
Il tweet di Papa Francesco: "Il lavoro è importante, ma anche il riposo. Impariamo a rispettare il tempo del riposo, soprattutto quello domenicale." (10 ottobre 2015)
*
Con il canto dell’Ora Terza è iniziata questa mattina alle ore 9 nell’Aula del Sinodo in Vaticano la sesta Congregazione generale del Sinodo ordinario sulla famiglia. Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia tenuta nel corso della preghiera da S.E. Mons. Ioannis Spiteris, O.F.M. Cap., Arcivescovo di Corfù, Zante e Cefalonia (Grecia):
Omelia dell’Arcivescovo Ioannis Spiteris, O.F.M. Cap.
Samuele esclamò: «Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifìci quanto l'obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti” (1 Sam 15 ,22)
Il testo di questa lettura breve fa parte della storia di re Saul, accusato dal Profeta Samuele di non aver osservato rigorosamente quella legge che ordinava di sacrificare a Dio tutto il bottino. Samuele è l'uomo di Dio che ne interpreta la volontà presso il re Saul. Questa volontà del Signore, tuttavia, Saul non l'ha adempiuta. Non solo, ma al richiamo di Samuele, egli mette avanti le sue scuse, cercando di addossare la colpa ai suoi soldati. Non gli altri, ma lui «era attaccato al bottino», lui solo non aveva obbedito al Signore.
S’intravede nel testo anche l’accusa di voler supplire alla mancanza di fede e di obbedienza alla parola di Dio con dei sacrifici, espressione esterna di devozione al Signore. In fondo si riflette la condanna di aver preferito alleanze lontane dalla vera fede.
L’Autore sacro, mettendo davanti all’uomo che vuole piacere a Dio due atteggiamenti, non lo invita a scegliere fra sacrificio e misericordia (l’essere docili), ma gli fa capire che Dio apprezza una cosa più dell’altra, ossia gli occhi Suoi non posano sull’apparenza, ma guardano il cuore. È qui che si colloca, come forte luce, ciò che Samuele proclama a Saul. Egli fa notare che non hanno lo stesso valore l'offerta di sacrificio e l'ascoltare la voce del Signore. «Ecco, obbedire vale più dei sacrifici, essere docili a Dio è ciò che conta».
Lungo la storia della Chiesa, sui sentieri battuti dai santi, questa affermazione ha fatto e continua a far luce. No, la santità (che è la comunione con Dio Amore e che si esprime nell'impegno a vivere bene con amore i propri impegni umani e cristiani) non consiste nel primato del sacrificio, del culto esterno e senz’anima, ma nell’amorosa obbedienza a Dio, mettendo in pratica il suo comandamento per eccellenza che è l'amore vicendevole. Può essere anzi un fatale inganno quello di volere ad ogni costo imporsi sacrifici esorbitanti, non tanto per rendere più serena e buona la vita propria e altrui, quanto per sembrare più bravi, più santi degli altri e - come il fariseo della parabola - vantarsi dei propri meriti e disprezzare l’altro considerato pubblicano, peccatore. Il fariseismo (quello imperante ai tempi di Gesù) è sempre pronto a riaffiorare là dove non c'è sufficiente ascolto della Parola da accogliere con gioia e mettere in pratica.
Che ognuno di noi - sacrificando dentro di sé il dare ascolto alle tante voci che ci spingono a trovare la salvezza nelle nostre buone opere, facendo tacere la voce del Signore che ci invita all’amorosa comunione con lui - possa affidarsi a Lui che tutto può e che tiene continuamente aperte le braccia per accoglierci.
*
Guardare alla famiglia con lo sguardo di Gesù
Avvenire(Stefania Falasca) Un percorso sinodale, un itinerario ecclesiale: dall’extra omnes al compelle intrare. Forse si potrebbe riassumere così il lavoro dei tredici Circuli minores, che ieri hanno concluso il confronto aperto sulla prima parte dell’Instrumentum laboris, il documento base dell’assemblea ordinaria sulla famiglia. Il lavoro di «aggiornamento» frutto del dibattito e del collazionare le diverse realtà culturali ed ecclesiali sullo stesso tema, è stato certamente un apporto di ricchezza, condiviso dai padri. E così il Sinodo ora si presenta, nonostante tutte le inevitabili forzature mediatiche, essenzialmente come evento ecclesiale, che vuole porsi sotto il primato del Vangelo e guidato dallo Spirito Santo. Mantenendo quindi intatta la sua caratteristica peculiare legata non tanto al tema in discussione, ma al metodo adottato su insistenza di papa Francesco: libertà di interventi, discussione franca, confronto fraterno, ascolto reciproco. I padri sinodali hanno fatto confluire al Sinodo il loro pensiero di vescovi e pastori ma, proprio per questo, hanno cercato di farsi anche eco delle diversità e del fermento suscitati nelle Chiese locali. «Il dibattito, il dialogo è importante all’interno dei Circoli, ritengo che questo sia un processo sano, è il metodo della Chiesa che ci porta alla comunione» ha detto nel corso del briefing di ieri il presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti Joseph Kurtz. Al quale ha fatto eco l’arcivescovo di Madrid Carlos Osoro Sierra: «Nessuno ci sta dicendo quello che dobbiamo dire». Questo ha fatto emergere l’esigenza di un parlare della famiglia non in termini astratti o idealizzati, l’imparare a leggere i segni dei tempi, ad usare un linguaggio positivo, comprensibile e che favorisca l’incontro e la prossimità con i contemporanei. E quindi non a un ripiegamento sul «così si è sempre fatto», dove il «sempre» indica a volte solo qualche generazione di credenti e non raggiunge mai la diversità delle comunità ecclesiali sorte dal crogiolo del Mediterraneo e diffusesi fino ai confini della terra, né tanto meno il parlare e l’agire di Gesù di Nazaret. E proprio la necessità di un linguaggio semplice, comprensibile e attraente sul modello di Cristo è stato evocato come una necessità dai padri sinodali. Il nodo è infatti questo: narrare alla famiglia umana l’immutabile buona notizia del messaggio cristiano con parole, gesti, atteggiamenti, cioè con un linguaggio di vita in grado di parlare al cuore e alla mente degli uomini e delle donne di oggi, di riscaldare quei cuori. E guardare alle singole persone e alle realtà delle famiglie con lo sguardo che aveva Gesù, che si interessava prima della loro vita e poi, chiamando per nome il peccato, annunciava al peccatore il perdono e la misericordia di Dio, di quel «Padre suo» che non vuole la condanna del peccatore ma che questi si converta e viva in pienezza. Perché è solo in questo sguardo conforme allo sguardo del Figlio di Dio che sta la capacità della Chiesa di essere oggi «esperta in umanità» e di essere profezia nel mondo.
*
E se Gesù dopo aver attraversato Piazza San Pietro entrasse nella Sala del Sinodo?
(a cura Redazione "Il sismografo")
(NdR. Il titolo è responsabilità della nostra Redazione)
(Gianni Valente) Il sinodo sulla famiglia iniziato da una settimana, e per certi versi sembra docilmente intento a eseguire lo spartito confezionato nei mesi di pre-tattica dai “lobbisti delle agende”. Si percepiscono le manovre più o meno dissimulate di chi è entrato in Sinodo con l'intenzione di farne una partita di politica ecclesiastica. Mentre molti appaiono concentrati a posizionarsi rispetto alla griglia dei mantra e dei codici dialettici offerti in dotazione attraverso i media («bisogna coniugare misericordia e verità», «la dottrina non può cambiare», «bisogna curare le ferite», «valorizziamo il ruolo della donna», «comunque gli africani respingeranno la colonizzazione dell’ideologia gender»).
Così, nessuno batte ciglio quando nell'aula o nei testi sinodali si scolpiscono affermazioni inesorabili e convinzioni perentorie, che pure appaiono lontane dalla dinamica nuova entrata nel mondo col Vangelo, che la Chiesa suggerisce con la sua predicazione da duemila anni.
Così, nessuno batte ciglio quando nell'aula o nei testi sinodali si scolpiscono affermazioni inesorabili e convinzioni perentorie, che pure appaiono lontane dalla dinamica nuova entrata nel mondo col Vangelo, che la Chiesa suggerisce con la sua predicazione da duemila anni.
Uno di questi assiomi dalla meccanica tipica delle clausole contrattuali si trova ad esempio nella Relatio del cardinale Peter Erdo. In quel testo letto in apertura del Sinodo, il porporato ungherese cita il paragrafo 41 dell'Instrumentum Laboris sinodale, dove proprio riguardo agli incontri evangelici di Gesù con la samaritana e l'adultera, si dice letteralmente che in quegli episodi Gesù, «con un atteggiamento di amore verso la persona peccatrice, porta al pentimento e alla conversione (va’, e non peccare più”), condizione per il perdono».
Ora, nel punto in cui pone la conversione come condizione previa del perdono, l'Instrumentum Laboris sinodale sembra quasi rovesciare il dinamismo proprio dell'esperienza cristiana, dove è semmai il perdono di Cristo che rende possibile riconoscere davvero e fino in fondo il proprio peccato, sentirne dolore, piangerne e convertirsi. È questo l’evento inaudito di salvezza che San Paolo descrive nella Lettera ai Romani: «Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui. Se infatti, quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. (Rm 11, 6-11).
Anche il Vangelo di Luca, quando racconta l'incontro di Gesù con la peccatrice perdonata e le reazioni dei farisei (Lc 7, 36-52), riporta le parole del Signore, che perdona i peccati di lei non davanti a una dichiarazione di previa conversione, ma per i gesti d’amore che lei ha avuto nei suoi confronti, baciandolo, rigandogli i piedi con le sue lacrime, cospargendolo di olio profumato: «le sono perdonati i suoi molti peccati» dice Gesù a Simone il fariseo «poiché ha molto amato.Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». E poi aggiunge, rivolto a lei: «”Ti sono perdonati i tuoi peccati". Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: "Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?". Ma egli disse alla donna: "La tua fede ti ha salvata; và in pace!».
La stessa dinamica raccontata da San Paolo e descritta da san Luca si ritrova in incontri e parole che attraversano tutto il Vangelo. È quella dinamica nuova, imparagonabile ai modelli delle dottrine religiose e dei codici morali partoriti dall’umanità nel corso della storia, che la Chiesa racconta agli uomini e alle donne da duemila anni, nel suo camminare nella storia. Lo diceva anche l’allora cardinale Joseph Ratzinger, a Giubileo del duemila già iniziato, per spiegare cosa muoveva in quel tempo giubilare la Chiesa a chiedere perdono per le colpe del passato: «È la certezza del perdono che permette la franchezza della confessione. Se non c’è il perdono che cosa rimane? Anche il peccato non ha più una spiegazione e possiamo forse trovare rifugio nella psicoanalisi per ridare pace alla nostra anima abbattuta.Mi sembra invece che solo il perdono, il fatto del perdono, permetta la franchezza di riconoscere il peccato».
È il perdono assaporato o almeno presentito come promessa nelle nostre vite che fa fiorire anche il dono gratuito del dolore dei peccati e quindi della conversione. Che nell’esperienza cristiana è sempre anch’essa una grazia da accogliere con gioia e gratitudine, e non l’effetto di un proprio sforzo di coerenza con una disciplina, o – peggio – di auto-purificazione, come dovrebbe sperimentare chiunque si avvicina al confessionale. La sorgente della conversione è il gesto gratuito del Signore sulle nostre vite, e non un presunto, ancestrale “senso del peccato” di cui occorrerebbe riattivare a tutti i costi il meccanismo colpevolizzante, nel mondo confuso e spappolato in cui ci troviamo a vivere. Nell’esperienza cristiana, la percezione stessa dei propri peccati si desta davanti all’amore gratuito di Cristo, quando ci accorgiamo di averlo tradito, e non come senso di mancata sintonia rispetto a una qualche concezione antropologica o a un qualche codice morale. Come accadde a Pietro, che pianse lacrime di purificazione solo quando incrociò lo sguardo misericordioso di Gesù, nel cortile della casa del Sommo Sacerdote.
Anche al sinodo, l’unica chance per relativizzare le operazioni delle conventicole organizzate e la collezione di asserzioni e posizionamenti astratti, è quella di guardare con sguardo cristiano elementare le dinamiche dell’agire morale che configurano la vita familiare. Tale sguardo ha sempre riconosciuto che nella condizione storica concreta, segnata dal peccato originale, tutti gli uomini sono feriti in naturalibus, nelle proprie facoltà naturali. E quindi, alla lunga e nel vissuto concreto, con tutti i suoi condizionamenti, può annebbiarsi – e di fatto si annebbia - anche il riconoscimento di ciò che sarebbe naturalmente evidente.
Un tale sguardo, realista e pieno di speranza nei doni della grazia, aiuterebbe a affrontare in modo diverso anche la lista delle “questioni calde”, a partire dall’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati. E sgombrerebbe il campo anche dal simulacro ideologico della “famiglia cattolica perfetta”, compiaciuta della propria robustezza alimentata a dosi di teologia del matrimonio, da spendere sul fronte delle “battaglie culturali” anti-relativiste. Un simulacro evocato anche da chi mostra insofferenza per l’immagine di «Chiesa ospedale da campo» che si china a «curare le ferite», e dice che bisogna pensare ai sani, non soltanto agli ammalati.
Ecco: uno sguardo cristiano alla vocazione e alla missione della famiglia, invece di dividere il mondo in «sani e malati», potrebbe far tesoro dell’esperienza quotidiana per cui noi mortali non siamo capaci mai di manifestare pienamente la fedeltà di Dio, il quale è fedele anche se il popolo è sempre infedele. Uno sguardo cristiano potrebbe far tesoro dell’esperienza di tanti matrimoni “sani” e “riusciti”, dove si tocca ogni giorno con mano che la fedeltà per tutta la vita è di fatto impossibile senza l'aiuto della grazia di Dio. E quando ciò accade, c’è solo da ringraziare il Signore in ginocchio, piangendo di gioia, per un grande dono (per-dono) che non si è meritato.
