mercoledì 4 dicembre 2013

Perché il sogno non diventi un incubo



Comunicato finale. La pastorale dei migranti e dei rifugiati in Europa: una proposta di comunione. Incontro dei vescovi e delegati responsabili per la pastorale dei migranti delle Conferenze episcopali in Europa   
CCEE
 
L’approccio al fenomeno migratorio in Europa è vittima di una sorta di schizofrenia. Mentre l’UE riconosce sempre più diritti all’immigrato regolare, l’Europa fortezza continua a gestire la mobilità umana come una questione meramente economica. Il migrante non è una merce (...) 

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A Malta incontro del Ccee dedicato alla pastorale per i migranti e i rifugiati. 

«Ogni istanza che ignori la dignità umana costituisce un affronto alla volontà divina e viola i diritti fondamentali di cui ogni persona è portatrice». In particolare, la «chiamata all’amore e alla solidarietà» nei confronti dei migranti «è responsabilità di tutti» ma c’è «una responsabilità maggiore per tutti quelli che occupano una posizione di amministrazione e di governo, perché li impegna a prendersi cura particolarmente dei più deboli». È quanto ha detto ieri a La Valletta — riferisce il Sir — il presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, cardinale Antonio Maria Vegliò, nel suo intervento al convegno «La pastorale per i migranti e i rifugiati tra integrazione e inclusione» organizzato dalla sezione «Migrazioni» della commissione «Caritas in veritate» del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee).
Il porporato ha ricordato che «nessuno è autorizzato a ledere la dignità umana, né un governo, né un ente pubblico o privato. Essa va rispettata e promossa attraverso l’affermazione e la tutela dei diritti umani, che includono il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, il diritto all’educazione, al lavoro, alla reputazione, al rispetto», oltre al «diritto a vivere senza paura e nella sicurezza, con possibilità di accedere a un equo sistema giudiziario». Da qui l’auspicio di una stretta collaborazione tra Paesi di origine, di transito e di destinazione dei migranti e di adeguate normative che possano coagulare i diversi assetti legislativi, per «coniugare la salvaguardia dei diritti fondamentali dei migranti e delle loro famiglie e la tutela delle comunità di arrivo e di accoglienza».
Il fenomeno migratorio è sempre stato presente nel continente europeo, ma per diverse ragioni assume oggi nuove dimensioni e si presenta più complesso che mai. Rifugiati, migranti temporanei, lavoratori stagionali, giovani in ricerca di lavoro esigono da parte della società una risposta a livello sociale, politico e anche pastorale. Seguendo una già lunga tradizione — si legge in un comunicato — il Ccee vuole contribuire in tal modo alla riflessione sulle questioni che nascono in Europa nell’ambito della pastorale con e per i migranti. Il convegno di Malta (Paese dove la percentuale di richiedenti asilo, 21,7 ogni mille abitanti, è la più alta in Europa) serve a non dimenticare — ha affermato il cardinale Josip Bozanić, arcivescovo di Zagabria e coordinatore della sezione «Migrazioni» della commissione «Caritas in veritate» — le tante persone che attraversano il mare Mediterraneo «in condizioni così disumane alla ricerca di un mondo migliore, con un sogno tra le mani che spesso si trasforma in un incubo. L’Unione europea e i diversi Paesi europei non possono chiudere gli occhi di fronte al dramma di questa gente o lasciare tutta la responsabilità sulle spalle dei singoli Paesi di frontiera». Per il porporato — riporta il Servizio informazione religiosa — le nazioni europee «devono impegnarsi sempre più seguendo le più profonde radici e eredità che l’Europa ha ricevuto dalla fede cristiana, aiutando sia le persone sia le comunità e i singoli Paesi di origine e di arrivo perché la giustizia e il bene comune non siano calpestati». La Chiesa, in tal senso, prendendo le mosse non soltanto dalla giustizia ma anche dall’insegnamento della carità, «da un lato la fa essere vero difensore della giustizia ma dall’altro garantisce che essa non smetterà mai di abbracciare ogni persona anche laddove manchi la giustizia». Spesso, infatti, «la Chiesa è l’unica voce e l’unico volto amico che si avvicina e che difende ognuno, a prescindere da ogni discriminazione».
Della situazione in Italia ha parlato monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, per il quale c’è «una politica miope sull’immigrazione», essendo tale fenomeno «ancora fortemente segnato da una legislazione che pone al centro il tema della sicurezza» e si preoccupa solo di «dare il permesso di soggiorno e controllarne la sua regolarità». Il “pacchetto integrazione” varato nel 2009 «è arrivato senza le dovute risorse» e questo controllo «di fatto è rimasto infruttuoso, con l’aggravante di successive sette sanatorie e la regolarizzazione del 65 per cento delle persone. Il soggiorno legale delle persone, pertanto, non è avvenuto attraverso i flussi, ma attraverso le sanatorie continue, fino all’ultima emersione di 134.000 immigrati nell’autunno 2012».
Questi aspetti legislativi, ha proseguito — riferisce il Sir — il direttore della Migrantes, «hanno contribuito a creare ostacoli verso un processo di integrazione» creando in Italia «il numero più alto, in ambito europeo, di persone che hanno paura dello straniero: sei italiani su dieci. Tutto ciò scaturisce da un aspetto securitario che è stato ulteriormente alimentato da un processo di informazione che ha visto produrre un milione e mezzo di articoli sugli immigrati, dove alla parola immigrazione si associava l’equivalenza di criminale, clandestino, irregolare. Questa informazione ha creato ulteriormente una cultura del sospetto, della distanza e dell’incomprensione». A livello pastorale monsignor Perego ha invitato a coinvolgere soprattutto i figli degli immigrati, più facilmente integrabili, citando esperienze positive diffuse tra le settecento comunità etniche in Italia, accompagnate da duemilatrecento sacerdoti, con la sperimentazione di strumenti catechistici e di preghiera linguistici. E ha raccontato ai delegati l’esperienza ecclesiale vissuta a Lampedusa, dove sono arrivati quest’anno quarantamila migranti.
All’incontro di La Valletta, che si conclude oggi, partecipano una quarantina di vescovi e delegati della pastorale migratoria di diciannove conferenze episcopali. Monsignor Charles J. Scicluna, vescovo ausiliare di Malta, ha invitato a «trasformare la sfida delle migrazioni in opportunità e tradurre l’opportunità in impegno a livello europeo». Della situazione maltese ha parlato Alfred Vella, direttore della commissione «Malta emigrants»: la Chiesa locale risponde alla sua missione con quattrocento posti-letto e servizi per aiutare i migranti e richiedenti asilo in quattordici centri di accoglienza sparsi su tutto il territorio; a breve c’è l’intenzione di aprire anche un centro diurno per minori. I migranti che approdano a Malta, in genere in transito verso l’Europa, sono spesso costretti a restare sull’isola mesi o anni nei centri “chiusi” (di fatto luoghi di detenzione preventiva da cui non possono uscire se non ottengono lo status di rifugiato) o “aperti”, molti dei quali gestiti da organizzazioni ecclesiali. «La Chiesa di Malta — ha detto Vella — è stata una pioniera nel dare ospitalità» e si batte per centri di accoglienza aperti dove le persone vengano ascoltate nei loro bisogni e siano libere di uscire. Lunedì, dopo aver visitato il centro “chiuso” di Hal Safi dove sono rinchiusi oggi settecento migranti africani, monsignor Duarte Nuno Queiroz de Barros da Cunha, segretario generale del Ccee, si è detto «molto impressionato: ho visto ragazzi in gamba, brave persone, con la capacità di affrontare una sfida così grande e difficile pur venendo da Paesi lontanissimi».
L'Osservatore Romano