Nella maionese impazzita della pseudo-sanità è stato aggiunto un nuovo ingrediente dal nome programmatico: assistenza sessuale.
Se ne dovrebbe occupare una figura professionale formata ad hoc, appunto l’assistente sessuale. Si è fatta portavoce di questo nuovo “diritto” la sessuologa e psicoterapeuta Giulia Proietti secondo la quale la figura volta a soddisfare le esigenze fisiche dei disabili «altro non è che una infermiera». Ci spiega infatti la dottoressa Proietti che c’è «un labile confine tra questo tipo di infermiera e la prostituta […] Se ragionassimo senza malizia, capiremmo che non c'è tutta questa differenza tra mettere un catetere e fare una masturbazione, sono due funzioni sanitarie». Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute non è la mera assenza di malattia, ma uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Se la salute è questa roba qui, allora, commentò il professor Petr Skrabanek, «è qualcosa che è raggiunta solo al momento di un mutuo orgasmo». Se fosse ancora in vita l’irriverente epidemiologo del Trinity College avrebbe assistito oggi all’avverarsi di quella sua intuizione. E infatti per la dottoressa si tratta di «Una terapia vera e propria, rivolta al benessere psico-fisico»; la si attua «attraverso il contatto, le carezze, il massaggio, gli abbracci, i giochi erotici o anche semplicemente la presenza, l'affetto e l'umanità».
Appreso dalla sessuologa che la carezza erotica è terapeutica in quanto concorre al benessere psico-fisico, viene da domandarsi che rilevanza abbia il soggetto autore delle manipolazioni genitali nell’attribuzione sanitaria della fattispecie. Nella modernità che riconduce desideri e pulsioni ad esigenze di salute il peccato di Onan può intendersi come un'auto-terapia e non meno terapeutici si potranno considerare i servizi offerti da discinte signorine e trans-signorini su “persona assistite” affette da solitudine, timidezza, o semplicemente elevati livelli di arousal. Perché anche questi “terapeuticissimi” toccamenti non dovrebbero essere inclusi tra le prestazioni rimborsate dal sistema sanitario pubblico? Non stupisce che gli infermieri non abbiano apprezzato leggere che non c’è differenza tra cateterizzazione e masturbazione. Da inguaribili medici ippocratici quali siamo, agli amici infermieri che giorno e notte ci aiutano a curare i pazienti esprimiamo la nostra solidarietà, che in parte è interessata, consapevoli che gli atti normalmente svolti dagli infermieri alla bisogna possano e talora debbano essere svolti da noi medici.
Si tratta di una questione che crediamo possa interessare il prolifico comitato deontologico della federazione medica e il presidente e senatore Pd Amedeo Bianco, secondo cui l’iniziativa di cambiare il codice medico si radica nei “cambiamenti di prospettiva nei valori, nelle richieste, nelle offerte di servizi”. Giacché l’assistenza sessuale è già ora praticata in Svizzera, Danimarca, Olanda, Svezia e Germania, diventa problematico non rilevare in una richiesta che in Italia ha già raccolto cinquemila adesioni un cambiamento di prospettiva. Gira e rigira anche queste situazioni finiscono per interessare la clausola di coscienza. Nel nuovo codice è scritto che il medico non può rifiutare una prestazione se ne deriva un nocumento per la salute della persona assistita, non essendo specificato altrimenti si deve intendere qualsiasi nocumento, e non, come nel codice attuale, un “grave e immediato nocumento”. Un collega ci ha domandato come sarebbe possibile rifiutare un’eventuale richiesta di toccamento erotico senza incorrere in un illecito disciplinare secondo la bozza del nuovo codice.
Caro senatore, sebbene abbia definito “ingenerose” le nostre critiche al lavoro del suo comitato deontologico, vogliamo rendere evidente che noi non serbiamo rancore, anzi intendiamo dimostrarle tutta la nostra considerazione invitandola a dipanare il dubbio che ci è stato presentato da questo collega. La dottoressa Patuzzo, membro del comitato deontologico della federazione medica, fa parte di quella consulta bioetica che ha organizzato la campagna “il buon medico non obietta”; le saprà dare di certo il suo parere.
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"Bambini arcobaleno", fare outing alle elementari
Si chiamano bambini arcobaleno. Per i loro genitori sono già dei piccoli gay o comunque bambini che sessualmente non hanno ancora deciso da che parte stare, sospesi in una sorta di limbo sessuale. Figli in tenerissima età che, ad esempio, pur essendo maschietti amano vestirsi da femmina e giocare con le bambole. In rete si sta costituendo una vera e propria comunità di genitori di “gender creative children”. Creativi – perché a detta delle mamme – saranno loro stessi a crearsi un’identità sessuale anche differente da quella indicata da madre natura.
E così da alcuni blog, seguiti da milioni di persone, emergono spezzoni di vita vissuta di gay in erba. C’è Johnny che a 8 anni ha già fatto il suo piccolo outing con la mamma: «Ho una cotta per Blaine [un personaggio omosessuale della serie Glee], quanto vorrei incontrarlo... Sai? Sono gay come lui». Una mamma poi racconta: «Mio figlio ha solo 8 anni, non ha familiarità con gli atti sessuali: essere gay, per lui, è una questione di empatia, di atmosfera, di emozioni». Un’altra, la signora Amelia, tiene a precisare che lei e il marito non hanno fatto nulla per instradare il figlio verso questa strada: «Quando mio figlio mi disse di essere gay, due anni fa, sorrisi: era così piccolo... E voglio sottolineare: fu lui a dirlo a me, non io a lui. Certo non mi sognai di contraddirlo. Sarebbe stato molto irrispettoso nei suoi confronti. Ma nemmeno di assecondarlo. Nel tempo non ha mai cambiato idea e due anni sono tanti nella vita di un bambino».
L’outing pre-puberale poi non deve essere confinato alle pareti domestiche ma deve diventare fenomeno sociale condiviso. E dunque perché non rendere nota la decisione ad altri? Così la signora Amelia ha deciso di recarsi in missione nella scuola del figlio: «sono andata a parlare con i suoi insegnanti a scuola spiegando come volevamo crescerlo. Ci hanno compreso e sostenuto. Il preside ha subito riunito tutti gli insegnanti della scuola dicendo che un bambino aveva fatto il suo coming out. Nessun discorso omofobo, nessun atto di bullismo sarebbe stato tollerato». Lotta all’omofobia in formato bonsai.
C’è chi organizza anche party omo per i bambini chiamando a raccolta altri coetanei arcobaleno. I motivi di questa trovata gay friendly sono tre. In primo luogo, così dicono, l’omosessualità minorile non deve essere un marchio d’infamia e dunque perché non uscire allo scoperto? In secondo luogo è bello stare insieme per non far sentire soli i propri figli “creativi”. E infine lo scopo di queste festicciole è quello di rieducare i fratellini che sono ancora fermi a giocare con le pistole e i soldatini, giochi troppo etero. Ecco infatti cosa racconta una di queste mamme arcobaleno: «Con altre mamme che mi hanno contattato organizziamo una merenda, per ora mensile, perché purtroppo abitiamo tutti in città diverse. Facciamo incontrare i nostri bambini per non farli sentire unici, isolati. L'ultima volta si sono messi addosso ogni tipo di stoffa colorata e hanno organizzato una sfilata di moda per noi genitori. Sapesse che festa! Ma lo facciamo anche per non far sentire soli i loro fratelli e sorelle, anche loro invitati a giocare e a confrontarsi». Un’occasione dunque per aprire la mente degli altri figli al credo gay.
Queste mamme fanno quadrato attorno all’idea che occorre lasciare campo aperto fin dalla più tenere età al libero disegno della propria sessualità perché credono che prima si agisce meglio è. Se tuo figlio si mette le tue scarpe con tacco 10 e gioca con il reggiseno lascialo fare, gli eviterai in futuro stress emotivi e scrupoli di coscienza.
Su questi bambini “non conforming”, cioè non convenzionali, è uscito anche un libro. Si intitola “Crescendo il mio arcobaleno” e lo ha scritto Lori Duron appuntando aneddoti di suo figlio maschio CJ di 6 anni che riguardano il gaio percorso dell’omosessualità in calzoni corti: volteggiare in tutu rosa in soggiorno, giocare con la Barbie e la Principessa Disney, farsi confezionare dalla nonna vestitini da femmina. Una volta prima di andare a scuola il piccolo CJ si è rivolto così alla madre alludendo ad un gioco che faceva con i suoi compagni di classe: «Mamma, oggi, quando arriviamo a scuola, possiamo dire a Gigi che io non voglio fare sempre il papà? A volte vorrei fare la mamma».
Sulla quarta di copertina del libro della signora Duron così troviamo scritto: «Non è tutto rosa e non tutto è blu. È un pasticcio confuso o un qualcosa di creativo color arcobaleno. Lori e la sua famiglia hanno deciso di vederci l'arcobaleno».