
«Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà»: è il tema del convegno svoltosi dal 4 al 6 febbraio alla Pontificia università Gregoriana. Dopo il saluto iniziale del rettore, il gesuita François-Xavier Dumortier, la presentazione del convegno da parte di monsignor Tony Anatrella, psicoanalista e specialista di psicologia sociale, docente al Collège des Bernardins di Parigi, e la conferenza di apertura del cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, ha concluso i lavori il cardinale segretario di Stato. Di seguito riportiamo la parte finale del suo intervento — pubblicato integralmentre sul sito www.osservatoreromano.va — aperto da una riflessione sull’identità sacerdotale e sulla natura vocazionale del celibato.
(Pietro Parolin) Mi preme mettere in evidenza la “speciale convenienza” che la Chiesa riconosce tra celibato e sacerdozio. In questo senso, allora, il celibato è in primo luogo un’occasione di sequela discepolare e di speciale configurazione a Cristo. Come gli apostoli, chiamati da Gesù «perché stessero con lui» (Marco 3, 14), il sacerdote vive la realtà del celibato come uno spazio di ascolto e di relazione privilegiata con il Signore; nel silenzio e nell’intimità, il discepolo vede crescere l’amore per il maestro e unisce la propria vita alla sua, trasformandola in vista delle esigenze della missione che il maestro stesso affida. Il sacerdote celibe è tale per essere sacramentalmente configurato a Cristo, pastore e servo, sacerdote, capo e sposo della Chiesa.
Così diviene più agevole comprendere come il celibato sia conveniente al sacerdote nella missione che gli è affidata, come ho ricordato sopra. Nel celibato il sacerdote è libero per amare tutti in Cristo, senza legarsi specialmente a nessuno. È una libertà per amare che si concretizza non solo nei sentimenti, ma soprattutto nelle azioni, che nasce nel cuore e rifluisce nella vita di ogni giorno. Lungi dall’intendere l’assenza di un rapporto unico, o privilegiato, come quello matrimoniale, ad esempio, come indice di relazioni “leggere”, mai approfondite, il celibato costituisce per il sacerdote l’opportunità di farsi carico, in profondità e verità di volta in volta delle persone e delle situazioni che incontra in ragione del suo ministero.
In una affettività ben curata, tale amore è anche libero, nel senso che non diviene desiderio di possesso o attaccamento eccessivo; proprio perché ama in Cristo il sacerdote, fedele alla propria missione, opera come uno strumento nelle mani di Dio, per unire a lui e alla sua Chiesa le persone. È bello vedere persone e comunità affezionate al loro pastore, ma grazie a lui innamorate soprattutto di Cristo e pronte a continuare a seguire solo Cristo.
Un sacerdote che ama nella libertà non teme quindi i trasferimenti e i nuovi incarichi, pur nella umana e comprensibile fatica del distacco da alcune persone concrete. Anche nel cambiamento di luogo e situazioni, egli si percepirà come discepolo incamminato dietro al maestro, in una via che è unitaria e per sempre, e in questo non percepirà interruzioni o fratture; il suo sarà un ininterrotto cammino discepolare, del quale ogni cambiamento rappresenta una tappa, e nell’unità di esso trova la sua ragionevolezza.
Infine, mi piace pensare al celibato sacerdotale come una libertà per servire. Come Gesù ha invitato i discepoli a non confidare nei beni e negli strumenti umani (cfr. Mt 10, 9-10) in vista della loro missione, così il celibato ripresenta questo “viaggiare leggeri” per arrivare a tutti, portando solo l’amore di Dio. Configurato a Cristo pastore, il sacerdote sarà sempre in cammino per servire il popolo.
Il celibato è una vocazione che nella Chiesa latina è considerata specialmente conveniente per coloro che sono chiamati al ministero sacerdotale. Essa è l’occasione per il sacerdote di vivere un’affettività ricca, per il suo cammino personale e per l’esercizio della sua missione; non è assenza di relazioni profonde, ma spazio per esse. È un “cammino di libertà”, che il discepolo sacerdote compie insieme a Cristo, dalla sua grazia sostenuto e animato, in favore della Chiesa e del mondo. La spiritualità celibataria del presbitero è una proposta “in positivo”, costruttiva, che mira a far sì che il popolo di Dio abbia sempre pastori radicalmente liberi dal rischio della corruzione e dell’imborghesimento.
Al tempo stesso riconoscere l’altezza che questa proposta comporta non la rende esclusiva. La Chiesa cattolica, infatti, non ha mai imposto alle Chiese orientali la scelta celibataria. D’altra parte ha anche permesso eccezioni nel corso della storia, come nel caso di pastori luterani, calvinisti o anglicani sposati che, accolti nella Chiesa cattolica, hanno ottenuto una dispensa per ricevere il sacramento dell’ordine. Ciò avvenne già durante il pontificato di Pio XII, nel 1951. Più recentemente, nel 2009, il motuproprio Anglicanorum coetibus di Benedetto XVI ha autorizzato la costituzione di ordinariati nei territori della Chiesa latina, dove esercitano ex-ministri anglicani, ordinati sacerdoti cattolici. In seguito poi alla massiccia emigrazione di cattolici dal Medio oriente, nel giugno 2014 Papa Francesco, con il decreto Pontificia praecepta de clero uxorato orientali, ha consentito ai sacerdoti sposati orientali di operare nelle comunità cristiane della diaspora, dunque al di fuori dei loro territori tradizionali, abrogando precedenti divieti.
Nella situazione attuale, poi, viene spesso evidenziata, specialmente in alcune aree geografiche, una sorta di “emergenza sacramentale”, causata dalla mancanza di sacerdoti. Ciò ha suscitato da più parti la domanda circa l’eventualità di ordinare i cosiddetti viri probati. Se la problematica non pare irrilevante, occorre certamente non prendere soluzioni affrettate e solo sulla base delle urgenze. Rimane pur sempre vero che le esigenze dell’evangelizzazione, unitamente alla storia e alla multiforme tradizione della Chiesa, lasciano aperto lo scenario a dibattiti legittimi, se motivati dall’annuncio del Vangelo e condotti in modo costruttivo, pur sempre salvaguardando la bellezza e l’altezza della scelta celibataria.
Il celibato è infatti un dono che richiede di essere accolto e curato con gioiosa perseveranza, perché possa portare appieno i suoi frutti. Per viverlo proficuamente, è necessario che ogni sacerdote continui a sentirsi discepolo in cammino per tutta la vita, a volte bisognoso di riscoprire e rafforzare il suo rapporto col Signore, e, anche, di lasciarsi “guarire”.
Testo integrale dell'intervento
L'Osservatore Romano