Monsignor Machado e il rapporto fra cristiani e indù.
Cristiani e indù «devono approfondire il rispetto e l’amicizia reciprocamente. Questo non vuol dire che si debbano ignorare le differenze essenziali che esistono fra le due tradizioni religiose, ma al contrario che proprio queste differenze vanno comprese, accettate e rispettate. La Chiesa cattolica non impone mai la propria fede agli altri, e da sempre è al servizio dei poveri e degli emarginati. Possa il nostro rapporto migliorare, per il benessere comune». È quanto ha dichiarato all’agenzia AsiaNews monsignor Felix Anthony Machado, arcivescovo-vescovo di Vasai e presidente dell’Ufficio per il dialogo interreligioso e l’ecumenismo della Catholic Bishops’ Conference of India, riguardo il messaggio inviato nei giorni scorsi al mondo indù dal Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, in occasione della festa di Diwali.Secondo il presule, che guida lo stesso ufficio anche all’interno della Federation of Asian Bishops’ Conferences, l’India «è una società pluralista e multireligiosa, dove lo spirito dell’inclusione è sempre stato promosso dai cattolici. La Chiesa incoraggia al dialogo e alla collaborazione con le altre fedi, per il benessere comune. Dobbiamo affrontare insieme le tante sfide che si presentano, perché insieme possiamo prosperare».
Il messaggio per la festa di Diwali, prosegue monsignor Machado, «riflette il pensiero di Papa Francesco: la globalizzazione dell’indifferenza crea una cultura dell’esclusione in cui i poveri, i vulnerabili e gli emarginati vedono i propri diritti calpestati. Mentre opportunità e risorse vengono destinate ad altri. Chi vive ai margini viene usato e scartato, come fosse un oggetto. E questo danneggia tutti quanti». Al contrario, «la Chiesa cattolica indiana lavora da sempre per i poveri e gli emarginati, per i dalit e i tribali, per le donne e le ragazze delle aree più remote del Paese, per gli infelici: e lo fa — precisa l’arcivescovo — senza dare peso all’identità religiosa, con un impegno che vuole sconfiggere proprio questa globalizzazione dell’indifferenza. Siamo impegnati con forza nel dialogo interreligioso e non discriminatorio, e continueremo a collaborare con lo Stato e con la società per il bene comune. Il dialogo fra indù e cristiani — conclude — può diventare un modello per le altre religioni».
In questo contesto, si inserisce però l’allarme lanciato dal Global Council of Indian Christians (Gcic) che ha denunciato nel distretto di Jaunpur, nello Stato dell’Uttar Pradesh, la «riconversione» forzata di oltre trecento cristiani all’induismo. «La libertà religiosa — ha detto Sajan George, presidente del Gcic — è un nostro diritto costituzionale. I metodi subdoli usati per riconvertire innocenti cristiani all’induismo sono pericolosi».
L'Osservatore Romano