giovedì 8 ottobre 2015

Misericordiosi quindi credibili



(Krzysztof Nykiel, Reggente della Penitenzieria Apostolica) Un anno santo è veramente un dono nuovo e gratuito dell’amore misericordioso di Dio per noi, un’occasione particolare attraverso la quale la Chiesa mostra anch’essa i tratti di un volto rassicurante, potremmo dire il volto della tenerezza materna di Dio, che rincuora e va oltre il chiedere l’adempimento di una semplice precettistica scrupolosa. 
La bolla di indizione del giubileo straordinario, Misericordiae vultus, ha un’architettura semplice, lineare, ma nel contempo ricca di contenuti e immagini, un itinerario attraverso il quale Papa Francesco, pagina dopo pagina, ci accompagna perché i vari momenti, le diverse celebrazioni e il tempo vissuto nella semplice quotidianità, diventino lo spazio esistenziale nel quale ci lasciamo incontrare e riconciliare dall’amore misericordioso di Dio, in Cristo Gesù, nello Spirito Santo, per essere, a nostra volta, strumenti “vivi” di così grande e divina tenerezza. 
La salvezza è il primo dei frutti della misericordia di Dio, e questa inizia e accade anzitutto con la remissione dei peccati. Questa salvezza, voluta dal Padre e compiuta da Cristo, non va intesa come una promessa che si realizza solo nella vita eterna che riguarda l’aldilà. Si tratta, invece, di una realtà che inizia già su questa terra. Oggi Gesù, mediante il suo corpo che è la Chiesa, viene, perdona e salva; è l’oggi dell’intervento di Dio, in Cristo, nella storia personale di ognuno di noi. 
Sono passati poco più di due anni dall’Angelus del 17 marzo 2013, quando, a pochi giorni dalla sua elezione al soglio di Pietro, Papa Francesco dichiarava che il volto di Dio è quello di un padre misericordioso che sempre ha pazienza e che non si stanca mai di perdonarci. Tale misericordia si esplicita attraverso segni concreti: perdono delle colpe, guarigione dalle infermità, annuncio di liberazione ai prigionieri e agli oppressi, ridare la vista ai ciechi, rialzare chi è caduto, curare miseri, forestieri, orfani e vedove. Riconciliazione di Dio con l’uomo, dell’uomo con uomo, dell’uomo con se stesso e con il creato. Questa è la grande misericordia che Dio ha usato e usa per la sua creatura prediletta. Papa Francesco ancora nella bolla di indizione del giubileo della misericordia, afferma che la Chiesa del nostro tempo, impegnata nella nuova evangelizzazione, deve sentire forte il dovere di riproporre il tema della misericordia con un entusiasmo nuovo e con rinnovata azione pastorale. Poiché è determinante per la credibilità del suo annuncio e della sua opera, chiediamoci in che modo la Chiesa può e debba essere testimone della misericordia di Dio. 
La Chiesa in questo giubileo della misericordia si presenta sempre più madre premurosa che accoglie, cura e custodisce, ma anche luogo nel cui seno serve e favorisce la venuta del regno di Dio e l’incontro-comunione con il Dio dal volto paterno e misericordioso. 
L’amore e la misericordia fatte atto concreto di accoglienza, perdono, condivisione e cammino comune, attraggono e convincono gli uomini e le donne del nostro tempo che la Chiesa è esperienza e vita di carità nella verità, capace e sempre pronta a «stringere le mani e consolare quanti, poveri e ultimi, vivono ai margini della società, perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità» (Misericordiae vultus, 15). 
Si comprende, allora, l’invito di Francesco rivolto ai sacerdoti che il sacramento della penitenza non solo non debba essere un luogo di tortura e di notevole imbarazzo per i penitenti che vogliono accogliere la misericordia di Dio, ma diventi lo spazio favorevole nel quale egli accoglie i penitenti non con l’atteggiamento di un giudice e nemmeno con quello di un semplice amico, ma con la carità di Dio, con l’amore di un padre che vede tornare il figlio e gli va incontro, del pastore che ha ritrovato la pecora smarrita.
Il giubileo, quindi, può e deve essere un tempo privilegiato nel quale la misericordia di Dio diventi per il cristiano paradigma di vita, modello dei rapporti interpersonali, nei quali ha poco senso chiedere al contemporaneo se ha colto questo o quell’altro aspetto della vita della Chiesa. Dinanzi a un uomo gravemente ferito e piagato nell’anima e nel corpo è inutile chiedere se l’esame chimico del suo sangue è nella norma. Bisogna ricondurlo all’essenziale, al senso di Dio, all’osservanza dei comandamenti, al graduale amore di Cristo, con la parola e con l’esempio. 
Perdonato, riconciliato e totalmente purificato, il credente non solo riceve e sperimenta la grande misericordia che il Signore gli ha usato, ma deve anche manifestare i frutti di questa vita rinnovata. Cosa sarebbe per noi un giubileo della misericordia senza riflettere e vivere le opere di misericordia? Sarebbe davvero via privilegiata attraverso la quale si vedono i segni concreti della penitenza e della vita rinnovata, per le quali il mondo potrà vedere le nostre opere buone e glorificare il Padre nostro celeste? Vestire, dare da bere, visitare, consigliare, consolare, perdonare (per citarne alcuni), non sono un abito che indossiamo e togliamo a seconda delle circostanze o dei nostri umori, bensì sono l’essenza della nostra vita di figli di Dio e di discepoli di Gesù, vita redenta, perdonata e riconciliata con Dio e con i fratelli. 
Il giubileo diventa l’occasione singolare per scoprire la “mistica” del vivere insieme le “nuove opere di misericordia”: solidali contro l’isolamento, insieme contro l’individualismo, condivisione contro la povertà materiale, includere contro ogni forma di esclusione ed emarginazione, sanare, liberare, generare speranza contro ogni offesa alla dignità umana.

L'Osservatore Romano