lunedì 2 dicembre 2013

Caro Papa, ti domando...




 Dieci giovani donne non cattoliche da diverse parti del mondo interrogano Bergoglio (Donne, chiesa, mondo)

(Cristian Martini Grimaldi) Cos’hanno in comune dieci giovani donne che vivono in dieci Paesi diversi e non si conoscono tra loro? Tanto per cominciare sono tutte figlie della stessa epoca, con un’età compresa tra venti e trenta anni. Se il relativismo culturale ha scavato una distanza fra società geograficamente anche molto vicine, d’altra parte le nuove generazioni in tutto il globo sono accomunate dagli stili di vita, dalle nuove tecnologie e da una visione del mondo neo-scientifica che scarta a priori qualunque possibilità di trascendenza, tanto che — parafrasando Papa Francesco — si potrebbe parlare di globalizzazione dell’immanenza.Eppure le dieci donne che abbiamo intervistato non appartengono tutte alla categoria delle razionali non credenti. Alcune sono agnostiche, dove l’agnosticismo è oggi quella fede laica che informa trasversalmente la cultura giovanile globalizzata (incertezza nel futuro, rifiuto di assumersi la responsabilità di scelte definitive, fascino per l’incerto), celata sotto le apparenze di una presunta maggiore libertà: possibilità di poter sempre riscrivere il proprio pensiero senza cedere alla pesantezza di decisioni non più revocabili, addebitate a quelle confessioni tradizionali ormai ritenute inadatte a interpretare i bisogni esistenziali. Si intravede dunque tra i profili delle dieci giovani un’ansia per qualcosa che sta al di là, ma che non si sa esprimere, e che è forse il vero denominatore comune di questa generazione. I quesiti che le dieci donne pongono al Papa non hanno nulla a che fare con i pur serissimi e fondamentali dilemmi teologici e dottrinali che costituiscono la trama centrale della materia religiosa, né hanno a che fare con le curiosità su abitudini e gusti personali del Pontefice. Sono invece questioni che vanno dritte al cuore di temi importanti per la gente comune.
Cina
Ying è nata in un piccolo villaggio cinese nella provincia dell’Hebei a 150 chilometri da Pechino. Ha 27 anni. Il padre fa il muratore, classico migrante interno che si sposta continuamente da una parte all’altra del Paese in cerca di lavoro. La madre lavora nella fattoria di famiglia. Ying lavora a Pechino come interprete per una società lettone. «Sono una donna cinese molto pratica, e credo che il mondo dovrebbe operare secondo regole chiare. Avere una religione significa entrare in un percorso esistenziale speciale, dove le persone non operano più semplicemente in base alla razionalità e alla ragione, ed è per questo che non fa per me. Ma credo che esista comunque qualcosa al di là della nostra capacità di comprensione. Se dovessi fare una domanda al Papa credo sia questa: cosa significa avere un potere spirituale, rispetto ad esempio al potere dei nostri leader politici?
Estonia
Kaisa, che vive a Tallin, ha 24 anni e studia all’Estonian Information Technology College. «L’Estonia è un Paese piccolo ma molto creativo e innovativo, specialmente dal punto di vista tecnologico. Un’altra sua caratteristica è di essere tra i Paesi meno religiosi al mondo. Io sono felice senza religione, il che non vuol dire che Dio non esista, significa soltanto che le norme religiose create dall’uomo non fanno per me. Ovviamente ci sono cose divine nella vita, anzi penso che tutte le creature viventi possiedano qualità divine, ma non hanno bisogno di una religione per essere tali. La mia domanda al Papa è questa: sarebbe pronto ad assumersi la responsabilità di tutti i bambini che nascerebbero se non ci fosse più l’uso di preservativi o di pillole? La Chiesa spera forse di creare un esercito di milioni di bambini poveri e abbandonati per poi allevarli a diventare dei missionari?». 
Indonesia
Ayana nasce nel 1990, è indonesiana di famiglia musulmana. «Non sono religiosa, ma tutti gli esseri viventi fanno parte dell’universo, dunque credo in una sorta di energia vitale e positiva che informa l’esistenza di qualunque essere animato. La mia domanda è: perché, se esiste, Dio ci ha creato? Molti scienziati sono convinti che l’essere umano è destinato a scomparire (asteroidi, carestie, guerre), e che rimarranno solo gli scarafaggi e qualche colonia di topi. Posto che sia così, che senso avrebbe creare il genere umano se un giorno non ne rimarrà più traccia sulla terra? Quale sarebbe il senso di un’apparizione così fugace? Gli scarafaggi sono evolutivamente immortali, dunque hanno più dignità dell’uomo?».
Corea del Sud
Yuja vive a Busan, ha 22 anni e studia medicina. «I coreani sono un popolo composto quasi per un terzo da cristiani, tanto che nelle grosse città vi sono altissimi campanili che ormai fanno parte integrante dello skyline. Io stessa ho studiato in una scuola cristiana, ma personalmente credo che sia troppo conveniente l’idea di avere un Dio misericordioso che può giustificare tutte le nostre colpe con la scusa del pentimento. Ho avuto un pastore insegnante che chiedeva ogni settimana donazioni per gli orfani filippini: si è poi scoperto che usava quei soldi per andare con le prostitute. Quel pastore ora continua a insegnare ed è probabilmente in pace con la propria coscienza, visto che Dio ha certamente perdonato i suoi peccati. Penso che tutta la vita che esiste nell’universo abbia la stessa identica dignità, per cui non credo che esistano posti speciali per l’uomo quali un inferno e un paradiso e nulla per gli altri esseri viventi, quasi esistessero animali di prima e di seconda categoria. Credo infatti che l’uomo sia una sorta di insetto senza scopo, prodotto di reazioni chimiche più o meno misteriose. La mia domanda è: un Dio come quello cristiano, ovvero simile agli esseri umani, piuttosto che l’umiltà non esprime l’arroganza, la hybris, dell’uomo? E se Dio è quell’essere onnipotente di cui si dice, allora non dovrebbe essere qualcosa al di là perfino della nostra immaginazione, al punto che sarebbe impossibile pensarlo sotto qualunque forma, men che meno quella di essere umano?».
Francia
Nadége. «Sono nata in Francia da padre ebreo non credente e madre cattolica ma agnostica. Dopo la morte di mio nonno, all’età di otto anni ho cominciato a riflettere sulla questione del male, del dolore e del nulla. Ho scelto di iscrivermi a una scuola religiosa, cominciando a fare qualche timida esperienza di fede. A dieci anni sono stata battezzata. Nonostante questo, però, non sono riuscita a rispondere alle domande di cui ho detto. Ho scelto un percorso di studio che prevedeva biologia, matematica e neuroscienze, ma anche questo non mi ha dato alcuna risposta utile. Ho quindi cominciato un percorso di studio medico, cominciando a lavorare come neurologa. Ora ho 31 anni e lavoro come psicologa per bambini e adolescenti in un ospedale parigino. Ogni giorno, nel mio lavoro, faccio esperienza del modo in cui ciò che voglio chiamare anima è condizionata dal contesto nel quale si vive ma anche dai legami con le generazioni precedenti. Ancora, però, non riesco a trarre da tutto ciò una nozione di Dio. Anzi sono arrivata alla conclusione che tale nozione non sia necessaria. Qual è secondo lei il senso ultimo della vita umana? Come credente, come spiega il fatto che solo le donne possono procreare?».
Stati Uniti d’America
«Mi chiamo Chelsea, ho 25 anni e sono cresciuta sola con mia madre. Lavoro come cameriera in un ristorante a Omaha, in Nebraska. Ho una laurea in antropologia e in studi di genere. Attualmente studio come interprete della lingua dei segni. Mi considero una persona spirituale che però non sottoscrive nessuna religione in particolare. Non credo esista una divinità che governi l’umanità. Penso anzi che tutto ciò che esiste nell’universo coincida con quello che i cristiani chiamano Dio. Ma non credo nell’esistenza di un’entità che trascende l’universo e la materia come la conosciamo. La mia domanda è: ci sono molti cristiani e anche cattolici che giustificano i loro pregiudizi contro persone con tendenze sessuali diverse dalle loro sulla base delle Scritture. Si potrebbe dunque dire che sono in totale buona fede. È possibile considerare questo un atteggiamento legittimo? Un’altra domanda: mi piacerebbe sapere se, entro pochi anni, tutti i Paesi del mondo dovessero approvare il matrimonio tra coppie omosessuali eccetto, ad esempio, l’Italia, quest’unica eccezione dovrebbe ancora rappresentare la regola?».
Giappone
«Mi chiamo Shiho, ho 21 anni e sto completando il mio terzo anno di università in politica internazionale. Sono cresciuta a Tokyo e i miei genitori mi hanno mandato a una scuola cristiana privata, per cui ho una conoscenza relativamente buona degli insegnamenti del cristianesimo. Nonostante ciò ho comunque scelto di essere atea perché penso che sia una scelta esistenziale che mi permette di coltivare amicizie, o rapporti sociali in genere, senza correre il rischio di innescare conflitti ideologici con le persone. Trovo sia molto difficile intraprendere un qualunque tipo di relazione con persone che nutrono un forte senso religioso, causa spesso di spiacevoli dissidi. I giapponesi sono un popolo sostanzialmente ateo ma sono allo stesso tempo una delle società più pacifiche e più obbedienti alle regole del vivere comune che esistano: quale sarebbe allora il vantaggio di credere in un Dio? Lei pensa che le religioni possano davvero coesistere pacificamente? Se sì, in quale modo ciò potrebbe realizzarsi? Non pensa che non credere in nessuna religione possa in realtà risultare una scelta più efficace per realizzare un clima di armonia e pace tra i popoli, rispetto alla continua predicazione religiosa spesso causa (volontaria o involontaria) proprio di quei conflitti contro cui tale predicazione si batte?». 
Italia
«Mi chiamo Viviana, ho trent’anni, sono di Roma ma vivo a Sydney dove lavoro come babysitter. Mi sono laureata in psicologia infantile, e ho la fortuna di lavorare con i piccoli ormai da diversi anni. Mi stanno particolarmente a cuore quei bambini, i più sfortunati, che vivono nelle aree del mondo dove guerre e carestie li privano anche solo del nutrimento sufficiente per sopravvivere. Ho fatto del volontariato in Africa e mi chiedo spesso se in tempi di guerra un Papa potrebbe mai, nel nome del bene superiore, compiere il gesto estremo di portare la sua persona, e tutto ciò che simbolicamente rappresenta, sui reali, o potenziali, campi di battaglia scongiurando così, con molta probabilità, qualunque focolaio di conflitto armato. Nessuno oserebbe mai scatenare una guerra se sul fronte nemico comparisse la solenne figura del Pontefice in carne e ossa. In fondo Cristo ha compiuto un gesto molto simile: col suo sacrificio ha fatto da scudo agli uomini redimendoli dai loro peccati. Non dico che ciò debba accadere in tutte le occasioni in cui ci sono conflitti in corso, ma compiere un gesto simile per fermare quei conflitti di cui nessuno parla, ecco, le sembrerebbe un atto così folle da prendere in considerazione?». 
Russia
«Mi chiamo Irina, sono nata a Novosibirsk, capitale della Siberia. La mia famiglia ha sempre fatto in modo che ricevessi una buona educazione, e dopo gli studi mi sono laureata in relazioni internazionali e mi sono trasferita a Madrid dove ho ottenuto un master in cooperazione internazionale e aiuti umanitari. Ora vivo a Barcellona dove ho creato una mia azienda. Non sono sposata e non ho figli. Non sono mai stata una persona religiosa, ma neppure atea: diciamo agnostica. Penso che esista una sorta di legge universale che tutto regola, e credo anche nell’esistenza di una sorta di energia (energia cosciente?) che a sua volta predetermina questa legge universale. Le mie domande sono: quali sono secondo lei i tre fattori più importanti che definiscono il ruolo della Chiesa nella società moderna? Posto che oggi le ineguaglianze sociali si sono acuite rispetto al passato, secondo lei sono mai esistiti in passato (e se sì, quali), sistemi politici che hanno garantito una migliore uguaglianza sociale e una maggiore equità nella distribuzione delle risorse? Oggi esiste a suo avviso un Paese il cui sistema politico-sociale meriterebbe di essere considerato un modello da imitare?». 
Iran
«Mi chiamo Maryam, ho trent’anni, vivo in Germania ma sono nata in Iran. Ancora oggi mantengo ambedue le nazionalità. Sono laureata in ingegneria e sto studiando per ottenere un dottorato in biotecnologie. Sono cresciuta con due genitori atei. Dopo aver riflettuto a lungo sulla materia, posso dire che l’ateismo sia una scelta giusta. La mia domanda è questa: guardando i dieci comandamenti mi chiedo se sia davvero necessario avere una religione che ci dica cose abbastanza ovvie come non uccidere o non rubare. E se anche la religione fosse necessaria, è necessaria una Chiesa, cioè un’istituzione che spende moltissime risorse per la propria autogestione, risorse che spesso provengono dal contributo di pensionati, da parte di persone con lavori umili dai magri stipendi e che credono che il loro danaro venga davvero usato a fini di bene? Mi è capitato di incontrare molti religiosi che hanno fatto voto di povertà, che possedevano un iPad o un costosissimo modello di iPhone, quando non solo esistono strumenti con le stesse funzioni con un costo molto inferiore, ma quando il Vangelo è sostanzialmente un messaggio che dice: beati i poveri e guai a voi ricchi».
CONFERENZA MONDIALE DELLE DONNE INDIGENE A LIMA 
Se povertà, ignoranza e indifferenza sono parole solitamente associate ai gruppi indigeni sparsi per il mondo, il fenomeno si aggrava quando si tratta di donne: di questo si è discusso a Lima nel corso della Conferenza mondiale delle donne indigene, da poco conclusa. Dalla capitale del Perú le duecento delegate di varie etnie provenienti da diversi Paesi del mondo hanno lanciato il loro appello a Governi e società per porre fine a discriminazioni e violenze, chiedendo maggiore presenza nell’agenda sociale. Nonostante le differenze etniche, linguistiche e culturali tra le partecipanti, è risultata piena sintonia di esperienze in termini sia di esclusione e discriminazione, che di lotta e resistenza. Secondo la Commissione Economica per America latina e Caraibi, solo in America latina ci sono più di 23 milioni di donne indigene che affrontano quotidianamente profonde disuguaglianze sociali, etniche e sessuali. In Africa e Asia sono il triplo. E se già nel 2004 il Foro permanente per le popolazioni indigene aveva riconosciuto che le donne sono tra i gruppi più emarginati e discriminati, l’Onu segnala come la violenza contro di loro assuma forme diverse, tra prostituzione forzata, violenza nei conflitti armati, schiavitù sessuale, mutilazioni genitali, altre pratiche tradizionali nocive e, soprattutto, stupri. In Perú, ad esempio, circa il 37,6 per cento delle donne indigene ha subito violenza fisica o sessuale da parte dei congiunti. 
ERIN BROCKOVICH CON LA STERILIZZAZIONE FEMMINILE 
Grazie all’interpretazione di Julia Roberts, ormai il mondo conosce benissimo la vincitrice della causa di risarcimento per danni ambientali più sostanziosa della storia statunitense. Oggi però la battagliera Erin Brockovich, sempre attiva verso i veleni che ci contaminano, si è lanciata in un’altra campagna, contro la tecnica di sterilizzazione femminile Essure. Il dispositivo, in commercio da una decina di anni e presentato come barriera naturale contro la gravidanza, è facile, definitivo e indolore. O almeno così si vuol fare credere: Erin, infatti, ha scoperto che presso la Food and Drug Administration pendono da tempo oltre mille segnalazioni di effetti contrari attribuiti al dispositivo. Lo scontro è solo iniziato. 
BIMBI BOXEUR IN THAILANDIA
Si allenano dieci ore al giorno, dormono sotto il ring, pesano appena trenta chili. Sono circa trentamila i bambini thailandesi, di soli otto anni, coinvolti nei combattimenti illegali di pugilato. Se la loro speranza è quella di riuscire così a sfuggire alla miseria, la realtà racconta invece di lesioni irreversibili in ogni parte dei piccoli corpicini sottoposti a questo violento sport. Uno sport molto conveniente per gli sfruttatori: i turisti occidentali, infatti, sembrano adorare questo genere di “intrattenimento”.
DIPINGERE IL PAPA: MERCEDES FARIÑA 
Vive a quattro isolati da quella che era la casa di Papa Francesco e lo ha ritratto in diversi quadri; lui, in risposta, l’ha invitata in Vaticano perché gliene portasse uno. Come si può definire il viaggio di una persona qualunque che, da un giorno all’altro, viene invitata a un’udienza papale? «Dal vivo — ha raccontato Mercedes Fariña a Hernán Firpo — Francesco irradia un’energia totale, vederlo serve per notare l’aura, la sua luce. È stata un’emozione enorme avere di fronte il protagonista dei miei quadri! Credo sia una persona con una forza commovente e una pace totale, autentica. Ho provato una vera comunione spirituale. Non sono una ritrattista. Non faccio neppure ritratti su richiesta. Dipingo quello che mi piace. L’arte sacra mi è sempre piaciuta. Mi affascina il discorso delle iconografie religiose, nella mia opera il tema mistico è una costante, e il Papa viene dalla mia città, dal mio quartiere». Il risultato sono quadri di «un tale realismo da farti fare il segno della croce davanti alla tela».
GLI ORFANI DI YOLANDA
Già li chiamano “gli orfani di Yolanda” (il nome filippino del tifone Haiyan), le vittime più vulnerabili in assoluto. Bambini che improvvisamente si ritrovano soli, a vagabondare fra le macerie in cerca di qualcuno che si prenda cura di loro. «Sono le vittime privilegiate di sciacalli che li sequestrano a scopo di pedofilia o del traffico di esseri umani. È una prospettiva orribile, ma è oltremodo realistica in caso di calamità naturali. Questi bambini hanno bisogno di attenzione immediata, per essere salvati dalle grinfie di trafficanti e pedofili»: è netta la denuncia di padre Shay Cullen, missionario irlandese di San Colombano, che vive nelle Filippine dal 1969, noto per il suo impegno sociale e pastorale, soprattutto a favore dei minori vittime di sfruttamento sessuale. «Con il pretesto di salvare o curare i bambini, i trafficanti li rapiscono e li vendono ai pedofili. Oppure guadagnano somme ingenti di denaro fornendo i bambini per adozioni illegali. Peggio ancora, li immettono nel giro della prostituzione, facendoli schiavi dello sfruttamento sessuale». Le autorità filippine sono coscienti del rischio e stanno monitorando il fenomeno nella fase post-tifone. Il Dipartimento del Benessere sociale e dello Sviluppo del Governo filippino, ad esempio, ha già inviato una comunicazione urgente a tutti gli operatori umanitari segnalando «l’alto rischio del traffico di bambini» nelle zone devastate dal tifone. «Occorre fare il possibile per fermare la tratta dei bambini. La nostra associazione Preda Foundation — conclude Cullen — ha inviato operatori sociali qualificati nella zona colpita, per aiutare a proteggere e prendersi cura dei piccoli senza fissa dimora».
L'Osservatore Romano

Annuncio prima che denuncia.

 Francesco docet
di Giampaolo Crepaldi*

L’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” contiene molti aspetti che riguardano, direttamente o indirettamente, la Dottrina sociale della Chiesa. E’ un testo connotato dalla centralità, nella vita del cristiano, dall’incontro con Gesù Cristo, il Salvatore e il Misericordioso. Il “gaudio” di cui parla papa Francesco non è un generico sentimento psicologico, è la gioia della persona rinata, della salvezza incontrata e sperimentata nella vita di grazia, della misericordia che perdona i nostri peccati se anche noi lo vogliamo, della luce che la fede in Gesù Cristo getta su tutta la nostra vita, personale, familiare, comunitaria, sociale. E’ un’Esortazione Apostolica “cristocentrica”, perché dalla luce di Gesù Cristo prendono luce il creato, la Chiesa, l’umanità, la storia.
Questa impostazione cristocentrica è molto importante anche per la Dottrina sociale della Chiesa che, come in molte occasioni aveva insegnato Giovanni Paolo II, è “annuncio di Cristo nelle realtà temporali” e solo in questa luce si occupa del resto. E’ anche importante perché comporta, tra l’altro, la priorità dell’annuncio sulla denuncia. Anche questa è una impostazione già presente nel magistero sociale della Chiesa e che ora papa Francesco riprende e sviluppa ulteriormente. L’annuncio deve essere fatto con gioia, perché ha all’origine un “sì” che viene prima di ogni osservazione critica sulle condizioni sociali di oggi. In principio c’è l’annuncio della salvezza, della misericordia e della giustizia. Siamo grati al Santo Padre per avere incentrato la sua Esortazione sull’essenziale.
Un aspetto non solo formale della “Evangelii Gaudium” è che il Papa usa frequentemente il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, lo raccomanda esplicitamente e lo cita spesso. Il Compendio è molto adoperato in America Latina, forse più che in Europa, e fa piacere che ora il Papa latinoamericano lo riproponga a tutta la Chiesa. Del resto, l’impianto del Compendio risponde proprio alle esigenze che papa Francesco esprime in questa Esortazione Apostolica: in principio c’è il progetto di amore di Dio sull’uomo, che riempie l’uomo di gioia e che lo spinge ad uscire verso gli altri per partecipare questa gioia a tutti. Non che questo comporti un rifiuto o una sottovalutazione del livello etico dei problemi sociali. Anzi, il livello etico viene sollevato più in alto e protetto dalle sue sempre possibili degenerazioni moralistiche. La legge nuova dell’amore non toglie la legge della Tavola, ma la eleva e la purifica. 
I temi e la prospettiva della Dottrina sociale della Chiesa sono presenti in tutta l’Esortazione, ma si concentrano soprattutto nei capitoli II e IV. In quest’ultimo capitolo, dal titolo “La dimensione sociale dell’Evangelizzazione”, il Santo Padre riprende con nuovi accenti i grandi temi del rapporto tra annuncio di Cristo e sua ripercussione comunitaria, tra la confessione della fede e l’impegno sociale, ma enuncia anche prospettive nuove, che arricchiscono il magistero precedente. “Il tempo è superiore allo spazio”, “L’unità prevale sul conflitto”; “La realtà è più importante dell’idea”; “Il tutto è superiore alla parte”. Si tratta di quattro prospettive nuove a partire dalle quali ripensare l’insieme delle relazioni sociali.
Sempre dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa, un’importante novità della “Evangelii Gaudium” è l’ampio approfondimento, contenuto nel capitolo IV, della cosiddetta “scelta preferenziale per i poveri”. Il Papa ne parla dal punto di vista dell’amore evangelico di Gesù per i piccoli e gli ultimi. E’ una ricca riflessione sull’atteggiamento dei credenti e della Chiesa nei confronti dei poveri e su quanto da essi si possa imparare. L’inclusione sociale dei poveri diventa qui qualcosa di più che una politica sociale. Diventa la prospettiva stessa del nostro vivere in società, l’aspetto che continuamente ci ricorda il motivo ultimo per cui esiste la comunità politica. Trova spazio, esplicitamente o implicitamente, tutta la riflessione della Dottrina sociale della Chiesa sulla solidarietà e il bene comune, visti questa volta dal punto di vista dei poveri. Viviamo in un momento particolare, da questo punto di vista. La crisi economica fa aumentare le disuguaglianze e, quindi, anche i poveri e la povertà. Un nuovo sguardo sui poveri a partire dai poveri evangelicamente intesi sarà di grande aiuto per tutti. 
Dalla lettura della “Evangelii Gaudium”, tra i tanti spunti e sollecitazioni, emerge l’importante concetto di “pace sociale”, che il Papa approfondisce, sempre all’interno del capitolo IV. C’è la pace diplomatica tra le nazioni, c’è la pace politica tra i partiti, ma c’è anche la pace sociale tra i ceti e tra i cittadini. Su questa si riflette poco, eppure è oggi quella più dirompente perché le disuguaglianze e la precarietà del lavoro finiscono per mettere i cittadini e i gruppi sociali gli uni contro gli altri. Il testo dell’Esortazione, a questo proposito, contiene delle salutari provocazioni indirizzate all’economia e alla politica affinché rimettano al centro di se stesse la persona umana e un autentico bene comune.
La “Evangelii Gaudium” ha un aspetto fortemente missionario, conseguente alla impostazione cristocentrica di cui si parlava all’inizio. Tutta la Chiesa è invitata da papa Francesco ad avere il coraggio della missione, superando inerzie ed eccessivi scrupoli che paralizzano. Questo è vero anche per la Dottrina sociale della Chiesa. Giovanni Paolo II aveva scritto nella Centesimus annus che essa ha un aspetto “concreto” e “sperimentale” e invitava tutti i credenti a mettersi in gioco con coraggio, inserendosi nel grande fiume di quanti da sempre nella Chiesa hanno dato il loro impegno per il bene comune dei fratelli. Che la Chiesa esca da se stessa per la missione non vuol dire né che bisogna uscire “dalle chiese” né che si debba abbandonare la dottrina e la vita sacramentale. Vuol dire, secondo papa Francesco, farsi guidare sempre dall’essenziale, e l’essenziale, nella vita del cristiano, va donato a tutti.  
* Arcivescovo di Trieste
   Presidente dell’Osservatorio Card. Van Thuân 
   per la Dottrina sociale della Chiesa

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“Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo”: così, scrive Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium. Sugli aspetti della dottrina sociale della Chiesa affrontati nel documento, l’arcivescovo di Trieste, mons. Giampaolo Crepaldi:

R. – Il tratto che dà connotazione all’Esortazione Apostolica è la centralità dell’incontro con Gesù Cristo, il Salvatore misericordioso. E a me sembra che questa impostazione cristocentrica sia veramente molto importante anche per la Dottrina sociale della Chiesa: ricordiamo Giovanni Paolo II che diceva che la Dottrina sociale è annuncio di Cristo nelle realtà temporali.

D. – Il Santo Padre scrive: “Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, non si risolveranno i problemi del mondo e, in definitiva, nessun problema” …

R. – Papa Francesco fa un importante e ampio approfondimento, nel capitolo IV, sulla scelta preferenziale per i poveri. Evidentemente, il Papa ne parla dal punto di vista dell’amore evangelico di Gesù per i piccoli e gli ultimi. L’inclusione sociale dei poveri diventa la prospettiva stessa del nostro vivere in società, qualcosa di più che una politica sociale: diventa l’aspetto che continuamente ci ricorda, in fin dei conti, il motivo ultimo per cui deve esistere la comunità politica.

D. – Papa Francesco, a questo proposito, spiega anche che per la Chiesa l’opzione per i poveri è appunto “una categoria teologica, prima che culturale, sociologica, politica o filosofica” …

R. – La crisi economica che stiamo vivendo fa certamente aumentare le disuguaglianze, quindi anche i poveri e la povertà. Nella prospettiva di Papa Francesco – spirituale e teologica – un nuovo sguardo sui poveri va fatto a partire dai poveri, evangelicamente intesi. E questo sarà di grande aiuto per tutti.

D. – Un altro elemento sottolineato dal Santo Padre è quello della pace sociale …

R. – Sappiamo che c’è la pace diplomatica tra le nazioni, c’è la pace politica tra i partiti ma c’è anche la pace sociale tra i ceti e tra i cittadini. E su questa, direi, si riflette poco, quindi il contributo del Papa è veramente innovativo. Eppure, oggi questa pace sociale è quella più dirompente, perché le disuguaglianze – economiche, sociali – e la precarietà del lavoro finiscono per mettere i cittadini ed i gruppi sociali gli uni contro gli altri. Il testo dell’Esortazione apostolica, a questo proposito, contiene veramente delle provocazioni salutari indirizzate all’economia e alla politica, affinché rimettano al centro la persona umana e un autentico bene comune.

D. – La politica è “tanto denigrata”, dice il Pontefice ma ricorda poi che è “una vocazione altissima, una delle forme più preziose di carità” …

R. – Qui Papa Francesco riprende quello che è un insegnamento costante presente nel Magistero sociale, direi già a partire dalla Quadragesimo Anno di Pio XI; tema rilanciato fortemente, praticamente con le stesse parole che usa Papa Francesco, da Paolo VI: la politica come esercizio altissimo della carità; e evidentemente al giorno d’oggi noi ci scontriamo soprattutto con la crisi della politica e soprattutto con la crisi della funzione architettonica del vivere sociale che ha la politica. Questo richiamo mi sembra quanto di più attuale ci sia. Io spero veramente che il mondo politico se ne faccia carico.

D. – Evangelii Gaudium si sofferma inoltre sulla tratta delle persone e cita "la complicità comoda e muta" di molti …

R. – La Santa Sede è sempre stata in prima linea contro questa aberrazione. Evidentemente, il Papa sollecita anche su questa questione specifica una presa di coscienza a livello di organismi internazionali, di scelte governative e a livello di coscientizzazione della società civile.
 Radio Vaticana 

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«No» all'economia dell'esclusione
Il Sole 24 Ore - Rassegna "Fine settimana"
 
(Bruno Forte) Dopo la riflessione sulla fede proposta nell'Enciclica Lumen fidei, Papa Francesco presenta una sorta di manifesto programmatico del suo pontificato nell'Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, pubblicata a poco più di un anno dal Sinodo (...)

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“Mosaico di pace” - Rassegna "Fine settimana"
(A cura di Sonia Zuccolotto) In uno scenario di straordinaria accoglienza e di calore, quello del Centro di accoglienza e promozione culturale Ernesto Balducci di Zugliano, abbiamo incontrato, in esclusiva per i lettori e le lettrici di Mosaico di Pace, Leonardo Boff, grande (...)

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Papa Francesco e la forza della Parola
cattolici-liberali.com

(Alessandro Gisotti) Sono rimasto molto colpito dal fatto che mio figlio di 4 anni abbia salutato con questa esclamazione la prima immagine di Papa Francesco che gli sia passata davanti agli occhi. Parola che ha poi ripetuto altre volte nel guardare una foto o un video (...)

Visita "ad Limina Apostolorum" dei presuli della Conferenza Episcopale dei Paesi Bassi. Discorso di Papa Francesco


La sfilata (di manichini) in chiesa - Una visitatrice osserva l'installazione dello stilista olandese Mart Visser - una sfilata di una massa  impressionante di manichini - presso la «chiesa nuova» di Amsterdam (Afp)
La sfilata (di manichini) in chiesa - Una visitatrice osserva l'installazione dello stilista olandese Mart Visser - una sfilata di una massa impressionante di manichini - presso la «chiesa nuova» di Amsterdam (Afp)
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Il cardinale Eijk presenta la realtà della Chiesa olandese. Realisti ma non pessimisti

È un quadro «realista, non roseo in tutti gli aspetti, ma non pessimista», quello che i vescovi dei Paesi Bassi hanno presentato stamani a Papa Francesco in occasione dell’udienza per la visita «ad limina Apostolorum». Ad illustrarne luci e ombre con un’immagine «trasparente e sincera» della vita della Chiesa locale è stato il cardinale Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht, presidente della Conferenza episcopale.Il numero dei cattolici — ha detto il porporato nel saluto rivolto a Papa Francesco — sta diminuendo rapidamente. Soprattutto il numero dei praticanti. E la Chiesa, che non riceve sussidi dallo Stato e dipende dai contributi volontari dei fedeli, ha di conseguenza a disposizione sempre minori mezzi finanziari sufficienti per mantenere le chiese parrocchiali. «Prevediamo che un terzo delle chiese cattoliche nel nostro Paese sarà chiuso entro il 2020 e due terzi entro il 2025» ha affermato.
Inoltre nei Paesi Bassi «la Chiesa ha a che fare con il problema dell’abuso sessuale dei minori da parte di collaboratori della Chiesa». Su questo dramma la conferenza episcopale e la conferenza dei religiosi hanno collaborato e si sono impegnate a fondo, facendo investigare «questo problema da una commissione» e dando di conseguenza vita a una fondazione indipendente, con lo scopo anche di provvedere alle indennità e assicurare l’assistenza psicologica. «Siamo decisi — ha affermato il cardinale Eijk — a riconoscere i problemi delle vittime, a ricompensare i danni e aiutarle a guarire per quanto possibile». Il cardinale ha parlato anche di un clima di crescente fiducia reciproca, confermando l’impegno della Chiesa a «fare piazza pulita in questo campo» anche «nell’interesse delle vittime». E ha riferito che «per la possibilità di presentare reclami di abuso sessuale da parte di persone decedute e di abuso prescritto è stata fissata in comune accordo una data finale, il 1° luglio 2014». La Chiesa, ha aggiunto, continua ad appoggiare questo processo di chiarezza.
Il cardinale Eijk è poi passato a indicare gli aspetti incoraggianti della vita della Chiesa nei Paesi Bassi. «Osserviamo che i cattolici praticanti rimasti prendono sempre più sul serio la loro fede, sono sempre più positivi verso la Chiesa e hanno sempre più un rapporto personale con Cristo» ha detto. E ha aggiunto: «Noi speriamo di poter mantenere un numero di chiese che saranno il centro di una comunità di cristiani con una fede vivente. Questi supporteranno la Chiesa nei Paesi Bassi e saranno il lievito per il Regno di Dio nel futuro». In questa prospettiva, ha proseguito il cardinale, la visita «ad limina» è un’occasione importante per un confronto «sugli sviluppi religiosi, culturali, sociale e pastorali». 
Infine a Papa Francesco i vescovi dei Paesi Bassi hanno assicurato la loro preghiera. E gli hanno chiesto di ricordare nelle sue preghiere la Chiesa loro affidata.
L'Osservatore Romano

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Visita "ad Limina Apostolorum" dei presuli della Conferenza Episcopale dei Paesi Bassi. Discorso di Papa Francesco
[Text: Français, Italiano]
Sala Stampa della Santa Sede
 
Alle ore 11.30 di questa mattina, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza il gruppo di Vescovi della Conferenza Episcopale dei Paesi Bassi, in visita "ad Limina Apostolorum". Riportiamo di seguito il testo del discorso che il Papa ha consegnato ai Presuli dei Paesi Bassi nel corso dell’incontro: (...)

A farci fare l'amore dalle infermiere...

Prostituzione in camice bianco
di Renzo Puccetti e Stefano Alice

Nella maionese impazzita della pseudo-sanità è stato aggiunto un nuovo ingrediente dal nome programmatico: assistenza sessuale.
Se ne dovrebbe occupare una figura professionale formata ad hoc, appunto l’assistente sessuale. Si è fatta portavoce di questo nuovo “diritto” la sessuologa e psicoterapeuta Giulia Proietti secondo la quale la figura volta a soddisfare le esigenze fisiche dei disabili «altro non è che una infermiera». Ci spiega infatti la dottoressa Proietti che c’è «un labile confine tra questo tipo di infermiera e la prostituta […] Se ragionassimo senza malizia, capiremmo che non c'è tutta questa differenza tra mettere un catetere e fare una masturbazione, sono due funzioni sanitarie». Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute non è la mera assenza di malattia, ma uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Se la salute è questa roba qui, allora, commentò il professor Petr Skrabanek, «è qualcosa che è raggiunta solo al momento di un mutuo orgasmo». Se fosse ancora in vita l’irriverente epidemiologo del Trinity College avrebbe assistito oggi all’avverarsi di quella sua intuizione. E infatti per la dottoressa si tratta di «Una terapia vera e propria, rivolta al benessere psico-fisico»; la si attua  «attraverso il contatto, le carezze, il massaggio, gli abbracci, i giochi erotici o anche semplicemente la presenza, l'affetto e l'umanità».
Appreso dalla sessuologa che la carezza erotica è terapeutica in quanto concorre al benessere psico-fisico, viene da domandarsi che rilevanza abbia il soggetto autore delle manipolazioni genitali nell’attribuzione sanitaria della fattispecie. Nella modernità che riconduce desideri e pulsioni ad esigenze di salute il peccato di Onan può intendersi come un'auto-terapia e non meno terapeutici si potranno considerare i servizi offerti da discinte signorine e trans-signorini su “persona assistite” affette da solitudine, timidezza, o semplicemente elevati livelli di arousal. Perché anche questi “terapeuticissimi” toccamenti non dovrebbero essere inclusi tra le prestazioni rimborsate dal sistema sanitario pubblico? Non stupisce che gli infermieri non abbiano apprezzato leggere che non c’è differenza tra cateterizzazione e masturbazione. Da inguaribili medici ippocratici quali siamo, agli amici infermieri che giorno e notte ci aiutano a curare i pazienti esprimiamo la nostra solidarietà, che in parte è interessata, consapevoli che gli atti normalmente svolti dagli infermieri alla bisogna possano e talora debbano essere svolti da noi medici.
Si tratta di una questione che crediamo possa interessare il prolifico comitato deontologico della federazione medica e il presidente e senatore Pd Amedeo Bianco, secondo cui l’iniziativa di cambiare il codice medico si radica nei “cambiamenti di prospettiva nei valori, nelle richieste, nelle offerte di servizi”. Giacché l’assistenza sessuale è già ora praticata in Svizzera, Danimarca, Olanda, Svezia e Germania, diventa problematico non rilevare in una richiesta che in Italia ha già raccolto cinquemila adesioni un cambiamento di prospettiva. Gira e rigira anche queste situazioni finiscono per interessare la clausola di coscienza. Nel nuovo codice è scritto che il medico non può rifiutare una prestazione se ne deriva un nocumento per la salute della persona assistita, non essendo specificato altrimenti si deve intendere qualsiasi nocumento, e non, come nel codice attuale, un “grave e immediato nocumento”. Un collega ci ha domandato come sarebbe possibile rifiutare un’eventuale richiesta di toccamento erotico senza incorrere in un illecito disciplinare secondo la bozza del nuovo codice.
Caro senatore, sebbene abbia definito “ingenerose” le nostre critiche al lavoro del suo comitato deontologico, vogliamo rendere evidente che noi non serbiamo rancore, anzi intendiamo dimostrarle tutta la nostra considerazione invitandola a dipanare il dubbio che ci è stato presentato da questo collega. La dottoressa Patuzzo, membro del comitato deontologico della federazione medica, fa parte di quella consulta bioetica che ha organizzato la campagna “il buon medico non obietta”; le saprà dare di certo il suo parere.

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"Bambini arcobaleno", fare outing alle elementari
di Tommaso Scandroglio


Si chiamano bambini arcobaleno. Per i loro genitori sono già dei piccoli gay o comunque bambini che sessualmente non hanno ancora deciso da che parte stare, sospesi in una sorta di limbo sessuale. Figli in tenerissima età che, ad esempio, pur essendo maschietti amano vestirsi da femmina e giocare con le bambole. In rete si sta costituendo una vera e propria comunità di genitori di “gender creative children”. Creativi – perché a detta delle mamme – saranno loro stessi a crearsi un’identità sessuale anche differente da quella indicata da madre natura.
E così da alcuni blog, seguiti da milioni di persone, emergono spezzoni di vita vissuta di gay in erba. C’è Johnny che a 8 anni ha già fatto il suo piccolo outing con la mamma: «Ho una cotta per Blaine [un personaggio omosessuale della serie Glee], quanto vorrei incontrarlo... Sai? Sono gay come lui». Una mamma poi racconta: «Mio figlio ha solo 8 anni, non ha familiarità con gli atti sessuali: essere gay, per lui, è una questione di empatia, di atmosfera, di emozioni». Un’altra, la signora Amelia, tiene a precisare che lei e il marito non hanno fatto nulla per instradare il figlio verso questa strada: «Quando mio figlio mi disse di essere gay, due anni fa, sorrisi: era così piccolo... E voglio sottolineare: fu lui a dirlo a me, non io a lui. Certo non mi sognai di contraddirlo. Sarebbe stato molto irrispettoso nei suoi confronti. Ma nemmeno di assecondarlo. Nel tempo non ha mai cambiato idea e due anni sono tanti nella vita di un bambino».
L’outing pre-puberale poi non deve essere confinato alle pareti domestiche ma deve diventare fenomeno sociale condiviso. E dunque perché non rendere nota la decisione ad altri? Così la signora Amelia ha deciso di recarsi in missione nella scuola del figlio: «sono andata a parlare con i suoi insegnanti a scuola spiegando come volevamo crescerlo. Ci hanno compreso e sostenuto. Il preside ha subito riunito tutti gli insegnanti della scuola dicendo che un bambino aveva fatto il suo coming out. Nessun discorso omofobo, nessun atto di bullismo sarebbe stato tollerato». Lotta all’omofobia in formato bonsai.
C’è chi organizza anche party omo per i bambini chiamando a raccolta altri coetanei arcobaleno. I motivi di questa trovata gay friendly sono tre. In primo luogo, così dicono, l’omosessualità minorile non deve essere un marchio d’infamia e dunque perché non uscire allo scoperto? In secondo luogo è bello stare insieme per non far sentire soli i propri figli “creativi”. E infine lo scopo di queste festicciole è quello di rieducare i fratellini che sono ancora fermi a giocare con le pistole e i soldatini, giochi troppo etero. Ecco infatti cosa racconta una di queste mamme arcobaleno: «Con altre mamme che mi hanno contattato organizziamo una merenda, per ora mensile, perché purtroppo abitiamo tutti in città diverse. Facciamo incontrare i nostri bambini per non farli sentire unici, isolati. L'ultima volta si sono messi addosso ogni tipo di stoffa colorata e hanno organizzato una sfilata di moda per noi genitori. Sapesse che festa! Ma lo facciamo anche per non far sentire soli i loro fratelli e sorelle, anche loro invitati a giocare e a confrontarsi». Un’occasione dunque per aprire la mente degli altri figli al credo gay.
Queste mamme fanno quadrato attorno all’idea che occorre lasciare campo aperto fin dalla più tenere età al libero disegno della propria sessualità perché credono che prima si agisce meglio è. Se tuo figlio si mette le tue scarpe con tacco 10 e gioca con il reggiseno lascialo fare, gli eviterai in futuro stress emotivi e scrupoli di coscienza.
Su questi bambini “non conforming”, cioè non convenzionali, è uscito anche un libro. Si intitola “Crescendo il mio arcobaleno” e lo ha scritto Lori Duron appuntando aneddoti di suo figlio maschio CJ di 6 anni che riguardano il gaio percorso dell’omosessualità in calzoni corti: volteggiare in tutu rosa in soggiorno, giocare con la Barbie e la Principessa Disney, farsi confezionare dalla nonna vestitini da femmina. Una volta prima di andare a scuola il piccolo CJ si è rivolto così alla madre alludendo ad un gioco che faceva con i suoi compagni di classe: «Mamma, oggi, quando arriviamo a scuola, possiamo dire a Gigi che io non voglio fare sempre il papà? A volte vorrei fare la mamma».
Sulla quarta di copertina del libro della signora Duron così troviamo scritto: «Non è tutto rosa e non tutto è blu. È un pasticcio confuso o un qualcosa di creativo color arcobaleno. Lori e la sua famiglia hanno deciso di vederci l'arcobaleno».

Dio benedica la Croazia!

Manifesto per il sì


Il referendum in Croazia è stato un successo: 66% di voti per il sì alla modifica costituzionale che introduce la definizione di famiglia come matrimonio tra un uomo e una donna. Malgrado tutti i tentativi del governo socialista di sabotare la consultazione e di intimidire gli attivisti del “sì” il popolo croato ha mandato un messaggio chiaro. La Croazia è così il primo paese europeo a invertire una tendenza al disfacimento della famiglia che sembrerebbe inarrestabile, è il classico granello di polvere che blocca l’ingranaggio.
Tra i motivi del successo nel referendum c’è sicuramente anche l’unità d’intenti di tutte le confessioni cristiane – cattolici, ortodossi, piccole denominazioni protestanti – e delle altre religioni, ebrei e musulmani. In particolare si è registrato un grande coinvolgimento della Chiesa cattolica, dai vescovi alle singole parrocchie.
Il voto croato dice due cose soprattutto: la prima è che il trionfo dei nemici della famiglia e della persona non è ineluttabile. C’è possibilità di fermare questa corsa alla disgregazione in cui si è lanciata l’Europa, non solo giocando in difesa, ma proponendo qualcosa in positivo. Il no all’equiparazione delle unioni di fatto, anche tra persone dello stesso sesso, è in realtà un “sì alla famiglia”, come dimostra anche il dettato del referendum promosso dalle associazioni pro-family croate.
Se in Croazia la mobilitazione è stata generale, qualche segno nella stessa direzione c’è anche in Italia. Ieri, 1 dicembre, ad esempio, a Torino si è svolto un convegno organizzato da sedici associazioni cattoliche proprio per dire “sì alla famiglia” come risposta ai tentativi di introdurre l’ideologia di genere nella legislazione italiana e nella scuola. Al convegno – che prevedeva una parte di approfondimento dal punto di vista sociologico, giuridico e politico e un’altra di confronto tra parlamentari e rappresentanti delle associazioni presenti nella scuola e nel mondo del lavoro - hanno partecipato oltre 500 persone a testimonianza che smuovere qualcosa anche in Italia è possibile. 
La seconda cosa che emerge dal voto croato è però l’estrema determinazione di queste lobby che vogliono la distruzione della famiglia. Non solo ciò che è accaduto prima del voto lo dimostra, ma ieri mentre si palesava la dura sconfitta del governo, il premier Mikanovic, oltre a parlare di “giornata triste”, annunciava la contromossa: la presentazione in Parlamento già in questa settimana di un disegno di legge sulle unioni civili, riservato soltanto alle coppie omosessuali, alle quali verranno concessi tutti i diritti delle coppie sposate, ad eccezione della possibilità di adottare i bambini. Bisognerà ora vedere se il governo riuscirà nel suo intento, ma la determinazione delle forze del male è evidente, in Croazia come altrove, Italia compresa. E con questa bisognerà fare i conti.
Riccardo Cascioli
La nuova bq

Sottomessa ma non al marito


DI COSTANZA MIRIANO
Continuano le polemiche in Spagna per Sposati e sii sottomessa e la cosa sta assumendo una connotazione grottesca; dopo le interrogazioni parlamentari, la denuncia, le esternazione di un importante ministro ora arrivano anche le manifestazioni di piazza e i talk show a tema “ “. Questa che proponiamo è l’ultima intervista  rilasciata da Costanza Miriano ai media spagnoli. A proposito anche le Figaro in Francia ha scritto di questa vicenda.  Solo alla stampa italiana sembra interessare poco nonostante sia coinvolta  una giornalista e scrittrice italiana.
ADMIN
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Costanza Miriano qual è il tuo obiettivo con i due libri?
Sono convinta che la Chiesa abbia il libretto di istruzioni dell’essere umano. Chi ne segue gli insegnamenti è felice. Io con i miei libri semplicemente volevo aiutare le mie amiche, le persone che conosco e a cui voglio bene (che sono i destinatari delle mie lettere), a farsi venire un dubbio, anche se non credenti. A farsi venire la voglia di mettere alla prova quello che la Chiesa, che per noi credenti è una mamma, dice all’uomo e alla donna sulla loro felicità, sul matrimonio, sull’apertura alla vita. Io credo che l’idea cristiana dell’uomo e della donna funzioni, e mi è venuta voglia, avendolo sperimentato, di passare parola, di dirlo alle persone a cui tengo. Ho cercato di farlo traducendo il linguaggio della Chiesa in parole contemporanee, citando Nora Ephron e San Paolo, Il grande Lebowski e Sant’Agostino, perché sono convinta che la Bibbia sia il libro più anticonformista dirompente e alternativo di tutti, i Padri della Chiesa i giganti su cui si fonda la cultura europea che ci permette di vivere con questa dignità.
Quale è il messaggio?
Che l’uomo e la donna sono diversi, perché Dio crea separando (e le teorie del gender sono solo teorie, e appunto essendo teorie possono non essere condivise, e i cattolici non le condividono). Che uomo e donna mettono in comune i loro talenti, le loro differenze, le loro povertà. Nel matrimonio cristiano si accoglie il proprio limite, e il limite dell’altro, e si smette di rivendicare: si impara che nessun uomo colmerà mai tutte le attese della donna, né alcuna donna sarà mai così perfetta come l’uomo la desidera. Si esce dalla logica delle recriminazioni e delle rivendicazioni reciproche perché ciascuno dei due prima di tutto si rapporta con Dio. Si capisce che il matrimonio è un laboratorio di conversione, e che l’obiettivo di ciascuno dei due sposi è convertirsi, smussare i propri angoli e limare le proprie scabrosità. Nello specifico, il difetto femminile è il desiderio di controllo, e per questo San Paolo, nella lettera agli Efesini che ispira i miei titoli, le invita a essere sottomesse. Il difetto maschile è invece l’egoismo, ed è per questo che San Paolo agli uomini chiede di morire per le spose. Come è evidente il servizio è reciproco, ma non uguale. Speculare ma non omologo. La dignità è la stessa in quantità ma non in qualità.
Perché sono controversi?
Inizialmente ho pensato che fosse la parola sumisa a dare fastidio. Poi ho visto che nel vostro paese sono tranquillamente in vendita altri libri con la parola sumisa nel titolo, come Diario de una sumisa, e Confesiones de una sumisa. Allora ho capito che ècasate a dare fastidio. Sottomessa sì. All’amante, magari, a un passante, a chiunque, ma non al marito. L’ideologia del mainstream ha in odio l’idea cristiana del matrimonio perché è esattamente il contrario del totem dell’uomo contemporaneo, che è l’autodeterminazione, l’assenza totale di legami, di appartenenza, di confini. L’uomo contemporaneo non accetta neanche le verità più evidenti, cioè che il sesso è un’identità donata che non ci scegliamo, ed è un’identità che nella dinamica maschile e femminile dice la verità più profonda sulla natura dell’uomo: maschio e femmina a sua immagine, dice la Bibbia. Nella dinamica uomo donna c’è il segreto dell’immagine di Dio che è uno e trino. Ma oggi Dio è rifiutato, e si vuole che ogni uomo si autodetermini completamente. Orfano, sterile, solo.
Perché si sia invocata la censura, questo non è compito mio spiegarlo. Vorrei chiederlo io, a chi la invoca. La trovo una vicenda grottesca, e anche un po’ preoccupante. C’è qualcuno che può stabilire chi può dire cosa? Mi chiedo anche: io non sono nessuno, sono una moglie, una mamma, non rappresento nessuno e parlo a nome mio. Perché quello che dico è avvertito così minaccioso? Uno può non comprare il mio libro, può non stimarmi, ritenermi poco intelligente. La censura indica debolezza, è evidente.
O forse tutta questa storia indica che tutti gli altri problemi della Spagna sono stati risolti, e quindi in Parlamento c’è tempo per occuparsi del libretto di una sconosciuta. Sono molto contenta per voi, in questo caso. Vuol dire che tutto il resto è tornato a posto. Bene.
Sono sessisti?
Se essere sessisti per lei significa ritenere che alcune caratteristiche dell’uomo e della donna sono diversissime, e che sono determinate proprio dall’essere uomo o donna, e che i due non sono sovrapponibili, e che ognuno deve fare la propria parte, e che l’uno senza l’altro non è fecondo, che la vita viene proprio da questa meravigliosa irripetibile unione fra due diversità, che in tutti gli ambiti lo sguardo maschile e femminile sono irriducibili l’uno all’altro, che ci sono cose che gli uomini non sanno fare e altre che le donne non sanno fare, che nella educazione dei figli sono necessari un padre maschio e una madre femmina, se dire tutto questo è essere sessisti sì, sono sessista, anche se rifiuto l’accezione dispregiativa della parola. Discriminare in base al sesso, dice il dizionario. Certo che bisogna discriminare in base al sesso. Una donna non può lavorare come un uomo, perché è necessario lasciarle la possibilità di fare la mamma, o almeno la possibilità di scegliere. Se questo è discriminare, ben venga.
Aggiungo che in questi giorni il principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera,  sta facendo un sondaggio, in cui chiede alla gente se crede che un bambino possa crescere bene con due genitori dello stesso sesso. Nonostante martellanti campagne nel senso opposto, i no sono sempre stati all’80%. Il senso comune vede benissimo la ricchezza feconda della differenza. Questo è sessismo?
 
Qual è per te il ruolo della donna nel matrimonio?
Innanzitutto diciamo subito che ogni coppia ha i suoi equilibri unici e irripetibili, e che la sottomissione non c’entra nulla con chi fa i letti e chi cucina. La donna deve essere sottomessa nel senso di fare un passo indietro nel suo perfezionismo, nel voler plasmare, formattare tutte le persone che ha intorno. La Provvidenza ci ha dotate della capacità di condizionare gli altri, perché siamo chiamate a educare, ma dobbiamo usare bene questo talento. La donna, come scriveva Giovanni Paolo II, ha il genio della relazione: sa mettere armonia, se usa bene le sue doti, tra tutti  i membri della famiglia. Sa sostenere perché è fatta per accogliere, come sa fare spazio nel suo grembo per la vita, sa fare spazio nella vita per aiutare a crescere tutti quelli che le sono affidati. Questo non è affatto sminuente per lei, al contrario. La donna ha il compito di far vedere all’uomo il bene e il bello possibili, può rimandare all’uomo un’immagine positiva di se stesso. Con la sua dolcezza la donna può disinnescare quel mister Hyde che si nasconde spesso nell’uomo, e che è un fatto quasi etologico. Lo può fare però solo una donna pacificata, una donna così emancipata che non ha bisogno di gridare i suoi diritti, li dà per scontati. Il solo fatto che qualcuno possa mettere in dubbio la pari dignità tra uomo e donna è ridicolo, è una cosa dell’età della pietra, ce la siamo lasciata alle spalle da tempo. Io ho sempre fatto quel che ho voluto, viaggiare, lavorare (sono giornalista in tv), fare sport a livello agonistico, e se auspico che le donne mettendo a tema la famiglia facciano un passo indietro  è perché ormai penso che siano davvero avanti.
 
 
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Papa Francesco: Natale è lasciarsi incontrare da Gesù col cuore aperto perché ci rinnovi la vita

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Il  tweet di Papa Francesco: "I tuoi peccati sono grandi? Di’ al Signore: Perdonami, aiutami a rialzarmi, trasforma il mio cuore!(2 dicembre 2013)

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Prepararsi al Natale con la preghiera, la carità e la lode: con un cuore aperto a lasciarsi incontrare dal Signore che tutto rinnova: è l'invito lanciato da Papa Francesco nella Messa presieduta a Santa Marta in questo primo lunedì del Tempo di Avvento. 

Commentando il passo del Vangelo del giorno in cui il centurione romano chiede con grande fede a Gesù la guarigione del servo, il Papa ha ricordato che in questi giorni “cominciamo un nuovo cammino”, un “cammino di Chiesa … verso il Natale”. Andiamo incontro al Signore, “perché il Natale – ha precisato - non è soltanto una ricorrenza temporale oppure un ricordo di una cosa bella”:

“Il Natale è di più: noi andiamo per questa strada per incontrare il Signore. Il Natale è un incontro! E camminiamo per incontrarlo: incontrarlo col cuore, con la vita; incontrarlo vivente, come Lui è; incontrarlo con fede. E non è facile vivere con la fede. Il Signore, nella parola che abbiamo ascoltato, si meravigliò di questo centurione: si meravigliò della fede che lui aveva. Lui aveva fatto un cammino per incontrare il Signore, ma lo aveva fatto con fede. Per questo non solo lui ha incontrato il Signore, ma ha sentito la gioia di essere incontrato dal Signore. E questo è proprio l’incontro che noi vogliamo: l’incontro della fede!”.

E più che essere noi ad incontrare il Signore – sottolinea il Papa – è importante “lasciarci incontrare da Lui”:

“Quando noi soltanto incontriamo il Signore, siamo noi - fra virgolette, diciamolo - i padroni di questo incontro; ma quando noi ci lasciamo incontrare da Lui, è Lui che entra dentro di noi, è Lui che ci rifà tutto di nuovo, perché questa è la venuta, quello che significa quando viene il Cristo: rifare tutto di nuovo, rifare il cuore, l’anima, la vita, la speranza, il cammino. Noi siamo in cammino con fede, con la fede di questo centurione, per incontrare il Signore e principalmente per lasciarci incontrare da Lui!”.

Ma occorre il cuore aperto:

“Cuore aperto, perché Lui incontri me! E mi dica quello che Lui vuol dirmi, che non sempre è quello che io voglio che mi dica! Lui è il Signore e Lui mi dirà quello ha per me, perché il Signore non ci guarda tutti insieme, come una massa. No, no! Ci guarda ognuno in faccia, negli occhi, perché l’amore non è un amore così, astratto: è amore concreto! Da persona a persona: il Signore, persona, guarda me, persona. Lasciarci incontrare dal Signore è proprio questo: lasciarci amare dal Signore!”. 

In questo cammino verso il Natale – ha concluso il Papa – ci aiutano alcuni atteggiamenti: “la perseveranza nella preghiera, pregare di più; l’operosità nella carità fraterna, avvicinarci un po’ di più a quelli che hanno bisogno; e la gioia nella lode del Signore”. Dunque: “la preghiera, la carità e la lode”, con il cuore aperto “perché il Signore ci incontri”.
 Radio Vaticana