona domenica!
Pb. Vito Valente (*)
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16 Mar 2012
di adempiere questo precetto,. ed ora che finalmente posso adempierlo, non dovrei farlo?» Allora egli cominciò a recitare lo Shemà: "Ascolta Israele, Hashem è il nostro Dio, Hashem è uno". (Shemà Yisrael, Hashem Elohenu ...
14 Mar 2011
Lo "Shemà" è la preghiera per eccellenza in Israele, quella che anche Gesù pronunciava ogni giorno, al mattino e alla sera. Dice così: Ascolta, Israele (Shemà Israel), il Signore è il nostro Dio (Adonai Elohenu), il Signore è ...
12 Apr 2011
“Shemà Israel, amerai il tuo Dio con tutto il tuo cuore”, sopra la croce sei con il cuore colpito e spezzato. Mosè colpì la roccia del cuore incredulo… e dubitò, i soldati non dubitano, colpiscono, feriscono, uccidono… e sgorgò ...
07 Giu 2012
Per capire la vocazione del giovane ricco occorre richiamare l'interpretazione ebraica dello Shemà Israel, preghiera che ogni israelita, Gesù compreso, recitava due volte al giorno. Ascolta Israele: Il Signore è il nostro Dio, ...
Gesù compie lo Shemà sulla Croce. Di seguito il ..... Dobbiamo ovviamente tenere presente che nell'antico Israele l'ordinamento legislativo, le regole morali, e la regolamentazione del culto si intrecciavano. Con l'avvento di ...
02 Feb 2012
Ma Dio le sorrise dicendo: «Non ti ho dato le ali perché tu le porti addosso ma perché le ali portino te». Così è anche per Israele, quando si lamenta della Torah e dei comandamenti, Dio risponde loro: «Non vi ho dato la ...
13 Giu 2012
Portando a compimento la Torah. Di seguito il Vangelo di oggi, 13 giugno, mercoledi della X settimana del T.O., con un commento e qualche testo di approfondimento. Compiere il bene significa pure compiere ciò che rende ...
http://kairosterzomillennio.blogspot.com/
16 Ott 2012
Frèdèric Manns - Gesù Figlio di Davide 1. Proprio oggi, 16 ottobre (v. post precedente), mi sembra il giorno ideale per proporre la lettura di questo libro di Frèdèric Manns (Windhorst, 1942) ofm. Padre Manns è direttore ...
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Promuovere la pace
Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Nn. 78)
La pace non è semplicemente assenza di guerra, né si riduce solamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze contrastanti e neppure nasce da un dominio dispotico, ma si definisce giustamente e propriamente «opera della giustizia» (Is 32, 17). Essa è frutto dell'ordine impresso nella società umana dal suo fondatore. E' un bene che deve essere attuato dagli uomini che anelano ad una giustizia sempre più perfetta. Il bene comune del genere umano è regolato nella sua sostanza dalla legge eterna, ma, con il passare del tempo, è soggetto, per quanto riguarda le sue esigenze concrete, a continui cambiamenti. Perciò la pace non è mai acquisita una volta per tutte, ma la si deve costruire continuamente. E siccome per di più la volontà umana è labile e, oltre tutto, ferita dal peccato, l'acquisto della pace richiede il costante dominio delle passioni di ciascuno e la vigilanza della legittima autorità. Tuttavia questo non basta ancora. Una pace così configurata non si può ottenere su questa terra se non viene assicurato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi in tutta libertà e fiducia le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. Per costruire la pace, poi sono assolutamente necessarie la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli, l'impegno di ritener sacra la loro dignità e, infine, la pratica continua della fratellanza. Così la pace sarà frutto anche dell'amore, che va al di là quanto la giustizia da sola può dare. La pace terrena, poi, che nasce dall'amore del prossimo, è immagine ed effetto della pace di Cristo che promana da Dio Padre. Infatti lo stesso Figlio di Dio, fatto uomo, principe della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio e, ristabilendo l'unità di tutti in un solo popolo e in un solo corpo, ha distrutto nella sua carne l'odio (cfr. Ef 2, 16; Col 1, 20. 22). Nella gloria della sua risurrezione ha diffuso nei cuori degli uomini lo Spirito di amore. Perciò tutti i cristiani sono fortemente chiamati a «vivere secondo la verità nella carità» (Ef 4, 15) e a unirsi con gli uomini veramente amanti della pace per implorarla e tradurla in atto. Mossi dal medesimo Spirito, non possiamo non lodare coloro che, rinunziando ad atti di violenza nel rivendicare i loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono del resto alla portata anche dei più deboli, purché questo si possa fare senza ledere i diritti e i doveri degli altri o della comunità. |
MESSALE
Antifona d'Ingresso Sal 37,22-23
Non abbandonarmi, Signore mio Dio, da me non star lontano; vieni presto in mio aiuto, Signore, mia salvezza. Colletta Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa' che camminiamo senza ostacoli verso i beni da te promessi. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio ...
Oppure:
O Dio, tu sei l'unico Signore e non c'è altro Dio all'infuori di te; donaci la grazia dell'ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote. Egli è Dio, e vive e regna con te ... LITURGIA DELLA PAROLA Prima Lettura Dt 6, 2-6Ascolta, Israele: ama il Signore tuo Dio con tutto il cuore. Dal libro del DeuteronomioMosè parlò al popolo dicendo: «Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così si prolunghino i tuoi giorni. Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto. Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore». Salmo Responsoriale Dal Salmo 17 Ti amo, Signore, mia forza.Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore. Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo. Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici. Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza. Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato. Seconda Lettura Eb 7, 23-28Egli, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Dalla lettera agli EbreiFratelli, [nella prima alleanza] in gran numero sono diventati sacerdoti, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore. Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso. La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre. Canto al Vangelo Gv 14,23 Alleluia, alleluia.Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui. Alleluia. Dal vangelo secondo MarcoIn quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". Il secondo è questo: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Non c'è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo. Parola del Signore.
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COMMENTI
1. Congregazione per il Clero
«Non sei lontano dal regno di Dio».
Lo scriba del Vangelo, accettando il giudizio di Cristo, e aprendosi così una strada nella selva intricata delle centinaia di leggi che costituivano il codice morale del popolo ebraico, ha intuito la giusta direzione verso cui la moralità dell’uomo deve dirigersi, per trovare la propria verità e il proprio compimento. «Non sei lontano...». Era, infatti, vicinissimo, bastava tendesse la mano e Lo avrebbe toccato; toccando Cristo avrebbe toccato il Regno; toccando Cristo avrebbe toccato il vertice della moralità, perché Lo avrebbe riconosciuto come il solo punto della storia nel quale amore a Dio e amore all’uomo si congiungono, inseparabilmente, senza dualismi né contrapposizioni.
La risposta del Signore Gesù non è un semplice rimandare all’antica legge, ma la proposta di un rapporto con la singolarità della sua persona; il comandamento principale non è una norma, ma l’amore ineludibile a Lui, alla sua concreta persona.
Ma allora il primo di tutti comandamenti, quello in cui si evidenzia in modo supremo la novità della moralità cristiana, trova la sua traduzione più bella, più intensamente umana e appassionata, nell’interrogativo che Cristo ha posto a Pietro nell’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni: «mi ami tu?». “Mi ami tu, anche se so che mi hai tradito, che sei pieno di limiti, e che certamente cadrai ancora?”. «Sì Signore, tu lo sai che (nonostante tutto) io ti amo».
E’ un attaccamento, uno slancio morale che supera ogni possibile tradimento, e che non è, dunque, radicato in una qualche capacità personale di adeguazione ad una legge, ma unicamente sul riconoscimento di una persona, il cui amore, sempre più grande, ci precede. «In questo - infatti - consiste l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ci ha amati per primo e ha dato il suo Figlio per noi”.
Amare è riconoscere di essere stati preceduti dall’amore; amare è riconoscere di essere appartenenti all’iniziativa di un imprevedibile Avvenimento di grazia, che sorprendentemente è entrato nel mondo, nella nostra storia, e che entra ad ogni istante nella nostra quotidianità.
Qualunque cosa l’uomo inizi, un gesto, un rapporto, subito si accorge che è come inquinato dal suo limite, ma Lui, Cristo, entra, ed è presente e perdona, colma il divario tra il desiderio grande e la piccola reale meschinità, perché la domanda di Cristo e la risposta di Pietro sono possibili solo nel perdono. «Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito, donandoci una medicina più grande delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa”. Sono le parole che ascolteremo nel Prefazio.
La nostra coscienza morale deve essere, allora, il santuario dove questo avvenimento di amore, che ha il volto di un perdono, celebra, dentro la nostra vita, la sua liturgia quotidiana; dove l’offerta di Cristo, fatta una volta per tutte mediante il suo «sacerdozio che non tramonta», - proprio perché è perdono, perdono che abbraccia tutti, si rende compagnia incessante ed invincibile; rende cioè la Chiesa, quel luogo umano e divino, dove si prolunga nella storia tale misericordia.
Solo la compagnia cristiana è il luogo dell’altrimenti impossibile amore. «Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi», come Io amo te. «Mi ami - allora - tu?», «Sì Signore, tu sai che io ti amo». «Non sei lontano dal regno di Dio», anzi, ci sei dentro, lo tocchi ogni giorno, se vivi la Chiesa come luogo di questo amore, che è perdono.
Maria Santissima, Regina di Misericordia, ci guidi ed illumini, ci sostenga nell’esperienza di questo ineffabile, eppur toccabile, amore.
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2. Raniero Cantalamessa
Un giorno si accostò a Gesù uno degli scribi, chiedendogli quale fosse il primo comandamento della legge e Gesù rispose citando le parole della Legge: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze”.che abbiamo sentito e facendo di esse il “primo dei comandamenti”. Però Gesù aggiunse subito che c’è un secondo comandamento simile a questo ed è: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Per capire il senso della domanda dello scriba e della risposta di Gesù, bisogna tener conto di una cosa. Nel giudaismo del tempo di Gesù c’erano due tendenze opposte. Da una parte c’era la tendenza a moltiplicare senza fine i comandamenti e i precetti della Legge, prevedendo norme e obblighi per ogni minimo dettaglio della vita. Dall’altra si avvertiva il bisogno opposto di scoprire, al di sotto di questa congerie asfissiante di norme, le cose che veramente contano per Dio, l’anima di tutti i comandamenti. La domanda dello scriba e la risposta di Gesù si inseriscono in questa linea di ricerca dell’essenziale della legge, per non disperdersi in mille altri precetti secondari. Ed è proprio questa lezione di metodo che dovremmo anzitutto imparare dal Vangelo odierno. Ci sono cose nella vita che sono importanti, ma non urgenti (nel senso che se non le fai, apparentemente non succede nulla); viceversa, ci sono cose che sono urgenti ma non importanti. Il nostro rischio è di sacrificare sistematicamente le cose importanti per correre dietro a quelle urgenti, spesso del tutto secondarie. Come premunirci contro questo pericolo? Una storia ci aiuta a capirlo. Un giorno, un vecchio professore fu chiamato come esperto per parlare sulla pianificazione più efficace del proprio tempo ai quadri superiori di alcune grosse compagnie nordamericane. Decise allora di tentare un esperimento. In piedi, davanti al gruppo pronto a prendere appunti, tirò fuori da sotto il tavolo un grosso vaso di vetro vuoto. Insieme prese anche una dozzina di pietre grosse quanto palle da tennis che depose delicatamente una ad una nel vaso fino a riempirlo. Quando non si poteva aggiungere più altri sassi, chiese agli allievi: “Vi sembra che il vaso sia pieno?” e tutti risposero “Si!”. Attese qualche istante e aggiunse: “Siete sicuri?” Si chinò di nuovo e tirò fuori da sotto il tavolo una scatola piena di breccia che versò accuratamente sopra le grosse pietre, muovendo leggermente il vaso perché la breccia potesse infiltrarsi tra le pietre grosse fino al fondo. “È pieno questa volta il vaso?”, chiese. Divenuti più prudenti, gli allievi cominciarono a capire e risposero: “Forse non ancora”. “Bene!”, rispose il vecchio professore. Si chinò di nuovo e tirò fuori questa volta un sacchetto di sabbia che con precauzione versò nel vaso. La sabbia riempì tutti gli spazi tra i sassi e la breccia. Quindi chiese di nuovo: “È pieno ora il vaso?”. E tutti senza esitare risposero: “No!”. Infatti rispose il vecchio e, come si aspettavano, prese la caraffa che era sul tavolo e ne versò l’acqua nel vaso fino all’orlo. A questo punto egli alza gli occhi verso l’uditorio e domanda: “Quale grande verità ci mostra questo esperimento?”. Il più audace, pensando al tema del corso (la pianificazione del tempo), rispose: “Questo dimostra che anche quando la nostra agenda è completamente piena, con un po’ di buona volontà, si può sempre aggiungervi qualche impegno in più, qualche altra cosa da fare”. “No, rispose il professore; non è questo. Quello che l’esperimento dimostra è un’altra cosa: se non si mettono per primo le grosse pietre nel vaso, non si riuscirà mai a farvele entrare in seguito. Un attimo di silenzio e tutti presero coscienza dell’evidenza dell’affermazione. Quindi proseguì: “Quali sono le grosse pietre, le priorità, nella vostra vita? La salute? La famiglia? Gli amici? Difendere una causa? Realizzare qualcosa che vi sta a cuore? La cosa importante è mettere queste grosse pietre per prime nella vostra agenda. Se si da la priorità a mille altre piccole cose (la breccia, la sabbia), si riempirà la vita di sciocchezze e non si troverà mai il tempo per dedicarsi alle cose veramente importanti. Dunque non dimenticate di porvi spesso la domanda: “Quali sono le grosse pietre nella mia vita?” e di metterle al primo posto nella vostra agenda”. Poi con un gesto amichevole il vecchio professore salutò l’uditorio e abbandonò la sala. Alle “grosse pietre” menzionate dal professore –la salute, la famiglia, gli amici…- bisogna aggiungerne due altre, che sono le più grosse di tutte: i due più grandi comandamenti: amare Dio e amare il prossimo. Veramente, amare Dio, più che un comandamento, è un privilegio, una concessione. Se un giorno lo scoprissimo, non cesseremmo di ringraziare Dio per il fatto che ci comanda di amarlo e non vorremmo far altro che coltivare questo amore.
3. Enzo Bianchi
Uno scriba che ha appena ascoltato la discussione di Gesù con i sadducei a proposito della resurrezione dei morti (cf. Mc 12,18-27) e ha apprezzato la sua sapienza, si avvicina a lui per chiedergli:“Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Domanda che nasce da un’esigenza assai diffusa nell’ambiente religioso del tempo di Gesù: operare una sintesi dei precetti di Dio presenti nella Scrittura, così da giungere all’essenziale, a ciò che costituisce l’intenzione profonda del “cuore” di Dio, della sua offerta di vita e di senso agli uomini.
Gesù risponde rinviando lo scriba a una parola contenuta nella Torah: “Il primo comandamento è: “Ascolta, Israele! Il Signore Dio nostro è l’unico Signore;amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Dt 6,4-5)”. Egli sta citando la professione di fede ripetuta tre volte al giorno dal credente ebreo, quella che prende il nome dalle parole con cui si apre: “Shemà Israel”, “Ascolta, Israele!”. Questa preghiera rivela che l’ascolto ha un primato assoluto, è la modalità di relazione decisiva dell’uomo nei confronti di Dio: l’ascolto obbediente è il fondamento dell’amore. Anzi, le parole del Deuteronomio riprese da Gesù sembrano addirittura tracciare un movimento che dall’ascolto (“Ascolta, Israele”) conduce alla fede (“Il Signore è il nostro Dio”), dalla fede alla conoscenza (“Il Signore è uno”) e dalla conoscenza all’amore (“Amerai il Signore”)…
Noi ascoltiamo Dio per assumere il suo pensiero, per rispondere all’amore con cui egli ci ha amati per primo (cf. 1Gv 4,19); radicati in questo amore, siamo resi capaci di amare i fratelli del suo stesso amore. Ecco perché Gesù aggiunge immediatamente: “Il secondo comandamento è questo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18)”, poi conclude: “Non c’è altro comandamento più importante di questi”. Con l’accostamento di questi due versetti biblici Gesù compie una grande innovazione: egli ci insegna che il comandamento dell’amore di Dio fa tutt’uno con quello dell’amore del prossimo (cf. Lc 10,27). In altre parole, una comprensione riassuntiva della Scrittura porta Gesù – il cui parere è condiviso dal suo interlocutore – ad affermare che l’uomo compiuto, l’uomo “non lontano dal regno di Dio” è colui che, amando Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze sa amare il prossimo come se stesso. In quest’ottica Paolo scriverà: “Tutta la Legge trova la sua pienezza in un solo comandamento: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5,14; cf. anche Rm 13,8-10).
Nel quarto vangelo, quando Gesù dà l’ultimo e definitivo comandamento, che per questo si chiama “il comandamento nuovo”, compie un ulteriore passo avanti: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34; 15,12), ossia senza misura, “fino alla fine” (Gv 13,1). In questa ardita sintesi, Gesù non ha neppure esplicitato la richiesta di amare Dio, perché sapeva bene che quando gli uomini si amano in verità, quando si amano come lui li ha amati, nel fare questo vivono già l’amore di Dio. Ecco perché l’apostolo Giovanni, che nel prologo del vangelo ha scritto: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito ce lo ha raccontato” (Gv 1,18), è lo stesso che nella sua Prima lettera afferma: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma se ci amiamo gli uni gli altri Dio dimora in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (1Gv 4,12). Amando gli altri noi amiamo anche Dio e ne abbiamo una conoscenza autentica, mentre chi dice di credere in Dio senza amare i fratelli è un illuso e un bugiardo (cf. 1Gv 4,20-21)!
Gesù ha vissuto la sua intera esistenza come capolavoro d’amore e in questo ha compiuto pienamente la volontà di Dio, è stato “l’uomo secondo il cuore di Dio”. Così facendo egli ha tracciato una via ben precisa per chi vuole seguirlo, semplificando all’estremo (cosa diversa dal renderlo più facile…) il cammino per andare a Dio: il comandamento che deve orientare la vita del cristiano è quello dell’amore per tutti gli uomini, fino ai nemici (cf. Mt 5,44). Sì, l’amore concreto e quotidiano per i fratelli è il segno da cui si riconoscono i discepoli di Gesù Cristo, i cristiani, come ha indicato una volta per tutte Gesù stesso: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).
4. Luciano Manicardi
L’ascolto come fondamento dell’amore; il rapporto intrinseco tra obbedienza e amore; il legame tra amore per Dio e amore per il prossimo: questi alcuni dei temi che emergono dai testi di Deuteronomio e del vangelo.
La domanda posta a Gesù circa il primo dei comandamenti implica l’idea che all’interno dei molti comandi veterotestamentari vi sia una gerarchia, un ordine, un comando principale obbedendo al quale si obbedisce a tutta la volontà di Dio. C’è un’unità nella volontà di Dio, e dunque il rapporto con Dio è qualcosa di semplice. Gesù sintetizza la volontà di Dio nei comandi di amare Dio e il prossimo. E la sintetizza non solo riprendendo i due comandi di Dt 6,5 e Lv 19,18, ma vivendo tale amore e fornendone l’esegesi normante con la sua vita e la sua morte. Dirà Gesù nel quarto vangelo. “Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri” (Gv 13,34).
L’ascolto è già movimento di amore in quanto ascoltando mi apro all’altro e ospito in me la sua presenza. L’ascolto fonda un legame, una relazione in cui io esco dal mio isolamento e vivo in relazione a un altro. Anzi, le parole dello Shemà Israel (Dt 6,4-5) riprese da Gesù (Mc 12,29-30) disegnano un movimento – sempre da rinnovarsi – che dall’ascolto ( “Ascolta, Israele”) conduce alla conoscenza (“Il Signore è uno”) e dalla conoscenza all’amore (“Amerai il Signore”). È un esodo, un movimento di liberazione che proprio per questo scaturisce da Dio e dalla sua parola, dal suo comando.
In Dt 6,2 l’amore per il Signore è unito al timore (“Temi il Signore”), nozione questa che non è decaduta con la nuova alleanza ma che è essenziale per un equilibrio dell’amore: amare Dio senza temerlo rischia di essere un amare Dio come proiezione dei propri desideri, così come temere Dio senza amarlo è allontanarsi dal volto di Dio rivelato dalle Scritture e da Gesù Cristo. Il timore di Dio è rispetto dell’alterità di Dio, senso della distanza che intercorre tra uomo e Dio e che rappresenta lo spazio della relazione e della comunione possibile tra creatura e Creatore.
Che l’amore sia comandato non stupisce se si pensa che per la Scrittura Colui che comanda l’amore è anche Colui in cui risiede la fonte dell’etica e della salvezza. Per l’uomo biblico, il comandamento di Dio non è mai inteso in senso legalistico, ma nello spazio del dono e dell’amore. Come l’amato gioisce nel fare la volontà dell’amante, così il figlio d’Israele trova la sua gioia nel compiere la volontà di Dio, nel mettere in pratica la sua volontà. “Ricompensa per un comandamento è un altro comandamento” recita un detto rabbinico.
Inoltre, il testo evangelico, presentando il comando (v. 28) di amare, lo formula come una promessa: “Tu amerai”. L’obbedienza al comando diviene ciò che plasma il cuore dell’uomo rendendolo più simile al cuore di Dio. Somiglianza che risiede nell’amare. Tu amerai: ovvero, tutto ciò che fai fallo per amore, agisci per amore, persegui l’amore. Tu amerai: ovvero, il tuo vero “tu” è il “tu” che ama. Tu amerai: ovvero, non scoraggiarti, perché l’amore che ora non vedi in te, il Signore potrà donartelo come grazia nel momento che tu non sai.
Amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze e amare il prossimo come se stessi significa che il luogo dell’amore è la corporeità (come lo è anche il corpo famigliare e sociale: cf. Dt 6,7-9). L’ascolto della parola del Signore tende a inscrivere nel corpo, cioè nell’uomo intero e in tutte le sue relazioni, la parola divina. L’esegesi piena della Scrittura che chiede di amare Dio e il prossimo è una persona infiammata dall’amore di Dio e che brucia di amore per Dio e per i fratelli.
L’ascolto, e dunque l’obbedienza alla parola di Dio, pone l’uomo nella situazione di relazione e di libertà che è essenziale per amare. Infatti, “il verbo shamà non ha solo il senso di udire, ma anche di credere e di ricevere” (Bahya Ibn Paquda). E credere è sempre credere all’amore (cf. 1Gv 4,16), accogliere l’amore, fare affidamento sull’amore di Dio che ci rende capaci di amare.
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Commenti
della tradizione patristica
S. Agostino
Ricordiamo insieme, o fratelli quali sono questi due
precetti. Essi infatti debbono essere ben presenti in
voi: non dovete richiamarli alla mente solo quando
ve li ricordiamo; anzi, mai debbono cancellarsi dai
vostri cuori. Sempre, in ogni istante, dovete ricordarvi che si deve amare Dio e il prossimo: Dio con
tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente,
e il prossimo come noi stessi. Questo è ciò che dovete pensare sempre, meditare sempre, ricordare
sempre, praticare sempre, compiere sempre alla perfezione. L'amore di Dio è il primo che viene comandato, l'amore del prossimo è il primo che si deve
praticare. Enunciando i due precetti dell'amore, il
Signore non ti raccomanda prima l'amore del prossimo e poi l'amore di Dio, ma mette prima Dio e
poi il prossimo. Ma siccome Dio ancora non lo vedi, meriterai di vederlo amando il prossimo. Amando il prossimo rendi puro il tuo occhio per poter
vedere Dio come chiaramente dice Giovanni: Se
non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio
che non vedi? (1 Gv 4, 20). Ti viene detto: ama Dio.
Se tu mi dici: mostrami colui che devo amare, ti risponderò con Giovanni: Nessuno ha mai veduto Dio
(Gv 1, 18). Con ciò non devi assolutamente considerarti escluso dalla visione di Dio, perché l'evangelista afferma Dio è carità, e chi rimane nella carità rimane in Dio (1 Gv 4, 16). Ama dunque il prossimo,
e mira dentro di te la fonte da cui scaturisce l'amore
del prossimo: ci vedrai, in quanto ti è possibile,
Dio. Comincia dunque con l'amare il prossimo.
Spezza il tuo pane con chi ha fame, porta in casa tua
chi è senza tetto; se vedi un ignudo, vestilo, non disprezzare chi è della tua carne. Facendo così, che cosa
succederà? Allora sì che quale aurora eromperà la
tua luce (Is 58, 7-8). La tua luce è il tuo Dio. Egli è
per te luce mattutina, perché viene a te dopo la notte di questo mondo. Egli non sorge né tramonta, risplende sempre. Sarà luce mattutina per te che ritorni, lui che per te era tramontato quando t'eri
perduto.
(Dai Trattati su Giovanni 17, 8)
* * *
Nessuno può amare il Padre se non ama il Figlio e
chi ama il Figlio, ama anche i figli di Dio. Quali figli di Dio? Le membra del Figlio di Dio. E amando,
anch'egli diventa un membro e per mezzo dell'amore viene ad appartenere all'unità del Corpo di Cristo; e sarà un solo Cristo, il quale ama se stesso. Poiché le membra si amano a vicenda, conseguentemente il corpo ama se stesso. Se un membro soffre,
tutte quante le membra soffrono insieme. E se un membro è in onore, tutte le altre membra godono con lui (1
Cor 12, 26-27). E che cosa aggiunge? Voi siete il corpo di Cristo e sue membra. Giovanni, parlando poco
prima dell'amore fraterno diceva: Chi non ama il
fratello che vede, come potrà amare Dio che non vede?
(1 Gv 4, 20). Se pertanto ami il fratello, forse che
nello stesso tempo non ami anche Cristo? È mai
possibile il contrario, dal momento che tu ami le
membra di Cristo? Se ami le membra di Cristo ami
Cristo; e quando ami Cristo, ami il Figlio di Dio;
ami perciò anche il Padre. L'amore non può dunque
essere diviso. Scegli pure ciò che vuoi amare: il resto
seguirà da sé. Potresti dire: io amo soltanto Dio, Dio
Padre. Tu menti: se ami non puoi amare un solo es-
sere; se ami il Padre, ami anche il Figlio. Sì, tu dici,
amo il Padre ed Figlio, e basta: amo Dio Padre e
Dio Figlio, Gesù Cristo, Signore nostro, che ascese
al cielo e siede alla destra del Padre, Verbo per mezzo del quale tutto fu fatto, Verbo fatto carne, che abitò tra noi: soltanto questi io amo. Tu menti; se
ami il capo, ami anche le membra; se poi non ami le
membra, non ami neppure il capo. Non senti spavento alla voce del capo che parla anche per le membra? Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (At 9, 4).
Quella voce ha definito suo persecutore il persecutore delle sue membra; ha invece chiamato suo amico
l'amico delle sue membra. Voi già sapete quali sono
sue membra, o fratelli; sono la Chiesa stessa di Dio.
... Egli ama il suo corpo. Se tu ti sei separato dal suo
corpo, il capo no. Esso dall'alto ti grida: tu mi onori
a vuoto e senza motivo. Sarebbe come se uno ti volesse baciare il capo ma pestarti i piedi; potrebbe avvenire che ti schiacci i piedi con scarpe chiodate,
mentre vuole abbracciarti e baciarti; tu gli grideresti, nel bel mezzo delle sue espressioni di onore:
Che fai? Non vedi che mi schiacci? Non gli diresti:
mi schiacci il mio capo; realmente egli dava onore al
tuo capo; ma questo protesterebbe, più perché le altre membra vengono calpestate che non per sé, che
è anzi fatto oggetto di onore. Non sarebbe il capo
per primo a dire: non voglio questo tuo onore, cerca piuttosto di non calpestarmi? Provati, tu, di dirgli, se puoi: Perché ti ho calpestato? E rivolgendoti
alla testa, di': lo volli baciarti, volli stringerti. Ma
non vedi, o stolto, che, in forza di una struttura unitaria, ciò che tu vuoi abbracciare si identifica con
ciò che calpesti? Mi onori in alto, mi calpesti in basso. Sente più dolore ciò che calpesti che non gioisce
quel che tu onori.
(Dal Trattato sulla lettera di Giovanni 10, 3. 8)
* * *
S. Basilio di Cesarea
Il Signore stesso dunque ha posto un ordine nei
suoi comandamenti, definendo come primo e massimo il comandamento dell'amore verso Dio, come
secondo nell'ordine - e simile al primo, o piuttosto
completante il primo e da esso dipendente - il comandamento relativo all'amore per il prossimo.
... Avendo noi dunque ricevuto il comando di amare Dio, subito, dal primo momento in cui Dio ci ha
formati, possediamo insita in noi la potenza di amare: non vi è dimostrazione esteriore di questo, ma
ciascuno può impararlo da sé e in sé. Di ciò che è
buono, infatti, noi siamo naturalmente bramosi,
anche se a uno sembra particolarmente buono questo e a un altro quest'altro. E la propensione per
tutto quello che ci è familiare e affine, l'abbiamo
senza che nessuno ce la insegni e spontaneamente
dimostriamo ogni benevolenza ai benefattori.
Ora, che cosa c'è di più mirabile della bellezza divina? Quale pensiero più grato di quello della magnificenza di Dio?
Fra coloro che noi per natura maggiormente amiamo, c'è il benefattore. E questo affetto non è proprio soltanto degli uomini: è anzi comune pressoché
a tutti gli esseri viventi questa propensione per chi
ha dato qualcosa di buono. È detto: Il bue ha conosciuto il suo padrone e l'asino la greppia del suo signore
(Is 1 , 3 ); ma non avvenga che si dica di noi ciò che
segue: Ma Israele non ha conosciuto me, e il mio popolo non mi ha compreso.
... Se dunque abbiamo affetto e attrattiva naturali
per chi ci fa del bene e ci sottoponiamo a ogni fatica
per ricompensare dei benefici ricevuti, che cosa si
può dire di proporzionato ai doni di Dio? Di essi,
tale è la moltitudine da non poter essere contati; e
tale e tanto grande è la loro magnificenza che uno
solo basterebbe a farci debitori di un'immensa grati-
tudine per colui che ce li ha donati. Ma non è possibile neppure a chi lo voglia trascurare quella grazia
... per cui Dio fece l'uomo a immagine di Dio e a
sua similitudine, e lo fece degno della conoscenza di
lui, e lo fornì di ragione a preferenza di tutti viventi
e gli concesse di deliziarsi fra le inesprimibili bellezze del paradiso, e lo pose a capo di tutto ciò che è
sulla terra. E poi, quando egli raggirato dal serpente, cadde nel peccato e per il peccato nella morte e
in ciò che attiene alla morte, non lo abbandonò.
Anzi, dapprima gli diede la legge per aiutarlo, pose
accanto a lui angeli per custodirlo e averne cura,
mandò profeti ad accusare la sua malizia e ad insegnargli la virtù, spezzò con le minacce l'attrazione al
male, e risvegliò con le promesse il desiderio del bene, e più volte, con diversi esempi, in anticipo manifestò, per ammonirci, ciò a cui porta il male e ciò
a cui conduce il bene. E non si distolse da coloro
che, con tutto ciò, permanevano nella ribellione.
Non siamo stati abbandonati dalla bontà del Signore, né egli ha interrotto il suo amore per noi, che
pure abbiamo oltraggiato il benefattore con l'insensibilità per gli onori che ci tributava. Ma anzi egli ci
ha richiamato dalla morte e di nuovo ci è stata data
la vita dallo stesso Signore nostro Gesù Cristo. E in
ciò, il modo stesso del beneficio è più che mai mirabile. Poiché egli, pur essendo in forma di Dio, non
stimò rapina l'essere uguale a Dio, ma svuotò sé stesso
prendendo forma di servo (Fil 2, 6). Ed egli ha preso
le nostre infermità e ha portato i nostri mali e per
noi è stato ferito affinché dalla sua piaga noi fossimo sanati. E ci ha riscattati dalla maledizione, divenendo egli stesso maledizione, ed ha sopportato la
morte più ignominiosa per ricondurre noi alla vita
gloriosa.
E non gli è bastato di richiamare soltanto alla vita
coloro che erano morti, ma li ha anche gratificati
della dignità divina e ha preparato eterni luoghi di
riposo che per la grande letizia che vi si gode superano qualsiasi umano pensiero. Che dunque daremo al Signore in cambio di tutto ciò che ha retribuito a noi? Egli è tuttavia così buono che non richiede una ricompensa ma si accontenta di essere amato per ciò che ha dato.
Quando vado col pensiero a tutto ciò, per dire proprio quello che sento, mi prende quasi tremore e
terribile stupore per la paura che, a motivo del divagare della mia mente o per il mio occuparmi di cose
vane, io non decada dall'amore di Dio e divenga di
obbrobrio al Cristo.
Colui, infatti, che ora cerca di sedurci ... mediante
gli adescamenti mondani, si studia con tutte le sue
arti di immettere in noi l'oblio del benefattore.
(Dalle Regole ampie, Domande 1-2)
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