A quattrocentocinquanta anni dal concilio di Trento.
(Vicenzo Bertolone, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace) «La principale cura, sollecitudine e scopo di questo sacrosanto concilio è che, dissipate le tenebre delle eresie (che per tanti anni ricoprirono la terra), risplenda, con l’aiuto di Gesù Cristo che è la vera luce, la luce, lo splendore, la purezza della verità cattolica, e si provveda alla riforma di quanto deve essere riformato». Con queste parole, il 7 gennaio del 1546, i padri convenuti a Trento per l’apertura del concilio richiamavano alla mente e al cuore le intenzioni espresse poche settimane prima nel decreto di inizio della grande assemblea ecclesiale, fissando in questo modo le linee programmatiche, dalle quali si sarebbero dovuti lasciare guidare per tutta la durata dei loro lavori, che nessuno prevedeva tanto lunghi e travagliati.
Ecco allora che il quattrocentocinquantesimo anniversario si presenta come un’occasione propizia per ripensare all’eredità che il concilio di Trento ha consegnato alla Chiesa futura e, in particolare, a noi cristiani del terzo millennio. Ciò non può coincidere certamente con il desiderio di rituffarsi in un passato remoto, per riproporne pedissequamente quelle forme di pensiero, di struttura e prassi che appartengono a una stagione naturalmente tramontata. I contesti socioculturali sono mutati e continuano a farlo sempre più rapidamente. La Chiesa stessa da allora ha celebrato altri due importanti concili ecumenici, ha proseguito il suo cammino nella storia, crescendo nella comprensione di fede del mistero rivelato e aggiornando le modalità della sua missione di salvezza in mezzo agli uomini. Era questo che intendeva dire, ad esempio, Hubert Jedin — lo storico che, con la sua monumentale opera, ha contribuito più di chiunque altro ad ampliare le possibilità d’intelligenza storica del Tridentino — quando nelle sue memorie affermava di essere stato consapevole, sin dall’inizio del suo lavoro sulla storia del concilio, che l’epoca tridentina della Chiesa fosse tramontata.
Ogni concilio nasce nel suo contesto storico al quale vuole dare delle risposte. Queste, quando toccano in particolare la dottrina della fede, rimangono patrimonio perenne della Chiesa. In questo senso bisogna leggere l’affermazione di Jedin a suggello della sua opera: «Anche se l’epoca tridentina è passata definitivamente, la fede tridentina rimane fede della Chiesa». La consapevolezza di dover fare un passo avanti, ma guardando a quel fondamentale tratto di cammino percorso dalla Chiesa con il concilio di Trento e il Vaticano I, non mancava a Giovanni XXIII se — aprendo il Vaticano II — dichiarava: «Il Concilio Ecumenico (...) vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti, che lungo venti secoli, nonostante difficoltà e contrasti, è divenuta patrimonio comune degli uomini (...) Dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione, quale ancora splende negli atti conciliari da Trento al Vaticano I, lo spirito cristiano, cattolico e apostolico del mondo intero attende un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze; è necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata».
Convinzione ribadita da Paolo VI, quando, in pieno svolgimento del Vaticano II, rivolgendosi nella basilica di San Pietro a un gruppo di pellegrini della diocesi di Trento, diceva: «Lo spirito del concilio di Trento è la luce religiosa non solo per il lontano secolo decimosesto, ma lo è altresì per il nostro; perché lo spirito del concilio di Trento riaccende e rianima quello del presente concilio Vaticano, che a quello si collega e da quello prende le mosse per affrontare i vecchi e i nuovi problemi rimasti allora insoluti, o insorti nel volgere dei tempi nuovi».
Il riferimento dei due pontefici allo «spirito del concilio di Trento» ci consente di cogliere anche un’altra eredità non meno rilevante di quella dottrinale consegnata dal Tridentino al futuro. Trento — «concilio riformatore per eccellenza nella storia della Chiesa» (Jedin) — può essere infatti ritenuto una vera e propria traduzione storica del principio teologico dell’ecclesia semper reformanda, ciò soprattutto se si considera tale evento in una visione storiografica di più ampio respiro, che lo contempla come un momento determinante di quel processo storico che è stato designato come riforma cattolica. Si tratta di una categoria che, mentre porta a ricondurre l’aspetto controriformistico del concilio di Trento a dimensioni storiche ben precise, mette in luce quell’essenziale intreccio di personalità, di movimenti, di fattori, di forze il cui concorso ha dato in senso propositivo un decisivo impulso alla riforma intraecclesiale.
In questa prospettiva il concilio di Trento si configura come quella fase in cui il papato si è messo finalmente alla testa di un dinamismo riformatore che lo ha preceduto, stimolato e accompagnato. Da parte loro, il papato e il Tridentino hanno canalizzato i molteplici impulsi di riforma che prima, durante e dopo l’assise conciliare hanno animato la vita ecclesiale, garantendole una migliore e più universale possibilità di efficacia. L’epoca del concilio di Trento mostra come l’opera di costante riforma di una Chiesa — protesa alla riaffermazione della purezza dell’insegnamento evangelico, ma costretta spesso a percorrere una via crucis costellata d’infedeltà umane, scontri, lotte, incomprensioni, contrapposizioni tra fazioni e tanto duro lavoro — si possa concretizzare solo se l’intero Corpo di Cristo lo voglia e vi si adoperi attivamente.
Tra i fattori che più hanno inciso sulla vitalità della riforma cattolica va menzionata la santità. Una grande stagione di santità ha nutrito la stagione tridentina del proprio sacrificio, della propria spiritualità, del proprio impegno missionario: in una parola, di quella novità che lo Spirito Santo infonde nella Chiesa e nel mondo attraverso quanti lasciano che la propria vita sia modellata sulla Parola di Cristo. La vera natura della Chiesa si manifesta nella santità dei suoi figli e a sua volta fa risplendere nella Chiesa Cristo, «Luce delle genti». Così la santità diventa il vero motore di riforma ecclesiale. È sicuramente questo l’insegnamento più prezioso che la riforma cattolica — della quale il concilio di Trento è stato il fulcro — ci tramanda; insegnamento storico che il Vaticano II ha esplicitato parlando dell’universale vocazione dei battezzati alla santità e della corresponsabilità di tutto il popolo di Dio alla missione evangelizzatrice.
La riflessione su questa peculiare eredità è quanto mai sintomatica se la si proietta sull’attuale momento storico mondiale ed ecclesiale. Sul primo versante diversi episodi rendono sempre più evidente il grande desiderio del mondo di oggi di vedere credenti che vivano la radicalità evangelica, in una società in cui la ricerca esagerata dei valori terreni ha prodotto indifferentismo religioso, ateismo, secolarismo, relativismo.
Sul secondo, è sufficiente pensare alla pressante e diffusa attesa di riforma e rinnovamento connessa alla rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI e alla successiva elezione a vescovo di Roma e a successore di Pietro di Papa Francesco. Trento ci ricorda quale imprescindibile e cruciale ruolo debbano giocare il papato e la gerarchia ecclesiastica, ma ci ricorda anche che la riforma e il rinnovamento non possono essere loro opera soltanto, essendo un’impresa necessariamente corale, sinfonica, che interpella individualmente ogni membro del gregge: cominciando dai pastori, il cui dovere, davanti a Dio e alla storia, è quello di essere guide amorevoli, attente, solerti, preparate e irreprensibili; e poi i fedeli tutti, ciascuno per la propria parte.
Recuperare lo spirito di Trento con cuore rinnovato e aperto alle presenti necessità della Chiesa e del mondo, nella docilità alla voce dello Spirito Santo dispensatore della novità divina è non solo importante, ma necessario, anzi ineludibile. Trento ha ancora molto da dire alla Chiesa. Per questo suonano attualissime le parole di Joseph Ratzinger: «Io sono convinto che oggi ancora ciò che ci occorre per avanzare non è una demolizione del concilio di Trento, ma solo una radicalizzazione di ciò che là si è inaugurato».