mercoledì 4 dicembre 2013

La storia come un romanzo.

TRENTO. IL RACCONTO DEL CONCILIO

Hubert Jedin e la storia di un concilio difficile. Il consenso dopo la tempesta

Pubblichiamo brani dell’introduzione del libro Trento. Il racconto del Concilio (Milano, Vita e Pensiero, 2013, pagine 280, euro 20), scritto con stile avvincente dallo storico John W. O’Malley. L’opus magnum di Jedin, a cui il gesuita statunitense si riferisce, fu pubblicato in Italia in cinque tomi (1949-1981) dalla Morcelliana di Brescia, che l’ha poi ristampato (2009-2010).
(John W. O'Malley) Nel 1975 Hubert Jedin (1900-1980), professore emerito di Storia della Chiesa all’università di Bonn e forse il più insigne storico cattolico della Chiesa del XX secolo, pubblicò il quarto e ultimo volume della sua Geschichte des Konzils von Trient, frutto di una vita di ricerche e pubblicazioni su quell’argomento. Il suo lavoro ha fornito una base più ampia e più solida per la comprensione del concilio ed è ancora il principale punto di riferimento degli studi su quel capitolo della storia del Cinquecento.Per strano che possa sembrare, fino a Jedin siamo stati tra due fuochi, dovendo attingere a due classici del XVII secolo scritti entrambi da cattolici, ma da due punti di vista opposti. Uno, l’Istoria del Concilio Tridentino di Paolo Sarpi, ha letto Trento come la dimostrazione dell’impossibilità di riformare la Chiesa e il conseguente trionfo dell’assolutismo papale. Non per niente il veneziano Sarpi, per sfuggire alla censura, pubblicò l’opera a Londra nel 1619. La risposta, incoraggiata dal Vaticano, arrivò quattro decenni più tardi con la Istoria del Concilio di Trento in due volumi del gesuita Sforza Pallavicino. Benché autorevole, l’opera di Sforza Pallavicino non ha la vivacità e la finezza di quella di Sarpi, e tuttavia le due opere e le rispettive impostazioni hanno dominato per secoli la scena della storiografia conciliare.
La Geschichte di Jedin è quindi stata un grande passo avanti, l’uscita da un’impasse. Pochi, però, si sono addentrati nei quattro formidabili volumi dello storico tedesco. Le traduzioni in inglese dei primi due sono uscite nel 1957 e nel 1961. In quel momento l’interesse era grande, anche per l’imminenza del concilio Vaticano II del 1962-1965. Molti desideravano capire meglio il legame tra i due concili, specialmente quando, in relazione al Vaticano II, si cominciò a parlare di «fine della Controriforma», quella Controriforma della quale Trento era stato l’emblema.
Poi la curiosità si ridimensionò e i due ultimi volumi, usciti in Germania nel 1970 e nel 1975, non furono tradotti in inglese. Nel frattempo gli storici dell’Europa occidentale continuarono a scrivere libri e articoli destinati agli specialisti, tra i quali va ricordato almeno La France et le Concile de Trente (1518-1563) di Alain Tallon, del 1997, che è anche un tentativo di controbilanciare da una prospettiva francese una storiografia conciliare dominata dai tedeschi e poco comprensiva, secondo Tallon, verso il punto di vista francese sull’evento.
Anche per via dell’eccellenza della Geschichte di Jedin e dei molti suoi altri contributi su Trento, la ricerca storica, specialmente in Italia, si è a poco a poco distolta dal concilio in senso stretto per concentrarsi sulla sua attuazione e le sue conseguenze. Il meglio di questa storiografia traccia una chiara linea di separazione fra Trento e il “tridentinismo”, cioè tra le decisioni del concilio e come furono poi interpretate.
È una distinzione che chiarisce come Trento sia diventato un mito al di là di ciò che fu in se stesso. Se Jedin ci ha guidati fuori da un’impasse, questi studi più recenti hanno messo in evidenza altre questioni circa gli effetti e il significato di “Trento”.
La mia intenzione è semplice: offrire un’introduzione a Trento che possa essere letta da un addetto ai lavori e risultare forse utile anche allo storico e al teologo. Spero di sgombrare il campo da almeno qualcuno dei malintesi sorti intorno al concilio. Riassumerò il contesto in cui si è svolto, i problemi che ha affrontato e le decisioni che ha preso, con l’intenzione di offrire una sintesi che aiuti a capire Trento in quanto evento storico unitario, anche se particolarmente complesso. Il concilio di Trento ha avuto una logica interna che ha modellato i suoi episodi, anche quelli apparentemente fortuiti e isolati. Se ci si pone in questa logica, le sue decisioni, per quanto varie e numerose, si rivelano tasselli di uno schema complessivamente unitario.
Come chiunque scriva oggi su questo tema, devo moltissimo a Jedin, un maestro che ci ha indicato la via. Nei decenni trascorsi dagli anni Trenta in cui egli pubblicò i suoi primi studi, la sua opera ha mostrato alcuni limiti, né poteva essere altrimenti. Nondimeno, nell’insieme essa ha retto egregiamente al tempo; senza Jedin, non so se avrei scritto questo libro.
La riforma del papato fu una preoccupazione costante del concilio di Trento, che nel terzo periodo attraversò una crisi lunga e grave. La preoccupazione proveniva dall’antico scontento per lo sfarzo della corte papale e l’immoralità di alcuni suoi membri, ma riguardava, più in profondità, l’abolizione o la limitazione delle esazioni che, per scopi apparentemente pii, i Papi imponevano a ecclesiastici e laici. Il risentimento per quelle esazioni, nelle loro molte varianti, covava da generazioni: non per niente Lutero aveva affisso le sue Novantacinque Tesi come reazione a una di esse, la “vendita” delle indulgenze, e ne attinse a piene mani nell’Appello alla nobiltà cristiana della nazione tedesca. Il punto più dolente a Trento era però l’abitudine della corte papale di dispensare dai canoni che obbligavano i vescovi a risiedere nelle diocesi e i parroci nelle parrocchie e che prescrivevano un vescovo per ogni diocesi e un parroco per ogni parrocchia. Queste dispense favorivano molti abusi di non residenza e il cumulo dei benefici di cui si scandalizzavano i prelati di tendenza riformatrice.
Se il cuore della riforma tridentina era ricondurre alle loro greggi e ai loro compiti i vescovi e i parroci che se n’erano allontanati, la politica papale a quel proposito rischiava di aprire varchi nel recinto dei decreti, rendendo lettera morta le legiferazioni del concilio. Ma affrontare il problema implicava fare i conti col tabù dell’«autorità della Sede Apostolica». Il conflitto su quel tema è punto focale del dramma vissuto nel concilio di Trento.
Dramma? È il contrario dell’idea che i profani hanno avuto e hanno di Trento. Tanto gli ammiratori che i detrattori di quel concilio tendono a immaginarlo come una specie di raduno monolitico e autoreferenziale risoluto a far tutto il necessario per rimettere ordine nella comune casa cattolica. Ebbene, il vero concilio di Trento fu tutto tranne questo.
Estremamente difficile da convocare, fu ancora più difficile da far funzionare. Nel corso del suo sviluppo, incomprensioni e risentimenti rischiarono continuamente di portarlo fuori strada. Alla fine si raggiunse un notevole consenso, ma solo dopo una navigazione in acque agitate e, a volte, in vere e proprie tempeste.
L'Osservatore Romano