giovedì 17 marzo 2016

Il pellegrinaggio interiore. Punto di svolta



(Mario Grech) Ogni volta che prendo in mano il Vangelo mi sembra di prendere la “lente di ingrandimento” per farmi aiutare a leggere l’esperienza umana. In questo spirito ritengo che nella narrazione della parabola del figlio prodigo ci sia la nostra vita raccontata. Il figlio minore si trovava bene a casa di suo padre. Ma è arrivato il momento in cui questo giovane ha usato la sua libertà per avventurarsi ed è uscito fuori strada.
Nel Vangelo si legge che questo ragazzo ha sperperato tutte le sue sostanze, vivendo da dissoluto e si è trovato poi nella miseria. Questa può essere anche la nostra storia perché, seppur abbiamo un grande patrimonio di ricchezza umana e spirituale, siamo tentati di voltare le spalle a tanto bene da vivere sprecando la nostra vita.
Noi abbiamo quella che chiamo la “casa comune” intrisa di valori forgiati dalla prova del tempo. Tra i quali cito il rispetto per la vita umana, la conoscenza di chi è l’uomo, il matrimonio, la famiglia, l’equa ripartizione del bene comune, e altro ancora. Ci vuole poco, basta guardarsi intorno per rendersi conto che siamo tentati di uscire da questa “casa di valori comuni” per esplorare cose nuove; poi, subito, ci rendiamo conto che stiamo sperperando tutti i nostri beni. Mi riferisco alla vita familiare che, con dolore, dobbiamo ammettere che ha le sue ferite, soprattutto in termini di fedeltà matrimoniale. Le esperienze di infedeltà non sono così rare. La debolezza potrebbe portare un coniuge a calpestare i valori belli della fedeltà e dell’unità familiare. Le ferite causate dalla mancanza di fedeltà non si cicatrizzano facilmente.
Ho in mente tutti quei valori religiosi che abbiamo e che possiamo raccogliere insieme in una casa comune che si chiama “Chiesa”. Abbiamo la grande fortuna che la nostra fede in Cristo è tanto ricca di beni spirituali, anche se non siamo altrettanto liberi dalle tentazioni di allontanarci in cerca di altre esperienze religiose. 
Per coloro che, come il figlio minore della parabola, si rendono conto di «essere andati via da casa loro», e passano dalla padella alla brace, sappiano che un barlume di speranza c’è sempre. Infatti, secondo san Gregorio Magno, il punto di svolta del figlio piccolo della parabola è stato quando questo giovane «è venuto in sé». Nel secondo libro deiDialoghi nel quale racconta al diacono Pietro la storia di Benedetto da Norcia, san Gregorio si riferisce alla parabola del figlio prodigo per aiutarci a capire dove era il punto di svolta nella vita di san Benedetto (e questo può valere anche per noi). 
Se è vero ciò che dice Nilo di Ancira, che la solitudine è l’origine autentica della vita monastica, possiamo anche affermare che la solitudine è la madre della vita umana e cristiana autentica. Va considerato il fatto che il principio di interiorità — qualcosa che oggi difficilmente viene apprezzato considerando la rete di comunicazione che ci circonda anche tramite i mezzi della comunicazione sociale — è un principio fondamentale nella pedagogia di san Gregorio. La riflessione di san Gregorio ha la sua origine proprio in questa esigenza di entrare in se stessi, come ha fatto il figlio prodigo.
Quanto è diventato difficile per noi trovare del tempo in solitudine e in silenzio. Come affermò Blaise Pascal, l’uomo non sopporta la solitudine perché ci mette faccia a faccia con la realtà, ci fa scoprire i nostri guai e i nostri difetti, ci fa incontrare con il vuoto che è in noi. Non sono pochi coloro che temono fare il pellegrinaggio interiore perché potrebbero scoprire alcune sorprese. Invece, è necessario percorrerlo e andare nella profondità del nostro animo per riconoscere noi stessi e incontrare il Creatore.
Nei Dialoghi, san Gregorio continua a spiegare quello che significava per Benedetto da Norcia «entrare in noi stessi», habitare secum. Racconta che quando era nel silenzio tutto solo, Benedetto ha conosciuto se stesso e ha visto quello che c’era in lui che lo allontanava da quella forma datagli da Dio, quel Dio che ha creato l’uomo a sua immagine. Quando entrò in se stesso, Benedetto ha potuto rilevare quali sono stati i suoi pensieri e le sue azioni che erano in contrasto con la volontà di Dio.
Alla luce della parabola del figlio prodigo, e arricchiti da questa fonte di insegnamento lasciataci da san Gregorio Magno, oggi vorrei proporre quanto segue alla nostra Chiesa: fare tesoro della vita interiore, luogo dove l’uomo è padrone della propria vita. Come dice il teologo Hans Urs von Balthasar, l’uomo trova se stesso solo se s’incontra con Dio. Ritengo che la cosa migliore che può fare la comunità ecclesiale è quello di aiutare i suoi membri a entrare in se stessi. Chi non riflette, fa un gravissimo peccato.
Non siamo migliori del figlio prodigo: abbiamo tutto, ma può accadere che non apprezziamo tutto questo bene e desideriamo altre avventure che possono rendere la nostra vita un inferno, misera. Il segreto sta nel saper entrare in noi stessi. Non dobbiamo avere paura se lungo questo processo incontriamo la nostra miseria, perché, come dice san Bernardo di Chiaravalle, la miseria rende l’uomo felice, nel senso che, solo quando l’uomo scopre la miseria e la sua meschinità, può gustare in profondità la misericordia di Dio. Il nome di Dio è misericordia perché ha a cuore la nostra miseria. 
L’uomo di vita interiore ha uno stile di vita che si distingue da altri stili; come conseguenza della sua amicizia con Dio, il suo comportamento scatena diversi contrasti tanto da far scattare in chi ha davanti come interlocutore delle domande interessanti. Così l’uomo che vive del soffio di Dio offre ciò che Papa Paolo vi chiamava, quando parlava del monachesimo benedettino, la «fraternità complementare», nel senso che l’uomo di Dio spiana la strada alla cultura del dialogo con il mondo. 
A mio parere, questa dovrebbe essere la “strategia” della Chiesa oggi, in una società in cui non pochi sono coloro che, come il figlio minore della parabola, si congedano dalla casa del Padre. Il mondo ha bisogno della testimonianza di persone di vita interiore, che hanno fatto la scelta a favore di Dio offrendo agli altri una “gioia” differente, direi unica. Questa è la nostra chiamata oggi: di essere questa «fraternità complementare» con il resto della società, nonostante l’intendimento e le sue scelte siano in netto contrasto con il progetto di Dio. Non dobbiamo scoraggiarci perché, se come conseguenza della vita interiore possiamo rendere possibile questa cultura del dialogo, saremo capaci di convincere gli altri che nella casa di nostro Padre c’è bene e ricchezza degni per ogni essere umano. Ma perché questo avvenga, dobbiamo invocare lo Spirito Santo affinché ci aiuti a entrare in noi e scoprire la presenza di Dio.
L'Osservatore Romano