sabato 1 novembre 2014

Omelia del Papa Francesco al Cimitero Monumentale del Verano.(ITA. ESP)


Papa Francesco celebra la Messa nel Cimitero Monumentale del Verano. Tre immagini: devastazione, vittime e Dio




Papa al Verano: uomo che si crede "dio" distrugge il mondo. 

Testo integrale dell'omelia .

"Il Signore ci aiuti e ci dia la grazia di questa speranza, ma anche la grazia del coraggio di uscire da tutto quello che è distruzione, devastazione, relativismo di vita, esclusione degli altri, esclusione dei valori, esclusione di tutto quello che il Signore ci ha dato: esclusione di pace."
Quando nella prima Lettura ho sentito questa voce dell’Angelo che gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso di devastare la Terra e il Mare, di distruggere tutto: “Non devastate la Terra né il Mare né le piante”, a me è venuta in mente una frase che non è qui, ma è nel cuore di tutti noi: “Gli uomini sono capaci di farlo, meglio di voi”. Noi siamo capaci di devastare la Terra meglio degli angeli. E questo lo stiamo facendo, questo lo facciamo: devastare il Creato, devastare la vita, devastare le culture, devastare i valori, devastare la speranza. E quanto bisogno abbiamo della forza del Signore perché ci sigilli con il suo amore e con la sua forza, per fermare questa pazza corsa di distruzione. Distruzione di quello che Lui ci ha dato, delle cose più belle che Lui ha fatto per noi, perché noi le portassimo avanti, le facessimo crescere, dare frutti … 
Quando in sagrestia guardavo le fotografie di 71 anni fa [il Papa allude al bombardamento di Roma che colpì il quartiere dove si trova il cimitero], ho pensato: “Questo è stato tanto grave, tanto doloroso. Questo è niente in comparazione di quello che oggi accade”. L’uomo si impadronisce di tutto, si crede Dio, si crede il Re. E le guerre: le guerre che continuano, non precisamente a seminare grano di vita. A distruggere. Ma, è l’industria della distruzione. E’ un sistema, anche, di vita che quando le cose non si possono sistemare, si scartano: si scartano i bambini, si scartano gli anziani, si scartano i giovani senza lavoro … Questa devastazione ha fatto questa cultura dello scarto. Si scartano popoli … Questa è la prima immagine che è venuta a me, quando ho sentito questa Lettura. 
La seconda immagine, nella stessa Lettura: questa moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua … I popoli, la gente … Adesso incomincia il freddo: questi poveri, che devono fuggire per salvare la vita, dalle loro case, dai loro popoli, dai loro villaggi, nel deserto … e vivono in tende, sentono il freddo, senza medicine, affamati … perché il dio-uomo si è impadronito del Creato, di tutto quel bello che Dio ha fatto per noi. Ma chi paga la festa? Loro! I piccoli, i poveri, quelli che da persona sono finiti in scarto. E questo non è storia antica: succede oggi. “Ma, Padre, è lontano …” – Anche qui! [In] tutte le parti. Succede oggi. Dirò di più: sembra che questa gente, questi bambini affamati, ammalati, sembra che non contino, che siano di un’altra specie, non siano umani. E questa moltitudine è davanti a Dio e chiede: “Per favore, salvezza! Per favore, pace! Per favore, pane! Per favore, lavoro! Per favore, figli e nonni! Per favore, giovani con la dignità di poter lavorare!”. Ma i perseguitati, tra loro, quelli che sono perseguitati per la fede … “Uno degli anziani, allora, si rivolse a me e disse: ‘Questi chi sono, vestiti di bianco?’ - chi sono?, da dove vengono? – ‘Sono quelli che vengono dalla Grande Tribolazione e che hanno le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello’”.
E oggi, senza esagerare, oggi, nel giorno di Tutti i Santi, vorrei che noi pensassimo a tutti questi, i santi sconosciuti. Peccatori come noi, peggio di noi, ma distrutti. A questa tanta gente che viene dalla Grande Tribolazione: la maggior parte del mondo è in tribolazione. E il Signore santifica questo popolo, peccatore come noi, ma lo santifica con la tribolazione.
E alla fine, la terza immagine. Dio. La prima, la devastazione; la seconda, le vittime; la terza, Dio. Dio: “Noi fin d’ora siamo figli di Dio”, abbiamo sentito nella seconda Lettura. “Ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è”, cioè: la speranza. E questa è la benedizione del Signore che ancora abbiamo: la speranza. La speranza che abbia pietà del Suo popolo, che abbia pietà di questi che sono nella Grande Tribolazione. Anche, che abbia pietà dei distruttori e si convertano. E così, la santità della Chiesa va avanti: con questa gente, con noi che vedremo Dio come Lui è. E quale dev’essere l’atteggiamento nostro, se vogliamo entrare in questo popolo e camminare verso il Padre, in questo mondo di devastazione, in questo mondo di guerre, in questo mondo di tribolazione? Il nostro atteggiamento, lo abbiamo sentito nel Vangelo: è l’atteggiamento delle Beatitudini. Soltanto quel cammino ci porterà all’incontro con Dio. Soltanto quel cammino ci salverà dalla distruzione, dalla devastazione della Terra, del Creato, della morale, della Storia, della famiglia, di tutto. Soltanto quel cammino: ma ci farà passare cose brutte, eh? Ci porterà problemi. Persecuzione. Ma soltanto quel cammino ci porterà avanti. E così, questo popolo che tanto soffre oggi per l’egoismo dei devastatori, dei nostri fratelli devastatori, questo popolo va avanti con le Beatitudini, con la speranza di trovare Dio, di trovare a quattr’occhi il Signore, con la speranza di diventare santi, in quel momento dell’incontro definitivo con Lui.
Il Signore ci aiuti e ci dia la grazia di questa speranza, ma anche la grazia del coraggio di uscire da tutto quello che è distruzione, devastazione, relativismo di vita, esclusione degli altri, esclusione dei valori, esclusione di tutto quello che il Signore ci ha dato: esclusione di pace. Ci liberi da questo, e ci dia la grazia di camminare con la speranza di trovarci un giorno a quattr’occhi con Lui. E questa speranza, fratelli e sorelle, non delude.
Radio Vaticana

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Texto de la homilía del Papa en la fiesta de Todos los Santos

Las beatitudes como brújula delante de una cultura de la devastación y del descarte

El santo padre Francisco celebró en el cementerio romano de 'Il Verano', la misa en la festividad de Todos los Santos. El Santo Padre ha comentado la lectura del apocalípsis y el Evangelio de las beatitudes, relacionándolas con la destrucción de lo creado, de la cultura del descarte y de la persecución que tantos sufren por ser cristianos. 
A continuación las palabras del Santo Padre.
"Cuando en la primera lectura he escuchado esta voz del ángel que gritó a gran voz, a los cuatro ángeles a los cuales les había sido concedido de devastar la tierra y el mar, de destruir todo. No devasten la tierra, el mar ni las plantas y a mi me vino a la mente una frase que no está aquí pero que está en el corazón de todos nosotros: Los hombres son capaces de hacerlo mejor, somos capaces de devastar la tierra, mejor que los ángeles y esto lo estamos haciendo, esto lo hacemos, devastar lo creado, devastar la vida, devastar las culturas, devastar los valores, devastar la esperanza. Y cuanta necesidad tenemos de la fuerza del Señor, para que nos selle con su amor con su fuerza para detener esta loca carrera de destrucción.
Destrucción de lo que Él nos ha dado, de las cosas más hermosas que hizo para nosotros, para que nosotros las lleváramos adelante, las hiciéramos crecer, dar sus frutos. Cuando estando en la sacristía miraba las fotos de hace tantos años atrás, he pensado, esto que ha sido tan grave y doloroso, esto es nada en comparación de lo que hoy sucede.
El hombre se apropia de todo, se cree Dios, se cree el rey. Y las guerras, las guerras que siguen no a sembrar grano de vida pero a destruir. Es la industria de la destrucción, es un sistema de vida en el que cuando las cosas no se logran arreglar se descartan, se descartan, se descartan a los niños se descartan a los ancianos, se descartan a los jóvenes, sin trabajo. Ha hecho esta cultura del descarte, se descartan los pueblos.
Esta es la primera imagen que me vino cuando sentí esta Lectura.
La segunda imagen en la misma lectura, es esta multitud inmensa que nadie podía contar, de todas las naciones, tribus, pueblos e idiomas.
Los pueblos, la gente, ahora comienza el frío. Estos pobres que tienen que huir para salvar la vida, de sus casas, de sus pueblos al desierto y viven en carpas y sienten en frío, sin medicinas, hambrientos. Porque el dios hombre se ha apropiado de lo creado, de todo lo bonito que Dios hizo para nosotros
¿Pero quién paga la fiesta? Los pequeños, los pobres. Los que de personas terminaron en descarte. Y esto no es historia antigua, sucede hoy. ¡Pero padre esto es lejos! También aquí, sucede hoy.
Y diré aún más, parece que esta gente, que estos niños hambrientos, enfermos, parece que no cuenten, que sean de otra especie, no sean humanos. Esta multitud está delante de Dios y pide: Por favor, salvación; por favor, paz; por favor, pan; por favor trabajo; por favor hijos y abuelos; por favor jóvenes con la dignidad de poder trabajar.
Pero los perseguidos entre ellos, los perseguidos por la fe. 'Uno de los ancianos se dirigió a mi: Quienes son estos vestidos de blanco, quiénes son, de dónde vienen? Son aquellos que vienen de la gran tribulación y que lavaron sus vestiduras volviéndolos cándidos en la sangre del Cordero'.
Y hoy sin exagerar, hoy en el día de todos los santos querría que todos pensáramos a todos ellos, los santos desconocidos, pecadores como nosotros, peor que nosotros, pero destruidos.
A esta multitud de gente que viene de la gran tribulación, la mayor parte del mundo está en tribulación. El Señor santifica a este pueblo pecador como nosotros, lo santifica con la tribulación.
Y al final hay una tercera imagen, Dios. La primera la devastación, segunda las víctimas y tercero Dios.
Dios, nosotros desde ahora somos hijos de Dios, lo hemos escuchado en la segunda lectura, pero lo que seremos aún no ha sido revelado. Pero sabemos que cuando Él se habrá manifestado nosotros seremos similares a Él, porque lo veremos como Él es, o sea la esperanza. Y esta es la bendición del Señor que aún tenemos: la esperanza, la esperanza que tenga piedad de su pueblo, que tenga piedad de éstos que están en la gran tribulación, y también que tenga piedad de los destructores para que se conviertan.
Y así la santidad de la Iglesia va adelante, con esta gente, con esta gente, con nosotros, que veremos a Dios como Él es. Y cuál tienen que ser nuestra actitud si queremos entrar en este pueblo, nuestro, si queremos entrar en ese pueblo y caminar hacia el Padre, en este mundo de devastación, de guerras, de tribulación.
Nuestra actitud la hemos escuchado en el Evangelio, es la actitud de las beatitudes. Solamente ese camino nos llevará al encuentro con Dios. Solamente ese camino nos salvara de la destrucción de la devastación de la tierra, de lo creado, de la moral, de la historia, de la familia, de todo.
Solamente ese camino. Nos hará pasar cosas feas, nos traerá problemas y pasar persecuciones. Pero solamente ese camino nos llevará hacia adelante. Y así este pueblo que tanto sufre hoy por el egoísmo de los devastadores, de nuestros hermanos devastadores, ese pueblo va adelante con las beatitudes, con la esperanza de encontrar a Dios, de ver cara a cara al Señor. Con la esperanza de volvernos santos en ese momento del encuentro definitivo con Él

El Señor nos ayude, nos de la gracia de esta esperanza, y también la gracia del coraje de salir de todo lo que es destrucción, devastación, relativismo de vida, exclusión de los otros, exclusión de los valores, exclusión de todo lo que el Señor nos ha dado, exclusión de la paz. Nos libre de ésto y nos dé la gracia de caminar con la esperanza de encontrarnos y cara a cara con Él y esta esperanza, hermanos y hermanas, no desilusiona. 

Terra di Maria a Roma


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Il cinema Adriano di Roma proietterà il film Terra di Maria del regista Juan Manuel Cotelo (L’Ultima Cima), il giorno 5 Novembre alle ore 20.30.
Come accadde per Cristiada chissà che le sale a disposizione non debbano diventare due, considerando l’attesa crescente per la visione di questa pellicola e il tam tam che si è creato con personaggi noti al mondo cattolico, e non solo, che si sono dati da fare sui social e con ogni mezzo.
La distribuzione del film sta avvenendo “dal basso”, è possibile per gli spettatori richiedere che la proiezione avvenga in una determinata città compilando la sezione “Vuoi vederlo?” del sito www.terradimaria.it.
Così facendo, affidandosi al passaparola, il film ha raggiunto già 15 paesi nel mondo. Le sale italiane sono già molte, e le richieste continuano ad arrivare da ogni parte d’Italia.download
Siamo convinti che una sola proiezione per il film Terra di Maria al cinema Adriano non sia sufficiente per far fronte alle numerosissime richieste che stiamo ricevendo da Roma e dintorni. Inoltre, nonostante la nostra insistenza, il servizio prevendita non è stato attivato. Vi chiediamo ancora una volta di aiutarci, contattando il numero 06367671 ovvero gli Uffici Mediaport Cinema di Roma e richiedendo informazioni sulla proiezione. Mostreremo così alla gestione del cinema la reale portata delle richieste: forse non credono ancora del tutto alla bontà del progetto.
Terra di Maria su  facebook e su twitter 
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Il fenomeno Terra di Maria cinema che indaga la fede

 di Andrea Galli  per Avvenire
 John Bruchalski, ginecologo di Washington D.C., inizia a praticare aborti appena conclusi gli studi in medicina, convinto di offrire un aiuto a molte donne. Constata il contrario: «Aumentavano le infezioni, le depressioni, le famiglie distrutte… mi chiedevo cosa ci fosse di sbagliato».. L’incontro al Santuario di Guadalupe con una “Signora”, anche lei in gravidanza, gli cambia definitivamente la vita. Silvia Buso è una ragazza padovana, atletica, a cui nemmeno diciottenne viene dato questo verdetto: «Non camminerai più». Una paraplegia, crisi epilettiche e una sedia a rotelle. Dopo nove mesi, durante un viaggio a Medjugorje, accade l’incredibile: riprende a camminare. Salvador Íñiguez, messicano di Guadalajara, di mattina lavora come infermiere geriatrico, di notte passa da un bordello all’altro avvicinando prostitute e travestiti. «Quanto prendi, sorellina? Così poco? Nessuno ti ha mai detto che vali tutto il sangue di Cristo?». Poi racconta loro che hanno una protettrice in Cielo, insegna loro a pregare il Rosario, parla della misericordia infinita di Dio, si offre di leggere la Bibbia insieme a loro.
Sono alcune delle storie al centro de La Terra di Maria, un docufilm uscito in Spagna a ridosso di Natale, firmato da Juan Manuel Cotelo, già regista e produttore nel 2010 deL’ultima Cima, la storia di un carismatico sacerdote di Madrid, don Pablo Domínguez, appassionato di montagna e morto nel 2009 mentre scendeva dal monte Moncayo. Film che uscito in pochissime sale spagnola, grazie al passaparola e al tam tam di internet è diventato un “caso” al di là dei confini nazionali.Ex numerario dell’Opus Dei, 47 anni, studi all’Università di Navarra e una carriera tra periodici e televisioni, Cotelo ha fondato anni fa una casa di produzione, la “Infinito más Uno”. L’ultima Cima è stata la prima opera di successo, l’anno scorso è stata la volta di Può succedere a te, storie estreme di conversione raccolte in giro per il mondo e su cui l’istrionico regista-produttore-attore ha costruito un format, il «congresso di teologia in camper»: ha girato la Spagna appunto con un camper, ha fatto salire i personaggi più improbabili, ha sottoposto loro quelle storie di fede borderline, registrandone impressioni e commenti, e ricavandone 13 puntate.Ne la Terra di Maria Cotelo veste i panni dell’“avvocato del Diavolo”, una sorta di ironico agente segreto che indaga una porzione di mondo oscuro, che resta fuori dai riflettori mediatici: dove abita un popolo variegato e sparpagliato in ogni dove, che ancora agli inizi del Terzo Millennio sostiene di parlare con gli angeli, di abitare con un piede in una realtà ultraterrena e di camminare in compagnia di una donna celeste che nessuno ha visto, ma che tutti chiamano “Madre”. Un viaggio nell’affascinante Terra di Maria. Con questo reportage tra fiction e realtà – uscito in una manciata di città in Spagna agli inizi di dicembre, già moltiplicatesi nel giro di due settimane, con proiezioni già programmate in una ventina di Paesi – Cotelo spera di bissare il successo dell’Ultima cima. E di lasciare un segno non solo al botteghino.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

Medice, cura te ipsum



Da Renzo Puccetti
Sono trascorsi ben 13 giorni dalla diffusione della relazione finale del sinodo straordinario sulla famiglia. Il 15 ottobre il cardinale Dolan, già presidente della Conferenza Episcopale Americana, ebbe a dire in conferenza stampa che il rapporto intermedio, tecnicamente Relatio post-disceptationem, era soltanto “una bozza di documento”.
Dopo avere ringraziato i media per l’attenzione prestata a quella prima stesura, si augurava analoga attenzione per il documento finale del sinodo straordinario. Purtroppo non si può dire che l’auspicio del cardinale Dolan si sia realizzato. Come osservato da padre Roger Landry, sacerdote americano con dottorato in bioetica e teologia morale al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, non se ne può dare tutta la colpa alla stampa. È davvero singolare che la Relatio post-disceptationem sia stata divulgata dai canali ufficiali in ben cinque lingue: oltre l’italiano, anche in inglese, francese, spagnolo e portoghese, mentre la relazione finale, il testo che dovrebbe servire da base di discussione in tutte le diocesi del mondo in vista del sinodo ordinario del prossimo anno, è stata disponibile fino a ieri soltanto in italiano, affiancata oggi dalla traduzione in lingua inglese.
Si ha come l’impressione, appena una semplice impressione per carità, che il documento intermedio sia stato preparato con molta più pianificazione di quanto non sia avvenuto per la relazione finale, frutto della strabiliante cifra di 700 emendamenti redatti dai padri sinodali nei circuli minores che forse con sorpresa e disappunto di qualcuno della cabina di regia hanno massacrato il testo provvisorio. Possibile che fino ad ieri la vera relazione del sinodo fosse consultabile soltanto da chi avesse dimestichezza con la lingua di Dante e Petrarca? Possibile che ciò avvenga dopo che le testate di tutto il mondo hanno dato fiato alle trombe dello stravolgimento della dottrina? Possibile che si abbia così poca sensibilità pastorale nel trasmettere ai fedeli di vari idiomi quello che due settimane di parresìa hanno prodotto?  Il povero vandeano che volesse leggersi il rapporto finale dei padri sinodali sul sito della conferenza episcopale francese troverebbe qualcosa? Purtroppo la risposta deve essere negativa.
E quel cattolico bavarese che, come l’ultimo giapponese nella foresta di Okinawa, resistesse dopo avere trangugiato le “aperture” ai divorziati risposati e alle coppie omosessuali, dopo essere scampato alla severissime pene previste dai molto misericordiosi pastori teutonici per chi non paga la tassa alla Chiesa tedesca,  e fosse desideroso di leggere il resoconto ufficiale del sinodo sul sito della Deutsche Bischofskonferenz? Nisba, pardon, nicht, niente, nada de nada. Si ha come l’impressione che qualcuno sia tentato di depotenziare la resistenza ad un ruolino di marcia che con badilate di linguaggio da fare invidia al migliore conte Mascetti si proponeva di pensionare 2000 anni di insegnamento sulla morale sessuale.
Da medico non posso che rimanere ammirato nel vedere salire in cattedra ad illustrare le loro prodigiose cure proprio quei primari ospedalieri dai cui reparti i malati se la battono da cinquant’anni a gambe levate. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla grazia con cui bacchettano come retrogradi superstiziosi i colleghi rei d’impiegare la medicina tradizionale del Vangelo. Ma come kaspero faranno a mantenersi sempre in auge questi esimi cattedratici?
Mi viene in mente una scenetta della riduzione cinematografica del Malato immaginario in cui il rossore accusato dal malato viene descritto dal giovane medico non già come segno di alterazione organica, ma come semplice espressione di normale colore. Beh, lì almeno c’è la scusante dell’inesperienza, che comunque non è garanzia d’impunità; appena usciti e voltato l’angolo dell’abitazione del paziente, il medico esperto e padre del giovane, presente anch’egli alla visita, dimostra infatti al figlio tutto l’amore paterno a suon di pedatoni. Scene analoghe sembrano inadatte a degli esperti in umanità, non rimane quindi che sperare che almeno si rammentino del detto evangelico: medico, cura te stesso. Stante la desertificazione delle loro corsie ho la speranza che saranno i fatti a ricordarglielo.

Family Act il 15 novembre.

Famiglia


di Francesco Agnoli e Riccardo Cascioli

Per il 15 novembre a Roma, in piazza Farnese (ore 14.30), il Nuovo Centro Destra (NCD) ha promosso una manifestazione pubblica, aperta a tutti, per la promozione e la difesa della famiglia. Si chiama Family Act, intende con questo celebrare il primo anniversario della nascita del partito, e per questo sul palco sono invitate a parlare tutte le associazioni che difendono l'istituto della famiglia. Sul senso di un'iniziativa del genere e sull'opportunità o meno di partecipare ospitiamo un intervento di Francesco Agnoli, con risposta del direttore de La Nuova BQ Riccardo Cascioli.

Caro direttore,
Un partito promuove una manifestazione e giustamente ci si interroga. Manifestazione partitica, infatti, significa di parte. E quando c’è di mezzo la politica, scattano mille obiezioni, mille meccanismi diversi, simpatie, antipatie, percorsi personali… Eppure ci sono dei fatti che spingono a non lasciarsi travolgere dalle possibili e lecite obiezioni.
Il primo: la presenza dei cattolici in politica non è mai stata così ridotta. Non ce n’è nessuno tra le file del partito di Grillo o di Vendola; c’è qualcuno, piuttosto atono, circondato, immobilizzato, nelle file del Pd; due o tre persone in Forza Italia, un partito ormai radicale, in mano ai Capezzone, Pascale, Luxuria, Carfagna, Prestigiacomo… Una certa attenzione ai valori della famiglia è riscontrabile, in verità, soprattutto nella Lega, e in qualcuno della piccola pattuglia di Fratelli d’Italia, ma nel complesso il numero dei deputati e senatori che si impegnano a fondo sui valori è quasi insignificante.
Il secondo fatto è il seguente: c’è un piccolo partito, l’NCD, in cui sono confluiti, in particolare dal centro e dal centro destra, un manipolo di personalità che si sono distinte, per anni, con coerenza e coraggio, nella promozione e nella difesa della vita e della famiglia, pur non provenendo sempre dal mondo cattolico. Pensiamo a Eugenia Roccella, Carlo Giovanardi, Maurizio Sacconi, Alessandro Pagano, Raffaele Calabrò, Gaetano Quagliariello, Laura Bianconi, Stefano De Lillo, Roberta Angelilli, Massimiliano Salini…, e, a livello locale, personalità come Nicolò Mardegan, Matteo Forte, e Valentina Castaldini (la consigliera comunale che si è opposta, da sola, al potente sindaco Pd di Bologna sulla registrazione dei matrimoni gay, e che sarà candidata NCD nelle elezioni regionali dell’Emilia Romagna del 23 novembre). 
È a questo manipolo di persone che si deve - da quando alcuni di loro erano parte della maggioranza di centro destra, ad oggi che, pur minoranza, possono influenzare, in parte, da dentro, il governo -, l’unico tentativo di azione politica ispirata ai princìpi non negoziabili: la difesa di Eluana Englaro, purtroppo vanificata dall’intervento del Presidente della Repubblica; l’opposizione alla RU 486 (a cui si è impedito, per ora, di finire in day hospital e in farmacia); la difesa dell’obiezione di coscienza, che sembrava dovesse cadere stritolata dalla morsa Pd-Grillini-Sel, se non vi fosse stato il ministro della salute Lorenzin, sempre dell’ NCD; il blocco della legge Scalfarotto, che appariva destinata a passare, anch’essa con il sostegno di PD-FI-M5S; il ritiro dei libretti dell’Unar dalle scuole italiane; il tentativo di arginare le aperture imposte dalla Corte Costituzionale su liberalizzazione della droga e dell’ eterologa; una qualche sensibilizzazione sul tema dell’utero in affitto; l’opposizione al divorzio breve…
Stiamo parlando di un piccolo partito, neppure monolitico, all’interno di una maggioranza e di un parlamento su tutt’altre posizioni. Un manipolo che sta facendo davvero il possibile, ad uno sguardo realistico, per fare da diga contro il nichilismo montante.
Se questi sono i fatti, lasciar solo l’NCD in questa battaglia, trincerandosi dietro scuse, anche del tutto comprensibili (“avrei preferito che non fosse un partito ad organizzare”, “non mi piace questo o quel soggetto”…), significa lasciare che venga ammainata definitivamente la bandiera di certi valori in politica (la politica, infatti, è inesorabile: se chi difende certe idee non prende voti, prima o poi scomparirà, per selezione naturale). 
Tanto più che le manifestazioni pubbliche, per avere successo, necessitano di almeno due elementi: oltre ad essere numericamente decenti, devono sfondare il muro dei media ed avere referenti politici che ne assumano le istanze. Qualcuno ricorderà il Family day del 2007: ebbe successo perché promosso nientemeno che dalla Cei, ma con l’appoggio di forze parlamentari che costituivano quasi il 50 per cento del Parlamento, e che resero quella manifestazione veramente efficace. 
Non così, per fare un esempio, la Manif pour tous francese: milioni di persone in piazza, più e più volte, senza quasi padrini politici, con un parlamento del tutto ostile, non hanno fermato le decisioni di Hollande e Taubira, ma hanno solo, minimamente, limitato alcuni danni ulteriori. E la manifestazione indetta dalla CGlL contro le politiche economiche di Renzi? Circa duecentomila in piazza, ma se non salta il patto del Nazareno, Renzi può infischiarsene tranquillamente.
Se ciò è vero, una manifestazione organizzata oggi dal popolo multiforme della famiglia e della vita, rischierebbe di rimanere senza copertura mediatica, e senza padrini politici, ammessa e non concessa la sua capacitàdi portare in piazza - mancando ad oggi qualsiasi soggetto capace di un’organizzazione seria, unitaria e capillare -, 20 o 30 mila persone. 
Se il meglio è nemico del bene, e se ogni battaglia culturale e politica si fa in un determinato contesto dato, risulta inevitabile concludere che anche chi avrebbe tanto gradito una mobilitazione popolare, ampia e apartitica, deve ammettere che, rebus sic stantibus, il NCD con la sua coraggiosa iniziativa del 15 novembre offre a chi ancora vuole credere in una politica attenta ai valori, un’opportunità imperdibile. Per lanciare un segnale alla maggioranza di governo e ancora di più a chi sta consegnando la tradizione moderata del nostro paese in mano ai Pascale e ai Luxuria, tradendo due decenni di dichiarazioni, promesse, pranzi e cene cardinalizie... 
Pensiamoci bene, e poi, chi avesse delle remore, si turi il naso: si può partecipare ad un evento importante, organizzato da un partito ma volutamente aperto alle associazioni, senza per questo promettere a nessuno il proprio voto. Si deve evitare, soprattutto in un momento come quello attuale, che chi innalza la bandiera della famiglia, logora e desueta persino all’interno di certo mondo cattolico, venga lasciato solo. Ci sono treni che non ripassano più, per molti anni… 
Francesco Agnoli
Caro Agnoli,
l'iniziativa del Nuovo Centro Destra è sicuramente lodevole, meritevole di apprezzamento e incoraggiamento. Ciò non toglie però che almeno alcune chiarificazioni e domande siano più che legittime.
1. Il fatto che sia una manifestazione di partito non è una questione secondaria, e per diversi motivi. Certamente, non siamo così ingenui da non capire che il terminale politico è fondamentale se si vuole incidere nella società, e quindi con la politica e i partiti bisogna per forza "sporcarsi le mani". Però si deve essere anche attenti a non ridurre tutto a un progetto politico o, peggio, partititco. La battaglia per la famiglia e la vita è anzitutto una testimonianza, che deve diventare cultura e trovare infine anche un'espressione politica. Ma il momento politico è solo un aspetto di un movimento più grande. Questo è assolutamente chiaro per le tante decine e decine di migliaia di persone che in tutta Italia si sono mobilitate in questi mesi per rivendicare il diritto ad affermare che la famiglia è solo quella formata da un uomo e una donna uniti in matrimonio e il diritto delle famiglie a educare i propri figli. Per questo si può comprendere anche che ci siano delle remore a ritrovarsi in piazza chiamati da un partito. Il caso NCD peraltro non è neanche l'unico, perché anche a più a sinistra c'è chi sta tentando un'operazione politica fondata su vita e famiglia. Le remore sono comunque giustificate anche dall'esperienza passata, non solo del "collateralismo" tipico dell'era democristiana: se pensiamo che anche il Family Day del 2007, che pure era nato dalle associazioni e dalla Chiesa italiana, è stato ampiamente ridotto a un progetto politico (fallito), lasciando disperdere un patrimonio prezioso di energie e di idee, possiamo ben capire la necessità se non di una cautela almeno di mettere i puntini sulle i.
Da questo punto di vista l'assicurazione degli organizzatori del Family Act di non chiedere alle associazioni un'adesione formale, ma solo di mettere a disposizione il palco per tutti i soggetti che nella società sono impegnati a favore della famiglia naturale è certamente importante. Resta la difficoltà oggettiva di comunicare che la battaglia per la famiglia non è un affare di partito; chi parteciperà al Family Act ha comunque il dovere di farlo;
2. L'altro aspetto riguarda proprio il partito che organizza il Family Act. Hai perfettamente ragione a riconoscere che nel NCD si concentrano la maggior parte di quei pochi parlamentari e amministratori locali che mettono la faccia e lottano per promuovere le ragioni della famiglia e della vita. Anche La Nuova BQ ha più volte dato atto e sottolineato questo impegno, come anche l'articolo odierno di Alfredo Mantovano dimostra. Che questo impegno sia così condiviso dal resto del partito è però tutto da discutere. All'impegno e generosità dei parlamentari più volte citati, fa da contraltare l'indecifrabile silenzio di altri, specialmente quelli che siedono al governo. Come dimenticare ad esempio che sia del NCD il viceministro dell'Istruzione, che su tutta la vicenda dell'identità di genere e dell'educazione sessuale insegnata nelle scuole - e che continua a essere insegnata malgrado il ritiro "ufficiale" dei libretti dell'Unar - continua a mantenere un profilo bassissimo, tanto per essere benevoli?
Né possiamo dimenticare che il NCD fa parte di un governo che ha finora marciato spedito nel colpire vita e famiglia. Sarà anche vero che senza la presenza mitigatrice del NCD sarebbe anche peggio, non lo discuto, ma ci sono anche dei limiti che sono invalicabili. Ed è qui credo che abbiamo il diritto di chiedere chiarezza ai vertici di questo partito. Tanto per essere molto chiari: il presidente del Consiglio Renzi ha annunciato di voler procedere rapidamente all'approvazione di una legge sulle unioni civili, progetto su cui sicuramente il NCD non è d'accordo. Ma fin dove Alfano e compagnia sono disposti a spingersi per fermare questo disegno? Il riconoscimento delle unioni civili, che altro poi non sarebbe che un paramatrimonio per coppie omosessuali, sarebbe un colpo durissimo per la famiglia. Come abbiamo detto tante volte, la famiglia non è solo un tema etico, ma sta alla base anche dell'economia, della coesione sociale, dell'integrazione. Cosa farà il NCD se Renzi - come sembra - vorrà andare avanti su questa strada che porta alla rovina definitiva dell'Italia, magari imponendo il voto di fiducia in Parlamento? Opterà per la "stabilità" di governo e, dopo aver cercato di migliorare la legge, voterà comunque per le unioni civili oppure è disposto a votare contro il governo aprendo così di fatto una crisi politica?
Credo che sia un chiarimento dovuto, su cui ognuno potrà fare poi le sue valutazioni. Ma è evidente che quello di scendere in piazza il 15 novembre e poi dopo un mese o due vedere votato il sì alle unioni civili dal partito del Family Act è un rischio molto concreto.
Ad ogni modo, proprio per l'importanza della posta in gioco, su questo tema mi sembra anche importante stimolare un dibattito che coinvolga, politici, associazioni e semplici sostenitori della famiglia naturale. Per cui da oggi La Nuova BQ è aperta ad ospitare interventi di tutti quanti vorranno intervenire.
Riccardo Cascioli

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Divorzio per decreto, Ncd davanti al bivio
di Alfredo Mantovano

Giovedì 30 ottobre, pomeriggio. Alla Commissione Giustizia alla Camera è in discussione un provvedimento sul quale il Governo punta molto, il c.d. taglia-liti. Secondo gli annunci dovrebbe deflazionare la giustizia civile, incentivando la negoziazione al di fuori del processi. In quello che finora – sempre sulla scorta della presentazione da parte dell’Esecutivo – è stato il testo normativo più ampio sul fronte giudiziario da quando Renzi è premier, si inseriscono gli articoli 6 e 12, dei quali abbiamo scritto più volte su queste colonne: essi modificano la disciplina della separazione e del divorzio, de-giurisdizionalizzandola, e quindi nella sostanza privatizzandola. Dunque, per almeno due buone ragioni è necessaria una discussione approfondita: una è di carattere generale, l’altra è collegata alla delicatezza del merito di una parte del decreto.
E invece bisogna andare di corsa: come si è andati di corsa, combinando disastri, sul decreto-legge droga, approvato a maggio senza un minimo di riflessione. Si dirà: è un decreto-legge, scade se non lo si converte entro 60 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Risposta: è vero, ma la settimana lavorativa può anche non terminare giovedì alle 16.30 se sono in gioco importanti questioni che interessano il matrimonio. Si fa interprete della fretta la presidente della Commissione on. Ferranti, che – a fronte di un numero di emendamenti proporzionato alla quantità di norme contenute nel decreto, certamente non ostruzionistico – impone il contingentamento degli emendamenti (sopravvivono 1/5 di quelli presentati) e dei tempi.

Le inevitabili proteste dei deputati delle opposizioni e dell’on. Pagano (Ncd) incontrano la replica dell’on. Verini (Pd), il quale – riporto le sue parole dal resoconto – «ricorda come nel 1977 Enrico Berlinguer si fosse recato a Mosca e gli fossero stati concessi solo sette minuti per parlare. Eppure quelle parole il giorno dopo erano sulle prime pagine di tutti i giornali. Ritiene quindi che, se sette minuti sono bastati a Berlinguer, pochi minuti possano bastare anche ai componenti di questa Commissione per esprimere la loro posizione politica».    
Sempre grati all’on. Scalfarotto per la chiarezza del suo eloquio – non ha mai fatto mistero, per es., della sostanziale equiparazione fra il regime della famiglia e quello delle unioni civili –, ora estendiamo la gratitudine all’on. Verini. Per due motivi: il primo è che dà alla disciplina del matrimonio e della famiglia il peso che finora ha riservato il Governo in carica e larga parte dello schieramento che lo sostiene, e cioè qualcosa da ignorare, o al massimo da regolare in meno di sette minuti. Il secondo è che, nonostante Bolognine e Leopolde, il riferimento democratico pare essere ancora – e incredibilmente – la gloriosa Unione Sovietica: quella che faceva andare a Mosca un leader del calibro di Enrico Berlinguer e – prendere o lasciare – lo confinava nel recinto di sette miseri minuti. L’esempio di Berlinguer viene additato ai deputati che osano approfondire argomenti non liquidabili in pochi istanti; l’on. Verini, completando il ragionamento, ci dirà poi chi è oggi, a suo avviso, l’epigono di Breznev… 
Stroncata – nella sostanza impedita – la discussione, le opposizioni in Commissione hanno abbandonato l’aula. Probabilmente il risultato non sarebbe cambiato, ma allontanarsi, dopo aver esposto non pochi rilievi al merito del provvedimento, lascia qualche riserva: gli assenti hanno sempre torto e andar via quando si può e si deve far valere le proprie ragioni – se pure in forma così ristretta – significa lasciare quelle ragioni al loro destino. Il solo a rimanere in Commissione e a intervenire criticamente è stato l’on. Pagano. Il suo intervento, che segue quello svolto in discussione generale, è interessante perché affronta nodi tanto più significativi in quanto provenienti da un esponente della maggioranza:
a. egli ha ricordato che negli incontri di agosto fra i partiti e il ministro della Giustizia non era stata annunciata la trattazione per decreto legge di voci come separazione e divorzio, sì che si tratta di un di più non concordato;
b. ha preso le distanze dalla “mediazione” che proprio sui due articoli controversi è stata raggiunta al Senato: essa ha condotto a “un pessimo risultato”;
c. nonostante quella “mediazione” sia intervenuta con senatori Ncd, la sua critica esprime oggi “la posizione ufficiale del Ncd”;
d. ha poi ripreso le riserve di merito, peraltro già articolate a inizio di discussione.
Quest’intervento è una novità non secondaria nell’iter del provvedimento. Che cosa accadrà nell’aula della Camera da lunedì, quando cominciano l’esame e il voto del decreto? Fino a un paio di giorni fa, l’esito scontato era la blindatura del testo con voto di fiducia, come è avvenuto per il Senato. Se però su separazione e divorzio Ncd finalmente si dissocia, il primo ostacolo è il Consiglio dei ministri: che per apporre la fiducia deve approvare una delibera autorizzativa. Ncd lo consentirà? L’ostacolo successivo è l’aula: a fronte della modificata “posizione ufficiale” il voto dei deputati Ncd potrebbe essere decisivo per cambiare il decreto, con ritorno al Senato per il varo definitivo. I tempi, se pur risicati, ci sono: ci sarà pure la volontà per procedere in tal senso?
Oltre il merito. Il 15 novembre Ncd ha organizzato a Roma una manifestazione pro famiglia: l’intenzione è ottima, ma parrebbe stonata se seguisse di poche ore l’ulteriore picconata al matrimonio e alla famiglia con un proprio voto a favore degli articoli controversi. Diversamente invece si rafforzerebbe in credibilità, e permetterebbe di affrontare con maggiore forza lo scoglio delle unioni civili.
Non dare seguito alla solitaria battaglia dell’on Pagano significa nei fatti condividere la “linea Verini”: quella secondo cui il capo dei soviet decide, e non val la pena neanche discutere. Nemmeno se hai un nome (o una carica) importante.

Differenze che fanno crescere



Monsignor Machado e il rapporto fra cristiani e indù. 

Cristiani e indù «devono approfondire il rispetto e l’amicizia reciprocamente. Questo non vuol dire che si debbano ignorare le differenze essenziali che esistono fra le due tradizioni religiose, ma al contrario che proprio queste differenze vanno comprese, accettate e rispettate. La Chiesa cattolica non impone mai la propria fede agli altri, e da sempre è al servizio dei poveri e degli emarginati. Possa il nostro rapporto migliorare, per il benessere comune». È quanto ha dichiarato all’agenzia AsiaNews monsignor Felix Anthony Machado, arcivescovo-vescovo di Vasai e presidente dell’Ufficio per il dialogo interreligioso e l’ecumenismo della Catholic Bishops’ Conference of India, riguardo il messaggio inviato nei giorni scorsi al mondo indù dal Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, in occasione della festa di Diwali.Secondo il presule, che guida lo stesso ufficio anche all’interno della Federation of Asian Bishops’ Conferences, l’India «è una società pluralista e multireligiosa, dove lo spirito dell’inclusione è sempre stato promosso dai cattolici. La Chiesa incoraggia al dialogo e alla collaborazione con le altre fedi, per il benessere comune. Dobbiamo affrontare insieme le tante sfide che si presentano, perché insieme possiamo prosperare». 
Il messaggio per la festa di Diwali, prosegue monsignor Machado, «riflette il pensiero di Papa Francesco: la globalizzazione dell’indifferenza crea una cultura dell’esclusione in cui i poveri, i vulnerabili e gli emarginati vedono i propri diritti calpestati. Mentre opportunità e risorse vengono destinate ad altri. Chi vive ai margini viene usato e scartato, come fosse un oggetto. E questo danneggia tutti quanti». Al contrario, «la Chiesa cattolica indiana lavora da sempre per i poveri e gli emarginati, per i dalit e i tribali, per le donne e le ragazze delle aree più remote del Paese, per gli infelici: e lo fa — precisa l’arcivescovo — senza dare peso all’identità religiosa, con un impegno che vuole sconfiggere proprio questa globalizzazione dell’indifferenza. Siamo impegnati con forza nel dialogo interreligioso e non discriminatorio, e continueremo a collaborare con lo Stato e con la società per il bene comune. Il dialogo fra indù e cristiani — conclude — può diventare un modello per le altre religioni».
In questo contesto, si inserisce però l’allarme lanciato dal Global Council of Indian Christians (Gcic) che ha denunciato nel distretto di Jaunpur, nello Stato dell’Uttar Pradesh, la «riconversione» forzata di oltre trecento cristiani all’induismo. «La libertà religiosa — ha detto Sajan George, presidente del Gcic — è un nostro diritto costituzionale. I metodi subdoli usati per riconvertire innocenti cristiani all’induismo sono pericolosi».
L'Osservatore Romano

L'Angelus del Santo Padre nella solennità di Tutti i Santi



Il  tweet di Papa Francesco: "Quanto bene possiamo fare con il buon esempio e quanto male con l’ipocrisia." (1° novembre 2014)

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L'Angelus del Santo Padre. "La solennità odierna ci aiuta così a considerare una verità fondamentale della fede cristiana, che professiamo nel “Credo”: la comunione dei santi. È la comunione che nasce dalla fede e unisce tutti coloro che appartengono a Cristo in forza del Battesimo"

Cari fratelli e sorelle, buon giorno!
i primi due giorni del mese di Novembre costituiscono per tutti noi un momento intenso di fede, di preghiera e di riflessione sulle “cose ultime” della vita. Celebrando, infatti, tutti i Santi e commemorando tutti i fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra vive ed esprime nella Liturgia il vincolo spirituale che la unisce alla Chiesa celeste. Oggi diamo lode a Dio per la schiera innumerevole dei santi e delle sante di tutti i tempi: uomini e donne comuni, semplici, a volte “ultimi” per il mondo, ma “primi”  per Dio. Al tempo stesso già ricordiamo i nostri cari defunti visitando i cimiteri: è motivo di grande consolazione pensare che essi sono in compagnia della Vergine Maria, degli apostoli, dei martiri e di tutti i santi e le sante del Paradiso!
La solennità odierna ci aiuta così a considerare una verità fondamentale della fede cristiana, che professiamo nel “Credo”: la comunione dei santi. (...) È la comunione che nasce dalla fede e unisce tutti coloro che appartengono a Cristo in forza del Battesimo. Si tratta di una unione spirituale (...) che non viene spezzata dalla morte, ma prosegue nell’altra vita. In effetti sussiste un legame indistruttibile tra noi viventi in questo mondo e quanti hanno varcato la soglia della morte. Noi quaggiù sulla terra, insieme a coloro che sono entrati nell’eternità, formiamo una sola grande famiglia. (...)  

Questa meravigliosa comunione tra terra e cielo si attua nel modo più alto ed intenso nella Liturgia, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, che esprime e realizza la più profonda unione tra i membri della Chiesa. Nell’Eucaristia, infatti, noi incontriamo Gesù vivo e la sua forza, e attraverso di Lui entriamo in comunione con i nostri fratelli nella fede: quelli che vivono con noi qui in terra e quelli che ci hanno preceduto nell’altra vita, la vita senza fine. Questa realtà della comunione ci colma di gioia: è bello avere tanti fratelli nella fede che camminano al nostro fianco, ci sostengono con il loro aiuto e insieme a noi percorrono la stessa strada verso il cielo. Ed è consolante sapere che ci sono altri fratelli che hanno già raggiunto il cielo, ci attendono e pregano per noi, affinché insieme possiamo contemplare in eterno il volto glorioso e misericordioso del Padre.
Nella grande assemblea dei Santi, Dio ha voluto riservare il primo posto alla Madre di Gesù. Maria è al centro della comunione dei santi, quale singolare custode del vincolo della Chiesa universale con Cristo. 
(...) Per chi vuole seguire Gesù sulla via del Vangelo, lei è la guida sicura, (...) la Madre premurosa ed attenta, a cui confidare ogni desiderio e difficoltà.
Preghiamo insieme la Regina di tutti i Santi, perché ci aiuti a rispondere con generosità e fedeltà a Dio, che ci chiama ad essere santi come Egli è Santo (cfr Lv 19,2; Mt 5,48).


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I saluti di Papa Francesco dopo l'Angelus. L'invito a pregare perché Gerusalemme "possa essere sempre più segno e anticipo della pace che Dio desidera per tutta la famiglia umana"

Cari fratelli e sorelle,
La liturgia di oggi parla della gloria della Gerusalemme celeste. Vi invito a pregare perché la Città Santa, cara a ebrei, cristiani e musulmani, che in questi giorni è stata testimone di diverse tensioni, possa essere sempre più segno e anticipo della pace che Dio desidera per tutta la famiglia umana. 
Oggi a Vitoria (Spagna), viene proclamato Beato il martire Pietro Asúa Mendía. Sacerdote umile e austero, predicò il Vangelo con la santità di vita, la catechesi e la dedizione verso i poveri e i bisognosi. Arrestato, torturato e ucciso per aver manifestato la sua volontà a rimanere fedele al Signore e alla Chiesa, rappresenta per noi un mirabile esempio di fortezza nella fede e di testimonianza della carità.

Saluto tutti i pellegrini provenienti dall’Italia e da tanti Paesi. In particolare, saluto i partecipanti alla “Corsa dei Santi” e alla “Marcia dei Santi”, promosse rispettivamente dalla Fondazione Don Bosco nel mondo e dall’Associazione Famiglia Piccola Chiesa. Mi compiaccio per queste iniziative che uniscono lo sport, la testimonianza cristiana e l'impegno umanitario. Saluto inoltre i ragazzi di Modena che hanno ricevuto la Cresima, con i genitori e i catechisti, come pure i volontari della città di Sciacca e il gruppo sportivo della parrocchia di Castegnato (Brescia).
Oggi pomeriggio mi recherò al cimitero del Verano e celebrerò la Santa Messa in suffragio dei defunti. Visitando il principale cimitero di Roma, mi unisco spiritualmente a quanti si recano in questi giorni presso le tombe dei loro morti nei cimiteri del mondo intero.
A tutti auguro una buona festa dei santi, nella gioia di far parte della grande famiglia dei Santi. Non dimenticate per favore di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

I fogli di Pacelli




Negli appunti del segretario di Stato di Pio XI lo specchio di una difficile situazione.


Pubblicati i documenti. È stato appena pubblicato il secondo volume de I Fogli di Udienza del cardinale Eugenio Pacelli segretario di Stato (1931), a cura di Giovanni Coco e Alejandro Mario Dieguez (Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2014, Collectanea Archivi Vaticani 95, pagine XVI+937, tav. 16 b.n.). Riprendiamo stralci dalla presentazione del volume scritta dal vescovo prefetto dell’archivio che ha ideato la pubblicazione.
(Sergio Pagano) L’anno 1930 si chiudeva, stando al bilancio che ne tracciava Pio XI nel suo messaggio natalizio, con «argomenti di consolazione e di pena». Fra i primi vi erano la felice conclusione del Centenario francescano, i futuri Centenari di sant’Agostino, di sant’Emerico, di sant’Antonio da Padova, della Medaglia Miracolosa, del concilio di Efeso; i frutti spirituali maturati nei Congressi eucaristici di Budapest, di Cartagine, di Loreto; le canonizzazioni di Roberto Bellarmino, di Teofilo da Corte, di Caterina Thomas, di Lucia Filippini, degli otto martiri gesuiti del nord America.

Fra le dolenti note Papa Ratti rilevava una situazione sociale dipinta con tinte fosche e realistiche, condizionata ancora pesantemente dalla crisi del 1929; situazione che darà spunto al Pontefice il 15 maggio 1931 (ben oltre la mera ricorrenza della Rerum novarum) all’enciclica sociale Quadragesimo anno: «Diciamo questo generale, anzi universale disagio finanziario ed economico, il quale è così penosamente risentito nella loro stessa compagine dagli Stati e dai Popoli, anche i più ricchi e i più forti, come dalle più piccole ed umili famiglie, da queste (s’intende) ben più dolorosamente. Diciamo questa così largamente diffusa disoccupazione che toglie lavoro e pane a tanti operai ed alle loro famiglie e fa sentire sempre più vivamente il bisogno di un migliore assetto sociale ed internazionale ispirato a maggiore giustizia e carità cristiana, e che senza sovvertire l’ordine stabilito dalla Divina Provvidenza, renda possibile ed effettiva fra le diverse classi e fra i diversi popoli la collaborazione fraterna, utile a tutti, invece della lotta e della concorrenza dura e sfrenata, a tutti nociva ed a più o meno breve andare disastrosa».
A essa si aggiungevano il dilagare del malcostume, le «disastrose ideologie», gli eventi tellurici in Italia, le sofferenze dei cristiani «nelle Russie, nella Siberia», il proselitismo protestante in Italia «contro la religione cattolica, la sola religione dello Stato».
Eppure per il Papa e per la Santa Sede il nuovo anno che si apriva — il 1931 — sembrava inaugurarsi sotto gli auspici di un moderato ottimismo: i Patti Lateranensi reggevano da quasi due anni e i rapporti con il governo italiano, nonostante i costanti, reciproci attriti e gli scatti umorali di Pio XI e di Mussolini, non destavano particolari apprensioni, o almeno timore di sovversione.
Nel contempo la Città del Vaticano, quel «tanto di territorio» che assicurava l’inviolabilità del Sommo Pontefice, si andava strutturando, dotandosi degli elementi fondamentali per assicurare l’indipendenza della Sede Apostolica; sorgevano gli uffici postali, la centrale termo-elettrica e soprattutto la radio (poi Radio Vaticana) fortemente voluta da Pio XI, che l’avrebbe inaugurata il 12 febbraio (alla presenza di Guglielmo Marconi), pronunciando dai suoi microfoni il memorabile discorso Qui arcano Dei consilio.
Presto però l’orizzonte si sarebbe offuscato: nel marzo si generava una pericolosa crisi nelle relazioni fra la Santa Sede e l’Italia: il noto dissidio sull’Azione Cattolica, la «pupilla degli occhi del Papa», fatta oggetto di sospetto e dell’aggressione violenta da parte del regime fascista, aveva fatto provare al vescovo di Roma (sono parole sue) «le amarezze più amare, amaritudo mea amarissima». La vertenza, culminata in luglio con la promulgazione dell’enciclica Non abbiamo bisogno, avrebbe condotto Roma e il Vaticano addirittura alle soglie della rottura delle relazioni diplomatiche, e conseguentemente dei Patti Lateranensi; una eventualità, quest’ultima, che ebbe un ruolo non marginale nell’indurre entrambe le parti a più moderati consigli.
E se la questione dell’Azione Cattolica fu la ribalta visibile e pubblica di un forte attrito fra Italia e Vaticano, altri segnali marginali, se si vuole, appaiono in questo 1931, come ad esempio la presa di distanze, compiuta sulle pagine de «L’Osservatore Romano» per volere di Pio XI e su segnalazione del cardinale Schuster, dalla «Rivista di Agricoltura», di impronta fascista, che aveva osato esaltare il «nuovo rito italiano», ovvero la benedizione delle sementi, «pieno di poesia e di fede, e profondamente diverso nello spirito» — si scriveva sul periodico — non solo dal rito pagano, ma dallo stesso rito cattolico. Tanto bastò per far capire agli ispiratori di tale strano rito agreste di non miscere sacra profanis (questo il titolo dell’articolo su «L’Osservatore Romano»), strumentalizzando la benedizione cristiana delle messi con un «nuovo rito, dove le preghiere son messe a contributo della propaganda, con il concerto bandistico, coll’intervento delle bandiere, con la distribuzione dei premi, con il discorso di propaganda». 
Avvisaglia più robusta di tale clima fu il centenario della nascita del noto vescovo di Cremona Geremia Bonomelli (1831-1931), famoso “conciliazionista”, che il suo successore, monsignor Giovanni Cazzani, non avrebbe voluto celebrare pubblicamente (ovvero almeno sospendere) per “inopportunità politica”, temendo che l’occasione potesse venir sfruttata per “scopi tendenziosi”, come infatti poi avverrà da parte del foglio locale «Il Regime Fascista» di Roberto Farinacci. Il personaggio era però troppo noto in Italia e all’estero e troppo caro ai cremonesi, sicché, dopo diverse tergiversazioni, e dopo aver avvertito sulla stampa cattolica che «la Conciliazione vagheggiata dal Bonomelli non è quella avvenuta, tanto che il Santo Padre ha avuto cura di dire che la conciliazione da lui fatta non è quella vagheggiata da altri», il centenario si celebrò con dimessa solennità e il Papa fece inviare una lettera di elogio al vescovo celebrato, esaltandone però più le virtù di pastore, che quelle di tessitore “conciliazionista”. E molti altri esempi consimili si potrebbero moltiplicare, legati da un filo di rapporti sempre teso e sorvegliato fra regime fascista e Santa Sede.
Tuttavia il dialogo fra Italia e Vaticano, favorito dalla mediazione del gesuita Pietro Tacchi Venturi (figura che ripercorre tutti i Fogli di Udienza), sarebbe stato ripreso con gli “Accordi di settembre” ed avrebbero aperto una nuova fase di tregua “armata” tra le due sponde del Tevere: una pacificazione che sarebbe stata solennizzata solo l’anno seguente con la storica visita di Benito Mussolini in Vaticano (11 febbraio 1932).
La crisi italo-vaticana aveva aperto un altro fronte, tutto interno alla stessa Curia romana: una larga parte del Sacro Collegio, che aveva mosso e continuava a muovere critiche all’azione di governo del Pontefice, riverberando questo dissidio in una sorda e mai sopita opposizione (più di principio che di fatto) ai Patti Lateranensi, colse l’occasione del conflitto sull’Azione Cattolica per dare sfogo alle proprie rimostranze, mettendo in questione l’operato del cardinale Pacelli, segretario di Stato, e le scelte di questi approvate dallo stesso Pio XI. Il contrasto tra il Pontefice e il Collegio cardinalizio — forse uno dei più acuti della storia recente del papato — sarebbe stato composto e assorbito nel Concistoro segreto del 23 luglio, nel corso del quale il Papa letteralmente ora clausit cardinalibus, affermando in maniera inequivocabile la propria autorità e quella del suo segretario di Stato. 
Ma nuove e dolorose preoccupazioni si affacciavano ben oltre Roma e la Curia, da altre parti dell’orbe cattolico. Nell’aprile il re Alfonso XIII di Borbone lasciava in volontario esilio la Spagna, che si costituiva in Repubblica; il nuovo governo, nonostante gli sforzi di democratizzazione, avrebbe inaugurato una fase di aspro confronto con la Chiesa cattolica, ritenuta una delle colonne dell’antico regime monarchico, e mentre nelle piazze si susseguivano violente aggressioni a chiese e conventi, nelle cortes si discuteva una nuova legislazione costituzionale, marcatamente anticlericale, che decretava la separazione tra Chiesa e Stato e poneva fuori legge la Compagnia di Gesù. Il momento più acuto della crisi tra Madrid e il Vaticano si ebbe con l’esilio comminato al cardinale Pedro Segura, arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, la cui vicenda — chiusa con le forzate dimissioni del cardinale dalla propria sede — divenne emblematica dell’intera «questione spagnola».
Se queste erano le ragioni che destavano allarme nell’Europa occidentale, a Oriente di essa erano la Lituania e la Polonia a tenere insonne l’attenzione della Sede Apostolica. Il governo di Kaunas, che sempre aveva mantenuto rapporti contraddittori con la Chiesa romana, nel mese di giugno di quell’anno espelleva il nunzio apostolico, monsignor Riccardo Bartoloni, sulla base di generiche accuse di indebita ingerenza negli affari politici interni. Al contempo nella vicina Polonia, la cui vita politica permaneva sotto la salda egida del maresciallo Piłsudski, pater et dominus patriae, una parte sempre più ampia dell’episcopato manifestava la propria insoddisfazione nei confronti del governo, causandone le risentite proteste a Roma. Allo stesso modo forti rimanevano le distanze tra la Santa Sede e il governo di Varsavia nel merito della “questione orientale”, ovvero dei conflittuali rapporti tra il governo e la Chiesa greco-cattolica, i cui fedeli — in gran parte di lingua ucraina — coltivavano la speranza di una futura indipendenza nazionale.
Nella lontana America Latina continuava a preoccupare la situazione della Chiesa in Messico e i ripetuti esposti contro l’atteggiamento del delegato apostolico monsignor Leopoldo Ruíz y Flores, giudicato da taluni sacerdoti e da non pochi vescovi troppo condiscendente con il governo. Protestarono i presuli di Durango (José María Gonzáles y Valencia), di Veracruz-Xalapa (Rafael Guízar y Valencia), di Antequera (José Othón Núñez y Zárate) e soprattutto il vescovo di Huejutla (José de Jesús Manríquez y Zárate), accanito oppositore (nella sua situazione di esule negli Stati Uniti) del modus vivendi, giudicato dal Papa severamente. Si poneva il grave problema per i cattolici, o per meglio dire di alcuni settori della Chiesa in Messico, della opposizione armata ad un regime che negava le libertà della Chiesa e gli stessi diritti umani; la Santa Sede in questo 1931 giungeva ad una posizione che può essere bene sintetizzata da quanto scriverà il cardinale Pacelli per la riunione del 20 dicembre agli Affari Ecclesiastici Straordinari: «Trovar modo di dire che la S. Sede non può che benedire e incoraggiare tutti quelli che difendono i diritti di Dio e della religione; però nelle condizioni attuali non può né autorizzare né incoraggiare la resistenza armata. (…) Del resto unione, tutta l’unione possibile, nella varietà delle condizioni, e coltivare molto bene l’Azione Cattolica, (…) la quale invece di armare di spada e di moschetto, arma delle armi dell’apostolato. (…) Se si vuole un partito di cattolici, agirà con la coscienza cattolica, ma non un partito cattolico, cioè identificare l’idea di partito con quella di cattolici. Cattolici organizzati a partito, ma non partito cattolico».
Infine, ma non per ultima fra i gravi problemi, la crisi economica internazionale, provocata dal crack di Wall Street nel 1929, che cominciava a farsi sentire più pesantemente in Europa con tutte le sue devastanti conseguenze. A pagarne le spese sarebbero state soprattutto le nazioni uscite vinte dal precedente conflitto mondiale, in primis la Germania di Weimar, che ancora stava cercando di consolidare le proprie istituzioni. Schiacciata dal debito dovuto alle riparazioni di guerra, la Germania avrebbe attraversato una fosca crisi economica e istituzionale, dalla quale lentamente ma inesorabilmente sarebbe emersa una nuova forza politica, il nazionalsocialismo, le cui proposizioni erano state prontamente condannate da alcuni vescovi tedeschi; e proprio su mandato di Adolf Hitler, nel maggio del 1931 Hermann Göring si sarebbe recato in Italia allo scopo di rassicurare il regime mussoliniano, al fine di guadagnarne il fondamentale sostegno alla causa nazista, e per altro verso per sollecitare (ma invano) dalla Santa Sede la revoca della scomunica fulminata dall’episcopato agli aderenti al partito hitleriano. Questo, detto in estrema sintesi, quanto ai grandi problemi internazionali.
Venendo ora ai mille temi ordinari e straordinari, di maggiore o minore portata, trattati nelle Udienze, notiamo anzitutto nei nostri Fogli ancora gli strascichi della condanna dell’Action Française (1926). Verso la fine di gennaio padre Henri Le Floch, rettore del Seminario Francese di Roma, destituito da Pio XI per le sue simpatie verso il movimento, protestava la sua fedeltà al romano Pontefice e chiedeva nuovamente perdono per una sua lettera di discolpa, divulgata a sua insaputa, e sottometteva al Pontefice il desiderio di pubblicare un recueil de conferénces et d’allocutions qui pourraient être par leur objet un témoignage public de mon attachement au Siège Apostolique. La risposta, di pugno di Papa Ratti, fu categorica: «Perdono e benedizione sì, l’indicata pubblicazione no». A conferma di una linea d’azione sempre vigile e fermissima del Papa di Desio nei riguardi di Maurras e del suo movimento.
L'Osservatore Romano