mercoledì 2 marzo 2011

L'Annuncio del Vangelo 4: dalla "coscienza della Verità" alla verità di coscienza

http://angeloinvolo.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/63636/andateedevangelizzate.jpg

La ricerca della verità comporta che si renda operante nella nostra condotta un effettivo amore per il bene. Come il vero, il giusto, il buono sono essenziali manifestazioni dell'essere e perciò non sono tra loro separabili, così nella concretezza della vita dello spirito l'inseguimento della verità è intrinsecamente connesso con lo sforzo di praticare la giustizia e la misericordia. Tutto è interdipendente: la contemplazione della verità causa e sostiene la rettitudine dell'esistenza, ma solo chi si impegna a vivere nella rettitudine può sperare di raggiungere pienamente la verità. In altre parole,la coscienza di verità determina l'insorgere dell'amore per la verità di coscienza. E' un'idea di grande rilievo per la vita dello spirito, ed è anche della massima attualità,perchè circa la coscienza sono molti e gravi i malintesi...
Nel linguaggio comune - e anche in questa riflessione - la parola "coscienza" è usata con due significati bendiversi tra loro. Per il primo, coscienza è sinonimo di consapevolezza: è la lucida conoscenza che l'uomo ha di un suo fatto interiore. Nel secondo significato, coscienza è l'intimo giudizio che l'uomo dà sul valore morale (e quindi sulla maggiore o minore liceità) delle proprie azioni. Non è quindi mai ungiudizio sui fatti altrui; sicchè, per esempio, un uomo di grande coscienza non è chi sente con acutezza il disagio delle ingiustizie commesse dagli altri, ma chi sente con acutezza il disagio delle sue personali ingiustizie. In tal senso si parla di "coscienza morale" e di "obiettori di coscienza"). La coscienza morale è la norma prossima dell'agire: ognuno deve sempre seguire la sua coscienza, qualunque cosa comandi, qualunque cosa proibisca. Ma la può seguire con tranquillità solo se prima si è preoccupato che la sua coscienza sia vera,cioè corrisponda effettivamente alla verità oggettiva di Dio, la quale è la legge di comportamento che precede ogni parere e ogni decisione dell'uomo. Perchè Dio, e non l'uomo, è il Signore cui è dovuta obbedienza. In pratica, la "verità" della mia coscienza sarà garantita dal mio amore disinteressato e assoluto per la verità; vale a dire, dalla mia continua determinazione non tanto di affermare enfaticamente ciò che io ritengo giusto, ma di conoscere ciò che è giusto in sè, a prescindere dai miei interessi e dalle mie personali preferenze.
La "mia coscienza" (citata ai miei interlocutori, che non la vedono e possono solo fidarsi di ciò che io ne dico) non è dunque la parola risolutiva, quasi magica, che mi dispensi dall'appurare dove in effetti stia di casa la giustizia oggettiva. Mi preoccuperò piuttosto che essa diventi sempre più la voce della giustizia eterna, in quanto risuona dentro il mio cuore. Allora, ciò che io devo fare non è di addurre ad ogni piè sospinto l'autorità della "mia coscienza" nelle discussioni con gli altri (che non la possono verificare). Ricercherò piuttosto come un ideale, la sintonia reale più perfetta possibile tra questa mia voce interiore e la voce di Colui che unico è Signore e Legislatore assoluto. Diversamente la mia coscienza, invece di essere la presenza eloquente in me del Dio vivo e vero, diventerebbe un idolo eretto nel santuario interiore a mio smarrimento e a mia rovina. Il credente conosce poi quale sia la strada più semplice e sicura per mantenere la sua coscienza nella verità: quella di restare nella piena, sincera, docile comunione con la divina Rivelazione, come è infallibilmente custodita e proposta dall'autentico Magistero della Chiesa.
La coscienza di verità, se è genuina e viva, si dischiude sempre all'amore verso Dio e verso i fratelli. Perciò diventa l'ispirazione e l'alimento da un lato della preghiera e della contemplazione, dall'altro della carità concreta e operosa. Anzi, la carità dovrà sempre segnare di sè anche l'annuncio, di cui costituisce una necessaria garanzia di fecondità. Nessun dubbio per i cristiani su questo: il primo e più alto atto di carità verso i fratelli è quello di annunciare loro il Vangelo e illuminarli conla conoscenza della verità che salva e dà senso alla vita. Ma al tempo stesso devono restare consapevoli che ill dinamismo della carità spinge tutti i discepoli di Cristo verso ogni forma di aiuto, di solidarietà, di condivisione delle pene e delle miserie degli uomini, che in Cristo ci sono tutti fratelli. E' tempo di liberarci dalla falsa alternativa che vorrebbe contrapporre un cristianesimo concentrato sulla vita spirituale a un cristianesimo socialmente impegnato. La dedizione a Dio e quella ai fratelli sono inseparabilmente unite e si sviluppano secondo la varietà dei carismi e delle vocazioni, per la costruzione della comunità ecclesiale e l'azione a favore dell'uomo.

Umanesimo cristiano

Di seguito il testo della catechesi che questa mattina il santo padre ha pronunciato in aula Paolo VI. La catechesi è stata dedicata alla figura di san Francesco di Sales, vescovo e dottore della Chiesa.





Cari fratelli e sorelle,
“Dieu est le Dieu du coeur humain” [Dio è il Dio del cuore umano] (Trattato dell’Amore di Dio, I, XV): in queste parole apparentemente semplici cogliamo l’impronta della spiritualità di un grande maestro, del quale vorrei parlarvi oggi, san Francesco di Sales, Vescovo e Dottore della Chiesa. Nato nel 1567 in una regione francese di frontiera, era figlio del Signore di Boisy, antica e nobile famiglia di Savoia. Vissuto a cavallo tra due secoli, il Cinquecento e il Seicento, raccolse in sé il meglio degli insegnamenti e delle conquiste culturali del secolo che finiva, riconciliando l’eredità dell’umanesimo con la spinta verso l’assoluto propria delle correnti mistiche. La sua formazione fu molto accurata; a Parigi fece gli studi superiori, dedicandosi anche alla teologia, e all’Università di Padova quelli di giurisprudenza, come desiderava il padre, conclusi in modo brillante, con la laurea in utroque iure, diritto canonico e diritto civile. Nella sua armoniosa giovinezza, riflettendo sul pensiero di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino, ebbe una crisi profonda che lo indusse a interrogarsi sulla propria salvezza eterna e sulla predestinazione di Dio nei suoi riguardi, soffrendo come vero dramma spirituale le principali questioni teologiche del suo tempo. Pregava intensamente, ma il dubbio lo tormentò in modo così forte che per alcune settimane non riuscì quasi del tutto a mangiare e dormire. Al culmine della prova, si recò nella chiesa dei Domenicani a Parigi, aprì il suo cuore e pregò così: “Qualsiasi cosa accada, Signore, tu che tieni tutto nella tua mano, e le cui vie sono giustizia e verità; qualunque cosa tu abbia stabilito a mio riguardo …; tu che sei sempre giusto giudice e Padre misericordioso, io ti amerò, Signore […], ti amerò qui, o mio Dio, e spererò sempre nella tua misericordia, e sempre ripeterò la tua lode… O Signore Gesù, tu sarai sempre la mia speranza e la mia salvezza nella terra dei viventi” (I Proc. Canon., vol I, art 4). Il ventenne Francesco trovò la pace nella realtà radicale e liberante dell’amore di Dio: amarlo senza nulla chiedere in cambio e confidare nell’amore divino; non chiedere più che cosa farà Dio con me: io lo amo semplicemente, indipendentemente da quanto mi dà o non mi dà. Così trovò la pace, e la questione della predestinazione - sulla quale si discuteva in quel tempo – era risolta, perché egli non cercava più di quanto poteva avere da Dio; lo amava semplicemente, si abbandonava alla Sua bontà. E questo sarà il segreto della sua vita, che trasparirà nella sua opera principale: il Trattato dell’amore di Dio.
Vincendo le resistenze del padre, Francesco seguì la chiamata del Signore e, il 18 dicembre 1593, fu ordinato sacerdote. Nel 1602 divenne Vescovo di Ginevra, in un periodo in cui la città era roccaforte del Calvinismo, tanto che la sede vescovile si trovava “in esilio” ad Annecy. Pastore di una diocesi povera e tormentata, in un paesaggio di montagna di cui conosceva bene tanto la durezza quanto la bellezza, egli scrive: “[Dio] l’ho incontrato pieno di dolcezza e soavità fra le nostre più alte e aspre montagne, ove molte anime semplici lo amavano e adoravano in tutta verità e sincerità; e caprioli e camosci correvano qua e là tra i ghiacci spaventosi per annunciare le sue lodi” (Lettera alla Madre di Chantal, ottobre 1606, in Oeuvres, éd. Mackey, t. XIII, p. 223). E tuttavia l’influsso della sua vita e del suo insegnamento sull’Europa dell’epoca e dei secoli successivi appare immenso. E’ apostolo, predicatore, scrittore, uomo d’azione e di preghiera; impegnato a realizzare gli ideali del Concilio di Trento; coinvolto nella controversia e nel dialogo con i protestanti, sperimentando sempre più, al di là del necessario confronto teologico, l’efficacia della relazione personale e della carità; incaricato di missioni diplomatiche a livello europeo, e di compiti sociali di mediazione e di riconciliazione. Ma soprattutto san Francesco di Sales è guida di anime: dall’incontro con una giovane donna, la signora di Charmoisy, trarrà spunto per scrivere uno dei libri più letti nell’età moderna, l’Introduzione alla vita devota; dalla sua profonda comunione spirituale con una personalità d’eccezione, santa Giovanna Francesca di Chantal, nascerà una nuova famiglia religiosa, l’Ordine della Visitazione, caratterizzato – come volle il Santo – da una consacrazione totale a Dio vissuta nella semplicità e umiltà, nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie: “… voglio che le mie Figlie – egli scrive – non abbiano altro ideale che quello di glorificare [Nostro Signore] con la loro umiltà” (Lettera a mons. de Marquemond, giugno 1615). Muore nel 1622, a cinquantacinque anni, dopo un’esistenza segnata dalla durezza dei tempi e dalla fatica apostolica.
Quella di san Francesco di Sales è stata una vita relativamente breve, ma vissuta con grande intensità. Dalla figura di questo Santo emana un’impressione di rara pienezza, dimostrata nella serenità della sua ricerca intellettuale, ma anche nella ricchezza dei suoi affetti, nella “dolcezza” dei suoi insegnamenti che hanno avuto un grande influsso sulla coscienza cristiana. Della parola “umanità” egli ha incarnato diverse accezioni che, oggi come ieri, questo termine può assumere: cultura e cortesia, libertà e tenerezza, nobiltà e solidarietà. Nell’aspetto aveva qualcosa della maestà del paesaggio in cui è vissuto, conservandone anche la semplicità e la naturalezza. Le antiche parole e le immagini in cui si esprimeva suonano inaspettatamente, anche all’orecchio dell’uomo d’oggi, come una lingua nativa e familiare.
A Filotea, l’ideale destinataria della sua Introduzione alla vita devota (1607), Francesco di Sales rivolge un invito che poté apparire, all’epoca, rivoluzionario. E’ l’invito a essere completamente di Dio, vivendo in pienezza la presenza nel mondo e i compiti del proprio stato. “La mia intenzione è di istruire quelli che vivono nelle città, nello stato coniugale, a corte […]” (Prefazione alla Introduzione alla vita devota). Il Documento con cui Papa Leone XIII, più di due secoli dopo, lo proclamerà Dottore della Chiesa insisterà su questo allargamento della chiamata alla perfezione, alla santità. Vi è scritto:“[la vera pietà] è penetrata fino al trono dei re, nella tenda dei capi degli eserciti, nel pretorio dei giudici, negli uffici, nelle botteghe e addirittura nelle capanne dei pastori […]” (Breve Dives in misericordia, 16 novembre 1877). Nasceva così quell’appello ai laici, quella cura per la consacrazione delle cose temporali e per la santificazione del quotidiano su cui insisteranno il Concilio Vaticano II e la spiritualità del nostro tempo. Si manifestava l’ideale di un’umanità riconciliata, nella sintonia fra azione nel mondo e preghiera, fra condizione secolare e ricerca di perfezione, con l’aiuto della Grazia di Dio che permea l’umano e, senza distruggerlo, lo purifica, innalzandolo alle altezze divine. A Teotimo, il cristiano adulto, spiritualmente maturo, al quale indirizza alcuni anni dopo il suo Trattato dell’amore di Dio (1616), san Francesco di Sales offre una lezione più complessa. Essa suppone, all’inizio, una precisa visione dell’essere umano, un’antropologia: la “ragione” dell’uomo, anzi l’“anima ragionevole”, vi è vista come un’architettura armonica, un tempio, articolato in più spazi, intorno ad un centro, che egli chiama, insieme con i grandi mistici, “cima”, “punta” dello spirito, o “fondo” dell’anima. E’ il punto in cui la ragione, percorsi tutti i suoi gradi, “chiude gli occhi” e la conoscenza diventa tutt’uno con l’amore (cfr libro I, cap. XII). Che l’amore, nella sua dimensione teologale, divina, sia la ragion d’essere di tutte le cose, in una scala ascendente che non sembra conoscere fratture e abissi, san Francesco di Sales lo ha riassunto in una celebre frase: “L’uomo è la perfezione dell’universo; lo spirito è la perfezione dell’uomo; l’amore è quella dello spirito, e la carità quella dell’amore” (ibid., libro X, cap. I).
In una stagione di intensa fioritura mistica, il Trattato dell’amore di Dio è una vera e propria summa, e insieme un’affascinante opera letteraria. La sua descrizione dell’itinerario verso Dio parte dal riconoscimento della “naturale inclinazione” (ibid., libro I, cap. XVI), iscritta nel cuore dell’uomo pur peccatore, ad amare Dio sopra ogni cosa. Secondo il modello della Sacra Scrittura, san Francesco di Sales parla dell’unione fra Dio e l’uomo sviluppando tutta una serie di immagini di relazione interpersonale. Il suo Dio è padre e signore, sposo e amico, ha caratteristiche materne e di nutrice, è il sole di cui persino la notte è misteriosa rivelazione. Un tale Dio trae a sé l’uomo con vincoli di amore, cioè di vera libertà: “poiché l’amore non ha forzati né schiavi, ma riduce ogni cosa sotto la propria obbedienza con una forza così deliziosa che, se nulla è forte come l’amore, nulla è amabile come la sua forza” (ibid., libro I, cap. VI). Troviamo nel trattato del nostro Santo una meditazione profonda sulla volontà umana e la descrizione del suo fluire, passare, morire, per vivere (cfr ibid., libro IX, cap. XIII) nel completo abbandono non solo alla volontà di Dio, ma a ciò che a Lui piace, al suo “bon plaisir”, al suo beneplacito (cfr ibid., libro IX, cap. I). All’apice dell’unione con Dio, oltre i rapimenti dell’estasi contemplativa, si colloca quel rifluire di carità concreta, che si fa attenta a tutti i bisogni degli altri e che egli chiama “estasi della vita e delle opere” (ibid., libro VII, cap. VI).
Si avverte bene, leggendo il libro sull’amore di Dio e ancor più le tante lettere di direzione e di amicizia spirituale, quale conoscitore del cuore umano sia stato san Francesco di Sales. A santa Giovanna di Chantal, a cui scrive: “[…] Ecco la regola della nostra obbedienza che vi scrivo a caratteri grandi: Fare tutto per amore, niente per forza - amar più l'obbedienza che temere la disobbedienza. Vi lascio lo spirito di libertà, non già quello che esclude l’obbedienza, ché questa è la libertà del mondo; ma quello che esclude la violenza, l’ansia e lo scrupolo” (Lettera del 14 ottobre 1604). Non per niente, all’origine di molte vie della pedagogia e della spiritualità del nostro tempo ritroviamo proprio la traccia di questo maestro, senza il quale non vi sarebbero stati san Giovanni Bosco né l’eroica “piccola via” di santa Teresa di Lisieux.
Cari fratelli e sorelle, in una stagione come la nostra che cerca la libertà, anche con violenza e inquietudine, non deve sfuggire l’attualità di questo grande maestro di spiritualità e di pace, che consegna ai suoi discepoli lo “spirito di libertà”, quella vera, al culmine di un insegnamento affascinante e completo sulla realtà dell’amore. San Francesco di Sales è un testimone esemplare dell’umanesimo cristiano; con il suo stile familiare, con parabole che hanno talora il colpo d’ala della poesia, ricorda che l’uomo porta iscritta nel profondo di sé la nostalgia di Dio e che solo in Lui trova la vera gioia e la sua realizzazione più piena.

Dislessia, ignoranza o malafede?

http://www.finipresidente.it/Fini_Presidente/Gianfranco_Fini_Presidente_-_Blog/Gianfranco_Fini_Presidente_-_Blog_files/gianfranco_fini.jpg
Da "La Bussola Quotidiana" di oggi 2 marzo, a firma di Riccardo Cascioli.
Uno dei sintomi tipici della dislessia è quello di saltare le parole mentre si legge, rendendo perciò impossibile la comprensione del testo. Così spiega un qualsiasi manuale familiare di medicina. Dislessia. E’ così che abbiamo scoperto il disturbo di cui probabilmente soffre il presidente della Camera Gianfranco Fini che, intervenendo alla trasmissione tv Otto e Mezzo (su La7) del 28 febbraio, ha citato il Catechismo della Chiesa cattolica a sostegno della sua posizione a favore del testamento biologico.

Rispondendo a una domanda di Lilli Gruber sulla legge che andrà in discussione alla Camera settimana prossima, Fini ha citato gongolante un punto del Catechismo per affermare che esso rispecchia la sua posizione. Si tratta dell’articolo 2278 (erroneamente definito “comma” 2278 da Fini).

Ecco come lo ha citato il presidente della Camera:
“L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacitò, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente”.

Qual è il problema? Che Fini ha saltato un’intera frase che dà un senso ben diverso da quello da lui voluto. Ecco infatti il testo integrale dell’articolo 2278 del Catechismo della Chiesa cattolica (in corsivo e grassetto la parte saltata nella citazione):

“L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'“accanimento terapeutico”. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacitò, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente”.

La Chiesa dunque specifica che è legittimo il rifiuto dell’accanimento terapeutico, il che non significa avallare il testamento biologico, tanto è vero che in riferimento all’intervento legislativo la Chiesa ha sempre parlato di “regolamentazione del fine vita” e non di “testamento biologico”.

Certo, nel caso si accerti la dislessia, non si può imputare la malafede al presidente della Camera, resta però il fatto che saltando quella riga Fini non ha potuto comprendere appieno il testo.
E’ anche bello che Fini desideri essere in sintonia con la posizione dei cattolici, ma per farlo dovrebbe dire esplicitamente che idratazione e alimentazione non sono terapie, ma attività di sostegno vitale. Cosa su cui al tempo del caso di Eluana Englaro si espresse – e fece - in modo ben diverso. E dovrebbe anche leggersi altri due articoli del Catechismo, che – rispettivamente – precedono e seguono quello da lui citato, così da rendere pienamente comprensibile quale sia l’insegnamento della Chiesa cattolica al riguardo. Li riportiamo integralmente per facilitare il compito:

2277. Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile.
Così un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condannare e da escludere.

2279. Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

martedì 1 marzo 2011

L'orco che abita dentro di noi.

Propongo per questa sera 1 marzo due testi, il primo di sant'Agostino, il "dottore della Grazia" e il secondo di un autore ortodosso, il santo starec Nil Sorskij. Due santi, e come tutti i santi, due finissimi conoscitori del cuore dell'uomo... Notte.


Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo
(Lib. 10, 1. 1 - 2, 2; 5. 7; CSEL 33, 226-227. 230-231)


A te, o Signore, chiunque io sia, sono manifesto
Conoscerò te, o mio conoscitore, ti conoscerò come anch'io sono conosciuto (cfr. 1 Cor 13, 12). Forza della mia anima, entra in essa e uniscila a te, per averla e possederla «senza macchia né ruga» (Ef 5, 27). Questa è la mia speranza, per questo oso parlare e in questa speranza gioisco, perché gioisco di cosa sacrosanta. Tutto il resto in questa vita tanto meno richiede di essere rimpianto, quanto più si rimpiange, e tanto più merita di essere rimpianto, quanto meno si rimpiange. «Ma tu vuoi la sincerità del cuore» (Sal 50, 8), poiché chi la realizza, viene alla luce (cfr. Gv 3, 21). Voglio quindi realizzarla nel mio cuore davanti a te nella mia confessione e nel mio scritto davanti a molti testimoni.
Davanti a te, o Signore, è scoperto l'abisso dell'umana coscienza: può esserti nascosto qualcosa in me, anche se m'impegnassi di non confessartelo? Se mi comportassi così, io nasconderei te a me, anziché me a te. Ma ora il mio gemito manifesta che io dispiaccio a me stesso, e che tu rifulgi e piaci e meriti di essere amato e desiderato, al punto che arrossisco di me e rifiuto me per scegliere te, e non bramo di piacere né a te né a me, se non in te.
Dunque, o Signore, tu mi conosci veramente come sono. Ho già espresso il motivo per cui mi manifesto a te. Non faccio questo con parole e voci della carne, ma con parole dell'anima e grida della mente, che il tuo orecchio ben conosce. Quando sono cattivo, l'atto di confessarmi a te non è altro che un dispiacere a me; quando invece sono buono, l'atto di confessarmi a te non è altro che un non attribuire a me questa bontà, poiché, «Signore, tu benedici il giusto» (Sal 5, 13), ma prima lo giustifichi quando è empio (cfr. Rm 4, 5). Perciò, o mio Dio, la mia confessione dinanzi a te avviene in forma tacita e non tacita: avviene nel silenzio, ma è forte il grido dell'affetto.
Tu solo, Signore, mi giudichi; infatti «chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui?» (1 Cor 2, 11). Tuttavia c'è qualcosa nell'uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l'hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te e mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me.
«Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» (1 Cor 13, 12), e perciò, fino a quando sono pellegrino lontano da te, sono più vicino a me stesso che a te, e tuttavia so che tu sei inviolabile in modo assoluto. Ma io non so a quali tentazioni possa resistere e a quali no. Io ho speranza, perché tu sei fedele e non permetti che siamo tentati oltre le nostre forze, ma con la tentazione tu ci darai anche la via d'uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1 Cor 10, 13).
Confesserò, dunque, quello che so e quello che non so di me; perché anche quanto so di me, lo conosco per tua illuminazione; e quanto non so di me, lo ignorerò fino a quando la mia tenebra non diventerà come il meriggio alla luce del tuo volto (cfr. Is 58, 10)
.


* * *


Preghiera e ringraziamento al Signore nostro Dio per manifestare il pentimento e riconoscere e confessare i nostri peccati e le nostre passioni (del santo starec Nil Sorskij).

Dio grande e tremendo, Dio forte che tutto puoi, tu non hai né principio ne' fine, ineffabile, inconoscibile, insondabile, Re di tutti i re e Signore
di tutti i signori
hai creato, custodito, conservato tutte le cose visibili e invisibili. Tu che sei unico, mirabile e sapientissimo in tutte le tue opere, tu che sei nei cieli e al tempo stesso invisibile in mezzo a noi non solo mediante le tue opere, la tua volontà, la tua potenza ma anche per mezzo della tua essenza e della tua natura, tu sei dappertutto e tutto ascolti e vedi e comprendi.
Non ti sono nascoste le opere dell'uomo, le parole, i pensieri, il più piccolo movimento del cuore
Tutto conosci e tutto sai.
Non vi è sulla terra altro peccatore all'infuori di me, né mai v'è stato peccatore simile a me dal tempo di Adamo fino ad oggi.
Dall'infanzia fino ad oggi non ho trascorso una sola ora, un solo istante
senza disobbedire alla tua legge.
Ho macchiato la mia anima, ho macchiato tutte le membra del mio corpo,
sempre ho vissuto nel peccato.
Perciò temo e tremo all'avvicinarsi dell'ora amara della morte e del tuo giusto giudizio e dinanzi ai severi e amari castighi che attendono i peccatori dei quali il più grande sono io cane maledetto e rabbioso, cane impuro e rognoso. Temo che al momento della morte tu non sopporti la mia tremenda empietà
e mi consegni in preda a intollerabili tentazioni e io finisca allora in perdizione
a gioia del Nemico e a vergogna degli uomini perché sempre, ad ogni istante, aggiungo peccato a peccato. A questi pensieri sono colto da timore
e quasi cedo alla disperazione.
Non so che fare, che dire, come supplicare e invocare il perdono per i miei innumerevoli e gravi peccati.
Tu, Signore Dio, santissimo, magnanimo e misericordioso, lento all'ira e grande nell'amore
Tu hai detto per bocca del profeta:
« Non voglio la morte del peccatore ma che si converta e viva » nella tua grande e indicibile misericordia hai istituito per i peccatori la penitenza per il perdono dei peccati la salvezza e la giustificazione.
Tu dici: « Confessa tu i tuoi peccati e io li giustificherò ». Così istruisci e conforti noi peccatori dicendo:
« Confessate al Signore perché è buono. Eterna è la sua misericordia ».
Ispirati dal tuo Spirito buono dissero i nostri santi Padri che non v'è peccato che il tuo amore per gli uomini non possa vincere, purchè vi sia il pentimento. Perciò spero in te faccio penitenza e a te confesso i miei peccati, mio Creatore e mio Dio. Innanzi a Te con animo contrito, non oso parlare per il grande peso delle mie opere malvagie. Temo di contaminare l'aria con le mie parole. Non so che dire, tanti sono i miei peccati. Insensato è ciò che ho detto.
Un peccato è peggiore dell'altro, senza misura ho peccato, non c'è, nella vita, male che io non abbia fatto. Tu, Signore di gloria, a tua immagine e somiglianza mi hai creato, donandomi la grazia dell'immortalità e mi hai dato di vivere e muovermi e parlare. Concedimi di rivolgermi a te, con confidenza, insegnami il parlare e l'agire, perché io possa supplicare la tua misericordia, invocare il perdono delle mie opere malvagie. Spregevole e inutile io sono. Quale male non ho fatto?
Quale peccato non ho impresso nella mia anima e nel mio corpo?
Ho commesso fornicazioni, lussuria e sodomia, omosessualità e onanismo, stupro di giovani, incesto, vizi e azioni vergognose.
Ogni specie di fornicazione ho compiuto nel mio cuore, d'ogni delitto, d'ogni pensiero malvagio mi sono reso colpevole, prigioniero delle catene di Satana:
pensieri d'orgoglio, arroganza, disprezzo dei fratelli, amore del potere, vanagloria, ostentazione e amore del mondo, menzogna, maledizione, falso giuramento, spergiuro, bestemmia, sacrilegi, latrocinio, furto, profanazione di cose sante, torture, omicidi, magia, incantesimi ed eresia, eccessi di cibo e di bevande, presi senza misura, fuori dei pasti,
ad ogni ora, desideri sfrenato di cibi ricercati, schiavitù del ventre e della gola, ubriachezza e orge, ribellioni ai genitori fino a provocare la collera, parole vane, lazzi, scherzi, propositi oziosi e incitamento al peccato, calunnia e giudizio temerario, parole dure e contestazioni, parole superflue, malevoli, sconvenienti, atteggiamenti irritanti, risa fino alle lacrime, odio, invidia, meschina gelosia, amore dell'oro e dell'argento, attaccamento alle cose, avarizia e usura. E ancora: egoismo, offese, violenze, vendetta, ribellione, collera, insolenza, furore e risentimento, inganno sottile, adulazione e devozione ipocrita, aridità e durezza di cuore.
E ancora: sonno smodato, pigrizia e negligenza, ogni sorta di azioni, senza numero, in fatti e parole, pensieri vergognosi, empi davanti a Dio e folli ho commesso nella mia dissennatezza. Eccomi passibile d'ogni giudizio, d'ogni condanna poiché sono schiavo del peccato.
Quante volte sono entrato indegnamente nel santuario e nel coro!
Io, indegno, osai partecipare ai sacramenti, ricevere e toccare i vasi sacri. Ancor oggi ho quest'ardire e così in futuro, fino alla morte.
Sempre indegno e colpevole comunico ai santi misteri a mia propria condanna.
Non oso alzare gli occhi, né le palpebre, tanta è la mia vergogna.
Non oso guardare al cielo, insozzo la terra con i miei passi, io indegno del dono della vita!
Lo so, Signore, che non merito di ricevere il perdono dei miei peccati.
Troppo pesante è il fardello delle mie colpe perché ottenga il perdono.
Dove troverò umane colpe paragonabili ai miei peccati? Più grande di quello dei miei progenitori fu il mio peccato, più grande del loro il mio peccato di gola. Fratricida diventai più odioso di Caino, con i miei peccati ho ucciso anima e corpo. Con omicidio peggiore di quello di Lamech, ho colpito il mio spirito con pensieri d'ignominia che mortalmente l'hanno ferito.
Tutta piagata è la mia lingua per le tante parole malvagie.
Con omicidio più infame di quello dei fratelli di Abimelech ho ucciso a colpi di pietra l'anima mia e ogni membro del mio corpo con passioni impure. Ho commesso più trasgressioni di quanti vissero al tempo del diluvio, mi sono macchiato più brutalmente degli abitanti di Sodoma. Si è indurito il mio cuore dinanzi alle tue parole e alle tue opere più di quello del Faraone e più di quanti mormorarono nel deserto, perché incessante è la mia mormorazione.
A paragone della mia iniquità un nulla è la malvagità dei Niniviti.
Un nulla l'insensata bestemmia di Rapsachi su ordine di Sennacherib dinanzi alle mie bestemmie, un nulla i peccati di Manasse a paragone dei miei peccati. Più di ogni altro uomo ho peccato, peggiore di ogni altra creatura. Quelli erano malvagi secondo natura, le mie iniquità sono contro natura, oltre ogni misura.
Sono più impuro delle fiere e delle bestie prive di ragione. Più di loro ho commesso atti insensati, sono più vile dei demoni, io loro schiavo, che come nessun altro faccio la loro volontà. Pieno di stupore per la tua grande, indulgente e benevola pazienza, vedo che la terra non s'apre per inghiottirmi come un tempo Datan e Abiram; poiché più di loro ho peccato.
Vedo che nessun fuoco mi consuma come un tempo i peccatori; poichè più di loro ho peccato. Vedo ancora che non sono consegnato a Satana a mia definitiva perdizione, io, insensato, io impudente che la volontà di Satana ho seguito. Ma tu, misericordioso Salvatore, fino ad oggi con pazienza sopporti la mia scelleratezza
in attesa della mia conversione e del mio pentimento. E io! Io non ho vero pentimento.
O Sventurato! Quale rimedio porre alla mia perversità?
« Chi farà del mio capo una fonte e darà ai miei occhi una fonte di lacrime? »
perché io mi penta e pianga e lavi l'immondezza dei miei peccati. Mai, mai, avrò di che renderli puri, mai nulla di buono ho fatto.
Elemosina e fede lavano i peccati , ma io mai ho praticato la carità.
Morta è la mia fede, sterile, perché priva di opere. Il mio cuore non conosce contrizione né compunzione; come sperare di non essere ridotto a nulla dinanzi a te? Se non avessi condannato il fratello, avrei speranza di non essere condannato, da sempre giudico chi pecca, con parole e pensieri, eppure ben peggiore è il mio peccato! Scruto negli altri la minima colpa, delle mie dissimulo la gravità.
Dal mio prossimo esigo obbedienza al più io tutti li rigetto.
In apparenza pio e devoto, nel mio cuore sono abitato da ogni disordine e incoscienza.
Se a volte, per caso, ho fatto qualcosa che aveva un'apparenza di bene,
davanti a te, Signore, non fu che ignominia;
era dovuta a orgoglio e vanagloria e desiderio di piacere agli uomini.
Nell'incoscienza ho trascorso la mia vita,
con il mio corpo ho servito la vanità del mondo, con le mie azioni sconvenienti ho condotto l'anima mia all'insensibilità. Iniquo a tal punto, mio Dio, mio Creatore, da non conoscere Te. A te ogni lode, Signore, tutto questo hai sopportato,
e ancora mi hai mostrato la tua misericordia e la tua grazia immensa.
Per quanto grande fosse la mia colpa, su di me sempre hai disteso la tua grandezza. Mi hai donato conversione e conforto, mi hai fatto degno di innumerevoli beni, mi hai strappato al mondo, mi hai innalzato alla dignità di questo
santo stato, mi hai posto sotto una regola a tuo servizio
a causa della tua misericordia, per il tuo disegno di salvezza e di grazia.
Ma io fui insensato e ingrato, fin da principio stolto e negligente. Quante volte ho tradito i voti a te fatti!
Con innumerevoli peccati ho insozzato e macchiato questo stato! Onnipotente, eccomi senza parole e senza voce. Quante volte, pensando al mio peccato, ho promesso di rinunciare ai miei delitti! Eppure cado e ancora cado in queste stesse colpe, e in altre più infami ancora.
Quante volte ho promesso di ricominciare a lavorare alla tua opera,
di vivere secondo la tua volontà,
e ogni giorno mi ritrovo nella medesima menzogna.
Il mio spirito s'affretta a ciò che è male e impurità,
vinto da ogni passione mai non resisto.
Se tu, Signore, non vieni in mio aiuto,
ogni speranza è perduta per me.
Si indebolisce il mio corpo, i giorni della mia vita giungono al termine,
il tempo della morte si avvicina, la scure è alla radice dell'albero
e già si appresta a recidere la mia anima sterile. La messe è pronta, la falce affilata, i mietitori si affannano a strappare la mia anima invasa dalla zizzania dei miei peccati per gettarla nel fuoco eterno. A tale vista vien meno il mio spirito. Che fare? Mi rifugio in Te, insondabile e infinito Amor; mi affido alla tua incommensurabile bontà, spero nella tua inestinguibile misericordia.
Maestro grande, fa' per me un miracolo di misericordia, la tua grazia ha sopportato la mia giovinezza priva di guida, i miei misfatti degni di provocare la tua collera, sopporta ancora i crimini dei giorni della mia vecchiaia. Non punirmi, Signore, nella tua collera, non castigarmi secondo il tuo sdegno
che io non sia confuso per le mie colpe. Non ricordarti dei peccati della mia giovinezza non ricordare la mia incoscienza, Onnipotente, perché se tu consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere? Che farò io, carico di tanti peccati?
Un servo malvagio sono stato per te, mio Signore, abbi pietà di me per amore della tua grazia, pietà di me, indegno della tua pietà.
Lavami dalle mie colpe così numerose, ti invoco dal profondo della mia angoscia. Risparmiami, Signore, risparmiami! Perdona i peccati che ho fatto, coscientemente o incoscientemente, i peccati che conosco e i peccati che non conosco
Liberami anche da quelli che avrei voluto commettere. Tendi verso di me la tua mano, soccorrimi, rialzami; a mala pena sono ancora in vita giaccio alle soglie della morte, ferite inguaribili piagano il mio corpo. Nessuno può guarirmi all'infuori di te, tu medico pieno d'amore delle anime e dei corpi. Guariscimi Signore, respingi lontano da me gli assalti del nemico che getta la mia anima in grande smarrimento, donami intelligenza e sobrietà, la forza di lavorare alla tua opera santa. Nulla di buono potremo fare senza di Te. Fammi degno di morire ai desideri di questo vano mondo. Tu sai di cosa sono capace, fà che io non mi perda per sempre.
Che io voglia o che io non voglia, salvami! Non mandarmi; Signore, tentazioni al di là delle mie forze, non inviarmi dolore e malattia, ma salute e forza, che tutto io possa sopportare con rendimenti di grazie. Non recidermi con la scure mortale come albero che non porta frutti, io, privo di frutti di buone opere. Donami di terminare i miei giorni nella penitenza, nell'obbedienza ai tuoi comandi, nell'adempimento della tua volontà, piena di grazia, salutare e perfetta.
Fammi dono della preghiera incessante nell'umiltà del cuore. Rendi salda la mia mente, non si allontani dalla via del bene. Concedimi, Signore, la compunzione del cuore e il dono delle lacrime per piangere sui miei peccati.
Mio Signore, Dio di tenerezza e bontà, donami le lacrime perché il mio cuore si riscaldi con le lacrime del mi amore per Te. Consola la mia anima afflitta, donami l'audacia di parlarti, concedimi la tua grazia dinanzi alla morte. Accoglimi nel giorno della mia fine e abbi pietà della mia anima che molto ha peccato. Liberala dal dolore e dall'inesprimibile angoscia, da ogni tormento e pena che l'attende. Non consegnarla in potere dei demoni tenebrosi e infingardi, scacciali perché io non li veda. Mandami un angelo di pace e di luce, prenda la mia anima e dolcemente la separi dal mio corpo impuro. Accoglila purificata dal pentimento e dallla confessione. Nel giorno del tuo giusto giudizio non scoprire le mie opere cattive agli angeli e agli uomini, strappa il documento scritto dei miei peccati. Sia ignoto a tutti! Salvami dall'eterno tormento, fammi degno della sorte dei giusti per le preghiere della nostra purissima Madre di Dio, per intercessione delle sante e spirituali potenze celesti, per le suppliche di tutti i santi.
Te Dio unico Padre, Figlio, Spirito santo, glorificato nella santa Trinità ringrazio, prego, adoro, venero, glorifico con le labbra, con il cuore, con la mente, con ogni pensiero, sentimento ed esultanza dell'anima e del corpo
ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.




"Elevati" alla vita della grazia


Duccio da Buoninsegna. Gesù Risorto e Maria Maddalena. Predelle della Maestà, Museo dell'Opera del Duomo. Siena


Il brano che pubblico questa sera 1 marzo è tratto (come il precedente, "Per Grazia ricevuta...", pubblicato ieri) dal Credo del popolo di Dio di papa Paolo VI. Non è altro e non vuole essere altro che l’esplicitazione degli articoli del Credo degli apostoli su Gesù Cristo vero Dio e vero uomo.
Vero Dio. Chi ha avuto la grazia di vedere Paolo VI recitare il Credo del popolo di Dio in piazza San Pietro, quel 30 giugno 1968, mi dice che ha ancora davanti agli occhi con commossa gratitudine l’immagine del Papa che dopo le parole in italiano «al Padre consustanziale» ha aggiunto l’espressione greca «homoousios to Patri», segno di umile e audace fedeltà al deposito della fede.
Vero uomo. Ed è nell’incontro gratuito con la Sua umanità che noi Lo riconosciamo vero Dio. L’apostolo prediletto scrive che l’anticristo è colui che nega Gesù nella carne (cfr. 1Gv 4, 3). Nega cioè l’umanità di Gesù, e quindi nega la storia di Gesù accaduta in momenti di tempo e in luoghi particolari.
Nel mistero del Verbo incarnato, direbbe Péguy, evidentemente è più importante la Sua divinità, ma è la Sua umanità a toccare e commuovere il cuore. Negando o idealizzando la Sua umanità come fa l’idealismo, si tenta, per odio e invidia diabolica, di impedire la felicità dell’uomo. È infatti l’incontro gratuito con la Sua umanità che dona all’uomo già qui sulla terra l’inizio della felicità.
Agostino già sapeva attraverso Platone che la felicità è in Dio, ma non godeva di questa felicità perché – scrive – «non abbracciavo umile l’umile mio Dio Gesù». E ancora: «Non godevo di Te finché non ho abbracciato il mediatore tra Dio e gli uomini l’uomo Cristo Gesù che è Dio benedetto nei secoli». Anche Tommaso d’Aquino, all’inizio della parte della Summa theologica su Gesù Cristo, scrive che «al loro destino di felicità gli uomini sono ricondotti attraverso l’umanità di Cristo». Ugualmente santa Teresa di Gesù: «Ho sempre riconosciuto e tuttora vedo chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da Lui ricevere grandi grazie se non per le mani della santissima umanità di Cristo». Ed è bello che il primo documento del Concilio ecumenico Vaticano II, la costituzione sulla santa liturgia, fedelmente ripeta: «La Sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, è lo strumento della nostra salvezza».
La semplicità del Catechismo per i bambini del papa san Pio X ci aiuta a custodire e a comprendere il mistero di «Colui che» come scrive papa san Leone Magno «rimanendo eterno ha iniziato a esistere nel tempo».
«In che modo il Figlio di Dio si è fatto uomo? Il Figlio di Dio si è fatto uomo prendendo un corpo e un’anima come l’abbiamo noi, nel seno purissimo di Maria Vergine, per opera dello Spirito Santo.
Il Figlio di Dio facendosi uomo cessò di essere Dio? Il Figlio di Dio facendosi uomo non cessò di essere Dio ma rimanendo vero Dio cominciò a essere anche vero uomo.
Gesù Cristo è sempre stato? Gesù Cristo come Dio è sempre stato, come uomo cominciò a essere nel momento dell’incarnazione».


dal "Credo del popolo di Dio" di papa Paolo VI

Elevandoci con la sua Risurrezione alla partecipazione della vita divina che è la vita della grazia

Noi crediamo in nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri; e per mezzo di lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l’umanità (Denzinger 76), ed egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l’unità della persona (ibid.).
Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri com’egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia.
Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Risurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all’Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto. E il suo Regno non avrà fine.

L'Annuncio del Vangelo 3: l'amore per la Verità

http://angeloinvolo.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/63636/andateedevangelizzate.jpg

Riaccendere in noi la coscienza della verità vuol dire anche metterci sulla strada di una profonda trasformazione attuata all'insegna della carità. La verità ci è data perchè nella nostra esistenza domini e si alimenti l'amore. Il discorso si avvia qui verso qualche proposta di comportamento e di vita.
La prima realtà da non dimenticare è che nessuno di noi possiede la verità in modo da poterne disporre secondo i suoi calcoli e i suoi progetti. La verità è sempre signora, ed esige da noi un rispetto assoluto e una venerazione incondizionata; non può mai essere piegata al nostro servizio nè al servizio delle cause da noi difese. Al contrario, dobbiamo sentirci noi i servi docili e fedeli della verità. Non possiamo neppure scegliere tra le diverse verità quella che ci torni più utile o ci dia meno fastidi. Per esempio, una comunità cristiana non potrà discriminare i credenti uccisi nel tempo della barbarie e della violenza, a seconda del colore delle bandiere degli uccisori e a seconda delle ideologie dominanti: li dovrà ricordare tutti, perchè ogni sacrificio consumato contiene un insegnamento che non deve andare perduto. E' per questo motivo che la Chiesa non si è mai curata troppo di annotare i nomi dei suoi persecutori, ma non ha mai lasciato che, per quieto vivere, cadessero in dimenticanza i nomi dei suoi martiri.
La seconda cosa da non dimenticare è che la sete della verità di Dio non si estingue mai nell'animo cristiano. Ogni raggiunto orizzonte svela orizzonti nuovi e più spaziosi; ogni acquisita certezza germina interrogativi quotidianamente più penetranti. Siamo sempre in pellegrinaggio: chi ritenesse di aver catturato la verità una volta per tutte, dimostrerebbe per ciò stesso di esserne ampiamente allontanato. Di qui la necessità della continua contemplazione della verità, che non deve finire mai, prima che sia concessa nella gloria la visione aperta del Dio vero. Questa è la radice della necessità della catechesi permanente: l'approfondimento della verità rivelata, come è infallibilmente custodita dalla Chiesa, deve essere offerta sempre a tutti, anche ai più semplici e ai meno dotti (che sono, del resto, i destinatari privilegiati dei misteri del Regno), anche a quelli che fossero incapaci di una lettura personale e diretta del Libro di Dio. Quando la ricerca della divina verità porta il fedele a incontrarsi con una molteplicità disorientante di pareri, o con affermazioni che gli sembrano in contrasto con il patrimonio delle persuasioni tradizionali, o con enunciati che appaioni sospetti al senso della fede di cui è dotato l'intero popolo di Dio,allora il criterio di orientamento è chiaro e obbligatorio per tutti. Il punto di riferimento certo per restare nella verità di Dio in mezzo al turpiloquio dei nostri giorni, è quello che è intrinseco alla stessa costituzione della Chiesa: il magistero di Pietro, che vive e si esprime nel vescovo di Roma, e il magistero del proprio vescovo, che si mantiene nella costante e fraterna comunione di pensieri e di sentimenti con Pietro e con gli altri vescovi consonanti con lui. Non dunque il teologo di grido o il pubblicista famoso o il religioso erudito o la diffusa rivista di teologia e di vita ecclesiale: nessuna di queste cattedre è stata stabilita da Cristo come normativa della fede cattolica. Il loro contributo può essere senza dubbio prezioso e provvidenziale, purchè però serbino una sincera, piena e docile comunione con il magistero autentico, e non si dimentichino mai che "ad essi in modo speciale è richiesta una stretta, fedele e rispettosa collaborazione con i pastori".
La verità di Dio va amata nella sua integralità e nella sua armoniosa compiutezza. Il cuore davvero credente è affascinato dalla ortodossia e dalla sua capacità di far crescere lo spirito e approssimarlo a Dio. Le esasperazioni unilaterali delle singole verità; le amplificazionidell'uno o dell'altro aspetto a scapito della totalità del tesoro rivelato; le eresie, per dirla con una parola schietta e antica, possono anche apparire più ricche di originalità e di genio, più gravide di pratiche implicazioni, più capaci di abbagliare le menti e di fare notizia, ma, non essendo la "verità tutta intera", NON sono la divina ricchezza elargitaci dallo Spirito. E alla fine si scoprono sempre nella loro povertà e nelle loro conseguenze mortificanti.
E la verità di Dio va amata dovunque si trovi. Il cristiano sa che solo il Signore Gesù è "la verità", e solo lo Spirito Santo è la fonte di ogni conoscenza autentica. Ma sa anche che lo Spirito riverbera la vera luce dovunque ci sia una mente umana che si dischiuda alle sue folgorazioni; e sa altresì che Cristo - nel quale tutte le cose sono state create ed è venuto al mondo per illuminare ogni uomo - è la somma di tutti i valori, anche di quelli che si trovano nell'umanità apparentemente più lontana da lui e dal suo Vangelo. Perciò il credente è attento ad ogni voce che risuona sulla terra e rispettoso di ogni enunciato nel quale ravvisi un riflesso, sia pure inconsapevole, della "Buona Notizia" .
L'amore per la verità comporta una fiera e irriducibile ripugnanza per ogni presentazione sviata e deforme della realtà. Amare la verità vuol dire odiare la menzogna. Ritenere che la verità sia per noi cibo, respiro, vita, comporta la convinzione che l'errore conduce lo spirito alla morte per denutrizione, avvelenamento e asfissia. Mescolare verità e falsità, o trattare l'ortodossia e l'eresia con la stessa distaccata cortesia, significa peccare contro la luce e in definitiva contro l'uomo.
Ci deve far riflettere a questo riguardo l'atteggiamento di Giovanni, il cantore della carità, come si manifesta nelle sue lettere. Egli sa che ogni vero amore nasce dall'accoglimento della verità che salva; perciò è molto vigoroso e deciso nel prendere posizione contro tutto ciò che insidia la vera fede. I discepoli devono saper distinguere tra lo spirito di verità e lo spirito dell'errore, e il criterio di distinzione è dato dalla consonanza con l'insegnamento apostolico (cfr. 1Gv.4,6).
"Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta" (1Gv.4,4s). Nella seconda lettera arriva a scrivere: "Chi va oltre e non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo; poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse( 2Gv.9-11).
Naturalmente bisogna sempre ricordare il principio,tanto ben richiamato da Giovanni XXIII, che impone di non far confusione tra l'errore e l'errante. L'errante va sempre capito, per quel che è possibile, amato e aiutato; l'errore va sempre nettamente condannato. Giovanni Paolo II ha detto a proposito: "La comprensione e il rispetto per l'errante esigono anche chiarezza di valutazione circa l'errore di cui egli è vittima. Il rispetto, infatti, per le convinzioni altrui non implica la rinuncia alle convinzioni proprie. E anche nei casi più difficili bisogna tenere simultaneamente presenti il principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la Chiesa cerca sempre di offrire la via del ritorno a Dio e della riconciliazione con Lui, e il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta nè può accettare di chiamare bene il male e male il bene" (Discorso di Loreto, 11 aprile 1985, n.5).

Il corpo di Yara

http://www.newnotizie.it/wp-content/uploads/2011/02/yara-gambirasio31-294x294.jpg
Riporto da "Il Giornale", a firma di Luca Doninelli.

Cos’hanno trovato, alla fine? Il corpo di Yara oppure lei, Yara? Nell’ultimo film dei Fratelli Coen la ragazzina si rifiuta di baciare il cadavere del padre: lui non è più qui, dice, degnandolo appena di uno sguardo.
Ma la mamma di Yara direbbe lo stesso, lei che più volte ha invocato un corpo su cui piangere?
E dunque: è solo il corpo di Yara, oppure quel corpo è Yara? Non sono questioni teoriche: c’è di mezzo tutta la dignità della vita. Ma noi non siamo più in grado di rispondere a questa domanda: abbiamo lasciato ad altre epoche, ad altri secoli la risposta.
Se Cartesio avesse ragione (e con lui i Fratelli Coen) quello ritrovato sarebbe solo un corpo bugiardo, che nulla conserva della vita che un tempo lo animò. Corpo e anima, corpo e psiche, corpo e mente apparterrebbero a due grandezze non commensurabili.
Ma per una madre avere un corpo su cui piangere e non averlo non sono la stessa cosa. Sarà pure un corpo senza vita, ma è ben diverso dal nulla, dal Grande Buco Nero nel quale tre secoli di cultura mortifera ci hanno detto che finiremo.
Perché portiamo fiori sulle tombe dei nostri cari defunti? Solo perché, come dice qualcuno, è tutto quello che ci resta di loro? Falso. Di loro ci resta molto di più.
Di fronte alla tomba della madre Roland Barthes, il grande critico, si sente stupido perché, non avendo la fede, non può pregare. Ma perché noi giungiamo fin lì, a quella tomba, e sistemiamo i fiori nel vaso, e puliamo la lapide dalla polvere o dalla terra, se in tutto questo non c’è una preghiera? Anche se ci diciamo atei?
Nessuno, a meno che non si trovi in stato confusionale, può parlare soltanto con un mucchio di polvere e di ossa, o con una povera carne straziata. Confusamente, balbettando (perché tre secoli di cultura mortifera ci hanno portato via anche le parole) noi sappiamo che quella polvere non ha cancellato la presenza della persona amata.
Per questo il Cristianesimo, nel Credo, non cita la sopravvivenza dell’anima bensì la resurrezione della carne. Non è un’invenzione bizzarra, ma un concetto nato dall’ascolto profondo della nostra natura.
Ho conosciuto, anche da molto vicino, diverse storie di madri e padri colpiti dalla più terribile delle sventure, cioè la morte di un figlio giovane. Nessun dolore può essere paragonabile a questo.
Con una di queste mamme parlai a lungo. Suo figlio era annegato e per tre giorni il suo corpo era stato cercato invano. Quante cose erano passate per la testa di quella mamma durante quei tre giorni e quelle tre notti! Quanti sussulti aveva dovuto reggere il cuore di quella donna! Ma la cosa più terribile era che quel corpo, che lei aveva partorito e poi nutrito, pulito, vestito, baciato, adesso era irraggiungibile, si era staccato da lei definitivamente.
L’iconografia cristiana rappresenta con geniale realismo questo dramma nella figura della Pietà, dove Cristo morto giace di traverso sul grembo di colei che lo aveva messo al mondo, e che adesso non potrà più riprenderselo.
Se però il corpo del figlio morto è vicino al nostro, almeno potremo bagnarlo con le nostre lacrime, riscaldarlo con il nostro pur tardivo abbraccio. La pietà è questo dono estremo, quest’ultima carezza. I tre giorni che quella mamma trascorse senza suo figlio avrebbero potuto essere per lei la più tremenda delle punizioni, invece furono confortati dal pensiero che l’acqua nella quale il povero ragazzo si trovava era un segno d’amore: un abbraccio prenatale, la carezza di Chi, a differenza della piccola madre carnale, poteva - Lui sì - riprendersi indietro il figlio, e custodirlo per sempre. Dio, che è Padre ma anche (come diceva Papa Luciani) Madre.
Tre mesi è durato il dolore indicibile della mamma di Yara. L’altro durerà per sempre, mentre questo è finito. Adesso Yara (la sua presenza, e non semplicemente il suo simulacro) è di nuovo con lei e con il suo papà.
Sono stati tre mesi assurdi, tre mesi di fantasmi, di sobbalzi improvvisi e immotivati, di notti insonni.
In questi tre mesi mi sono spesso domandato cosa avrei detto, cosa avrei fatto se quello che è accaduto ai genitori di Yara fosse accaduto a me. In fondo, poteva benissimo succedere a me. Non conosco i disegni di Dio, ma per quello che mi riguarda è, in fondo, la stessa cosa. Ogni volta che nostro figlio esce di casa dovremmo ricordarci che nulla è scontato, che nulla va da sé, e ogni volta che torna e ci dice «ciao» dovremmo, magari in un sospiro, dire un «grazie»: a Dio, o a Maria, o a quella Cosa che non conosciamo ma di cui sappiamo l’esistenza, come la sapevano le donne dei marinai - mogli o madri o amanti o sgualdrine che fossero - quando la nave dei loro uomini rientrava in porto dopo una tempesta.
Un figlio non è una proprietà privata. Non è «nostro» come può essere nostra un’automobile, o una casa. E nemmeno come lo possono essere un dito, una gamba. Un essere umano che nasce non è un fiocchetto rosa o azzurro da attaccare (se c’è ancora chi lo fa) sopra i campanelli di casa, da basso. Un essere umano che nasce è un dono per tutto il mondo. E quando muore, specialmente se muore a tredici anni, è una tragedia per tutto il mondo.
Ma riaverlo per l’ultima volta tra le braccia è comunque un dono. Per questo credo che, nel dolore, la mamma di Yara possa essere almeno un po’ contenta. Anche se oggi hanno fine tutte le ultime residue irrazionali speranze, Yara è qui, è qui la sua presenza, e non c’importa se l’anima è volata via o se aleggia qui intorno: lei è qui, e noi la riabbracceremo, e rivedremo il meraviglioso sorriso dei suoi occhi.
Dire che quel sorriso «è spento per sempre» non sarebbe altro che l’ultimo tradimento. Ma, del resto, chi lo dice non lo pensa quasi mai sul serio, e sotto sotto si macera nell’inconfessabile speranza che sia vero il contrario.
Il Giornale, 28 febbraio 2011