lunedì 12 ottobre 2015

DIFENDI CONSERVA PREGA



di Mario Adinolfi
Prima che arrivi l'orgia delle celebrazioni da cifra tonda vorrei parlarvi di Pier Paolo Pasolini, scrittore e poeta, regista e opinionista, comunista e omosessuale. Vorrei parlarvi di un uomo morto nella notte tra il primo e il 2 novembre del 1975. No, non solo morto, ucciso e ucciso in maniera tremenda, feroce e nessuno mi toglie dalla testa che sia andato consapevolmente verso la morte, vedendo compiuto il suo destino, figura cristologica paragonabile a quella di Aldo Moro nella tragica storia repubblicana di cui abbiamo ormai perso memoria.
Pasolini, comunemente definito "intellettuale scomodo", aveva una lettura della realtà italiana unica e profetica. Mi è capitato di raccontare nei miei libri le sue posizioni durissime sull'aborto, qualificato con semplicità come "omicidio" e come atto dunque assolutamente esecrabile, così come risuonano nella mia testa le sue parole lucide nell'analizzare le mode correnti. Ho scritto che quando tutti, ma proprio tutti, si schieravano con gli studenti sassaioli e violenti a cavallo tra gli Anni Sessanta e Settanta, lui e solo lui a sinistra sapeva leggere la realtà per come era: quegli studenti violenti e chi li sobillava erano ricchi e borghesi schierati contro i poveri. Quante volte mi è tornata in mente questa sua lezione, totalmente controvento, pensando agli acquirenti di bambini e ai locatori di uteri di donne povere e sfruttate nella loro condizione di bisogno, osannati dagli intellettuali modaioli in tutte le trasmissioni tristi delle radio e delle tv di regime, dalle fiction rincoglionenti della prima serata di Raiuno, dai talk show nuovi altari eretti al pensiero unico con officianti che non mancano di sputare poi la propria univoca sentenza sui giornali.
Sui giornali, per parlare degli studenti violenti e sassaioli scatenati contro le forze di polizia che provavano ad arginarli, solo Pier Paolo Pasolini osava scrivere direttamente in faccia ai manifestanti sessantottini alla moda:
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
La lezione di PPP non va dimenticata e io guardo negli occhi tanti miei violenti contestatori e davvero li vedo "paurosi, incerti, disperati" e allo stesso tempo vedo "l'occhio cattivo" e gli atteggiamenti "prepotenti, ricattatori". E anche io allora sto con i figli dei poveri e, mi viene da dire, con i poveri figli di questi violenti "piccoloborghesi" con i loro desideri che vogliono trasformare in diritti, a scapito dei bambini e del loro diritto ad avere una mamma e un papà.
Il dramma è che questo nostro tempo così superficiale non solo non ci regala un Pasolini, ma neanche ce lo racconta. Vi proporranno in mille diverse salse la sua morte, solita pietanza in sugo complottistico all'italiana, ma sono pronto a scommettere che nessuno vi proporrà il suo ultimo scritto, il suo testamento intellettuale e spirituale. Che è impressionante, scritto in dialetto friulano, la sua lingua delle origini, il suo parlare da bambino. E si apre con un verso che fa gelare il sangue per la consapevolezza profetica della sua fine imminente: "È quasi sicuro che questa è la mia ultima poesia".
In questa che poi davvero si rivelerà come la sua "ultima poesia" (e che qui vi proponiamo nella traduzione dal friulano, dialetto bello ma incomprensibile, traduzione firmata dallo stesso PPP) arriva per noi che lo abbiamo letto con amore un vero e proprio ordine, espresso con un triplice imperativo: "Difendi, conserva, prega!". Pasolini si immagina in un monologo-lezione rivolto a un "giovane fascista" (l'altro da sé, visto che l'autore è quasi anziano e comunista) di "ventuno o ventidue anni" a cui lascia detto:
"Voglio farti un discorso che sembra un testamento.
Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi.
Muori d’amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi.
Per il capo tosato dei tuoi compagni.
Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate.
Difendi il prato tra l’ultima casa del paese e la roggia.
I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienla nel cuore.
La confidenza col sole e con la pioggia,
lo sai, è sapienza sacra.
Difendi, conserva, prega!
La Repubblica è dentro, nel corpo della madre.
I padri hanno cercato e tornato a cercar
di qua e di là, nascendo, morendo, cambiando:
ma son tutte cose del passato.
Oggi: difendere, conservare, pregare.
Taci! Che la tua camicia non sia nera, e neanche bruna.
Taci! che sia una camicia grigia.
La camicia del sonno.
Odia quelli che vogliono svegliarsi, e dimenticarsi delle Pasque...
Dunque, ragazzo dai calzetti di morto,
ti ho detto ciò che vogliono gli Dei dei campi.
Là dove sei nato.
Là dove da bambino hai imparato i loro Comandamenti.
Ma in Città?
Là Cristo non basta. Occorre la Chiesa: ma che sia moderna.
E occorrono i poveri
Tu difendi, conserva, prega: ma ama i poveri: ama la loro diversità.
Ama la loro voglia di vivere soli nel loro mondo, tra prati e palazzi
dove non arrivi la parola del nostro mondo;
ama il confine che hanno segnato tra noi e loro;
ama il loro dialetto inventato ogni mattina,
per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria.
Ama il sole di città e la miseria dei ladri;
ama la carne della mamma nel figlio
Dentro il nostro mondo, dì di non essere borghese,
ma un santo o un soldato:
un santo senza ignoranza, o un soldato senza violenza".
Dobbiamo parlare ai nostri ragazzi, saper parlare con la franchezza di PPP che in altri versi di questa stessa poesia li immagina prostrati verso il nulla ("io so, io so bene, che tu non hai, e non vuoi averlo, un cuore libero, e non puoi essere sincero: ma anche se sei un morto, io ti parlerò") ma non per questo rinuncia alla lezione che ritiene di dover impartire, con toni imperativi: difendi, conserva, prega!
La poesia, l'ultima poesia, si intitola "Saluto e augurio". Vale per me come saluto alla memoria di Pier Paolo Pasolini e come augurio a tutti noi di saperne seguire senza moralismi inutili la immensa e coraggiosa lezione di testimonianza resa fino all'estremo spasimo.