mercoledì 2 luglio 2014

Teologia totale



Il romanzo eremitico di Adriana Zarri. 

(Giulia Galeotti)
«Un giorno, tra queste pagine, è caduta inattesa la narrazione di un miracolo; e mi sta anche bene perché in esso intendevo celebrare la fantasia di Dio. Però è la normalità la mia vera passione: l’ovvio dell’esistenza quotidiana in cui “non succede niente”, ma succede tutto: succede la vita». Se a parlare è Benedetto, lo scrittore protagonista di Dodici lune (1989), si tratta però di una frase capace di ritrarre, tanto la rispecchia, anche l’incredibile autrice del romanzo, Adriana Zarri.
Negli anni, abbiamo imparato a conoscere questa eremita cattolica, nata nel 1919 a San Lazzaro di Savena (vicino Bologna), figlia di un mugnaio (ex bracciante) e nipote di un capomastro. Dirigente dell’Azione cattolica prima e giornalista poi, dopo aver vissuto in diverse città italiane (tra cui soprattutto Roma), dal settembre 1975 Adriana Zarri sceglie la vita eremitica, prima ad Albiano, quindi a Fiorano Canavese e, infine, da metà anni Novanta, a Strambino, in provincia di Torino. Nei suoi eremi, Adriana prega, coltiva, si dedica agli animali, accoglie quanti passano, e scrive.
Teologa conciliare già prima del concilio Vaticano II, autrice prolifica, voce profondamente cattolica e profondamente dissenziente, prima laica ammessa nel direttivo dell’Associazione teologica italiana nel lontano 1969, eremita per trentacinque anni, Adriana Zarri è stata una donna libera, legata forse solo a un senso del sacro restituito dall’intreccio tra fede nuda, giustizia sociale, femminismo e amore per gli indifesi, i deboli, i perseguitati. Così questa teologa — che negli anni, ha sostenuto, da cattolica, posizioni controverse, scomode, clamorose — è andata perennemente all’incontro con la Parola, trasmessa dal suo eremo a un’umanità libera di credere, e di non credere.
Ma tra le tante parole lasciateci nei saggi, nelle memorie e negli articoli (per «L’Osservatore Romano», «il Manifesto», «Il Regno», «Concilium», «Rocca» e tanti altri ancora), le pagine del diario di Bruno sono davvero una meravigliosa perla impregnata di vita («Un tempo — scriverà anni dopo Adriana — ero un’intellettuale pura; oggi sono un’intellettuale incarnata, contaminata, sporcata di vita materiale»).
È, dunque, eremita da nemmeno quindici anni quando Zarri firma quello che rimarrà il suo unico romanzo teologico. Lei, così convinta che «una teologia impura, contaminata, compromessa col vivere è una teologia piena di passioni, di eventi, di topi, di tutto; una teologia totale perché il discorso su Dio è il discorso su tutto», in Dodici lune racconta l’anno di fuga sabbatica dello scrittore Bruno, arroccatosi in un piccolo borgo di montagna, solo con la governante e il gatto Mimmo. Riflettendo di amore, felicità, perdita, morte, risurrezione, Dio, sesso, differenza tra donna e uomo, paternità, solitudine, senso della vita, teologia, significato dello scrivere, concilio (inascoltato) e misoginia (troppo ascoltata, invece, specie nella Chiesa), il tempo di Bruno è come sospeso. Lui, rimasto letteralmente travolto dalla morte della moglie Lia — ricordate Lia nella Bibbia o Lia in Dante? — e dalla perdita del figlio non nato (due morti che si sveleranno con calma, nella narrazione), circondato da una natura fortissima (ora amica, ora inclemente), è impregnato del suo dolore.
«L’esperienza dello scrivere è, essa pure, in qualche modo, eremitica, in quanto avviene — ha scritto Adriana — in una solitudine totale, in cui l’autore è solo con se stesso e con Dio, se ci crede; e la pagina bianca è una sorta di tacito deserto che va fiorendo di parole». La donna che ha trovato nell’eremitismo la sua strada di vita, crea la figura di un uomo che, sebbene eremita a tempo, riuscirà a trovare proprio in questa dimensione la strada per rinascere.
«Giunto a un editore — si legge nel prologo delle Dodici lune — il diario parve testimoniare una singolare storia senza storie, anche se intercalata da racconti che viaggiano in parallelo col diario stesso, quasi a rilevarne, per contrasto, la nudità». Questi racconti che intervallano il diario — come regali che, qua e là, Bruno fa a Lia — sono parabole moderne. C’è la parabola del galeotto, e del gesto di preghiera che, letteralmente suo malgrado, gli sfugge di mano («si guardò il braccio, come se fosse di un altro, a fare quel gesto antico che gli era rimasto come scritto nei muscoli, da secoli, senza che neanche lo sapesse»); la parabola del vagabondo, morto con gli occhi aperti per guardare subito Dio; quella sulla terza età, e sul senso autentico della fede e del pregare; e ancora l’infertilità, la fantasia di Dio, la maternità, con i terribili echi della sua assenza nel figlio.
Rapisce il fluire di questo diario teologico (e quindi umano, nell’ottica di Adriana), in cui Bruno fa un passo avanti e tre indietro; Dio sta sulla soglia, entra, tace, risponde; Bruno torna e ritorna sugli stessi dettagli, letti e vissuti ogni volta in modo diverso. Argomenta in un modo, e poi, l’indomani, sostiene il contrario. L’interlocutore è Lia, a volte è Dio, a volte è indistinguibile. Si distingue solo il percorso di un uomo che impara a leggere la solitudine che nei mesi, tra ottobre e luglio, diventa «un vuoto pieno».
Sembrano pagine delle grandi mistiche del passato. Ma sembra anche, in qualche passaggio, di leggere Niente e così sia di Oriana Fallaci. Perché, per molti versi, anche il diario di Bruno è un diario di guerra. Di una guerra vinta, però.
«Mi ha levigato il dolore, mi ha levigato l’amore, mi ha levigato la vita; e adesso — scrive Bruno, ma in controluce è il sorriso radioso di Adriana — rotolo verso l’immenso mare: il tuo grembo, il grembo materno di Dio: il seno di Abramo, come dicevano gli Ebrei».
L'Osservatore Romano