di Enrico Maria Romano
Tutti sanno che il 4 ottobre u.s. si è aperto in Vaticano il Sinodo straordinario dei Vescovi della Chiesa cattolica dedicato ai problemi della famiglia nel mondo di oggi. E moltissimi non ignorano che tra i teologi, i presuli e gli stessi eminentissimi cardinali vi siano posizione diverse (e assolutamente inconciliabili) su temi di fondo come la possibilità della comunione ai divorziati risposati, il valore ‘ecclesiale’ delle coppie di fatto e delle stesse coppie omosessuali, il superamento o meno del modello della famiglia cattolica tradizionale fondata sulla Sacra Famiglia di Nazareth, etc. etc.
Il vaticanista della Bussola Lorenzo Bertocchi, in un recente articolo sul Timone (settembre-ottobre 2015, pp. VI-VIII), classificava chiaramente e rigorosamente figure come Caffarra, Mùller e Sarah tra i fautori della “linea della continuità” e personaggi come Kasper, Marx e padre Spadaro sj tra i sostenitori della “linea del cambiamento”. Ora la continuità e il cambiamento si oppongono intrinsecamente
Il vaticanista della Bussola Lorenzo Bertocchi, in un recente articolo sul Timone (settembre-ottobre 2015, pp. VI-VIII), classificava chiaramente e rigorosamente figure come Caffarra, Mùller e Sarah tra i fautori della “linea della continuità” e personaggi come Kasper, Marx e padre Spadaro sj tra i sostenitori della “linea del cambiamento”. Ora la continuità e il cambiamento si oppongono intrinsecamente
quando si parla di dottrine già definite dalla Chiesa, come lo sono certamente sia l’indissolubilità del matrimonio rato e consumato, sia il divieto della comunione per i divorziati risposati e per tutti coloro che si trovano in peccato mortale (cf. Can. 916; CCC, 1650; Pontificio Consiglio per i testi legislativi, “Dichiarazione sull’ammissione alla comunione eucaristica dei divorziati risposati”, 2000).
Ma sia il cardinal Kasper sia i suoi numerosi epigoni (spesse volte membri dell’episcopato o del cardinalato) hanno cercato e cercano ancora di imbrogliare le carte proponendo una terza via tra il sì e il no: la cosiddetta via pastorale, la quale pur dichiarandosi in teoria (ovvero in astratto) in continuità ideale con il Magistero della Chiesa e la Tradizione cattolica, in pratica (ovvero in concreto) autorizzerebbe una discontinuità e una rottura dottrinale, proponendo una nuova prassi pastorale.
La cosa è talmente evidente che tutti gli autori del libro Permanere nella verità di Cristo (edito dalla Cantagalli nel 2014) sottolineano che sganciare la disciplina dalla dottrina equivale a dichiarare superata la dottrina. E la dottrina morale in questione è puro Vangelo e purissima Parola di Dio: e questo già la dice lunga sul sensus fidei dei novatori, a parole ripieni di affetto per la Scrittura…
Dire che “il matrimonio resta indissolubile”, ma in certi casi e dopo certe prassi (come il cammino penitenziale proposto dal Kasper), esso può essere di fatto abolito con la stipulazione di un secondo matrimonio è parlare a vanvera e auto-contraddirsi. Aristotele infatti nota che l’uomo riesce a dire perfino ciò che non riesce a pensare come ad esempio un cerchio-quadrato. Oggi il cerchio-quadrato nella Chiesa è il matrimonio indissolubile-dissolubile.
Spiace quindi in questo contesto che, ancora una volta, Lucetta Scaraffia scrivendo sull’Osservatore Romano in prima pagina sostenga apertis verbis la tesi del primato della pastorale, tesi che si pone come un arpione per incrinare e spazzare via la dottrina di Cristo e della Bibbia. La storica, femminista e aperta al sacerdozio e al cardinalato femminile, recensendo un libro a più mani redatto in Francia e appena tradotto in italiano (La famiglia tra sfide e prospettive, Qiqajon, 2015), mostra tutto il suo compiacimento per il testo in questione poiché “apre prospettive diverse e fa pensare. In particolare colpisce la nutrita presenza di donne, teologhe e bibliste, che fanno sentire la loro voce” (OR, 2.10.15, p. 1).
Si faccia attenzione ai sottili sofismi. “La riflessione teologica avviata [dagli autori del citato libro] vuole considerare la famiglia a partire dalla parola di Dio, non dimenticando però [ecco l’avversativa] i bisogni del nostro tempo, senza quindi cadere in astrazioni”… Il Vangelo è un’astrazione! Bella la trovata e inaudito l’insulto allo Spirito Santo che ne è l’autore (DV 11).
La cosa è talmente evidente che tutti gli autori del libro Permanere nella verità di Cristo (edito dalla Cantagalli nel 2014) sottolineano che sganciare la disciplina dalla dottrina equivale a dichiarare superata la dottrina. E la dottrina morale in questione è puro Vangelo e purissima Parola di Dio: e questo già la dice lunga sul sensus fidei dei novatori, a parole ripieni di affetto per la Scrittura…
Dire che “il matrimonio resta indissolubile”, ma in certi casi e dopo certe prassi (come il cammino penitenziale proposto dal Kasper), esso può essere di fatto abolito con la stipulazione di un secondo matrimonio è parlare a vanvera e auto-contraddirsi. Aristotele infatti nota che l’uomo riesce a dire perfino ciò che non riesce a pensare come ad esempio un cerchio-quadrato. Oggi il cerchio-quadrato nella Chiesa è il matrimonio indissolubile-dissolubile.
Spiace quindi in questo contesto che, ancora una volta, Lucetta Scaraffia scrivendo sull’Osservatore Romano in prima pagina sostenga apertis verbis la tesi del primato della pastorale, tesi che si pone come un arpione per incrinare e spazzare via la dottrina di Cristo e della Bibbia. La storica, femminista e aperta al sacerdozio e al cardinalato femminile, recensendo un libro a più mani redatto in Francia e appena tradotto in italiano (La famiglia tra sfide e prospettive, Qiqajon, 2015), mostra tutto il suo compiacimento per il testo in questione poiché “apre prospettive diverse e fa pensare. In particolare colpisce la nutrita presenza di donne, teologhe e bibliste, che fanno sentire la loro voce” (OR, 2.10.15, p. 1).
Si faccia attenzione ai sottili sofismi. “La riflessione teologica avviata [dagli autori del citato libro] vuole considerare la famiglia a partire dalla parola di Dio, non dimenticando però [ecco l’avversativa] i bisogni del nostro tempo, senza quindi cadere in astrazioni”… Il Vangelo è un’astrazione! Bella la trovata e inaudito l’insulto allo Spirito Santo che ne è l’autore (DV 11).
Ma nessuno si distragga. Una certa teologa francese, Anne-Marie Pellettier, udite udite, “ricorda come i modelli familiari offerti dalla Bibbia siano molto diversi tra loro, e in alcuni casi francamente contestabili”… Avete capito? Sull’OR si scrive che alcuni brani della Bibbia sono contestabili!
Gioisce poi la storica quando ricorda che Enzo Bianchi, da cui dipende la casa editrice che ha edito il libro, nello stesso testo ammette “l’esistenza di diverse forme di famiglia nel cammino di umanizzazione”… Quanto suona bene, ai palati post-conciliari, questo “cammino di umanizzazione”: così bene da far giustificare le coppie di fatto e le nozze gay? Parrebbe proprio di sì… E questo sul quotidiano della Santa Sede!
La sottigliezza della Scaraffia, quando insinua ad ammettere il sacerdozio femminile è nota a tutti, ed ella si compiace evidentemente della scaltrezza di altre teologhe come lei. Ad esempio una certa Hélène Bricourt, non dice che l’indissolubilità sia sbagliata o superata: concetti questi cacofonici e volgarotti. Afferma invece, secondo le parole della stessa Scaraffia, che “noi ereditiamo una lettura della questione dell’indissolubilità che è stata elaborata in un contesto matrimoniale, culturale, sociale diverso dal nostro”… E se è diverso, come in effetti è diverso, è bene adeguare l’indissolubilità antica al nostro contesto o riportare il nostro mondo all’indissolubilità del Vangelo? Ardua questione per chi esita tra la logica del Vangelo e la logica del mondo…
La conclusione del pezzo della Scaraffia ribadisce il superamento della dottrina in nome della pastorale, citando il filosofo Antoine Guggenheim: dal Sinodo “Ci aspettiamo un chiarimento e un progresso non della dottrina cattolica, ma della pastorale cattolica”.
E’ evidente a tutti, anche a coloro che fanno finta di non capire, che un tale progresso sarebbe un regresso assoluto in termini di fedeltà al Vangelo, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa. Ci si potrebbe chiedere allora: Osservatore Romano o Osservatore kasperiano?
Gioisce poi la storica quando ricorda che Enzo Bianchi, da cui dipende la casa editrice che ha edito il libro, nello stesso testo ammette “l’esistenza di diverse forme di famiglia nel cammino di umanizzazione”… Quanto suona bene, ai palati post-conciliari, questo “cammino di umanizzazione”: così bene da far giustificare le coppie di fatto e le nozze gay? Parrebbe proprio di sì… E questo sul quotidiano della Santa Sede!
La sottigliezza della Scaraffia, quando insinua ad ammettere il sacerdozio femminile è nota a tutti, ed ella si compiace evidentemente della scaltrezza di altre teologhe come lei. Ad esempio una certa Hélène Bricourt, non dice che l’indissolubilità sia sbagliata o superata: concetti questi cacofonici e volgarotti. Afferma invece, secondo le parole della stessa Scaraffia, che “noi ereditiamo una lettura della questione dell’indissolubilità che è stata elaborata in un contesto matrimoniale, culturale, sociale diverso dal nostro”… E se è diverso, come in effetti è diverso, è bene adeguare l’indissolubilità antica al nostro contesto o riportare il nostro mondo all’indissolubilità del Vangelo? Ardua questione per chi esita tra la logica del Vangelo e la logica del mondo…
La conclusione del pezzo della Scaraffia ribadisce il superamento della dottrina in nome della pastorale, citando il filosofo Antoine Guggenheim: dal Sinodo “Ci aspettiamo un chiarimento e un progresso non della dottrina cattolica, ma della pastorale cattolica”.
E’ evidente a tutti, anche a coloro che fanno finta di non capire, che un tale progresso sarebbe un regresso assoluto in termini di fedeltà al Vangelo, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa. Ci si potrebbe chiedere allora: Osservatore Romano o Osservatore kasperiano?
*
Campane kasperiane: Stefania Falasca (1)
di Francesco Agnoli
Da qualche anno Stefania Falasca è diventata autorevole firma del quotidiano cattolico Avvenire. Conoscevo già la sua penna, per essere stato lettore del mensile 30 Giorni, più di vent’anni fa, e per aver gustato un suo bel libro dedicato a von Galen, il vescovo che si oppose al nazismo. Ma conoscevo, come dirò più avanti, una Falasca un po’ diversa.
Quella che ho incontrato di nuovo, l’anno scorso, è diventata una commentatrice assidua del Sinodo sulla famiglia.
Quella che ho incontrato di nuovo, l’anno scorso, è diventata una commentatrice assidua del Sinodo sulla famiglia.
Con una certa propensione a sposare, con notevole grinta, le tesi del cardinal Kasper. A costo di forzare un po’ la lettura degli eventi di cui dovrebbe fornire, ai suoi lettori, non tanto l’interpretazione, quanto la cronaca.
E’ il 10 ottobre del 2014, quasi un anno fa esatto, e la Falasca scrive, con sicurezza: “È ormai chiaro che la tendenza generale dell’assise sinodale sta gettando le basi per favorire un possibile accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Ieri sera, nell’ora della sessione libera, si è fatto un ulteriore passo avanti. Il tema è stato toccato in quasi tutti gli interventi….”.
Alcuni giorni dopo si verrà a sapere che in queste frasi vi è poco di vero. Che
E’ il 10 ottobre del 2014, quasi un anno fa esatto, e la Falasca scrive, con sicurezza: “È ormai chiaro che la tendenza generale dell’assise sinodale sta gettando le basi per favorire un possibile accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Ieri sera, nell’ora della sessione libera, si è fatto un ulteriore passo avanti. Il tema è stato toccato in quasi tutti gli interventi….”.
Alcuni giorni dopo si verrà a sapere che in queste frasi vi è poco di vero. Che
la presunta “tendenza generale” era un auspicio della giornalista, non una constatazione.
Il 14 ottobre 2014, sempre su Avvenire, Falasca torna all’attacco: “…La Relatio post disceptationem (relazione dopo la discussione), frutto del lavoro di equipe e presentata ieri dal cardinale ungherese Erdò, è anzitutto espressione autentica di quanto emerso e conferma che al Sinodo non ci sono state solo parole, ma la effettiva volontà di confrontarsi veramente con la carne viva dei problemi delle famiglie nella società e nel tempo di oggi. Il lungo applauso seguito ieri alla lettura del testo in aula è stato eloquente dei sentimenti prevalenti nell’assemblea. E non allarmano ne turbano le critiche manifestate (le stesse che si conoscevano già prima del Sinodo) da pochi padri su 191 votanti…”.
Bastano pochi giorni, alcune dichiarazioni del cardinal Erdo, i risultati di quanto discusso nei circoli minori, per constatare la verità dei fatti: la Relatio, è, a detta dei più, “espressione autentica” solo del volere di alcuni di loro (cioè dell’ “equipe” Forte-Spadaro), parecchio indipendente dal parere degli altri padri sinodali. I quali non apprezzano affatto l’esistenza di un documento che sembra ignorare il succo delle loro convinzioni e discussioni. Perchè Falasca ha dato una descrizione dei fatti che si rivela, per molti, parziale e tendenziosa? Lettura errata dei fatti, o tentativo di condizionare dibattito e recepimento pubblico dello stesso?
Il 14 ottobre 2014, sempre su Avvenire, Falasca torna all’attacco: “…La Relatio post disceptationem (relazione dopo la discussione), frutto del lavoro di equipe e presentata ieri dal cardinale ungherese Erdò, è anzitutto espressione autentica di quanto emerso e conferma che al Sinodo non ci sono state solo parole, ma la effettiva volontà di confrontarsi veramente con la carne viva dei problemi delle famiglie nella società e nel tempo di oggi. Il lungo applauso seguito ieri alla lettura del testo in aula è stato eloquente dei sentimenti prevalenti nell’assemblea. E non allarmano ne turbano le critiche manifestate (le stesse che si conoscevano già prima del Sinodo) da pochi padri su 191 votanti…”.
Bastano pochi giorni, alcune dichiarazioni del cardinal Erdo, i risultati di quanto discusso nei circoli minori, per constatare la verità dei fatti: la Relatio, è, a detta dei più, “espressione autentica” solo del volere di alcuni di loro (cioè dell’ “equipe” Forte-Spadaro), parecchio indipendente dal parere degli altri padri sinodali. I quali non apprezzano affatto l’esistenza di un documento che sembra ignorare il succo delle loro convinzioni e discussioni. Perchè Falasca ha dato una descrizione dei fatti che si rivela, per molti, parziale e tendenziosa? Lettura errata dei fatti, o tentativo di condizionare dibattito e recepimento pubblico dello stesso?
Fatto sta che nel Sinodo 2015 la Relatio, causa dei tanti mal di pancia accennati, viene abolita: per evitare non gli applausi unanimi e scroscianti, come sosteneva Falasca, ma ulteriori e laceranti divisioni e polemiche interne alla Chiesa. Il Sinodo -che stando alle cronache non faziose di questi giorni sta prendendo una piega tutt’altro che favorevole ai mutamenti proposti, in primis, da quei porporati tedeschi le cui chiese sono desolatamente vuote – comincia con la relazione introduttiva del suo segretario generale, il cardinal Erdo.
Alla fine dei lavori, di fronte alla stampa Erdo (nella foto sopra) e il cardinale Vingt-Trois fanno dichiarazioni molto chiare, riprendendo il magistero di Giovanni Paolo II, e contraddicendo ogni apertura kasperiana e marxiana. Ci si aspetterebbe, da un quotidiano cattolico ufficiale, una cronaca fedele e serena dei fatti. Ce ne sono già troppe parziali e viziate dall’ideologia, sui media laici. Invece Falasca interviene con la bacchetta alzata, e non risparmia le manine dei due cardinali.
Scrive infatti il 6 ottobre: “Al brifing di ieri alla Sala Stampa vaticana il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi ha detto: «Se siete venuti a Roma con l’idea di un cambiamento spettacolare della dottrina, ve ne andrete delusi. Bastava ascoltare le udienze generali del Papa». Chi infatti all’interno dell’assemblea sinodale trascorsa lo ha mai paventato? Si è parlato sì di approfondimento e di sviluppo della dottrina e questo, come fin dal IV secondo la tradizione sostiene, non significa affatto “cambio” della dottrina. Il cardinale ungherese Péter Erdo ha quindi ribadito che il matrimonio è indissolubile. Perché c’è stato forse qualcuno dei padri sinodali che lo ha mai messo in dubbio?“.
Si noti il modo con cui le frasi di Erdo e di Vingt-Trois vengono confutate e derise, senza molte remore, quasi fossero fesserie, affermazioni espresse non da due padri sinodali di quel rango, ma da passanti ignari di tutto ciò che è avvenuto ed avviene.
Davvero il lettore rimane interdetto, e si chiede “con quale autorità” una giornalista possa ridicolizzare in tal modo affermazioni delle più alte autorità della Chiesa, su un giornale della Chiesa? Tanto più che la posizione dei due cardinali è piuttosto simile a quella del cardinal Bagnasco, presidente della Cei, cui Avvenire appartiene.
Torniamo sull’articolo del 6 ottobre, e leggiamo l’incipit: “Il Sinodo reale è cominciato. E ieri alla porta è rimasto quello del pressing mediatico, quello che confonde il coming out dell’ultima ora con la Chiesa in uscita e quello altrettanto ideologico e lobbista che spaccia per difesa della vera fede certo settarismo «fondamentalista»“.
Qua le bordate lanciate dalla Falasca non sono contro i già citati Erdo e Vingt-Trois. Sono rivolte ad altri padri sinodali. A chi? A Kasper, il cardinale che deride i confratelli africani? A Marx, che ha spiegato che qualunque cosa decida il Sinodo, i tedeschi faranno ciò che vogliono?
No. I bersagli sono altri. Ma chi sarebbero i settari fondamentalisti? Coloro che rimangono sulle posizioni assunte dai papi da 20 secoli? Sembra proprio di sì. E’ evidente che Falasca le sta cantando ai cardinali “fondamentalisti” Caffarra, Mueller, Sarah, Cordes, Antonelli… e a tutti quelli che hanno abbracciato pubblicamente una posizione differente da quella di Kasper e Marx.
Scrive infatti il 6 ottobre: “Al brifing di ieri alla Sala Stampa vaticana il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi ha detto: «Se siete venuti a Roma con l’idea di un cambiamento spettacolare della dottrina, ve ne andrete delusi. Bastava ascoltare le udienze generali del Papa». Chi infatti all’interno dell’assemblea sinodale trascorsa lo ha mai paventato? Si è parlato sì di approfondimento e di sviluppo della dottrina e questo, come fin dal IV secondo la tradizione sostiene, non significa affatto “cambio” della dottrina. Il cardinale ungherese Péter Erdo ha quindi ribadito che il matrimonio è indissolubile. Perché c’è stato forse qualcuno dei padri sinodali che lo ha mai messo in dubbio?“.
Si noti il modo con cui le frasi di Erdo e di Vingt-Trois vengono confutate e derise, senza molte remore, quasi fossero fesserie, affermazioni espresse non da due padri sinodali di quel rango, ma da passanti ignari di tutto ciò che è avvenuto ed avviene.
Davvero il lettore rimane interdetto, e si chiede “con quale autorità” una giornalista possa ridicolizzare in tal modo affermazioni delle più alte autorità della Chiesa, su un giornale della Chiesa? Tanto più che la posizione dei due cardinali è piuttosto simile a quella del cardinal Bagnasco, presidente della Cei, cui Avvenire appartiene.
Torniamo sull’articolo del 6 ottobre, e leggiamo l’incipit: “Il Sinodo reale è cominciato. E ieri alla porta è rimasto quello del pressing mediatico, quello che confonde il coming out dell’ultima ora con la Chiesa in uscita e quello altrettanto ideologico e lobbista che spaccia per difesa della vera fede certo settarismo «fondamentalista»“.
Qua le bordate lanciate dalla Falasca non sono contro i già citati Erdo e Vingt-Trois. Sono rivolte ad altri padri sinodali. A chi? A Kasper, il cardinale che deride i confratelli africani? A Marx, che ha spiegato che qualunque cosa decida il Sinodo, i tedeschi faranno ciò che vogliono?
No. I bersagli sono altri. Ma chi sarebbero i settari fondamentalisti? Coloro che rimangono sulle posizioni assunte dai papi da 20 secoli? Sembra proprio di sì. E’ evidente che Falasca le sta cantando ai cardinali “fondamentalisti” Caffarra, Mueller, Sarah, Cordes, Antonelli… e a tutti quelli che hanno abbracciato pubblicamente una posizione differente da quella di Kasper e Marx.
Per finire, veniamo all’8 ottobre. Falasca scrive che occorre “liberare il campo dalla gara a ricondurre tutto il dinamismo visibile della Chiesa a un enfatizzato “scontro tra agende”: agenda liberal e agenda neo-conservative“.
Il lettore trasecola: conosce bene l’agenda liberal, espressa in mille interviste da Kasper e compagnia; ma esiste anche una agenda neo-conservative? E neoconservative vuole avere qualche assonanza maliziosa con il movimento detto dei neo-con?
Ha davvero un qualche senso presentare la difesa di Familiaris consortio come la cospirazione di un gruppo connotato politicamente?
Davvero, se la qualità e la grazia dei commentatori sinodali cattolici, è questa, il popolo di Dio ne uscirà sconfortato e confuso.
Eppure Falasca, un tempo, era su altre posizioni. Come il noto vaticanista Andrea Tornielli, anche lei scriveva su un mensile, 30 Giorni, vicino a Cl ed estremamente interessante. In politica estera 30 Giorni fu sempre accanto a Giovanni Paolo II, contro la guerra in Iraq, e contro il tentativo americano di fare della Chiesa “il cappellano dell’Occidente”. Ricordo un numero del 1991 intitolato Chiesa cattolica o occidentale?. Vi si difendeva la posizione del pontefice contro la guerra di Bush in Irak. Sul fronte interno 30 Giorni era schiarato su posizioni fortemente conservatrici: grande spazio era lasciato al tradizionalismo, e si guardava con simpatia sia a mons. Lefebvre (alla sua morte uscì un articolo intitolato: “Non è morto scomunicato“), sia alla liturgia antica (un intero inserto, a firma Andrea Tornielli -l’ex direttore della Bussola, oggi a Vatican Insider– fu dedicato a Annibale Bugnini massone e alle idee liturgiche dell’allora cardinal Ratzinger, in un numero del 1992 intitolato: “La massoneria e l’applicazione della riforma liturgica”).
Ma il tempo passa e le idee cambiano. Si dice persino che il cardinal Marx, nominato vescovo di Monaco e cardinale da Benedetto XVI, celebrasse talora, all’epoca del papa tedesco, la messa in latino. Poi, dopo l’abdicazione di Ratzinger, sono cambiate le idde, io discorsi, e i gusti litirgici…
*
Il lettore trasecola: conosce bene l’agenda liberal, espressa in mille interviste da Kasper e compagnia; ma esiste anche una agenda neo-conservative? E neoconservative vuole avere qualche assonanza maliziosa con il movimento detto dei neo-con?
Ha davvero un qualche senso presentare la difesa di Familiaris consortio come la cospirazione di un gruppo connotato politicamente?
Davvero, se la qualità e la grazia dei commentatori sinodali cattolici, è questa, il popolo di Dio ne uscirà sconfortato e confuso.
Eppure Falasca, un tempo, era su altre posizioni. Come il noto vaticanista Andrea Tornielli, anche lei scriveva su un mensile, 30 Giorni, vicino a Cl ed estremamente interessante. In politica estera 30 Giorni fu sempre accanto a Giovanni Paolo II, contro la guerra in Iraq, e contro il tentativo americano di fare della Chiesa “il cappellano dell’Occidente”. Ricordo un numero del 1991 intitolato Chiesa cattolica o occidentale?. Vi si difendeva la posizione del pontefice contro la guerra di Bush in Irak. Sul fronte interno 30 Giorni era schiarato su posizioni fortemente conservatrici: grande spazio era lasciato al tradizionalismo, e si guardava con simpatia sia a mons. Lefebvre (alla sua morte uscì un articolo intitolato: “Non è morto scomunicato“), sia alla liturgia antica (un intero inserto, a firma Andrea Tornielli -l’ex direttore della Bussola, oggi a Vatican Insider– fu dedicato a Annibale Bugnini massone e alle idee liturgiche dell’allora cardinal Ratzinger, in un numero del 1992 intitolato: “La massoneria e l’applicazione della riforma liturgica”).
Ma il tempo passa e le idee cambiano. Si dice persino che il cardinal Marx, nominato vescovo di Monaco e cardinale da Benedetto XVI, celebrasse talora, all’epoca del papa tedesco, la messa in latino. Poi, dopo l’abdicazione di Ratzinger, sono cambiate le idde, io discorsi, e i gusti litirgici…
*
SINODO: Card. De Paolis: ”Oggi parliamo tanto di compassione, di amore e di misericordia. Ma senza verità, siamo fuoristrada”
(Daniele Sebastianelli) Di fronte alla crisi del matrimonio e della famiglia, la risposta che non può che venire dalle certezze della fede. Lo ha affermato il 10 ottobre il card. Velasio De Paolis, presidente emerito della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, durante i lavori del convegno Matrimonio e famiglia. Tra dogma e prassi della Chiesa, organizzato dalla Fondazione Lepanto e dall’Associazione Famiglia Domani e svoltosi a Roma nella Sala S. Pio X in Via dell’Ospedale, con la partecipazione di mons. Antonio Livi, del prof. Roberto de Mattei, e del prof. Giovanni Turco, alla presenza di alcune centinaia di persone, tra cui molti sacerdoti e religiosi.
Il cardinale Velasio de Paolis
“Abbiamo bisogno di verità”, ha ricordato con forza il cardinale, che è stato anche segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, e delegato pontificio per la congregazione dei Legionari di Cristo. “Oggi parliamo tanto di compassione, di amore e di misericordia. Ma senza verità, siamo fuoristrada”. L’impressione, secondo il card. Velasio De Paolis è che “le parole oggi non significhino più niente”, mentre “abbiamo bisogno di contenuti per ritrovare la realtà vera”. Riferendosi al problema dei divorziati risposati il cardinale è molto chiaro. Adottare “una prassi pastorale che va contro la dottrina è di una illogicità spaventosa. Non è cristiana”. In fondo “se ho una medicina che non funziona significa che non ho capito bene cos’ha il malato. Se mi limito a cambiare medicina invece di capire le cause della malattia potrei anche uccidere il malato”. La soluzione, per il prelato, non può essere che una: “i peccatori non vanno respinti, ma va trovata la strada giusta. La via dell’amore nella verità”. “La misericordia non va confusa con l’amore”, ha aggiunto il cardinale, “e l’amore è inseparabile dalla verità”.
il prof. Roberto de Mattei
Il prof. Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto, ha inaugurato il convegno affermando che il matrimonio e la famiglia, vengono “messi in discussione all’interno della Chiesa”, una cosa che “non era mai accaduto nella storia”. Dopo aver ripercorso alcuni passaggi storici nella vita della Chiesa, de Mattei ha ricordato l’esempio di san Pier Damiani e di tutti i grandi riformatori del suo secolo che “non hanno invocato la legge della gradualità o del male minore, non hanno definito il concubinato dei preti come una situazione irreversibile di cui prendere atto, non hanno invitato a cogliere gli elementi positivi nelle unioni omosessuali e delle convivenze extra matrimoniali.”
il prof. Giovanni Turco
Dal canto suo, il prof.Giovanni Turco, docente all’Università degli Studi di Udine, ha spiegato come oggi i luoghi sociologici si sostituiscono ai luoghi teologici e ha focalizzato l’attenzione sul principio di non contraddizione secondo il quale “ogni cosa è ciò che è. Anche il matrimonio e la famiglia”. Quindi, “o il matrimonio è indissolubile o non lo è. Non c’è pastorale che tenga”; “o si è in peccato, o no”, “la verità non ammette gradi”. Per il professore “La falsa ed erronea impostazione di un problema, porterà ad una falsa soluzione del problema”, perché “il bene è il criterio della prassi, non il contrario”. Oggi, ha spiegato,
Mons. Antonio Livi
Mons. Antonio Livi, decano emerito della facoltà di Filosofia della Pontificia Università lateranense, ha ribadito che non ci può essere separazione tra dottrina e prassi e che, nella Chiesa, “la pastorale ha lo scopo preciso di operare per il bene delle anime”. Come il cardinale De Paolis, anche mons. Livi ha apertamente criticato le tesi del card. Kasper, dicendosi convinto che il porporato tedesco non può ignorare la difformità delle sue idee da quelle del Magistero e dell’evidenza razionale. Ma quando si sbaglia, ha affermato il monsignore, “si può inseguire un fine occulto, cioè convincere gli altri a credere qualcosa di falso. E questa è ipocrisia”. (Daniele Sebastianelli)