mercoledì 2 luglio 2014

Le periferie esistenziali e il cuore umano che cambia il mondo



Presentata a Roma la XXXV edizione del Meeting di Rimini


Giunto alla sua XXXV edizione, il Meeting di Rimini vivrà un ritorno alle origini, a quelle periferie che l’hanno visto nascere ed affermarsi come la più importante ed articolata manifestazione culturale italiana ed europea. Il punto di riferimento imprescindibile è quello di sempre: il cuore umano, l’unico in grado di cambiare le persone e, quindi, la storia.
Nell’ormai consueta cornice della Camera di Commercio di Roma, tra le suggestive vestigia dell’antico Tempio di Adriano, si è svolta ieri sera la presentazione del prossimo Meeting, in programma a Riminifiera dal 24 al 30 agosto prossimi sul tema Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo.
Cosa sono tuttavia le periferie? Di questi tempi - come testimonia anche la predicazione di papa Francesco - parlarne è quasi una provocazione. “Periferiche” sono, ad esempio, quelle notizie che, salvo i primi due o tre lanci, finiscono con un trafiletto in quattordicesima pagina.
A tal proposito Giorgi Vittadini, presidente della Fondazione Sussidiarietà, ha citato il rapimento e l’uccisione dei tre giovani israeliani, il riaccendersi del conflitto in Iraq, il sequestro di 300 ragazze in Nigeria.
Sono notizie, ha osservato Vittadini, cui apparentemente non si interessa più a nessuno, ma che tuttavia il Meeting “mette a tema” per rinnovare il suo obiettivo di sempre: interrogare il cuore umano. Alla violenza, alla morte e all’ingiustizia provocate dal “cuore del potere”, è quindi possibile trovare risposta nel “potere del cuore”.
Per questo motivo, uno dei temi ricorrenti del XXXV Meeting di Rimini sarà quello delle migrazioni, quel potente e incessante moto umano che, fin dall’inizio della civiltà, conduce i popoli dalle periferie verso il centro.
Centro del dibattito sarà la tavola rotonda L’immigrazione e il bisogno dell’altro: Italia, Europa, mondo (lunedì 25 agosto, ore 11.15) che vedrà, tra gli interventi, monsignor Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU, e l’ammiraglio Giuseppe De Giorgio, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare.
Come spiegato ieri sera dallo stesso monsignor Tomasi, l’immigrato viene visto da alcuni come una “minaccia”, da altri come una “benedizione”, tuttavia le migrazioni, al di là delle apparenze, sono sempre oggettivamente portatrici di una “speranza nuova”.
Pertanto sarebbe riduttivo, ha aggiunto il presule, vederne esclusivamente la “funzione economica”. Le migrazioni sono “un movimento di gente, idee nuove, stili di vita, tradizioni culturali diverse” e a trarne beneficio sono tutti i soggetti coinvolti: i migranti stessi, il loro paese d’origine e il paese che li accoglie.
Un tipo di periferia completamente differente, ma per certi versi legato al precedente, è rappresentato dall’emergenza educativa, oggetto della tavola rotonda Educazione: dalla periferia al centro (lunedì 25 agosto, ore 15), con la partecipazione del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini.
“Dobbiamo capire in quale modo l’occidente possa riappropriarsi degli strumenti educativi”, ha dichiarato il ministro durante la presentazione del Meeting.
Il tema dell’educazione non è affatto scisso da quello migratorio e non solo perché è sempre più alto il numero di studenti stranieri nelle nostre scuole.
“La sfida educativa è un debito nei confronti di altri paesi”, ha spiegato la Giannini, aggiungendo come, più in generale, gli insegnanti debbano affrontare le ‘periferie esistenziali’ costituite dal vuoto interiore dei loro studenti, un vuoto fatto tanto di “assenza” quanto di “desiderio”.
Il tema dell’imminente evento riminese, come da consuetudine, è stato sviluppato dalla presidente del Meeting, Emilia Guarnieri. In uno scenario internazionale in cui la pace sembra sempre più lontana e in cui dominano la crisi economica, la disoccupazione giovanile e tutte le difficoltà legate all’immigrazione, viene spontaneo chiedersi: “l’uomo è una risorsa adeguata per affrontare tutto questo? Il potere del cuore basta?”.
Alla luce della “storia millenaria dell’uomo” e anche alla luce della ben più ridotta storia del Meeting, la risposta al primo quesito è “affermativa”, ha affermato Guarnieri.
Tale risposta positiva sarà riscontrabile nel programma del prossimo Meeting: testimonianze, mostre, dibattiti che sveleranno mondi sconosciuti, realmente ‘periferici’ e solo apparentemente marginali, in cui il filo rosso è rappresentato da uomini che si sono “assunti la responsabilità di dare buone ragioni per cambiare”.
Come sempre il Meeting offrirà riflessioni sul “passato come memoria”, mai fine a se stessa, né mera “gestione del patrimonio culturale”, ma autentica fonte di “speranza per il futuro”.
A tal proposito, vale la pena segnalare, tra le mostre, Dal profondo del tempo: all’origine della comunicazione e della comunità nell’Antica Siria, a cura di Marilyn Kelly Buccellati che sarà presentata domenica 24 agosto, alle 17, nel corso di un conferenza che trarrà spunto per discutere anche dell’attuale situazione dell’eredità culturale siriana.
Il Meeting sarà aperto, anche quest’anno, dalla Santa Messa (domenica 24 agosto, ore 10.30) presieduta dal vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi e trasmessa in diretta TV su Raiuno.
Il tema della pace segnerà in modo particolare la giornata inaugurale con la conferenza Il dialogo unica via per la pace, a cura di padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa.
Come annunciato da Bernard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere, il Meeting darà largo spazio ai temi economici, del lavoro, dell’impresa e dello sviluppo con interventi di imprenditori, sindacalisti, imprenditori e manager come Sergio Marchionne, Raffaele Bonanni, Valter Scavolini, Oscar Farinetti, Brunello Cuccinelli.
L. Marcolivio
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Teologia totale



Il romanzo eremitico di Adriana Zarri. 

(Giulia Galeotti)
«Un giorno, tra queste pagine, è caduta inattesa la narrazione di un miracolo; e mi sta anche bene perché in esso intendevo celebrare la fantasia di Dio. Però è la normalità la mia vera passione: l’ovvio dell’esistenza quotidiana in cui “non succede niente”, ma succede tutto: succede la vita». Se a parlare è Benedetto, lo scrittore protagonista di Dodici lune (1989), si tratta però di una frase capace di ritrarre, tanto la rispecchia, anche l’incredibile autrice del romanzo, Adriana Zarri.
Negli anni, abbiamo imparato a conoscere questa eremita cattolica, nata nel 1919 a San Lazzaro di Savena (vicino Bologna), figlia di un mugnaio (ex bracciante) e nipote di un capomastro. Dirigente dell’Azione cattolica prima e giornalista poi, dopo aver vissuto in diverse città italiane (tra cui soprattutto Roma), dal settembre 1975 Adriana Zarri sceglie la vita eremitica, prima ad Albiano, quindi a Fiorano Canavese e, infine, da metà anni Novanta, a Strambino, in provincia di Torino. Nei suoi eremi, Adriana prega, coltiva, si dedica agli animali, accoglie quanti passano, e scrive.
Teologa conciliare già prima del concilio Vaticano II, autrice prolifica, voce profondamente cattolica e profondamente dissenziente, prima laica ammessa nel direttivo dell’Associazione teologica italiana nel lontano 1969, eremita per trentacinque anni, Adriana Zarri è stata una donna libera, legata forse solo a un senso del sacro restituito dall’intreccio tra fede nuda, giustizia sociale, femminismo e amore per gli indifesi, i deboli, i perseguitati. Così questa teologa — che negli anni, ha sostenuto, da cattolica, posizioni controverse, scomode, clamorose — è andata perennemente all’incontro con la Parola, trasmessa dal suo eremo a un’umanità libera di credere, e di non credere.
Ma tra le tante parole lasciateci nei saggi, nelle memorie e negli articoli (per «L’Osservatore Romano», «il Manifesto», «Il Regno», «Concilium», «Rocca» e tanti altri ancora), le pagine del diario di Bruno sono davvero una meravigliosa perla impregnata di vita («Un tempo — scriverà anni dopo Adriana — ero un’intellettuale pura; oggi sono un’intellettuale incarnata, contaminata, sporcata di vita materiale»).
È, dunque, eremita da nemmeno quindici anni quando Zarri firma quello che rimarrà il suo unico romanzo teologico. Lei, così convinta che «una teologia impura, contaminata, compromessa col vivere è una teologia piena di passioni, di eventi, di topi, di tutto; una teologia totale perché il discorso su Dio è il discorso su tutto», in Dodici lune racconta l’anno di fuga sabbatica dello scrittore Bruno, arroccatosi in un piccolo borgo di montagna, solo con la governante e il gatto Mimmo. Riflettendo di amore, felicità, perdita, morte, risurrezione, Dio, sesso, differenza tra donna e uomo, paternità, solitudine, senso della vita, teologia, significato dello scrivere, concilio (inascoltato) e misoginia (troppo ascoltata, invece, specie nella Chiesa), il tempo di Bruno è come sospeso. Lui, rimasto letteralmente travolto dalla morte della moglie Lia — ricordate Lia nella Bibbia o Lia in Dante? — e dalla perdita del figlio non nato (due morti che si sveleranno con calma, nella narrazione), circondato da una natura fortissima (ora amica, ora inclemente), è impregnato del suo dolore.
«L’esperienza dello scrivere è, essa pure, in qualche modo, eremitica, in quanto avviene — ha scritto Adriana — in una solitudine totale, in cui l’autore è solo con se stesso e con Dio, se ci crede; e la pagina bianca è una sorta di tacito deserto che va fiorendo di parole». La donna che ha trovato nell’eremitismo la sua strada di vita, crea la figura di un uomo che, sebbene eremita a tempo, riuscirà a trovare proprio in questa dimensione la strada per rinascere.
«Giunto a un editore — si legge nel prologo delle Dodici lune — il diario parve testimoniare una singolare storia senza storie, anche se intercalata da racconti che viaggiano in parallelo col diario stesso, quasi a rilevarne, per contrasto, la nudità». Questi racconti che intervallano il diario — come regali che, qua e là, Bruno fa a Lia — sono parabole moderne. C’è la parabola del galeotto, e del gesto di preghiera che, letteralmente suo malgrado, gli sfugge di mano («si guardò il braccio, come se fosse di un altro, a fare quel gesto antico che gli era rimasto come scritto nei muscoli, da secoli, senza che neanche lo sapesse»); la parabola del vagabondo, morto con gli occhi aperti per guardare subito Dio; quella sulla terza età, e sul senso autentico della fede e del pregare; e ancora l’infertilità, la fantasia di Dio, la maternità, con i terribili echi della sua assenza nel figlio.
Rapisce il fluire di questo diario teologico (e quindi umano, nell’ottica di Adriana), in cui Bruno fa un passo avanti e tre indietro; Dio sta sulla soglia, entra, tace, risponde; Bruno torna e ritorna sugli stessi dettagli, letti e vissuti ogni volta in modo diverso. Argomenta in un modo, e poi, l’indomani, sostiene il contrario. L’interlocutore è Lia, a volte è Dio, a volte è indistinguibile. Si distingue solo il percorso di un uomo che impara a leggere la solitudine che nei mesi, tra ottobre e luglio, diventa «un vuoto pieno».
Sembrano pagine delle grandi mistiche del passato. Ma sembra anche, in qualche passaggio, di leggere Niente e così sia di Oriana Fallaci. Perché, per molti versi, anche il diario di Bruno è un diario di guerra. Di una guerra vinta, però.
«Mi ha levigato il dolore, mi ha levigato l’amore, mi ha levigato la vita; e adesso — scrive Bruno, ma in controluce è il sorriso radioso di Adriana — rotolo verso l’immenso mare: il tuo grembo, il grembo materno di Dio: il seno di Abramo, come dicevano gli Ebrei».
L'Osservatore Romano

Un cuore solo. Papa Francesco e l’unità della Chiesa


Kasper: ecumenismo, i passi di Papa Francesco

Il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, firma la prefazione (che qui sotto riportiamo per stralci) del nuovo volume «Un cuore solo. Papa Francesco e l’unità della Chiesa» (Edizioni Terrasanta, pp. 144, euro 13,90). Lo firma Riccardo Burigana, docente di Storia ecumenica della Chiesa presso l’Istituto di Studi Ecumenici di Venezia e direttore del Centro Studi per l’ecumenismo in Italia.

 

Francesco è un Papa dell’incontro e un promotore ecumenico dell’incontro. Appartiene al carisma e al mistero della sua "radiosità" personale la capacità di accogliere con stile umanissimo, cordiale e fraterno ogni persona che incontra, che sia cattolica, ortodossa o evangelica, o di altre religioni, o di nessuna religione. E a spiegarlo non basta il suo simpatico buonumore.
Questo tratto personale rappresenta un carisma profondamente cristiano. Nella Chiesa delle origini, i cristiani si sono chiamati «amici». Che poi più avanti – ma anche agli inizi, come mostra il Nuovo Testamento – abbiano spesso assunto atteggiamenti ostili, o abbiano cominciato a creare scismi interni, o siano divenuti indifferenti gli uni agli altri, tutto questo appartiene al lato oscuro della storia della Chiesa. La ricerca storica potrà in parte fare luce sulle molteplici cause che hanno condotto a questo oscuramento del Vangelo. Il Concilio Vaticano II ha espressamente riconosciuto che le differenze dottrinali, che fino al presente hanno scavato fosse apparentemente incolmabili, si sono sviluppate in un preciso contesto, ossia il raffreddamento della carità fraterna e la mancata comprensione di idee e situazioni diverse dalle proprie.
 
Tutto questo ha prodotto ferite profonde. Un processo di guarigione potrà essere avviato e portato avanti solo evitando di ridurre l’altro a portavoce di una diversa dottrina, vedendolo invece come fratello o sorella, e cercando sempre di nuovo di dare vita a un incontro all’insegna della pazienza e del sentire comune, che poi è il significato etimologico della parola «simpatia ». Questo tipo di incontro, sul piano umano e cristiano, è l’«alfa e omega» dell’ecumenismo, così come di qualunque altra forma di dialogo.
 
Francesco, inoltre, è un Papa e un promotore dell’ecumenismo che pensa e agisce, in primo luogo, non in base alle categorie dello spazio ma a quelle del tempo e dei processi di sviluppo. Nella  Evangelii gaudium  afferma esplicitamente il primato del tempo sullo spazio. Sa bene che non ci si può aspettare di punto in bianco la soluzione dei problemi, tanto più se sono problemi che si trascinano da secoli. Si richiede un più vasto respiro, una prospettiva più ampia. Occorre avviare dei processi storici e avere pazientemente fiducia nelle dinamiche di sviluppo che così prendono vita. Si tratta di un atteggiamento che rispecchia la pedagogia adottata da Dio stesso nella storia della salvezza, quando egli intraprende con il suo popolo, con grande e instancabile pazienza, un lungo cammino, spesso perfino caratterizzato da marce indietro; una pazienza che dovrà continuare ad avere anche con la sua Chiesa, pur mossa dallo Spirito Santo.
 
Come esperto pedagogo, papa Francesco non sale – diciamo così – sul ponte di comando per indicare agli altri la strada: egli intende rimanere lungo la strada insieme al popolo di Dio, accompagnandolo nel cammino e, se necessario, precedendolo con coraggio. La strada potrà essere molto lunga. Ciò esige pazienza, il che riesce difficile in un tempo effimero come il nostro dove si tende a voler sempre tutto e subito. La storia dell’ecumenismo non è una storia tutta costellata di progressi e successi; vi sono anche momenti di «deserto senza strade» e inattesi dietrofront. Infine, Francesco è un Papa della pace e un promotore ecumenico della pace. Ai suoi occhi il cammino ecumenico di convergenza tra cristiani, così come l’amicizia con il popolo ebraico e la collaborazione con le altre religioni, vanno di pari passo e al servizio dell’unità e della pace per l’intera famiglia umana. Già il Concilio aveva indicato l’ecumenismo spirituale, l’ecumenismo della preghiera, come anima e cuore di tutto l’ecumenismo. Papa Francesco ha aggiunto un importante punto, che già era stato comunque accennato da Giovanni XXIII nel suo discorso
Gaudet Mater Ecclesia. All’epoca, papa Roncalli aveva affermato che gli errori non andavano più combattuti con le armi della forza ma risanati con la medicina  della misericordia. 
 
Questo vale anzitutto per l’ecumenismo intra-cristiano con i fratelli e sorelle delle Chiese orientali e ortodosse, da una parte, e i fratelli e sorelle delle comunità nate dalla Riforma e di alcune «libere Chiese» di costituzione più recente. Lo stesso, poi, per il dialogo con le altre religioni. Il dialogo  con il popolo dell’Antica Alleanza ha caratteristiche peculiari: al termine di una storia lunga, difficile e complessa, abbiamo finalmente imboccato il viale dell’amicizia, che troverà la sua pienezza solo nell’eschaton. All’islam ci unisce e allo stesso tempo ci distingue la fede nell’unico Dio e la discendenza da Abramo. Questo fondamento comune può rendere possibile una collaborazione rispettosa nell’impegno per la pace e la giustizia.
 
Il dialogo con le religioni e culture asiatiche è un tema che balzerà in primo piano con gli annunciati viaggi di papa Francesco in Asia. A parere di molti, incluso Giovanni Paolo II, sarà proprio l’Asia a rappresentare la sfida per il cristianesimo nel XXI secolo. La globalizzazione ha lasciato emergere solo in maniera superficiale le grandi differenze culturali e spirituali, ma dato che il cristianesimo viene spesso percepito da quelle antiche culture come un corpo estraneo di marchio occidentale, potrebbero esplodere nuovi conflitti tra civiltà e popoli. Il ponte con l’Oriente non può essere solo il mercato: dovrà anche consistere in un incontro con la mistica asiatica. Non nel senso di una frettolosa assimilazione di «pezzi a piacere» di religioni orientali, ma di una compenetrazione e trasformazione in profondità.
 
L’Asia può aiutare i cristiani a riscoprire i propri tesori mistici, rituffandosi negli abissi dello Spirito. Qui si apre tutto un vasto campo di azione, un’ulteriore via in grado di gettare ponti profetici verso il «Dio tutto in tutti» dell’escatologia. In questo senso, all’ecumenismo si offre oggi un nuovo percorso; ma, del resto, il senso originario del termine
oikoumene indicava  già l’intero globo abitato con tutta la ricchezza del patrimonio delle culture dei vari popoli. Il Papa venuto dalla «fine del mondo», grazie ai simpatici (nel senso etimologico) ed empatici incontri che terra, grazie all’ampiezza di respiro della sua azione pastorale, in uno spirito di pace e di misericordia, potrà offrire un contributo  decisivo del tutto personale.
Avvenire

Marta, l'amica di Gesù.


Amica di Gesù. Marta, la santa del mese, raccontata da Mariapia Veladiano

Non mi son persa una parola. Arrivavano da tutte le parti le parole su di lui: ha guarito un lebbroso, un indemoniato. Ha detto che il Figlio dell’uomo deve soffrire, morire e risorgere. E poi lo ha detto ancora, soffrire, morire, risorgere. I miracoli non mi impressionavano molto, quanti maghi, millantatori, spacciatori di miracoli passavano per la strada e stregavano le piazze. Tutti poi a discutere sul niente per giorni. Tutti con l’anima appesa al desiderio del messia promesso. Deve essere re. 

Fare i miracoli. Cacciare i nemici. Restituire la terra. Altro che morire. Perché le parole si possono ben ascoltare senza intendere. Ma si pensa meglio quando intanto le mani lavorano e a me sembrava che proprio questo fosse promesso, un messia che sa la nostra paura di soffrire, di morire e che nulla abbia avuto senso. Ne parlavo con Maria che mi aiutava e si incantava ogni tanto, a guardar lontano.
Era arrivata anche la novità di una guarigione strana e piena di scandalo. La storia era confusa, i viaggiatori la infiorettavano. Era un uomo con la mano secca, dicevano, forse tutte e due e anche i piedi, un paralitico. Ma poi era stato chiaro che era una, la mano destra, e lui l’aveva guarito di sabato, dentro la sinagoga, in mezzo, davanti a tutti. E tutti a farsi meraviglia per il sabato e per la sinagoga, bestemmia dentro il giorno consacrato, e io invece mi guardavo la mano destra amica mia che mi obbediva in tutti i movimenti fini del lavoro, mille e mille volte al giorno e all’ora, e la immaginavo morta, inerte, innaturale le dita distese, lontane, non potevano prendere il pane o pettinare la piccola Maria sorella mia. E poi invece la peste finiva e la mano tornava viva viva viva. E se poteva far questo di sabato in sinagoga era lui, era lui e come facevano a non capire gli altri? Solo chi non sa quanto sia preziosa una mano. Mano di Dio. Destra di Dio che fa meraviglie.
Anche di questo ho parlato con Maria, mentre facevamo insieme i lavori, il pane da domare con le nostre quattro mani benedette. Lazzaro ascoltava e ci raccontava quel che raccoglieva. Poi un giorno ha detto che stava arrivando. Non era solo, c’era un gruppo impreciso di persone con lui. Io lo volevo vedere. Ascoltare quel che diceva e vederlo. Avevo capito che era lui. Cielo se erano tanti quelli che lo seguivano, chi lo amava, chi era curioso, chi stava a vedere. Ma ho fatto sapere chiaro chiaro che sarebbe stato il benvenuto da noi. Mi son preparata, ho fatto lievitare pane per tanti il giorno prima, insieme a Maria, e sono arrivati, mamma quanti. Non ci stavano, dentro casa. Molti erano fuori, davanti, ospiti nostri però. Non si accoglie un maestro e lo si lascia da solo e Maria è rimasta con lui, con loro e io ho portato il pane e l’acqua, per tutti. Certo che ero stanca ma non lo sentivo, come capita quando si è felici, solo che non arrivavo a servire tutti. E Maria poi si sarebbe dispiaciuta di non aver aiutato. La conoscevo bene. Per questo l’ho chiamata. Ma andando e venendo ascoltavo e lo guardavo mentre mangiava e però perdevo qualche parola.
Amiche di Gesù eravamo dopo quell’incontro. E anche Lazzaro. Per sempre amici.
Così quando si è ammalato Lazzaro glielo abbiamo fatto sapere. Non ci sembrava grave, era per dire che il suo amico era malato, ne aveva guariti tanti. Non si pensava alla morte. Neanche si affacciava questa parola. E invece Lazzaro fratello nostro è morto, e la pietra è rotolata a separarci per sempre dal corpo suo ancora bello, le nostre mani lo avevano lavato e lo sapevano. Chi ha fratelli può capire lo spazio intorno che ancora si piega a lasciar posto al suo corpo che manca.
Così quando ho sentito che veniva verso Betania son corsa da lui. Aveva anche risuscitato qualcuno. Ma non si sa che cosa si dice quando il vuoto per chi non c’è più è tutt’intorno e anche in cielo.
«Risorgerà» me lo ha detto subito. E anche qui ho capito. «Io credo», l’ho detto subito anch’io. Io credo.
Ma gliel’ho fatto ripetere più chiaro. Risorgerà non solo nell’ultimo giorno ma oggi. Questo volevo sentire. E quando l’ha detto ho chiamato Maria. Sorelle siamo. Diverse, un amore a volte sghembo, per lasciare spazio e trovare spazio. A prestarci le parole qualche volta, a dire a sorpresa le stesse parole uguali: «Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto». Anche lei. Lui può, Lazzaro risorgerà, lui è il messia.
Poi al sepolcro ho sentito l’odore e ho avuto paura che capitasse e paura che non capitasse. Paura di sperare e di non poter sopravvivere dopo. Come si può sopravvivere dopo aver visto Dio?
Lazzaro è tornato. E anche Lui ha saputo nell’amico suo Lazzaro che sarebbe tornato e che la morte non è l’ultima parola. Chissà se questo lo ha aiutato sulla croce.
Amiche di Gesù. Libere di servire. Libere dall’essere serve. Libere di ascoltare. Libere di raccontare. Sono Marta amica di Gesù e sorella di Maria e di tutte le Marte di nome Maria, Lucia, Valentina, Debora, Alberta, Elisabetta, Giulia. Amica di Gesù.
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Laureata in filosofia e con la licenza in teologia fondamentale, la scrittrice Mariapia Veladiano (Vicenza, 1960) ha insegnato lettere per più di vent’anni in un istituto professionale. Attualmente è preside a Rovereto. Tra i suoi libri, La vita accanto (2011), Il tempo è un dio breve (2012), Ma come tu resisti, vita (2013), Parole di scuola (2014). Per noi ha scritto santa Teresa Benedetta della Croce (agosto-settembre 2012)
L'Osservatore Romano

Dilatato Corde



Un’esperienza fondata su un programma di scambi spirituali. Monaci protagonisti del dialogo tra le religioni

(William Skudlarek, Consultore del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso)
Anche prima del 1978, anno in cui la Confederazione benedettina istituì commissioni per il dialogo interreligioso in Europa e Nord America, alcuni monaci erano già impegnati nel dialogo con i seguaci di altre religioni. Tra i più noti di questi pionieri vi era Henri Le Saux (1910-1963), monaco benedettino del Monastero di Sainte-Anne de Kergonan in Francia (Bretagna). Arrivato in India nel 1948, adottò presto la veste zafferano di un sannyasi, il “rinunciante” indù, prendendo il nome indiano Abhishiktananda (“Gioia dell’Unto”). Negli Stati Uniti, il monaco trappista Thomas Merton (1915-1968) approfondì gli insegnamenti e le pratiche spirituali del cristianesimo occidentale e orientale e di altre tradizioni religiose. Poco prima della sua morte accidentale nel 1968 durante una conferenza monastica panasiatica a Bangkok, una delle rare occasioni in cui ha lasciato il suo monastero in Kentucky, spiegò il motivo per cui desiderava imparare dalle altre religioni: «Io parlo come monaco occidentale che è in primissimo luogo interessato alla propria vocazione e dedizione monastica [...] Sono venuto come pellegrino, desideroso non di raccogliere informazioni o “fatti” sulle altre tradizioni monastiche, bensì di abbeverarsi alle antiche fonti della concezione e dell’esperienza monastica. Io non cerco solamente di saperne di più in fatto di religione e di vita monastica, ma di fare di me stesso un monaco migliore e più illuminato [...] A mio giudizio siamo arrivati oggi a un grado tale di maturità religiosa per cui è dato a qualcuno di poter attingere alla disciplina e all’esperienza diciamo indù o buddista, pur rimanendo del tutto fedele al proprio impegno cristiano e monastico. Credo anzi che alcuni di noi abbiano bisogno di una tale esperienza per migliorare la qualità della loro vita monastica».
L’importanza del dialogo interreligioso per i monaci e le monache, soprattutto coloro che sono stati coinvolti nella creazione di comunità monastiche in Paesi dove il cristianesimo è una religione di minoranza, è stato riconosciuto dall’Alleanza inter-monastica (Aim), un’organizzazione fondata nel 1961 per aiutare le nuove comunità monastiche cattoliche in Asia e in Africa. Molto presto l’Aim ha cominciato a organizzare conferenze per aiutare i monaci e le monache cristiani a comprendere meglio le culture e le tradizioni religiose dei popoli fra i quali vivevano.
Il successo delle due conferenze asiatiche sponsorizzate dall’Aim, una a Bangkok nel 1968 e l’altra a Bangalore nel 1973, convinse il cardinale Sergio Pignedoli, secondo presidente del Segretariato per le religioni non-cristiane (oggi Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso), a scrivere all’abate primate dell’ordine benedettino Rembert Weakland nel 1974 per invitare gli ordini monastici della Chiesa a essere coinvolti nel dialogo interreligioso. La ragione per cui fece quest’appello, disse, è che «il monachesimo costituisce un ponte tra le religioni». La richiesta del cardinale Pignedoli portò alla creazione nel 1978 delle sottocommissioni per il dialogo interreligioso all’interno dell’Aim in Europa e in Nord America, e, successivamente, alla creazione del Dialogo interreligioso monastico (Dialogue interreligieux monastique/Monastic interreligious dialogue, Dimmid) come un segretariato indipendente all’interno della confederazione benedettina, con collegamenti formali ai due rami dell’ordine cistercense.
Uno dei principali obiettivi del Dimmid è quello di promuovere l’interesse e l’impegno dei monaci e delle monache cattolici nel dialogo interreligioso. Strumenti per raggiungere quest’obiettivo sono una rete di commissioni nazionali e regionali, convegni interreligiosi e una rivista multilingue dedicata al dialogo dell’esperienza religiosa. Questa rivista, dal titolo «Dilatato Corde», è stata lanciata nel 2011, e i numeri attuali e precedenti possono essere trovati sul sito www.Dimmid.org. Ogni anno i principali articoli sono pubblicati in forma di libro dalla casa editrice Lantern Press a New York. Il nome della rivista, «Dilatato Corde», proviene dalla Regola di san Benedetto, che invita coloro che seguono la vita monastica a correre sulla via dei comandamenti di Dio con un “cuore dilatato” (Prologo, 49).
Il Dimmid si concentra sul dialogo con i monaci e le monache di altre tradizioni religiose, la cui vita monastica, si deve rilevare, precede il monachesimo cristiano di circa un migliaio di anni. Al di là di voler offrire ospitalità e vivere in pace e nel rispetto reciproco con i loro fratelli e sorelle monaci buddisti e indù, un numero crescente di monaci cattolici condividono la convinzione di Thomas Merton che possiamo «imparare in profondità, per esempio, la disciplina o l’esperienza buddista o indù [e perciò] migliorare la qualità della nostra vita monastica». A tal fine, un programma di scambi spirituali tra monaci e monache giapponesi buddisti zen e comunità monastiche europee è in corso dal 1979. Questo programma è una forte espressione della tradizione monastica dell’ospitalità raccomandata da san Benedetto nella sua Regola. Padre Pierre-François de Béthune, O.S.B., primo segretario generale del Dimmid e per molti anni consulente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, descrive questo tipo di scambio nel suo libro L’ospitalità. La strada sacra delle religioni (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2013).
Nell’America del Nord, le riunioni dei gruppi “monache in occidente” e “monaci in occidente” si sono svolte dal 2004 per fornire ai monaci e alle monache buddisti, cattolici e indù l’opportunità di riflettere sulle sfide di condurre una vita monastica in una cultura che pone sempre più importanza ai beni e al piacere. Inoltre, la commissione nordamericana del Dimmid ha sponsorizzato tre importanti dialoghi buddisti-cattolici, chiamati “Incontri di Getsemani”; l’anno prossimo si terrà il quarto incontro, che affronterà il tema della maturazione spirituale.
Grazie soprattutto al libro di Raimon Panikkar, Beata semplicità. La sfida di scoprirsi monaco (Cittadella, Assisi 2007), divenne sempre più chiaro che “monaco” può anche essere inteso come un “archetipo”, vale a dire, un prototipo di impegno totale per la ricerca della bellezza, della verità e della bontà definitiva che è il segno distintivo di ogni autentico ricercatore spirituale. Una definizione del monachesimo più profonda e più inclusiva, che si esprime in questa comprensione di “monaco” che non diminuisce ma esalta il ruolo di monaci e monache professi, ha portato il Dimmid a espandere la propria comprensione del “dialogo monastico” come un dialogo a livello dell’esperienza e della pratica religiosa. Così, mentre i partner principali del Dialogo interreligioso monastico continuano a essere i monaci e le monache di altre tradizioni spirituali, il dialogo condotto a livello dell’esperienza religiosa si estende anche ai ricercatori spirituali che non fanno parte di una forma istituzionalizzata di monachesimo. Tra questi praticanti spirituali non formalmente monastici occupano un posto importante i musulmani, le cui pratiche religiose sono spesso parallele a quelle dei monaci e delle monache. Diverse comunità monastiche in Europa e nell’America del Nord hanno stabilito stretti legami spirituali con i loro vicini musulmani. A livello internazionale, il Dimmid è coinvolto in un dialogo continuo con i musulmani sciiti dell’Iran. L’esempio di Christian de Chergé e della comunità trappista di Tibhirine in Algeria ha spinto un numero crescente di monaci e di monache cattolici a riconoscere e imparare dagli insegnamenti spirituali e dalle pratiche dell’Islam.
Negli ultimi anni siamo diventati sempre più consapevoli che essere “religiosi” oggi significa essere “interreligiosi”, cioè aperti a ricevere gli stimoli che le altre religioni possono offrire, consapevoli che se conosciamo solo la nostra religione è probabile che la comprendiamo e la viviamo in maniera incompleta. Come diceva Goethe, «Chi non conosce le lingue straniere, non sa nulla della propria». Oggi, sappiamo come le sue parole sono applicabili alla conoscenza e alla pratica del cristianesimo, e in modo particolare, alla vita monastica. Come ha detto Papa Francesco durante il suo incontro con la classe dirigente del Brasile il 27 luglio 2013, «l’altro ha sempre qualcosa da darmi, se sappiamo avvicinarci a lui con atteggiamento aperto e disponibile, senza pregiudizi. Questo atteggiamento aperto, disponibile e senza pregiudizi, lo definirei come “umiltà sociale” che è ciò che favorisce il dialogo. Solo così può crescere una buona intesa fra le culture e le religioni».
L'Osservatore Romano

La "ricerca di Adamo" nel Mare Nostrum



Il  tweet di Papa Francesco: "Vivere come veri figli di Dio significa amare il prossimo e avvicinarsi a chi è solo e in difficoltà." (2 luglio 2014)

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A un anno dalla visita di Papa Francesco a Lampedusa: il silenzio assordante dell'Europa e la "ricerca di Adamo" nel Mare Nostrum

(Alessandro Notarnicola) Un tempo un eremita risiedeva sullo scoglio di Lampedusa e guardava il mare limpido e celeste, aveva lo stesso colore del cielo e incontrandosi con la luce dorata del sole rifletteva le forme delle terre d'Africa. Lo scoglio era sorto nel mezzo del mediterraneo ed era una cerniera che univa le due terre ma anche le due religioni, dal momento che l'uomo, in alcune grotte, esercitava il doppio culto cristiano-musulmano (della Croce e della Mezza Luna). Dal 1452 l’isola è così considerata luogo di culto e di venerazione della Vergine Maria, sia da parte dei musulmani che dei cristiani, ma anche “centro di raccolta di vettovaglie e mezzi con le donazioni lasciate ai piedi della Madonna" per chi, sbarcando sull’isola, necessitasse di approvvigionamento.
A distanza di molti secoli quella pietra è ancora lì, bagnata dall'acqua salata di un mare non più così limpido: ogni giorno è un pianto, un grido di speranza, un aggrapparsi alla vita per non essere travolti dai flutti che sempre più strozzano la vita a tutti quegli uomini, donne, bambini che ammassati come "tonni" su vecchi e spartani barconi si avventurano verso una nuova vita. Papa Francesco quando ha saputo di quei "pellegrini-migranti" aggrappati, per non affogare, alle gabbie dei tonni, si è fatto egli stesso pellegrino e si è recato lo scorso 8 luglio 2013 a Lampedusa per abbracciare quei “tonni”: il suo abbraccio ha fatto riscoprire loro quella dignità di esseri umani che troppo spesso viene dimenticata. 

"Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace - ha detto il Santo Padre poggiandosi a un altare improvvisato sul dorso di una barca e un leggio ricavato da un timone, e ha così continuato - cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! E una volta ancora ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare".
A pochi giorni dal primo anniversario (martedì 8 luglio) della visita di Papa Francesco nell’isola di Lampedusa, lungo le coste siciliane uomini e donne continuano a morire. Dopo l’ennesima tragedia avvenuta lunedì scorso (45 vittime tra cui alcuni bambini), il grido di denuncia e di impazienza di Francesco si fa più forte e lapidario: "«Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!". Nel corso dell'omelia il Papa si è scagliato contro "la globalizzazione dell'indifferenza, che fa dimenticare le tragedie dell'immigrazione" e ha ricordato come quelle vite spezzate in mare siano per lui "una spina nel cuore". Concetti inoltre ripetuti  su Twitter, dove ha cinguettato: "Preghiamo per avere un cuore che abbracci gli immigrati. Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato i più bisognosi". "Dove sei uomo" è ormai il grido del Papa, il sentito messaggio che egli intende diffondere in tutto il mondo e tra tutti i popoli affinché cessino le guerre e lo sfruttamento della persona. La tratta di esseri umani, “una vergogna”, “un crimine contro l’umanità”: “la persona umana non si dovrebbe mai vendere e comprare come una merce”, ha ribadito più e più volte Papa Bergoglio, essendo, il rispetto della dignità dell'essere umano, un tema a lui molto a cuore.
Dietro Lampedusa, considerata anche il centro d'Europa, e dietro le immagini dolorose degli sbarchi, infatti, si cela un'organizzazione deplorevole e ignobile di bracconieri/trafficanti che fanno delle vite in fuga una merce di scambio, ne fanno ragione di guadagno ed interesse. Si tratta, pertanto, di un “grande imbroglio”, un groviglio d’interessi economici illeciti che prosperano facendo leva sulla disperazione degli immigrati, i quali fuggono nel pieno della notte dal dramma delle proprie terre sognando la fortezza Europa per nascere una seconda volta.
Le parole del Santo Padre, tuttavia, sembra siano rimaste impigliate a Lampedusa, tra uno scoglio riscaldato del sole del Mediterraneo e una maglietta strappata di un disperato che non è riuscito a raggiungere la terra ferma. Sono parole rimaste negli occhi dei lampedusiani (noti a tutti per la genuina solidarietà dimostrata), i quali sono lasciati soli dalle istituzioni soprattutto da quelle europee che sovente, da quando il fenomeno degli sbarchi clandestini si è ingrossato, fa finta di non conoscere la gravità del reale.
Il “no” di Papa Francesco alla “globalizzazione dell’indifferenza” riguardava proprio le istituzioni, quei politici che dimenticano di essere uomini e donne e che si cullano nella loro condizione di privilegiati. La questione del Mare Nostrum diventa ogni giorno un punto fondamentale da discutere sul piano europeo perché l'Italia non può farcela da sola, e le parole del Papa non possono sanare una piaga sociale e umana che allontana sempre più l'uomo dal proprio fratello. 
In seguito alla strage del maggio scorso, in cui hanno perduto la vita 12 donne, di cui una incinta, due bimbe, una di pochi mesi e una di non più di due anni e tre uomini, è stato duro l'intervento del ministro dell'Interno Angelino Alfano che rivolgendosi a Bruxelles ha detto: "L'Europa ha due strade: o viene qui e issa la bandiera europea sull'operazione Mare Nostrum oppure una volta che avremo definito lo status dei migranti e accertato che hanno diritto alla protezione e che vogliono andare in altri Paesi, noi li lasceremo andar via. Il diritto di asilo è sacrosanto ma non si può esercitare solo in Italia".
Per il momento, certamente, non si può parlare di una bandiera e di una unione a livello europeo, resta solo una corona di fiori bianchi e gialli scivolata in mare dalle mani dell'operaio Francesco per commemorare le tante vittime che giacciono sui fondali limpidi e preziosi di Lampedusa, "piccola realtà e esempio di solidarietà umana".
La visita dello scorso anno ha segnato l'inizio del Pontificato del Papa venuto dall'altra parte del mondo, e oggi, in particolare dal 28 giugno all'8 luglio 2014, si svolgeranno sull'isola delle Pelagie una serie di eventi: mostre fotografiche, colloqui, convegni, momenti di riflessione,funzioni religiose. «Abbiamo voluto riunire questa serie di appuntamenti - spiega il coordinatore organizzativo, don Nino Gulli della Curia Arcivescovile di Agrigento alla conferenza stampa di presentazione - sotto un'unica denominazione "Lampedusa otto luglio duemilatredici - Celebrare, Ricordare, Comunicare", perché con ogni evento si cercherà di celebrare, ricordare e comunicare la visita del Santo Padre nell'isola di Lampedusa ed all'Arcidiocesi di Agrigento».

La trasformazione




(Robert Peter Imbelli) In un articolo apparso sull’«Osservatore Romano» dell’8 marzo scorso, Lucetta Scaraffia, a proposito della riflessione sul ruolo delle donne (e degli uomini!) nella Chiesa, ha scritto: «Al centro del problema non è la “modernizzazione”, ma qualcosa di più profondo e importante che tocca la natura spirituale della Chiesa». La sfida — prosegue — è quindi di «disegnare i tratti spirituali e teologici di una tradizione cristiana aperta al femminile». Questa serie di articoli pubblicati sull’Osservatore sono piccoli contributi verso tale obiettivo. Il presente contributo intende offrire una prospettiva sulla particolare natura spirituale della Chiesa. Prende come punto di partenza un’intuizione profonda di sant’Ireneo di Lione, citata da Francesco nell’Evangelii gaudium. Ireneo dice del Signore Gesù Cristo che omnem novitatem attulit, semetipsum afferens, cioè che Cristo «nella sua venuta, ha portato con sé ogni novità». Il Papa insiste: «Egli sempre può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità». E aggiunge: «Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (n. 11). Il concilio Vaticano II, come è noto, ha dato inizio a un “ritorno alle fonti”, un ressourcement, che ne ha guidato le deliberazioni e influenzato profondamente i documenti da esso promulgati. Quel ritorno alle fonti è stato certamente un ritorno alle Scritture stesse, nonché agli scritti dei vescovi e dei teologi della Chiesa antica. Ma più nel profondo, il concilio ha rappresentato un nuovo ritorno all’unica fonte, che è Gesù stesso. Gesù, secondo lo stesso incipit di Lumen gentium, è la «luce delle genti». E Gaudium et spes, con frasi che risuonano, confessa: «Il Signore è il fine della storia umana, “il punto focale dei desideri della storia e della civiltà”, il centro del genere umano, la gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni» (n. 45). Per Francesco, che riecheggia il Vaticano II, è Gesù stesso la gioia del Vangelo, la gioia che i cristiani cercano di condividere con gli altri. Egli è il Vangelo personificato, e «la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili», afferma il Papa. In ogni tempo la Chiesa è chiamata a sondare di nuovo la ricchezza inesauribile di Cristo e a considerare le sfide e le possibilità del presente alla luce del Vangelo che è Gesù Cristo. Le ben note parole dell’apostolo Paolo rivelano una dimensione costitutiva del mistero di Cristo: «Poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati, 3, 27-28). Gesù Cristo non solo è il nuovo Adamo, ma con la sua vita, morte e risurrezione, dà anche vita alla nuova comunità, la Chiesa, che è il suo stesso corpo. Tutti coloro che sono battezzati in Cristo diventano membra del suo corpo e, in tal modo, entrano nella nuova creazione dove l’appartenenza etnica, la cultura e la sessualità non vengono negate, ma trasformate e trasfigurate. Pertanto, una chiave per una teologia più profonda della persona, donna e uomo, è la comprensione più piena della trasformazione alla quale Cristo chiama i suoi discepoli. È lo stesso apostolo Paolo a offrire un’immagine senza eguali di ciò che comporta la trasformazione in Cristo. Quel che emerge dalla testimonianza e dagli scritti di Paolo è che la trasformazione in Cristo richiede agli uomini e alle donne un riorientamento radicale e una conversione costante (metànoia). Se il percorso trasformativo viene svolto con fedeltà, fiducia e paziente sopportazione (hypomonè), dà origine nientemeno che a un nuovo sé, ricreato a immagine di Cristo. Ricordiamo alcune tra le affermazioni di Paolo che più colpiscono. Nella stessa Lettera ai Galati, in cui Paolo sottolinea l’unità dei credenti in Cristo, dice di sé: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (2, 20). È proprio mettendo a morte così il proprio ego, costruito su desideri e impegni diventati idolatri, che egli si rende libero per una nuova vita in Cristo, la quale è, inscindibilmente, una nuova vita per gli altri, in comunità. Paolo lo approfondisce nel ben noto passo della Lettera ai Filippesi. Dopo aver elencato tutte le cose che aveva erroneamente considerato motivo di orgoglio e di vanto, cose che erano servite solo a separarlo dagli altri, ora le considera ostacoli alla vita vera. Paolo scrive del suo struggente desiderio di «conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (3, 10-11). E il conoscere Cristo in modo sincero è inscindibile dal servire coloro per i quali Cristo è morto. Inoltre, la configurazione a Cristo non è la vocazione solo di Paolo, ma è la grazia e la chiamata di tutti coloro che sono battezzati in Cristo. Così egli esorta i Corinzi: «L’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Corinzi 5, 14-15). Il riorientamento radicale della persona a Cristo e alle membra di Cristo tesse vincoli spirituali tra i battezzati che sono sconvolgenti nelle loro implicazioni. Ogni riforma autentica nella Chiesa deve riscoprire la nuova realtà che il mistero pasquale del Signore porta in essere. Così Paolo ci insegna, come ha insegnato ai Corinzi, che «noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, giudei o greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» (1 Corinzi 12, 13). Di fatto, «Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1 Corinzi 12, 24-26). La sfida evangelica a vivere questa visione della comunione, nel XXI secolo è tanto pressante ed esigente quanto lo era nel primo! Infatti, ovviamente il peccato s’insinua. E il peccato non solo aggredisce Dio, ma corrode anche sempre la comunità umana e la comunione. Il peccato lacera il corpo di Cristo. Da qui l’importanza della confessione sacramentale nella Chiesa, come insegna costantemente Papa Francesco sia con le parole sia con l’esempio. La lotta quotidiana per la fedeltà e la trasformazione è illustrata in modo commovente da san Paolo nel quinto capitolo della Lettera ai Galati. I desideri della “carne” e quelli dello “spirito” si combattono, e la posta è l’io che diventiamo. È ovvio, qui, che “carne” non si riferisce alle sole trasgressioni sessuali, ma ancor più al cuore indurito che erutta rivalità, gelosia, invidia e odio. La guida dello Spirito, al contrario, produce una messe generosa di amore, gioia e pace, che promuove e alimenta l’edificazione del corpo di Cristo. Riassumendo la nuova vita nello Spirito, Paolo afferma: «Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso». Ma poi, con un cri du coeur, avverte i Galati e noi: «Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» (5, 14-15). Si percepisce in queste parole la descrizione di un’anti-eucaristia demoniaca. Infatti, proprio come la vera eucaristia unisce e alimenta il corpo di Cristo che è la Chiesa, il dissenso tra cristiani divide e avvelena il corpo. Potrebbe sembrare che sia stato detto molto poco in merito a un approccio alla valorizzazione del ruolo delle donne nella Chiesa e all’incorporare le vere sensibilità femminili. Certamente altre riflessioni di questa serie hanno offerto suggerimenti e approcci più pratici. Ma la mia argomentazione è che farlo con la profondità necessaria comporta il recupero della novità specifica del Vangelo di Gesù e della Chiesa, nata dal fianco del Crocifisso. Questo recupero è ancora più urgente in una cultura che non ha dimenticato le proprie radici cristiane, ma dà prova del frenetico desiderio di strappare tali radici. Papa Francesco, attingendo alla sua eredità ignaziana, ha evidenziato ripetutamente il ruolo indispensabile del discernimento spirituale nella Chiesa. Molto prima di Ignazio di Loyola, però, Paolo Insisteva sulla necessità che i cristiani praticassero il discernimento per non adattarsi ai valori del mondo che sono antitetici al Vangelo (la “mondanità spirituale” contro la quale Francesco mette in guardia). Paolo scrive ai cristiani di Roma: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Romani 12, 1-2). Quindi, mentre procediamo a dare forma a una teologia più inclusiva, è fondamentale che i nostri criteri di discernimento siano basati su valori evangelici e non mondani. Infatti, oggi come ai tempi di Ireneo, i cristiani si devono confrontare con un recrudescente gnosticismo che, pur strombazzando la “diversità” e la “differenza”, di fatto sovverte la distinzione fondamentale tra uomo e donna, i quali, insieme, comprendono l’immagine di Dio. Questo gnosticismo contemporaneo rispecchia in modo fin troppo fedele l’ideologia e gli imperativi della società capitalistica. Qui, spesso le persone vengono ridotte a funzionari intercambiabili, il cui unico scopo è il servizio a Mammona. La visione gnostica, nelle sue molteplici vesti, è quella di una fusione androgina, mentre il novum cristiano è quello di comunione, di persone distinte in relazione, ognuna delle quali contribuisce con le proprie capacità e i propri doni. Anche qui Paolo Insegna in maniera esemplare: «Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi» (Romani, 12, 4-6). Mentre procediamo verso una Chiesa più inclusiva, una Chiesa che apprezza, più che in passato, i doni unici di ognuno, sia i laici sia le persone ordinate devono essere radicati in quella «spiritualità di comunione» che Giovanni Paolo II ha evocato nella Novo millennio ineunte. Faremmo bene a scolpire queste sagge parole di Papa Wojtyła nelle nostre menti e nei nostri cuori: «Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come “uno che mi appartiene”, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un “dono per me”, oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Galati, 6, 2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita» (n. 43).
L’autore
Robert Peter Imbelli, sacerdote dell’arcidiocesi di New York, ha studiato a Roma negli anni del concilio Vaticano II. Ordinato nel 1965, ha conseguito la licenza in sacra teologia all’università Gregoriana e il Ph.D. in telogia sistematica all’università di Yale. Per ventisette anni padre Imbelli ha insegnato teologia al Boston College, dove è oggi professore emerito. Con Liturgical Press, ha appena pubblicato Rekindling the Christic Imagination: Theological Meditations on the New Evangelization.
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