Il cardinale Schönborn: "Non cadiamo nella tentazione di fare partiti. Il diavolo è una realtà e vuole dividere i vescovi"
Corriere della Sera(Gian Guido Vecchi) Com' è il clima, eminenza? «Come vede, ci siamo già battuti!», ride il cardinale Christoph Schönborn, e si indica l' occhio sinistro un po' gonfio per via di un' irritazione. Arcivescovo di Vienna, grande teologo domenicano allievo di Joseph Ratzinger, è moderatore del circolo di discussione in lingua tedesca: lui stesso, Kasper, Marx, Müller e così via, il gruppo è tanto autorevole quanto vario. L' approfondimento è cominciato. Fuori dal Sinodo è scoppiato un temporale, tuoni e fulmini su San Pietro, il cardinale austriaco si ripara sotto il porticato del Bernini.
Padre Adolfo Nicolás, generale dei gesuiti, diceva al «Corriere»: Francesco potrebbe procedere più rapido da solo ma non vuole, ama la Chiesa e la Chiesa ha bisogno di tempo... «Vero. Il Papa ha sempre parlato del syn-odós nel senso di camminare insieme. E non solo con i vescovi ma con tutta la Chiesa. All' inizio del Sinodo ci ha detto: voi vescovi siete qui con le vostre chiese, con tutto il popolo di Dio. Il pastore non arriva da solo, porta con sé tutto il gregge. Facciamo un cammino assieme. E poi c' è un aspetto molto da gesuita nel procedere di Francesco, ciò che Ignazio di Loyola chiama il discernimento: qual è la volontà di Dio? E si cerca la volontà di Dio non solo nella preghiera, come lui fa e ci invita spesso a fare…». E in che altro? «Nell' ascolto. Siamo qui per ascoltare le esperienze, le sensibilità, le sofferenze. Anche le paure. Francesco ci ha detto: parlate con franchezza e ascoltate con umiltà. In questo modo, poco a poco, si fa discernimento. A volte c' è una luce chiara, immediata: si è visto per esempio nella reazione del Papa davanti alla sofferenza dei profughi, un atto immediato di compassione e vicinanza. Altre volte il discernimento è più lento, ci sono cose che richiedono più tempo. E questo è il cammino di questo processo sinodale». Parlava di ascolto delle paure. In aula chi teme «cedimenti» è arrivato ad evocare l' azione del Maligno. Come si risponde a queste paure? «Il demonio è una realtà. Penso che pochi Papi abbiamo parlato tanto del diavolo come fa Francesco. È una realtà che per esempio ci fa cadere nella tentazione di opporci, di fare partiti, come se ci fossero dei partiti politici. Di entrare nella logica della divisione. Il diavolo, diá-ballo , è alla lettera colui che divide, che provoca confusione. Anche Gesù ha detto che dobbiamo avere paura di questo. Però senza lasciarci condizionare». E come si fa? «Ne ha parlato il Papa: la risposta è la fiducia, la fede. Il pericolo c' è sempre, è vero. Lo stesso Francesco ci ha elencato cinque tentazioni, e tra queste il lassismo e il rigorismo: la tentazione di medicare le ferite senza prima curarle e la tentazione della durezza, della mancanza di compassione e misericordia. Io penso che siamo in un cammino abbastanza laborioso ma necessario, più che mai necessario. Un cammino di discernimento, appunto». Il metodo dell' approfondimento nei tredici «circoli» linguistici può aiutare? «Sì, è molto più efficace dell' assemblea plenaria dove i discorsi si succedono senza connessione». Ha fiducia che si arrivi a un cammino condiviso dopo le divisioni iniziali in aula? «Non direi divisioni: sono sensibilità e attenzioni diverse. Solo che, se uno concentra la propria attenzione su un punto, corre il rischio di non vedere gli altri aspetti. E questo è un pericolo per tutti noi. Il Sinodo tende alla sinfonia, alla concordia dei cuori». Come si fa a comporre dottrina e misericordia? «Il Vangelo è il cuore della dottrina, la verità che si applica per la vita e la felicità della gente. Tra la dottrina e la misericordia non dovrebbe esserci contrarietà, perché la dottrina del Vangelo è piena di misericordia: la grande dottrina del Vangelo è l' amore per i nemici, il perdono dei peccati. Gesù, come ha ricordato il Papa, è venuto come un medico: "non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori"». Già nel Sinodo dell' anno scorso aveva raccontato di essere figlio di divorziati e proposto un atteggiamento molto aperto, pastorale, nelle situazioni più controverse, comprese unioni di fatto e omosessuali. Ma come si fa a trovare una regola quando si parla di «accompagnamento» di «situazioni concrete»? «Questo non è possibile, chiaro. La norma è la regola di vita: non mentire, non rubare sono regole generali. Ma il cardinale Josef Frings dopo la Seconda guerra mondiale, diceva alla gente: se stai morendo di fame e prendi qualche cosa solo per sopravvivere, non è rubare».
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Avvenire
(Stefania Falasca) «Il demonio è una realtà. Penso che pochi Papi abbiamo parlato tanto del diavolo come fa Francesco. È una realtà che per esempio ci fa cadere nella tentazione di opporci, di fare partiti. Di entrare nella logica della divisione. Il diavolo, diá-ballo, è alla lettera colui che divide, che provoca confusione. Anche Gesù ha detto che dobbiamo avere paura di questo. Però senza lasciarci condizionare». L’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn non ha esitato a chiamare con il loro nome i tentativi di minare il processo sinodale in corso.Tentativi orchestrati da certe consorterie avvezze a distorcere con letture pregiudiziali e viziate gli eventi per demolire il Custode della fede e impedire la comunione tra i pastori riuniti in assemblea cum et sub Petro. Come quello di chi da fuori ha voluto rappresentare le differenze di visioni e di sensibilità geoculturali presenti al Sinodo come il frutto di una contrapposizione tra un Occidente lassista e un’Africa con pastori più fedeli alla dottrina in materie come la comunione ai divorziati risposati o l’omosessualità. E di conseguenza presentare questi vescovi come fautori di un blocco riluttante all’avanzamento dei lavori sinodali.
Ma ieri, nel corso del briefing quotidiano in Sala Stampa, proprio l’arcivescovo di Accra in Ghana, Gabriel Chrales Palmer-Buckle, a nome dell’episcopato africano, ha tagliato corto con chi domandava se l’Africa stesse bloccando i lavori dell’assemblea. «Qui non s’intende bloccare nessuno, ma lavorare collegialmente per il bene della Chiesa».
Da parte sua il cardinale Edoardo Menichelli non ha fatto che ribadire come l’assemblea sia un «Sinodo di popolo frutto del contributo di tutte le diocesi del mondo» con «un testo su cui ragionare, l’Instrumentum laboris, che descrive la fenomenologia attuale della famiglia non solo in contesto europeo ma universale» e che «permette di conoscere la vita delle persone, delle famiglie nei diversi contesti e di come si relaziona la Chiesa al riguardo». La logica del complotto, l’«ermeneutica cospirativa» dalla quale il Papa mette in guardia, non distorce soltanto la realtà.
«È curioso che di quell’uomo qui non si dice il nome» ha detto papa Papa Francesco nella Messa mattutina di ieri celebrata a Santa Marta prendendo spunto dalle letture del giorno riguardanti un passo evangelico nel quale si fa riferimento ai malvagi. «Di quelli che seminano il male, nel Libro della Memoria di Dio, non c’è nome: è un malvagio, è un truffatore, è uno sfruttatore… Non hanno nome, soltanto hanno aggettivi… E cosa dice il Salmo sui malvagi? Pula che il vento disperde. Perché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina».
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Sinodo, Lombardi Vs Spadaro: gesuiti contro
La Repubblica
(Marco Ansaldo) Al Sinodo sulla famiglia in Vaticano non ci sono solo due schieramenti precisi: uno riformista che segue il Papa e l’altro conservatore che custodisce la dottrina. Ma anche modi di informazione diversi all’interno della stessa Chiesa. A volte contrapposti. Questo sviluppo si è concretizzato quando il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, (...)
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Nel Sinodo il destino di un Pontificato.Sole 24 Ore
(Gianfranco Brunelli) Papa Francesco non farà mediazioni. Non nella sostanza. Forse non lo si è letto in profondità il suo intervento di lunedì scorso all' apertura dell' assemblea sinodale. Papa Francesco intende questa seconda assemblea sinodale, che chiude un biennio di confronti, riflessioni, analisi sulla questione della famiglia e che ha visto il più ampio coinvolgimento di tutta la Chiesa, come qualcosa che va oltre il tema stesso. Il Sinodo sulla famiglia, per la modalità voluta da Papa Francesco, concerne l' idea stessa che il Papa ha della forma della Chiesa. Cioè del suo modo di essere. Certo c' è il tema specifico, ci sono le determinazioni anche canoniche sulle singole questioni (come la comunione ai divorziati risposati) e alla fine toccherà a lui decidere cosa accogliere da questo processo di partecipazione della Chiesa, e lo farà l' anno prossimo durante il giubileo della misericordia. Ma la sua non vuole essere una decisione solitaria. Questo Sinodo ha lo stile di un concilio. È la forma nuova, ordinaria, con la quale il Papa intende che la Chiesa debba affrontare le questioni che ha di fronte in questo tempo di trasformazioni radicali. Il Papa intende la Chiesa stessa in questa forma di sinodalità e di collegialità. La collegialità come manifestazione esterna (giuridica) dell' unità spirituale interna (la sinodalità), nella quale avviene una partecipazione effettiva dei vescovi e di tutto il popolo di Dio. In questo egli realizza compiutamente quel processo che il Concilio Vaticano II aveva aperto. Così quando egli ricorda «che il Sinodo non è un convegno o un parlamento o un senato, dove ci si mette d' accordo», non ce l' ha con le istituzioni democratiche, ma intende piuttosto riassumere una intera prospettiva ecclesiale: partecipare è recepire (cfr. Il Regno 7, 2015, 485). Per il Papa «il Sinodo è un' espressione ecclesiale, cioè è la Chiesa che cammina insieme per leggere la realtà con gli occhi della fede e con il cuore di Dio; è la Chiesa che si interroga sulla sua fedeltà al deposito della fede, che per essa non rappresenta un museo da guardare e nemmeno solo da salvaguardare, ma è una fonte viva alla quale la Chiesa si disseta per dissetare e illuminare il deposito della vita». Tutto il suo pontificato si riassume qui. Può non riuscire. Può fallire. E le conseguenze allora sarebbero dirompenti per tutta la Chiesa e per il mondo intero. Per questo non farà mediazioni. Non accetterà che il Sinodo si chiuda in un nulla di fatto. Ne ha una consapevolezza piena e una lucida determinazione. Per questo è intervenuto a sorpresa nuovamente nel dibattito sinodale per chiarire le modalità del Sinodo di fronte alle critiche di alcuni vescovi. E se sarà necessario lo farà ancora. È sempre presente. Partecipa ad ogni momento, parla personalmente con i dubbiosi. Vuole che parlino tutti. Conosceva dapprima il testo del relatore generale del Sinodo, il cardinale ungherese Péter Erdö. Una relazione così chiusa e arretrata da rappresentare una ostentata provocazione. Perché il testo di Erdö è nella sostanza un arretramento anche rispetto alla sua relazione iniziale al Sinodo dello scorso anno, non solo rispetto allo strumento di lavoro, elaborato a partire dalla relazione finale e dalle risposte delle Conferenze episcopali di tutto il mondo. Quasi un atto di presunzione. Come se tutto il lavoro svolto sin qui dall' intera Chiesa fosse carta straccia. E il Sinodo una cosa inutile. Un errore grave da parte dell' ala ultraconservatrice. Papa Francesco lo ha lasciato fare. Egli confida che la maggioranza dei padri sinodali sappia e comprenda che la Chiesa cattolica non è l' Ungheria. Non basta stendere un muro di filo spinato per proteggersi dalla realtà e ritenersi al sicuro. Al sicuro da che? E per che cosa? Quando ha pronunciato le sue parole introduttive, rivolto ai padri sinodali, il Papa ha indicato qual è per lui l' unica strada possibile per la Chiesa oggi e con ciò ha detto che andrà fino in fondo. Nello stesso intervento, entrando nel merito, ha chiesto coraggio apostolico, umiltà evangelica, preghiera fiduciosa. Il coraggio apostolico non si lascia intimorire dalle seduzioni mondane, né dalla durezza dottrinale che allontana, in nome del bene, le persone da Dio. L' umiltà evangelica «sa svuotarsi dalle proprie convenzioni e pregiudizi» e non giudica gli altri. L' orazione fiduciosa «è l' azione del cuore quando si apre a Dio, quando si fanno tacere tutti i nostri umori per ascoltare la soave voce di Dio che parla nel silenzio». Senza Dio la Chiesa non ha parole necessarie da dire. Ma perché questa insistenza e questa urgenza? Papa Francesco è consapevole della profondità della crisi del cristianesimo e della crisi dello stesso Occidente. La vede dalle periferie del mondo. Una perdita di senso della storia che nella storia occidentale avvolge anche la Chiesa. Sa che nel dopo concilio si è aperta una crisi dell' istituzione-Chiesa, che né il pontificato carismatico di Giovanni Paolo II, né quello teologico di Benedetto XVI hanno risolta. Anzi, che essa si è aggravata trasformandosi in crisi di autorità nella Chiesa stessa, al punto che Benedetto XVI è arrivato alla decisione di dimettersi. E il conclave gli ha chiesto di riformare la Chiesa. Il Concilio Vaticano II aveva affrontato, seppur in maniera disomogenea, l' idea di una riforma della Chiesa, oramai inevitabilmente permeata dalla modernità, riprendendo dalla Chiesa delle origini i concetti di reformatio, purificatio, renovatio. Entrambi gli ultimi due grandi papi hanno inteso optare prevalentemente per una riforma della Chiesa che guardasse a una estroversione accattivante o alla sua interna purificazione, accantonando o escludendo le altre dimensioni. Papa Francesco ritiene che vista la situazione critica non si possa che agire su tutti i punti, senza più separare la parte strutturale da quella spirituale della riforma. Ma non è questione di qualche raccomandazione o rammendo curiale. È questione di un radicale ritorno al Vangelo. Al Vangelo come vita, testimonianza viva prima che come dottrina. Dal dogma al kerygma. All' annuncio. Il Vangelo di Gesù somiglia più a una relazione personale che a un sistema dottrinale. Francesco ha una visione relazionale e processuale del Vangelo, come fu agli inizi, nella quale le donne e gli uomini di questo tempo possano riaccostarsi al messaggio cristiano come fosse adesso la prima volta. Riguardando la loro storia e la loro vita. Non è una negazione della dottrina della Chiesa, ma la scommessa che viva nuovamente. Il Papa chiede alla Chiesa di trovare forme di vita della fede che parlino al cuore delle persone nelle situazioni storiche attuali, a cominciare da quelle più drammatiche, uscendo dalle secche di un modello basato su una verità posseduta e semplicemente da comunicare. La Chiesa annuncia la verità (il Dio che si rivela in Gesù Cristo), ma non la possiede e non la può imporre. Per questo Francesco, di fronte alla scena di questo mondo, ha ripreso tra i nomi di Dio quello da tempo sottaciuto di misericordia. Se Dio è misericordia, la Chiesa non può che essere misericordia. In se stessa e nella sua testimonianza. Ma questo la Chiesa lo deve credere assieme.