mercoledì 4 dicembre 2013

Sotto il mantello dei santi




Un convegno 450 anni dopo

(Lydia Salviucci Insolera) Il 2 e il 3 dicembre alla Pontificia Università Gregoriana si svolge il convegno per il quattrocentocinquantesimo anniversario del decreto sulle immagini promulgato nell’ultima sessione — proprio il 3 dicembre — del concilio di Trento nel 1563. L’occasione dei due giorni non è finalizzata a un mero festeggiamento di una ricorrenza pur importante, ma offre l’opportunità di poter fare il punto su una realtà storica e artistica tanto discussa e valutata nel corso degli anni.
Compito di Paolo Prodi, autore di un saggio basilare sulla teorica delle arti figurative nella riforma cattolica, ridefinirne i punti essenziali. Il testo del decreto è breve e senza indicazioni di tipo iconografico sulle scelte da compiersi in ambito artistico: è soprattutto, infatti, la conferma del significato sacro dell’immagine, sia essa dipinta, scolpita o altro. Immagine intesa perciò non per quello che raffigura, ma in relazione al prototipo in esso raffigurato (di Cristo, della Vergine, dei santi, e via dicendo). La venerazione di un’immagine sacra viene così a Trento confermata e rinnovata nel fondamento di quella teologia sull’immagine, che in epoca bizantina trova la sua applicazione nel concilio di Nicea II. L’icona, quindi, rappresenta il massimo esempio della tradizione cristiana. 
Che la dimensione contemplativa insita nell’immagine sia imprescindibile, perché parte integrante della stessa realtà cristiana, costituisce l’ossatura base del decreto e tale significato di santità in relazione alle immagini verrà nel corso del convegno dal più grande esperto dell’argomento, il domenicano François Boespflug (in pagina anticipiamo un estratto del suo intervento).
Va ricordato che l’elaborazione della stesura del decreto trovò riuniti tra il 1561 e 1562 vari teologi e personalità protestanti. Queste conferenze vennero promosse dalla regina Caterina di Francia, per suo interessamento politico strategico in quanto stavano avvenendo vari episodi di iconoclastia da parte dei calvinisti. Particolarmente significativo in questi incontri è stato il ruolo avuto, come teologo pontificio, dal secondo padre generale della Compagnia di Gesù, Diego Laínez. Grazie alla riscoperta di alcune carte d’archivio autografe si evince l’interesse e la conoscenza di padre Laínez di tutte le implicazioni teologiche sull’argomento. A proposito del culto dovuto alle sacre immagini egli scrive: «Et in questa adoratione non ha altra parte la imagine che rappresentare la cosa che significa, tirando la mente non a sé, ma a essa. Di modo che ancora che io mi inginocchi verso la Imagine, non m’inginocchio alla imagine, ma a Dio o al santo ch’essa mi rappresenta. (...) Così anchora chi considerando la grandezza d’Iddio s’inchina e bacia la terra, non honora questa terra ma honora il Signore Dio».
Inoltre con lungimiranza — sapendo noi ora come negli anni successivi siano avvenute delle forzature riguardo all’applicazione del significato di liceità delle immagini da osservare nei luoghi sacri — il teologo gesuita mette in guardia dagli abusi che possono sorgere da valutazioni troppo eccessive: «Nella cui correttione si doveria guardare tre cose. Prima che quel che si corregge sia veramente abuso, perché molti o per ignoranza o per zelo non secundum scientiam può essere che diano questo nome a cose che non lo meritano. La seconda è che si correggano gli abusi per quelli ch’hanno la podestà et non per quelli che non hanno giurisdittione: come sono quei che sono fuori della Chiesa. La terza conditione almeno decente è che quelli che vogliono correggere gli abusi in altri non habbiano in sé maggiori abusi, secondo quel proverbio in cui una padella dice al coperchio, va in là che tu mi tingi». 
L'Osservatore Romano


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Trento e il decreto sull’uso delle immagini. 



(Francois Boespflug) Gli anniversari non sono accompagnati automaticamente da una pioggia di grazie, e la speranza di portare del nuovo alla comprensione del decreto del concilio di Trento «Sull’invocazione, la venerazione e le reliquie dei santi, e sulle immagini sante», quattro secoli e mezzo, giorno più giorno meno, dopo la sua promulgazione è ovviamente ridotta.
A questo riguardo lavori di alta qualità sono stati realizzati nel secolo scorso, tra di essi figurano sicuramente in prima linea quelli di Hubert Jedin (1900-1980). Certamente da allora la bibliografia scientifica su questo decreto e soprattutto sui suoi effetti diretti e indiretti, si è accresciuta, ma le ricerche comportanti delle novità di cui bisognerebbe tener assolutamente conto, non sembrano molto numerose.
Tuttavia la novità potrebbe venire d’altrove. Nella misura in cui «ogni storia è storia del presente» (Marc Bloch), e in cui il presente (quello della società globale come quello della Chiesa) non cessa di cambiare, specialmente in materia d’immagini religiose, potrebbe cambiare pure, in conseguenza, lo sguardo che si può portare nel 2013 su quel decreto tridentino. Ed è questo precisamente il nocciolo del nostro intervento: prendere coscienza della distanza che si è scavata da quattrocentocinquant’anni a questa parte nella nostra percezione delle immagini di cui la vita cristiana e, chi lo sa, la nuova pastorale, può fare uso con qualche profitto. In queste condizioni diventa allora necessario porsi la domanda radicale: il decreto del concilio di Trento può ancora, nel XXI secolo, illuminare la strada della Chiesa nel Paese delle immagini? Grande, infatti, è la distanza che la Chiesa e la società odierna (in Francia, in Italia, in tutta l’Europa) hanno preso dal decreto tridentino. Tra il mondo d’immagini che ci avvolge quotidianamente e quello al quale accedevano i fedeli della seconda metà del XVI secolo, è appena necessario sottolinearlo, lo scarto è diventato considerevole. Il concilio di Trento coincide con un’epoca di affollamento di santi, di santi venerati, di fatto, dai fedeli con fervore, e dalla Chiesa nella liturgia, con le loro feste, e i loro santuari, contro i quali Lutero aveva voluto reagire. Il Vaticano II, nella Sacrosanctum concilium, promulgata il 4 dicembre 1963, quattro secoli dopo il decreto tridentino, dà l’impressione di un netto colpo di freno in senso restrittivo: «Verrà fermamente mantenuta la pratica di proporre nelle chiese immagini sacre alla venerazione dei fedeli; ma esse saranno esposte in numero limitato e in giusta disposizione, in modo da non suscitare stupore nel popolo cristiano e favorire una devozione mal orientata».
Da questo punto di vista, eccezion fatta per alcune rare icone tra le quale la Trinità di Rublëv, la percezione che si può avere delle immagini ai nostri giorni nella Chiesa cattolica secondo il Vaticano II, in conformità con gli orientamenti del concilio, si ricollegherebbe piuttosto all’atteggiamento assunto nei loro confronti dalla patristica greca, e da Gregorio Magno. Costui metteva in evidenza, come ben sappiamo, le virtù didattiche dell’immagine — e questo aspetto è menzionato nel testo del Vaticano II che abbiamo appena citato: «Per mezzo della storia dei misteri della nostra redenzione rappresentati dai dipinti (...), il popolo è istruito e confermato negli articoli della fede, che debbono essere richiamati e venerati assiduamente», ma tale non è nel decreto tridentino che fonda la legittimazione delle immagini sante sul famoso principio di transitività dello sguardo e dell’intenzione («l’omaggio che si rende loro risale ai modelli originali che esse rappresentano») e impone, anche in ciò provocato dalla polemica con i protestanti, di mettere in guardia contro ogni uso superstizioso delle immagini: «Non si creda che vi sia in esse un ché di divino o qualche virtù che giustifichino il loro culto». A ben vedere, non sono le immagini in quanto tali che hanno la preminenza a Trento, neanche quelle del Cristo, della Vergine o degli angeli, ma i santi stessi — mediante la loro venerazione, le loro reliquie e le loro immagini. Dal decreto di Nicea II a quello di Trento, si è verificato come uno scivolamento silenzioso e un’inversione invisibile dei rapporti tra Cristo e i santi: il dibattito di Nicea II con gli iconoclasti riguardava essenzialmente l’immagine di Cristo che albergava quelle della Vergine, degli angeli e dei santi, ultimi nell’enumerazione. A Trento è l’inverso: il dibattito riguardò la moltiplicazione dei santi e delle loro immagini, e questi ultimi eclissarono, almeno nella lettera del testo, quelle del Cristo, della Vergine e degli angeli.
Ciò che, invece, in fondo sembra non essere cambiato nella vita della Chiesa, a dispetto di una convinzione molto diffusa tra i cattolici odierni, è che l’immagine come tale non è sovente l’oggetto di un interesse sostenuto da parte dei Pontefici, dei concili e da la maggior parte dei grandi teologi. Certamente, nella Chiesa post-tridentina esistono eccezioni tra gli ecclesiastici, come il cardinale Paleotti, alcuni vescovi, come Federico Borromeo, Francesco di Sales. Ma in definitiva, a Trento e durante il periodo che segue, specialmente nella letteratura di controversia interconfessionale, è in primo luogo il diritto dei santi a essere venerati dai cattolici che viene difeso, anche mediante le loro reliquie le immagini, non tanto queste o l’immagine in quanto tale. Ancorché il periodo della Riforma cattolica e il nostro hanno in comune, tra altri, il fatto di essere stati entrambi segnati da una rivoluzione mediatica, provocata dalla diffusione repentina e massiccia di immagini in un nuovo medium: la rivoluzione dell’incisione provocata dall’invenzione della stampa e la pratica di tecniche di xylo-incisione e di acqueforti, che hanno potuto rapidamente riprendere in nero e bianco tutto l’ambito della pittura.
Altro punto comune alle due epoche, e ai due concili: la questione delle immagini, nella Chiesa, non è una questione autonoma, di valore in sé, non più del resto di quelle, connesse, del libro o dell’arte. A Trento, la questione delle immagini è introdotta nel quadro della riaffermazione della legittima venerazione dei santi; nel Vaticano II, lo è in una costituzione che pone tutto l’accento sulla “partecipazione” dei fedeli alla liturgia, che è ciò che conta, e che rende opportuno parlare “anche”, ma solo “in fine”, dell’arte e delle immagini. Il carattere tardivo e quasi furtivo della promulgazione del decreto tridentino sulle immagini della venticinquesima sessione va in questo senso, come il posto modesto dell’immagine e quasi nullo dell’icona nel Vaticano II.
L'Osservatore Romano