martedì 3 dicembre 2013

Collegialità nel solco del concilio




Intervento dell’arcivescovo Baldisseri sul Sinodo dei vescovi. 

(Michele Giulio Masciarelli) Con una lectio inaugurale tenuta dall’arcivescovo Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, si è aperto a Chieti l’anno accademico dell’Istituto teologico abruzzese-molisano Pianum. Nell’aula magna, alla presenza tra gli altri di diversi presuli della regione, monsignor Baldisseri ha dedicato il suo intervento al tema del sinodo come espressione di collegialità per la Chiesa di oggi.L’arcivescovo ha iniziato ricordando che ai membri del tredicesimo Consiglio ordinario della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, Papa Francesco, il 13 giungo scorso, ha parlato del sinodo come di «uno dei frutti del concilio Vaticano II». Monsignor Baldisseri ha inoltre fatto riferimento ad altri interventi del Pontefice sullo stesso argomento: tra questi, l’accenno alla «riforma della segreteria del Sinodo» durante la conferenza stampa nel volo di ritorno da Rio de Janeiro a conclusione della Giornata mondiale della gioventù, il 28 luglio, e l’invito a vivere la sinodalità «a vari livelli» durante l’intervista al direttore della Civiltà Cattolica.
Puntuale è stata la sintesi di monsignor Baldisseri sugli interventi dei padri conciliari prima e durante il Vaticano II, interventi definiti «intuizioni profetiche che vale la pena evidenziare per la presente prospettiva di un rilancio dell’istituzione». Fra gli altri, il presule ha ricordato quelli che auspicarono la creazione, a livello di vescovi, di un organo consultivo (Silvio Oddi), di un’assemblea consultiva di vescovi (Paolo Marella), di un organo consultivo per l’amministrazione centrale della Chiesa (Bernard Alfrink). Senza dimenticare quanti proposero l’istituzione di un consiglio di vescovi che potesse coadiuvare il Papa nel governo della Chiesa (Ernesto Ruffini) e una nuova congregazione centrale, formata da vari vescovi residenziali al di sopra degli altri dicasteri romani (Ermenegildo Florit).
Il cardinale Franz König parlò poi di un gruppo internazionale di vescovi, e il cardinale Agostino Bea di fraterna collaborazione del collegio episcopale con il Papa, mentre Maximos IV Saigh, patriarca di Antiochia dei Melchiti, criticò la collaborazione dell’episcopato cattolico al governo centrale della Chiesa limitata alla sola Curia romana e propose la creazione di un «sacro collegio della Chiesa universale». Ancora, il cardinale Giacomo Lercaro espose alcuni principi fondamentali circa il primato e il suo esercizio in relazione alla collegialità, insistentendo sul fatto che nessuna norma di diritto divino impedisce che il Papa renda più frequente e abituale l’esercizio di questo potere del corpo episcopale mediante un nuovo organismo.
Questi interventi furono oggetto di attenta riflessione e si giunse alla richiesta a Paolo VI di voler determinare i modi e le norme di tale collaborazione nel governo della Chiesa, mediante la quale lo stesso Papa potesse essere meglio assistito e confortato da una valida e più responsabile collaborazione dei vescovi di tutto il mondo.
Monsignor Baldisseri ha messo in evidenza il grande impulso innovatore e le coraggiose scelte di Papa Montini, riferendosi in particolare a due discorsi del 1963: quello alla Curia romana (21 settembre) e quello all’inaugurazione del secondo periodo conciliare (29 settembre), quando Paolo VI aprì la prospettiva che rappresentanti dell’episcopato fossero associati al successore di Pietro nello studio e nella responsabilità del governo centrale della Chiesa, e che l’ufficio apostolico del Pontefice potesse «essere meglio assistito e confortato, nei modi da stabilire, da una più valida e più responsabile collaborazione dei nostri diletti e venerati fratelli nell’episcopato».
Fu però tra il 5 e l’8 novembre 1963 che il tema divenne oggetto di discussione nell’aula conciliare. Discussione il cui risultato indusse Paolo VI, il 15 settembre 1965, a meno di tre mesi dalla chiusura del concilio Vaticano II, a promulgare il motuproprio Apostolica sollicitudo, che istituiva ufficialmente il Sinodo dei vescovi.
Giovanni Paolo II è poi intervenuto più volte sul tema, ritenendo, fra l’altro, l’organismo sinodale «un’espressione particolarmente fruttuosa e lo strumento validissimo della collegialità episcopale, cioè della particolare responsabilità dei vescovi attorno al vescovo di Roma». I fondamenti teologici del Sinodo dei vescovi furono ribaditi da Papa Wojtyła il 30 aprile 1983 in un importante discorso al Consiglio della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, nel quale metteva in luce il nesso tra collegialità episcopale e organismo sinodale, sottolineando la differenza tra quest’ultimo e il concilio. Il Pontefice, tra l’altro, affermò: «Nelle assemblee sinodali vengono rappresentate dai rispettivi pastori delegati le singole Chiese locali di tutti i continenti. In tale maniera, anche il Sinodo dei vescovi è una magnifica conferma della realtà della Chiesa nella quale il collegio episcopale “in quanto poi è raccolto sotto un solo capo, significa l’unità del gregge di Cristo” (Lumen gentium, 22)».
Dopo aver ribadito che il Sinodo si fonda teologicamente sull’idea di comunione e sulla collegialità episcopale, monsignor Baldisseri ha ricordato l’interesse del Codex iuris canonici per il tema e le espressioni che esso usa sulla scia degli insegnamenti conciliari. L’arcivescovo ha poi ripreso il pensiero di Papa Francesco, sottolineando che nei prossimi mesi si apre un’ampia prospettiva di lavoro per mettere in atto quanto il Pontefice desidera compiere. E le indicazioni del Santo Padre, mezzo secolo dopo la creazione del Sinodo dei vescovi, saranno oggetto di confronti, di studio e di decisioni, in modo che questa istituzione sia sempre più un efficace aiuto nel governo della Chiesa di fronte alle sfide e ai problemi di società che sono in rapida evoluzione e nel contesto dei loro cambiamenti epocali. 
L'Osservatore Romano