venerdì 2 ottobre 2015

La mano sapiente di Dio



Famiglia e giubileo della misericordia. 

(Gualtiero Bassetti) C’è una domanda ricorrente che mi sembra emergere con forza dal dibattito pubblico e anche dall’incontro personale con molti fedeli: cosa c’è da aspettarsi dal sinodo sulla famiglia e dal giubileo della misericordia? La risposta è semplice ed è sempre la stessa: non stiamo attendendo un congresso di partito o una competizione sportiva in cui bisogna aspettarsi che qualcuno vinca un’elezione o una gara.
Stiamo in attesa, invece, con «una fede retta e una speranza certa» — come diceva san Francesco quando pregava davanti al crocifisso — che l’azione dello Spirito Santo possa ispirare sia i padri sinodali, nel loro discernimento pastorale in questa “strada comune” che è il sinodo, sia tutti gli uomini e le donne di buona volontà in questo anno di grazia.
Anche perché la domanda che bisogna porsi è un’altra: quali frutti porterà nell’esistenza di ogni persona, non solo nella vita della Chiesa, questo eccezionale accostamento tra il sinodo sulla famiglia e il giubileo della misericordia? Anche in questo caso la risposta è oltremodo semplice: i frutti dell’azione della misericordia saranno visibilmente concreti e non saranno soltanto un vago richiamo ideale.
Infatti, non c’è niente di più stupefacente e consolante che toccare con mano la misericordia di Dio. Per esempio, attraverso il sacramento della confessione. La facoltà data a tutti i presbiteri, per l’anno giubilare, di «assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono» è un momento di grande significato in cui si misura la millenaria sapienza della Chiesa.
Su questa concessione fatta da Papa Francesco, alcuni religiosi mi hanno scritto delle lettere piene di gioia in cui hanno manifestato la loro commozione. Gioia e commozione che ho avuto l’onere e l’onore di conoscere personalmente. Ho infatti conosciuto delle donne che hanno pianto per tutta la vita. Mi raccontava una donna, ora in cielo, madre di quattro figli, che in un’epoca di grande povertà per la sua famiglia aveva interrotto due gravidanze, ma ogni giorno, in qualsiasi momento, pensava con rimorso a quelle due creaturine.
Ho incontrato altre donne invece che, per ignoranza, ritenevano che dopo la legalizzazione civile dell’aborto, il peccato non ci fosse più e, che quindi, l’aborto fosse legittimo anche religiosamente. E ho incontrato infine delle giovanissime donne che in lacrime mi hanno raccontato come fossero state costrette ad abortire da un compagno che poi le ha lasciate sole nel dolore e nell’angoscia.
Questi fatti drammatici penetrano come una spada affilata nelle viscere di una persona. Per togliere quella spada, che si è andata a conficcare tra il cuore e l’anima di una donna, non è sufficiente, però, la forza di una mano d’uomo, ma è necessaria, inderogabilmente, la mano sapiente di Dio. Una mano che cura e consola, che risana e accarezza. E che versa la medicina della misericordia sulle ferite sanguinanti delle persone.
Il compito principale di ogni donna e di ogni uomo consiste, quindi, nel mettersi nella giusta condizione per ricevere questa medicina e per non impedirne gli effetti con una serie di schemi mentali fissi e logori, con gli egoismi camuffati da buoni propositi e con una verità a volte confusa solo con la propria opinione personale.
In definitiva, il bisogno di senso che le persone sperimentano in ogni tempo è la radice del dinamismo della misericordia. Solo chi si apre ne può scorgere e sorseggiare la bellezza.

L'Osservatore Romano

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Pregare per il Sinodo, testimoniare Cristo
di Riccardo Cascioli
Pregare per il Sinodo. Oggi è il giorno della veglia di preghiera in Piazza San Pietro e in tante altre chiese e case italiane, preghiera allo Spirito Santo – come richiesto da papa Francesco - «affinché illumini i Padri sinodali e li guidi nel loro impegnativo compito». È un gesto che – presi dalle polemiche e dalle battaglie su questo o quel tema – abbiamo un po’ tutti dimenticato, come se l’esito del Sinodo, la testimonianza delle famiglie, la presenza della Chiesa dipendessero anzitutto dalle strategie più intelligenti, dalle nostre forze e dalle nostre capacità.
Con la preghiera vogliamo anzitutto riconoscere che tutto – le nostre famiglie, la Chiesa, il mondo intero – è nelle Sue mani, che è Cristo a guidare la Chiesa e che non la abbandona neanche quando la barca è scossa da violenti tempeste, come accade nel momento storico che stiamo vivendo. A noi è chiesto di fare la nostra parte, di fare di tutto per assecondare la volontà di Dio, di «permanere nella verità di Cristo»: è questa la testimonianza. E questo chiediamo ai padri sinodali (clicca qui)
La preghiera non è dunque semplicemente un momento di spiritualità che precede o conclude un evento – come può essere il Sinodo, e non solo -, ma è la coscienza con cui viviamo questo evento, con cui giudichiamo tutto ciò che avviene. E con cui mettiamo tutto noi stessi affinché in ogni cosa sia fatta la volontà di Dio.
Tutto ciò ovviamente fa i conti con la realtà: i nostri limiti, ma anche – nel caso specifico del Sinodo – con i tentativi di pilotare l’assemblea di vescovi e delegati. Ieri se ne è avuta un’altra riprova, quando il segretario generale del Sinodo, il cardinale Baldisseri, ha presentato il “metodo” con cui si svolgerà il Sinodo (clicca qui): regole fatte apposta per limitare al massimo il dibattito aperto e franco – pure auspicato pubblicamente da papa Francesco – sulle questioni più controverse e impedire che si cambi la sostanza delle conclusioni del precedente Sinodo, riprese dall’Instrumentum Laboris. Eppure si tratta di proposizioni che - come dimostra una puntuale analisi di tre teologi – contrastano apertamente con il Catechismo della Chiesa cattolica. E, in aggiunta, la Commissione chiamata a redigere la Relazione finale del Sinodo è fortemente sbilanciata a favore delle tesi del cardinale Kasper.
Dobbiamo fare i conti con un clima di confusione che domina nella Chiesa riguardo all’identità stessa dei cattolici: c’è un disegno di protestantizzazione della Chiesa cattolica che va avanti da decenni e che oggi sta raccogliendo frutti impensabili. La preghiera ci aiuti – e aiuti i padri sinodali - a giudicare ogni proposta per il vero bene della Chiesa e di tutte le persone che sono toccate dai temi in discussione, nella consapevolezza che il bene corrisponde al progetto di Dio su di noi e non a quello che oggi individuiamo nel nostro benessere, nel mettere la coscienza a posto.
La preghiera, dunque, aiuti anche le nostre famiglie ad essere testimoni della bellezza del progetto a cui Dio ci ha chiamati. Permettetemi al proposito, per spiegare in cosa consiste la bellezza di un rapporto matrimoniale – la stessa che vorremmo vedere valorizzata dal Sinodo - di riproporre un brano dell’intervista già pubblicata da La Nuova Bussola Quotidiana al professore Stephan Kampowski, docente di antropologia filosofica all’Istituto Giovanni Paolo II presso l’Università Lateranense (qui il testo integrale):
"Quando si parla di bellezza del matrimonio si immagina una coppia che va sempre d’accordo, dove tutto funziona a meraviglia, i figli sono bravi e così via. Invece lei sta dicendo che la bellezza è un’altra cosa.
Certo, pensate ad esempio alla bellezza del perdono. Ebbene, questa presuppone la bruttezza del male che si è compiuto, la fragilità umana. C’è chi obietta: voi proponete un ideale, ma noi dobbiamo vivere nella realtà. Chi dice questo però non penso che abbia letto le catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano dove parla di tutta la fragilità dell’uomo che pecca, che desidera in modo cattivo, che commette adulterio nel cuore e nella carne; ma un uomo che comunque viene invitato ad essere rialzato dalla grazia, un uomo che può ricevere il perdono. Perdono di Dio e perdono della sposa e dello sposo. 
Eppure alcuni padri sinodali hanno messo in dubbio che questo sia veramente possibile.
Certo che è possibile questo, e io lo posso dire perché i miei genitori sono una testimonianza forte al riguardo. Hanno vissuto grandi difficoltà e stavano per separarsi; ma proprio quando tutto sembrava irreparabile è intervenuta la grazia di Dio e ha cambiato le cose: si sono riconciliati. È stato un cambiamento improvviso, ma poi c’è tutto il cammino da fare. Sono stati ancora sette anni insieme, prima che mio padre morisse, e mia madre diceva «Il più bel periodo del nostro matrimonio sono stati gli ultimi 7 anni». Ma era un matrimonio che aveva visto le tempeste, aveva visto le sofferenze, aveva visto tante difficoltà. È qui che c’è la bellezza: si vive insieme queste cose, ci si è fedeli anche se le circostanze e le nostre emozioni ci sono contrarie. Ma ci si fida di Dio, ci si fida della grazia che ci viene offerta, così è possibile un cammino di perdono, di riconciliazione, ricominciare di nuovo. Può accadere anche alla fine della vita: abbiamo lottato, possiamo gustare i frutti di un albero; poi saremo separati per un po’ quindi ci ritroveremo nella casa del Padre. Questo è un bel matrimonio, non quello dove tutto funziona bene.