
Il tweet di Papa Francesco: "La fede non è un dono privato. La fede è da condividere con gioia." (3 ottobre 2015)
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Intervista di Stefania Falasca al vescovo Marcello Semeraro.
(Stefania Falasca) «Il Sinodo non è convocato per formulare dei prontuari o delle ricette. Si cercherà di approfondire la teologia della famiglia e la pastorale che dobbiamo attuare nelle condizioni attuali. Con profondità e senza cadere nella “casistica”». Così monsignor Marcello Semeraro spiega i lavori all’apertura del Sinodo ordinario sulla famiglia. Il vescovo di Albano è tra i nove incaricati da Papa Francesco nella commissione per l’elaborazione della relazione finale dell’assemblea sinodale.Eccellenza, cosa si prospetta in questa assemblea sinodale che inizierà domani?
In questi giorni rifletteremo sulla famiglia, cellula fondamentale della società umana, luogo fonda-mentale dell’alleanza della Chiesa con la creazione di Dio e senza la quale la Chiesa non esisterebbe. E saremo chiamati ad allargare la prospettiva di sguardo sulla realtà del matrimonio e della famiglia nel più ampio complesso delle relazioni che li caratterizzano, non soltanto nel legame con i figli ma anche con i fratelli, gli anziani, i nonni. Relazioni che aprono alla crescita, alla cura per l’altro.
Ma perché tornare su un tema che negli scorsi pontificati, nella Familiaris consortio, è stato trattato in modo quasi esaustivo?
Familiaris consortio è stata pensata e scritta in un contesto storico e sociale che ancora non metteva radicalmente in discussione la realtà della famiglia. Adesso non è più così. Oggi siamo in un mondo in cui tutto questo è messo in questione e noi dobbiamo essere profeti della famiglia. Ma non pos-siamo essere profezia solo ripetendo quello che sulla famiglia è stato detto fino ad ora. Dobbiamo senz’altro dirlo in una nuova forma in modo tale che sia percepita nella sua bellezza. Non nova sed noviter. È qui la questione. Se un cinese per strada mi chiede nella sua lingua un’indicazione e io gli rispondo in italiano, quella persona non capirà; né lo capirà meglio se glielo ripeto alzando la voce, urlando. Penserà che sono infuriato con lui. Per il mondo contemporaneo in cui si celebra questo Sinodo è così. Noi siamo chiamati a dire che la famiglia, il Vangelo è speranza per l’uomo d’oggi, in un mondo in cui non si crede più e ci domandano: cosa intendi quando parli di famiglia?
Alcuni però sostengono che il Sinodo dovrà produrre «una proclamazione chiara e ferma» a soste-gno della dottrina della Chiesa sul matrimonio…
Il Papa non ha convocato un Sinodo per mettere in discussione la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio, ma per considerare il matrimonio e la famiglia nel mutato contesto storico e sociale e per un approfondimento della dottrina affinché questa possa essere più eloquente per gli uomini e le donne di oggi.
Il Sinodo straordinario ha conosciuto dibattiti e tensioni su dottrina e pastorale, verità e misericor-dia. Secondo lei proseguiranno anche in questo Sinodo?
Non esiste un’opposizione tra ciò che è dottrinale e pastorale. Una dottrina che non fosse pastorale sarebbe astrazione. Una pastorale che non è radicata nella dottrina non sarebbe tale, ma solo strate-gia. La loro contrapposizione è un fraintendimento che affonda le sue radici nella polemica di alcuni contro il Concilio Vaticano II, perché è il Concilio che ha assunto la pastoralità come stile. È infatti esattamente con questa prospettiva che il Concilio Vaticano II redasse la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, come evidenziato nella prima nota al Proemio. La Gaudium et spes «è pastorale perché sulla base di principi dottrinali intende esporre l’atteggiamento della Chiesa in rapporto al mondo e agli uomini di oggi». Quindi è pastorale perché sulla base di principi dottrinali espone atteggiamenti da assumere, scelte da fare.
Quindi la dottrina e la pastorale non si giocano nella contrapposizione ma nel coinvolgersi nel mondo…
Esattamente, si giocano nel “coimplicarsi” con la realtà umana. Questo significa imitare Dio che sempre ci precede nell’amore coinvolgendosi, perché Lui si è coinvolto per primo con noi.
Se dunque il Sinodo segue la Gaudium et spes il punto di riflessione sarà soprattutto sulla pastorale da adottare?
Il Sinodo vorrà mettere in evidenza il luminoso piano di Dio sul matrimonio e sulla famiglia e aiutare i coniugi a viverlo nella loro esistenza, accompagnandoli in tante difficoltà, con una pastorale intelligente, coraggiosa e piena d’amore. E sicuramente la questione da riflettere è qui perché non sempre la nostra pastorale, è giusto ammetterlo, è così: intelligente, audace e amorevole.
E quand’è per lei che una pastorale può essere così?
È intelligente quando è la traduzione nella pratica della teologia perché la pastorale è sempre la pra-tica della fede. Un’azione pastorale, infatti, che non si fonda dottrinalmente tradisce la fede. Una dottrina di fede, al contrario, che non mostra di essere propter nos homines et propter nostram salutem non è cristiana perché vanifica il mistero dell'Incarnazione. Essendo solo teoria, fa diventare superflua la storia della salvezza. Una pastorale, del resto, è coraggiosa e creativa quando non si li-mita a ricalcare percorsi pastorali già battuti. Quando non dice “si è sempre fatto così”. E piena d’amore vuol dire con misericordia. «Nella misericordia abbiamo la prova di come Dio ama. Egli dà tutto se stesso, per sempre, gratuitamente, e senza nulla chiedere in cambio. E il suo aiuto consiste nel farci cogliere la sua presenza e la sua vicinanza. Giorno per giorno, toccati dalla sua compassione, possiamo anche noi diventare compassionevoli verso tutti».
Qual è allora in sintesi il compito di questo Sinodo?
Anzitutto quello di radicare esplicitamente la famiglia nel progetto di amore di Dio che il sacramen-to significa e realizza; ossia nel segno dell’alleanza e della «comunione di vita», come dice il Con-cilio. Vedere poi realmente quali sono le speranze, le ferite e le sofferenze della famiglia oggi e quindi le forme concrete di annuncio, di cura e di accompagnamento.
Ci dobbiamo anche attendere, quindi, che da questo Sinodo usciranno delle ricette per curare la famiglia?
Il Sinodo non è convocato per formulare dei prontuari o delle ricette. Si cercherà di approfondire la teologia della famiglia e la pastorale che conseguente nelle condizioni attuali. Con profondità e sen-za cadere nella “casistica”, che farebbe inevitabilmente abbassare il livello del nostro lavoro. Par-liamo di cura e accompagnamento. Questo implica le responsabilità individuali verso le persone da parte di chi si prende cura e accompagna. Il ruolo della Chiesa è di accompagnare ciascuno in una crescita, in un cammino, i credenti certo, ma pure i non credenti, se lo desiderano. La Chiesa è sa-cramento di salvezza per tutti. Ci sono molti percorsi e molte dimensioni da esplorare a favore della salus animarum.
La questione della comunione ai divorziati risposati sembra sia uno dei temi principali da risolvere. Sarà così?
Nel Sinodo si parlerà di tutte le questioni che riguardano la realtà e il vissuto quotidiano delle fami-glie nel mondo attuale. Questo è un caso particolare. Schiacciare il Sinodo sulla questione di dare o meno l’Eucaristia in questi casi particolari senza una più ampia visione significa pensare che il ma-trimonio e la crisi della famiglia siano qualcosa che riguarda solo noi cattolici. La realtà e la bellezza della famiglia invece riguarda tutti.
Il Papa ai vescovi ospiti a Filadelfia per l’incontro mondiale della famiglia ha dato delle indicazioni. Sono valide anche per i Padri sinodali?
Certamente. Il Papa non ha detto cosa si deve fare. Sarebbe troppo facile e comodo. Il Papa ha chie-sto soprattutto atteggiamenti e stili da assumere. Il primo atteggiamento è il prendersi cura per dav-vero, è la vicinanza non solo detta con parole ma pure nei fatti.
Per lei personalmente cosa significa?
Per me significa essere accanto a una persona con ricchezza di cuore. E prendersi cura di quella persona significa accompagnare, dedicare ad essa del tempo e anche assumerne il peso, incorag-giando affinché possa dare buoni frutti, possa trasformarsi.
È questo l’essere padri e madri indicato infine dal Papa?
Il Papa ci chiede infine questo. Di essere padri e madri nello stile di amore di Dio, nel seguire il «ri-gore degli affetti di Dio», imitando Cristo. Solo così la Chiesa non viene meno al suo compito di es-sere segno e strumento dell’intima unione, cioè dell’alleanza dell’uomo con Dio di cui la famiglia è prefigurazione. Solo così la famiglia e la Chiesa possono essere oggi profezia «segno e strumento dell’unità del genere umano».
Avvenire