Neganyahu
di Massimo Gramellini (La Stampa)
Ci sono giorni in cui mi domando perché gli ebrei d’Israele continuino a fidarsi di un incendiario come Netanyahu. Oggi è uno di quei giorni. L’uomo che occupa misteriosamente la poltrona che fu di giganti come Rabin e Golda Meir si è esibito in una specialità della politica nostrana: manipolare una disgrazia a fini di bottega per acquisire consensi attraverso l’odio. Solo che Netanyahu non è un Salvini qualunque. Avendo una sua cupa grandezza, ha scelto la Disgrazia con la maiuscola, l’Olocausto. Un materiale incandescente che ha maneggiato con stolida disinvoltura per sostenere che Hitler intendeva soltanto espellerli, gli ebrei, e fu indotto a bruciarli dal suggerimento del Gran Muftì palestinese che temeva il loro arrivo in Medio Oriente.
Lo sfondone storico è raccapricciante quasi come la tesi: il Führer e il Gran Muftì si conobbero alla fine del 1941, quando i campi di concentramento erano già operativi da un pezzo. Ma più raccapricciante ancora è il cinismo incosciente di chi utilizza la tragedia immane del proprio popolo per aumentare il carico di odio verso il nemico di oggi e, pur di riuscirci, è disposto ad alleggerire quello verso il nemico di ieri e di sempre, il nazismo che sterminò nonni e genitori dei suoi concittadini. Le precisazioni («non nego le responsabilità di Hitler») risultano patetiche. Il paradosso, ma anche l’unico raggio di luce in questa storia, è che a seppellire la boutade del primo ministro israeliano è stato il governo tedesco. Lo sterminio degli ebrei e il suo concepimento sono opera esclusiva dei nazisti, ha ricordato a tutti. Si spera anche al signor Neganyahu.
*
Quella sfida cristiana al nazismo che Tillich pagò con l’esilio
Oggi 22 ottobre ricade il cinquantesimo anniversario della morte del teologo protestante tedesco Paul Tillich (1886-1965). Uno studioso che ha lasciato un contributo importante nella storia della teologia della seconda metà del Novecento sia in ambito cattolico sia in quello protestante, stimato daThomas Mann e studiato da Martin Luther King per la sua attenzione al trascendente e al mistero cristiano, e per il suo “socialismo religioso”.
CACCIATO DALL’UNIVERSITA’
Avvenire (21 ottobre) ne traccia il pensiero, a partire dall’episodio chiave della sua vita: la critica contro l’avvento in Germania del nazismo e della sua ideologia pagana. A causa del suo atteggiamento nei confronti del regime di Hitler – in particolare dopo la pubblicazione del saggio La decisione socialista – verrà privato della cattedra all’università di Francoforte e dal 1933 comincerà il suo esilio dalla Germania.
LA FUGA NEGLI STATES
Sarà costretto a riparare negli Stati Uniti, dove, scrive il quotidiano dei vescovi, lavorerà nelle università di Columbia, Harvard e Chicago. Con il suo esilio, Tillich non poté prendere parte attiva alla lotta della “Chiesa confessante” che si oppose al regime nazista.
DIO E LE COLPE DELL’UOMO
Eugenia Scabini, docente di Psicologia sociale della famiglia alla Cattolica di Milano e autrice, tra l’altro, nel 1967, di un saggio – Il pensiero di Paul Tillich – evidenzia:«A mio giudizio parte della sua eredità maggiore sta nel suo saggio Il coraggio di esistere, dove descrive un atto, in fondo, che porta alla fede, un Dio che ci accetta e ci giustifica nonostante l’angoscia della colpa e della condanna».
IL “GRENZEN”
Come sicuramente è originale, prosegue Scabini, «la sua interpretazione del concetto di limite e di confine, quello che lui chiama in tedesco Grenzen. In quella metafora di stare sul confine si può essere aperti a qualcos’altro anche perché solo chi è sul bordo può guardare avanti e indietro. Ed è quindi una condizione privilegiata».
UNA POSIZIONE DI “CONFINE”
Secondo il teologo valdese Paolo Ricca: «Il centro della sua ricerca teologica è la correlazione tra messaggio cristiano e condizione umana. Se si prende in mano l’indice della sua opera più famosa Teologia sistematica si scopre tutto questo. La grandezza di Tillich – è la considerazione finale – è quella di collocarsi sul confine tra realtà e fantasia, tra teoria e prassi, tra Chiesa e società. Questa posizione di confine implica e obbliga Tillich a un ripensamento abbastanza radicale del linguaggio della fede».
IL PECCATO SECONDO TILLICH
Basti pensare, osserva Ricca, al concetto di peccato «riletto nei termini di alienazione da se stessi, dal prossimo (che diventa un estraneo), da Dio rispetto al quale non si riesce più a instaurare un dialogo con Lui. C’è in tutto questo un profondo rinnovamento del linguaggio della fede ed emergono così gli aspetti più promettenti, a mio giudizio, della sua teologia».