sabato 5 marzo 2016

Confessare è un’arte



Non ci si improvvisa confessori, perché si tratta di un’“arte spirituale” che è anzitutto dono di Dio. La si acquisisce gradualmente e lentamente, nella misura in cui lo stesso confessore «prende consapevolezza di essere lui stesso un penitente perdonato e accolto dalle braccia dell’amore misericordioso di Dio». Lo ha sottolineato il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore, nel saluto conclusivo rivolto giovedì pomeriggio, 3 marzo, ai partecipanti al ventisettesimo corso sul foro interno. C’è dunque bisogno di confessori ben preparati, spiritualmente «formati e saldi nella dottrina autentica, che siano in grado di far fronte alle tante sfide pastorali e teologiche che il delicato servizio del confessore oggi comporta». Infatti il presbitero, amministrando il sacramento della penitenza, deve avvertire in sé «il dovere di far trasparire, con parole chiare e suadenti, la bellezza della verità evangelica, la purezza della dottrina cattolica, la misericordia di Dio sempre più grande del male e del peccato». È per questi motivi che la finalità del corso organizzato dalla Penitenzieria apostolica è proprio quella «di aiutare i confessori e i futuri confessori a essere testimoni autentici e credibili della misericordia del Padre». 
Il cardinale ha ricordato l’intervento del reggente, monsignor Krzysztof Józef Nykiel, che ha parlato della struttura, delle competenze e della prassi della Penitenzieria, il cui servizio è prettamente spirituale e collegato immediatamente con lo scopo ultimo dell’intera esistenza ecclesiale: la salus animarum. Il suo scopo è quello «di agevolare i fedeli nel cammino di riconciliazione con Dio e con la Chiesa», nella consapevolezza che la riconciliazione, «realizzata da Cristo e attuata dallo Spirito Santo, ordinariamente passa attraverso la mediazione ecclesiale», poiché la Chiesa stessa «agisce, nel tempo e nella storia, esclusivamente come corpo unito e in dipendenza dal suo capo, Gesù Cristo». 
Il confessore perciò «si presenta come il ponte tra la misericordia divina e la debolezza umana». Egli è lì «come pura trasparenza dell’amore» ed è «il mediatore tra l’invito alla santità che viene dal cielo e il bisogno di pietà che sale dalla terra». Infatti, «non siede in confessionale per giudicare, ma per additare la strada della liberazione integrale». Il confessore deve anche imparare «ad amare il peccatore e amorevolmente istruirlo su come non ricadere più nel peccato», illuminando la sua coscienza «con la luce della grazia e della parola di Dio, esortandolo a formarsi il più possibile una retta e buona coscienza nel contesto socio-culturale odierno». 
D’altra parte, ha fatto notare il penitenziere maggiore raccogliendo in sintesi le indicazioni e gli spunti scaturiti durante il corso, il ministro non è «il padrone del sacramento, ma è strumento della misericordia di Dio». Inoltre, egli è un “medico ferito”, che difficilmente «potrà trasmettere agli altri il perdono e la riconciliazione se prima non si sarà rappacificato con la sua storia personale», soffrendo «per la propria debolezza e gustando la gioia di vivere l’amore gratuito di Dio». Il sacramento della riconciliazione dovrà essere «un gioioso incontro con il Signore della vita, che ci immerge nella sua morte, per farci partecipi della sua risurrezione»: non, quindi, «un arido elenco di peccati, ma un canto di lode all’immensa bontà del Salvatore, che si serve anche del nostro limite per farci diventare migliori».
Anche nel saluto rivolto a Papa Francesco durante l’udienza di venerdì 4, il porporato ha sottolineato come, in questo anno giubilare straordinario della misericordia, acquisti un particolare significato il ritrovarsi intorno al tema della riconciliazione «per la formazione di coloro che sono, o saranno a breve, i confessori del popolo di Dio». Il tempo giubilare, in particolare, spinge a chiedersi quale esperienza fanno di Dio gli uomini del nostro tempo. «Siamo certi — ha detto il cardinale — che lo Spirito Santo parli nelle coscienze di ciascuno, creato ad immagine di Dio e chiamato e divenirne somiglianza».
L'Osservatore Romano