Dieci giovani donne non cattoliche da diverse parti del mondo interrogano Bergoglio (Donne, chiesa, mondo)
(Cristian Martini Grimaldi) Cos’hanno in comune dieci giovani donne che vivono in dieci Paesi diversi e non si conoscono tra loro? Tanto per cominciare sono tutte figlie della stessa epoca, con un’età compresa tra venti e trenta anni. Se il relativismo culturale ha scavato una distanza fra società geograficamente anche molto vicine, d’altra parte le nuove generazioni in tutto il globo sono accomunate dagli stili di vita, dalle nuove tecnologie e da una visione del mondo neo-scientifica che scarta a priori qualunque possibilità di trascendenza, tanto che — parafrasando Papa Francesco — si potrebbe parlare di globalizzazione dell’immanenza.Eppure le dieci donne che abbiamo intervistato non appartengono tutte alla categoria delle razionali non credenti. Alcune sono agnostiche, dove l’agnosticismo è oggi quella fede laica che informa trasversalmente la cultura giovanile globalizzata (incertezza nel futuro, rifiuto di assumersi la responsabilità di scelte definitive, fascino per l’incerto), celata sotto le apparenze di una presunta maggiore libertà: possibilità di poter sempre riscrivere il proprio pensiero senza cedere alla pesantezza di decisioni non più revocabili, addebitate a quelle confessioni tradizionali ormai ritenute inadatte a interpretare i bisogni esistenziali. Si intravede dunque tra i profili delle dieci giovani un’ansia per qualcosa che sta al di là, ma che non si sa esprimere, e che è forse il vero denominatore comune di questa generazione. I quesiti che le dieci donne pongono al Papa non hanno nulla a che fare con i pur serissimi e fondamentali dilemmi teologici e dottrinali che costituiscono la trama centrale della materia religiosa, né hanno a che fare con le curiosità su abitudini e gusti personali del Pontefice. Sono invece questioni che vanno dritte al cuore di temi importanti per la gente comune.
Cina
Ying è nata in un piccolo villaggio cinese nella provincia dell’Hebei a 150 chilometri da Pechino. Ha 27 anni. Il padre fa il muratore, classico migrante interno che si sposta continuamente da una parte all’altra del Paese in cerca di lavoro. La madre lavora nella fattoria di famiglia. Ying lavora a Pechino come interprete per una società lettone. «Sono una donna cinese molto pratica, e credo che il mondo dovrebbe operare secondo regole chiare. Avere una religione significa entrare in un percorso esistenziale speciale, dove le persone non operano più semplicemente in base alla razionalità e alla ragione, ed è per questo che non fa per me. Ma credo che esista comunque qualcosa al di là della nostra capacità di comprensione. Se dovessi fare una domanda al Papa credo sia questa: cosa significa avere un potere spirituale, rispetto ad esempio al potere dei nostri leader politici?
Estonia
Kaisa, che vive a Tallin, ha 24 anni e studia all’Estonian Information Technology College. «L’Estonia è un Paese piccolo ma molto creativo e innovativo, specialmente dal punto di vista tecnologico. Un’altra sua caratteristica è di essere tra i Paesi meno religiosi al mondo. Io sono felice senza religione, il che non vuol dire che Dio non esista, significa soltanto che le norme religiose create dall’uomo non fanno per me. Ovviamente ci sono cose divine nella vita, anzi penso che tutte le creature viventi possiedano qualità divine, ma non hanno bisogno di una religione per essere tali. La mia domanda al Papa è questa: sarebbe pronto ad assumersi la responsabilità di tutti i bambini che nascerebbero se non ci fosse più l’uso di preservativi o di pillole? La Chiesa spera forse di creare un esercito di milioni di bambini poveri e abbandonati per poi allevarli a diventare dei missionari?».
Indonesia
Ayana nasce nel 1990, è indonesiana di famiglia musulmana. «Non sono religiosa, ma tutti gli esseri viventi fanno parte dell’universo, dunque credo in una sorta di energia vitale e positiva che informa l’esistenza di qualunque essere animato. La mia domanda è: perché, se esiste, Dio ci ha creato? Molti scienziati sono convinti che l’essere umano è destinato a scomparire (asteroidi, carestie, guerre), e che rimarranno solo gli scarafaggi e qualche colonia di topi. Posto che sia così, che senso avrebbe creare il genere umano se un giorno non ne rimarrà più traccia sulla terra? Quale sarebbe il senso di un’apparizione così fugace? Gli scarafaggi sono evolutivamente immortali, dunque hanno più dignità dell’uomo?».
Corea del Sud
Yuja vive a Busan, ha 22 anni e studia medicina. «I coreani sono un popolo composto quasi per un terzo da cristiani, tanto che nelle grosse città vi sono altissimi campanili che ormai fanno parte integrante dello skyline. Io stessa ho studiato in una scuola cristiana, ma personalmente credo che sia troppo conveniente l’idea di avere un Dio misericordioso che può giustificare tutte le nostre colpe con la scusa del pentimento. Ho avuto un pastore insegnante che chiedeva ogni settimana donazioni per gli orfani filippini: si è poi scoperto che usava quei soldi per andare con le prostitute. Quel pastore ora continua a insegnare ed è probabilmente in pace con la propria coscienza, visto che Dio ha certamente perdonato i suoi peccati. Penso che tutta la vita che esiste nell’universo abbia la stessa identica dignità, per cui non credo che esistano posti speciali per l’uomo quali un inferno e un paradiso e nulla per gli altri esseri viventi, quasi esistessero animali di prima e di seconda categoria. Credo infatti che l’uomo sia una sorta di insetto senza scopo, prodotto di reazioni chimiche più o meno misteriose. La mia domanda è: un Dio come quello cristiano, ovvero simile agli esseri umani, piuttosto che l’umiltà non esprime l’arroganza, la hybris, dell’uomo? E se Dio è quell’essere onnipotente di cui si dice, allora non dovrebbe essere qualcosa al di là perfino della nostra immaginazione, al punto che sarebbe impossibile pensarlo sotto qualunque forma, men che meno quella di essere umano?».
Francia
Nadége. «Sono nata in Francia da padre ebreo non credente e madre cattolica ma agnostica. Dopo la morte di mio nonno, all’età di otto anni ho cominciato a riflettere sulla questione del male, del dolore e del nulla. Ho scelto di iscrivermi a una scuola religiosa, cominciando a fare qualche timida esperienza di fede. A dieci anni sono stata battezzata. Nonostante questo, però, non sono riuscita a rispondere alle domande di cui ho detto. Ho scelto un percorso di studio che prevedeva biologia, matematica e neuroscienze, ma anche questo non mi ha dato alcuna risposta utile. Ho quindi cominciato un percorso di studio medico, cominciando a lavorare come neurologa. Ora ho 31 anni e lavoro come psicologa per bambini e adolescenti in un ospedale parigino. Ogni giorno, nel mio lavoro, faccio esperienza del modo in cui ciò che voglio chiamare anima è condizionata dal contesto nel quale si vive ma anche dai legami con le generazioni precedenti. Ancora, però, non riesco a trarre da tutto ciò una nozione di Dio. Anzi sono arrivata alla conclusione che tale nozione non sia necessaria. Qual è secondo lei il senso ultimo della vita umana? Come credente, come spiega il fatto che solo le donne possono procreare?».
Stati Uniti d’America
«Mi chiamo Chelsea, ho 25 anni e sono cresciuta sola con mia madre. Lavoro come cameriera in un ristorante a Omaha, in Nebraska. Ho una laurea in antropologia e in studi di genere. Attualmente studio come interprete della lingua dei segni. Mi considero una persona spirituale che però non sottoscrive nessuna religione in particolare. Non credo esista una divinità che governi l’umanità. Penso anzi che tutto ciò che esiste nell’universo coincida con quello che i cristiani chiamano Dio. Ma non credo nell’esistenza di un’entità che trascende l’universo e la materia come la conosciamo. La mia domanda è: ci sono molti cristiani e anche cattolici che giustificano i loro pregiudizi contro persone con tendenze sessuali diverse dalle loro sulla base delle Scritture. Si potrebbe dunque dire che sono in totale buona fede. È possibile considerare questo un atteggiamento legittimo? Un’altra domanda: mi piacerebbe sapere se, entro pochi anni, tutti i Paesi del mondo dovessero approvare il matrimonio tra coppie omosessuali eccetto, ad esempio, l’Italia, quest’unica eccezione dovrebbe ancora rappresentare la regola?».
Giappone
«Mi chiamo Shiho, ho 21 anni e sto completando il mio terzo anno di università in politica internazionale. Sono cresciuta a Tokyo e i miei genitori mi hanno mandato a una scuola cristiana privata, per cui ho una conoscenza relativamente buona degli insegnamenti del cristianesimo. Nonostante ciò ho comunque scelto di essere atea perché penso che sia una scelta esistenziale che mi permette di coltivare amicizie, o rapporti sociali in genere, senza correre il rischio di innescare conflitti ideologici con le persone. Trovo sia molto difficile intraprendere un qualunque tipo di relazione con persone che nutrono un forte senso religioso, causa spesso di spiacevoli dissidi. I giapponesi sono un popolo sostanzialmente ateo ma sono allo stesso tempo una delle società più pacifiche e più obbedienti alle regole del vivere comune che esistano: quale sarebbe allora il vantaggio di credere in un Dio? Lei pensa che le religioni possano davvero coesistere pacificamente? Se sì, in quale modo ciò potrebbe realizzarsi? Non pensa che non credere in nessuna religione possa in realtà risultare una scelta più efficace per realizzare un clima di armonia e pace tra i popoli, rispetto alla continua predicazione religiosa spesso causa (volontaria o involontaria) proprio di quei conflitti contro cui tale predicazione si batte?».
Italia
«Mi chiamo Viviana, ho trent’anni, sono di Roma ma vivo a Sydney dove lavoro come babysitter. Mi sono laureata in psicologia infantile, e ho la fortuna di lavorare con i piccoli ormai da diversi anni. Mi stanno particolarmente a cuore quei bambini, i più sfortunati, che vivono nelle aree del mondo dove guerre e carestie li privano anche solo del nutrimento sufficiente per sopravvivere. Ho fatto del volontariato in Africa e mi chiedo spesso se in tempi di guerra un Papa potrebbe mai, nel nome del bene superiore, compiere il gesto estremo di portare la sua persona, e tutto ciò che simbolicamente rappresenta, sui reali, o potenziali, campi di battaglia scongiurando così, con molta probabilità, qualunque focolaio di conflitto armato. Nessuno oserebbe mai scatenare una guerra se sul fronte nemico comparisse la solenne figura del Pontefice in carne e ossa. In fondo Cristo ha compiuto un gesto molto simile: col suo sacrificio ha fatto da scudo agli uomini redimendoli dai loro peccati. Non dico che ciò debba accadere in tutte le occasioni in cui ci sono conflitti in corso, ma compiere un gesto simile per fermare quei conflitti di cui nessuno parla, ecco, le sembrerebbe un atto così folle da prendere in considerazione?».
Russia
«Mi chiamo Irina, sono nata a Novosibirsk, capitale della Siberia. La mia famiglia ha sempre fatto in modo che ricevessi una buona educazione, e dopo gli studi mi sono laureata in relazioni internazionali e mi sono trasferita a Madrid dove ho ottenuto un master in cooperazione internazionale e aiuti umanitari. Ora vivo a Barcellona dove ho creato una mia azienda. Non sono sposata e non ho figli. Non sono mai stata una persona religiosa, ma neppure atea: diciamo agnostica. Penso che esista una sorta di legge universale che tutto regola, e credo anche nell’esistenza di una sorta di energia (energia cosciente?) che a sua volta predetermina questa legge universale. Le mie domande sono: quali sono secondo lei i tre fattori più importanti che definiscono il ruolo della Chiesa nella società moderna? Posto che oggi le ineguaglianze sociali si sono acuite rispetto al passato, secondo lei sono mai esistiti in passato (e se sì, quali), sistemi politici che hanno garantito una migliore uguaglianza sociale e una maggiore equità nella distribuzione delle risorse? Oggi esiste a suo avviso un Paese il cui sistema politico-sociale meriterebbe di essere considerato un modello da imitare?».
Iran
«Mi chiamo Maryam, ho trent’anni, vivo in Germania ma sono nata in Iran. Ancora oggi mantengo ambedue le nazionalità. Sono laureata in ingegneria e sto studiando per ottenere un dottorato in biotecnologie. Sono cresciuta con due genitori atei. Dopo aver riflettuto a lungo sulla materia, posso dire che l’ateismo sia una scelta giusta. La mia domanda è questa: guardando i dieci comandamenti mi chiedo se sia davvero necessario avere una religione che ci dica cose abbastanza ovvie come non uccidere o non rubare. E se anche la religione fosse necessaria, è necessaria una Chiesa, cioè un’istituzione che spende moltissime risorse per la propria autogestione, risorse che spesso provengono dal contributo di pensionati, da parte di persone con lavori umili dai magri stipendi e che credono che il loro danaro venga davvero usato a fini di bene? Mi è capitato di incontrare molti religiosi che hanno fatto voto di povertà, che possedevano un iPad o un costosissimo modello di iPhone, quando non solo esistono strumenti con le stesse funzioni con un costo molto inferiore, ma quando il Vangelo è sostanzialmente un messaggio che dice: beati i poveri e guai a voi ricchi».
CONFERENZA MONDIALE DELLE DONNE INDIGENE A LIMA
Se povertà, ignoranza e indifferenza sono parole solitamente associate ai gruppi indigeni sparsi per il mondo, il fenomeno si aggrava quando si tratta di donne: di questo si è discusso a Lima nel corso della Conferenza mondiale delle donne indigene, da poco conclusa. Dalla capitale del Perú le duecento delegate di varie etnie provenienti da diversi Paesi del mondo hanno lanciato il loro appello a Governi e società per porre fine a discriminazioni e violenze, chiedendo maggiore presenza nell’agenda sociale. Nonostante le differenze etniche, linguistiche e culturali tra le partecipanti, è risultata piena sintonia di esperienze in termini sia di esclusione e discriminazione, che di lotta e resistenza. Secondo la Commissione Economica per America latina e Caraibi, solo in America latina ci sono più di 23 milioni di donne indigene che affrontano quotidianamente profonde disuguaglianze sociali, etniche e sessuali. In Africa e Asia sono il triplo. E se già nel 2004 il Foro permanente per le popolazioni indigene aveva riconosciuto che le donne sono tra i gruppi più emarginati e discriminati, l’Onu segnala come la violenza contro di loro assuma forme diverse, tra prostituzione forzata, violenza nei conflitti armati, schiavitù sessuale, mutilazioni genitali, altre pratiche tradizionali nocive e, soprattutto, stupri. In Perú, ad esempio, circa il 37,6 per cento delle donne indigene ha subito violenza fisica o sessuale da parte dei congiunti.
ERIN BROCKOVICH CON LA STERILIZZAZIONE FEMMINILE
Grazie all’interpretazione di Julia Roberts, ormai il mondo conosce benissimo la vincitrice della causa di risarcimento per danni ambientali più sostanziosa della storia statunitense. Oggi però la battagliera Erin Brockovich, sempre attiva verso i veleni che ci contaminano, si è lanciata in un’altra campagna, contro la tecnica di sterilizzazione femminile Essure. Il dispositivo, in commercio da una decina di anni e presentato come barriera naturale contro la gravidanza, è facile, definitivo e indolore. O almeno così si vuol fare credere: Erin, infatti, ha scoperto che presso la Food and Drug Administration pendono da tempo oltre mille segnalazioni di effetti contrari attribuiti al dispositivo. Lo scontro è solo iniziato.
BIMBI BOXEUR IN THAILANDIA
Si allenano dieci ore al giorno, dormono sotto il ring, pesano appena trenta chili. Sono circa trentamila i bambini thailandesi, di soli otto anni, coinvolti nei combattimenti illegali di pugilato. Se la loro speranza è quella di riuscire così a sfuggire alla miseria, la realtà racconta invece di lesioni irreversibili in ogni parte dei piccoli corpicini sottoposti a questo violento sport. Uno sport molto conveniente per gli sfruttatori: i turisti occidentali, infatti, sembrano adorare questo genere di “intrattenimento”.
DIPINGERE IL PAPA: MERCEDES FARIÑA
Vive a quattro isolati da quella che era la casa di Papa Francesco e lo ha ritratto in diversi quadri; lui, in risposta, l’ha invitata in Vaticano perché gliene portasse uno. Come si può definire il viaggio di una persona qualunque che, da un giorno all’altro, viene invitata a un’udienza papale? «Dal vivo — ha raccontato Mercedes Fariña a Hernán Firpo — Francesco irradia un’energia totale, vederlo serve per notare l’aura, la sua luce. È stata un’emozione enorme avere di fronte il protagonista dei miei quadri! Credo sia una persona con una forza commovente e una pace totale, autentica. Ho provato una vera comunione spirituale. Non sono una ritrattista. Non faccio neppure ritratti su richiesta. Dipingo quello che mi piace. L’arte sacra mi è sempre piaciuta. Mi affascina il discorso delle iconografie religiose, nella mia opera il tema mistico è una costante, e il Papa viene dalla mia città, dal mio quartiere». Il risultato sono quadri di «un tale realismo da farti fare il segno della croce davanti alla tela».
GLI ORFANI DI YOLANDA
Già li chiamano “gli orfani di Yolanda” (il nome filippino del tifone Haiyan), le vittime più vulnerabili in assoluto. Bambini che improvvisamente si ritrovano soli, a vagabondare fra le macerie in cerca di qualcuno che si prenda cura di loro. «Sono le vittime privilegiate di sciacalli che li sequestrano a scopo di pedofilia o del traffico di esseri umani. È una prospettiva orribile, ma è oltremodo realistica in caso di calamità naturali. Questi bambini hanno bisogno di attenzione immediata, per essere salvati dalle grinfie di trafficanti e pedofili»: è netta la denuncia di padre Shay Cullen, missionario irlandese di San Colombano, che vive nelle Filippine dal 1969, noto per il suo impegno sociale e pastorale, soprattutto a favore dei minori vittime di sfruttamento sessuale. «Con il pretesto di salvare o curare i bambini, i trafficanti li rapiscono e li vendono ai pedofili. Oppure guadagnano somme ingenti di denaro fornendo i bambini per adozioni illegali. Peggio ancora, li immettono nel giro della prostituzione, facendoli schiavi dello sfruttamento sessuale». Le autorità filippine sono coscienti del rischio e stanno monitorando il fenomeno nella fase post-tifone. Il Dipartimento del Benessere sociale e dello Sviluppo del Governo filippino, ad esempio, ha già inviato una comunicazione urgente a tutti gli operatori umanitari segnalando «l’alto rischio del traffico di bambini» nelle zone devastate dal tifone. «Occorre fare il possibile per fermare la tratta dei bambini. La nostra associazione Preda Foundation — conclude Cullen — ha inviato operatori sociali qualificati nella zona colpita, per aiutare a proteggere e prendersi cura dei piccoli senza fissa dimora».
L'Osservatore Romano