sabato 14 febbraio 2015

VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Nella sesta domenica del Tempo ordinario la liturgia ci propone il Vangelo in cui un lebbroso supplica in ginocchio Gesù: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Il Signore ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse:
«Lo voglio, sii purificato!».
  Il Vangelo di oggi ci pone davanti ad un malato di lebbra e alla guarigione che il Signore compie. Forse non siamo più neppure in grado di comprendere la tragedia che questa malattia portava e porta con sé, anche se oggi essa è curabile. È ancora presente nel mondo con 700-800 mila casi, quasi tutti concentrati in pochi paesi tropicali (alcuni pochi casi, soprattutto di stranieri, sono segnalati anche in Italia). Per la sua tragica devastazione del corpo, causa deformità delle mani e dei piedi, cecità ed altro, e le sue conseguenze sociali di esclusione dalla comunità civile e religiosa, era ed è tutt’ora considerata, in molte parti, una maledizione divina. Al punto che oggi, per evitare la stigmatizzazione che essa porta con sé, si preferisce chiamarla “Morbo di Hansen”, il medico norvegese che ne identificò il bacillo. Al tempo di Gesù i lebbrosi erano davvero gli “inavvicinabili”, gli “intoccabili” – un’immagine di ciò che il peccato fa nell’uomo. Davanti al grido di aiuto del lebbroso, che “riconosce” in Gesù l’inviato di Dio per curare anche i lebbrosi, Gesù risponde con la sua “compassione” divina, tende la mano, lo tocca – diventando secondo la legge, egli stesso impuro – e gli dice: “Lo voglio, sii guarito”. Questa compassione che cura davvero, che ha la tenerezza di una madre, è oggi anche per quanti, a causa dei lori peccati, si sono separati da Dio e dagli altri e possono, in Gesù, essere guariti, essere restituiti alla loro dignità di figli di Dio. (Pasotti)

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MESSALE
Antifona d'Ingresso   Sal 30,3-4
Sii per me difesa, o Dio, rocca e fortezza che mi salva,
perché tu sei mio baluardo e mio rifugio;
guidami per amore del tuo nome.
 
Colletta

O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora. Per il nostro Signore ... 

Oppure:

Risanaci, o Padre, dal peccato che ci divide, e dalle discriminazioni che ci avviliscono; aiutaci a scorgere anche nel volto del lebbroso l'immagine del Cristo sanguinante sulla croce, per collaborare all'opera della redenzione e narrare ai fratelli la tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura
  Lv 13,1-2.45-46
Il lebbroso se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento. 


Dal libro del Levìtico
Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e disse: «Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli.
Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: "Impuro! Impuro!". Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento».

    

Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 31
La tua salvezza, Signore, mi colma di gioia.
Beato l'uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l'uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno.

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.

Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!
Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia! 


Seconda Lettura
  1 Cor 10,31 - 11,1
Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo. 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza.
Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo.
 

Canto al Vangelo
    Lc 7,16
Alleluia, alleluia.

Un grande profeta è sorto tra noi,
e Dio ha visitato il suo popolo. 

Alleluia.
   
   
Vangelo 
 
Mc 1, 40-45
La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!».
E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte. 

*

Ricreati in Cristo diventeremo un Vangelo vivente

Commento al Vangelo della VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) -- Mc 1,40-45


Parole, guarigioni ed esorcismi avevano esteso la fama di Gesù "al punto non poteva più entrare pubblicamente in una città". La fama che sgorgava dalla sua compassione. Questa parola traduce in italiano il greco splanxnisthèis (avente viscere che fremono) che traduce a sua volta l'ebraico rahamin, che rimanda all'amore viscerale di una madre (rehem = utero, seno materno). 
La compassione svela dunque il cuore materno di Gesù, da cui scaturisce un amore capace di accogliere, concepire e generare, dare alla luce, creare e ricreare: la compassione che ha abbracciato il lebbroso.  
Reietto, impuro e impossibilitato ad avvicinarsi a chiunque, aveva molto camminato nelle umiliazioni, nei fallimenti e nel dolore. Non aveva nessuno, e quando non si ha nessuno ci si aggrappa all’unico ricordo che non tradisce mai, quello della propria madre. Anche quando si muore sale prepotente sulle labbra la parola “mamma”, perché la morte è molto simile alla nascita. 
Per questo la sofferenza spinge, fosse pure inconsapevolmente, verso la propria origine, dove la carne e il cuore si sono sentiti accolti, nutriti, amati. Verso il grembo dove nascevano, intatte, le speranze, e tutto poteva ancora essere. 
Il dolore, fisico e spirituale che in un lebbroso sono così uniti, è attratto da ciò che potrebbe innescare una rigenerazione nella purezza perduta. Perché, misteriosamente, Cristo attrae tutti nel suo passaggio vittorioso attraverso la morte, per trasformare ogni dolore in una nuova nascita.  
In qualche modo, dunque, la “fama” di Gesù era per il lebbroso il segno che in quell'Uomo che stava passando vicino a lui si celava un cuore di madre, e per questo poteva infrangere le regole che lo volevano segregato.  
In un momento s’era di nuovo accesa la speranza bambina, innocente e audace. E sgorgava proprio dal suo dolore e dalla sua solitudine, che avevano plasmato in lui un cuore umile, l’unico capace di mettersi in cammino verso Cristo. 
Per incontrarlo, infatti, il lebbroso ha dovuto percorrere un catecumenato nel quale a poco a poco uscire dall’isolamento e avvicinarsi “accampamento”. Quanto cammino, e che umiliazioni per uscire da se stesso, dal suo passato di schiavitù. Non poteva dissimulare chi fosse, doveva “portare vesti strappate e il capo scoperto”, e ad ogni passo gridare “immondo, immondo”. 
Sì, senza la consapevolezza della propria realtà non si arriva a Cristo. E’ necessario accettare di essere peccatori, perché al posto di quel “immondo, immondo” si possa gridare “purificato, perdonato, rinato”. Perché ogni incontro autentico con Gesù si realizza in virtù di un cammino in discesa per immergersi nella sua compassione, che per noi sono le viscere di misericordia della Chiesa, ovvero il fonte battesimale e ogni sacramento che rinnova in noi la Grazia.  
Solo l’umiltà, infatti, ci schiude gli occhi nella fede, per riconoscere in Gesù il volto di Dio. Come il lebbroso che “venuto a Lui”, sapeva di potersi fidare, perché proprio in Lui era stato creato; la pelle straziata, le membra squassate, non potevano cancellare la verità: nessuno al mondo gli aveva provocato gli stessi sentimenti e ispirato le stesse certezze.  
Lui assomigliava a Gesù, perché Gesù si era fatto simile a lui. Sulla via del Calvario e sulla Croce avrebbe infatti perso le apparenze di un uomo, disprezzato, rifiuto degli uomini, diventando come uno davanti al quale ci si copre il volto (Cfr. Is. 53).  
Per questo, nella fede, il lebbroso aveva visto Gesù come un altro se stesso. Non aveva dubbi, si trovava dinanzi all'uomo dei dolori, che conosce bene il patire, il suo. Così è sgorgata dal suo cuore l'invocazione come una sincera professione di fede: "Se vuoi puoi guarirmi". 
Mi hai amato, pensato e creato Tu, sono tuo, se vuoi puoi ancora avere misericordia; tu conosci le mie sofferenze, come solo una madre può conoscere. Sono carne della tua carne, e Tu hai il potere di distruggere la morte. Ti prego, distruggila ora in me, tu puoi, se vuoi. 
E qui le viscere di Gesù si commuovono, come per un figlio, per un fratello amato più di se stesso, spingendo le sue mani per toccare quelle carni straziate e guarirle.   
Nell’incontro con Cristo, il Tempio, il culto, la vita del Popolo Santo, tutto quanto era stato interdetto al lebbroso secondo la Legge, era di nuovo lì per lui, incarnato in Gesù. Poteva rientrare nella comunione, nella lode, nella vita piena, secondo la vocazione del suo popolo. 
Poteva cioè “fare tutto per la gloria di Dio, sia che mangiasse, sia che bevesse, sia che facesse qualsiasi altra cosa”. Era guarito, non viveva più per se stesso. Ecco, proprio dal frutto del miracolo di Gesù, comprendiamo quanto abbiamo bisogno di Lui. Noi, che viviamo per saziare la nostra carne, e ci ritroviamo soli come i lebbrosi, in questa Domenica siamo chiamati dalla Chiesa a metterci in cammino come il lebbroso, per inginocchiarsi dinanzi alla compassione di Gesù. 
E come accadde a Lui, così anche a noi la “compassione” giocherà un bello scherzetto. Ci getterà nella mischia, nella grande arena dell’evangelizzazione. Ricreati in Cristo, infatti, diventeremo come il lebbroso un Vangelo vivente. Non potremo più nasconderci, perché quello che prima ci separava dagli altri nell’egoismo, sarà trasformato dalla Grazia. Le membra offerte al peccato saranno strumenti offerti all’amore. 
Perché quando Gesù guarisce qualcuno è sempre per guarirne moltissimi altri attraverso di lui. Coraggio allora, ci aspetta un lungo cammino di conversione, perché la messe di lebbrosi da mietere nella misericordia è davvero grande.

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La lebbra e il perdono

Lectio Divina sulle letture liturgiche della VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B), 15 febbraio 2015


Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente lectio divina sulle letture liturgiche della VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B), 15 febbraio 2015.
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La lebbra e il perdono
Rito Romano
VI Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - 15 febbraio 2015.
Levitico 13,1-2.45-46; Prima Corinzi 10,31-11.1; Marco 1,40-451
Rito Ambrosiano
Ultima Domenica dopo l’Epifania – detta “del perdono”.
Is 54,5-10; Sal 129; Rm 14,9-13; Lc 18,9-14

1) La vita è un miracolo e il Vangelo non è una fiaba.
Il brano del Vangelo di oggi narra l’incontro tra Gesù e il lebbroso. Il Messia lascia Cafarnao, dove aveva cominciato le prime guarigioni, e va nei villaggi vicini, dove doveva portare il Vangelo. Nel deserto, che avvolgeva questi piccoli paesi di Galilea, certamente non c’era la sabbia, come nel Sahara, più che altro c’era una natura così aspra che nessuno voleva viverci. Era zona di passaggio, una terra di nessuno. Ma questo non voleva dire che non ci fosse nessuno, perché l’uomo a volte abita proprio là, per scelta o colpa propria o perché qualcuno ce l’ha mandato. E’ il caso del lebbroso. Chi era colpito dalla lebbra, “la primogenita della morte” (Gb 18,13), doveva tenersi separato e non poteva avvicinarsi a nessuno, perché la legge dell’Antico Testamento prescriveva: “Il lebbroso starà solo, lontano, fuori dell’accampamento” (Lv 13,46)2.Il lebbroso era abbandonato a se stesso, destinato ad una lenta morte, infamato quanto era ritenuto un peccatore, che meritava quella condanna di avere una malattia ributtante, inguaribile e infettiva.
Gesù, il Medico che è venuto a guarire tutti i malati, tocca il lebbroso e lo guarisce. Le nostre leggi possono solo riconoscere il male e condannarlo. Gesù lo guarisce.L’immondo, il castigato, l’intoccabile diventa fonte di stupore e di Vangelo. Ma perché Cristo tocca questo malato ripugnante? Perché, dato che guarisce il malato con la sua volontà e con la sua parola, Gesù aggiunge anche il tocco della sua mano? “Io ritengo che per nessun altro motivo lo faccia, se non per mostrare che non c'è niente di impuro per un uomo puro.”
(San Giovanni Crisostomo).  Una della più profonde spiegazioni di questo miracolo è l’esempio del Poverello di Assisi. San Francesco d'Assisi, che amò Cristo fino ad assomigliargli fisicamente con le stimmate, i lebbrosi li ha baciati.
Certo, non da subito.
Racconta Tommaso da Celano: “All'inizio, la sola vista dei lebbrosi gli era così insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il naso con le mani. Solo nel tempo in cui aveva già cominciato, per grazia e virtù dell'Altissimo, ad avere pensieri santi e salutari, mentre viveva ancora nel mondo, un giorno gli si parò innanzi un lebbroso: fece violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò. Da quel momento decise di disprezzarsi sempre più, finché per la misericordia del Redentore ottenne piena vittoria”. Visse così non perché costretto da un timore, ma perché spinto dall’amore: era innamorato di Dio. Infatti lo fece con il cuore: “Poco tempo dopo volle ripetere quel gesto: andò al lebbrosario e, dopo aver dato a ciascun malato del denaro, ne baciò la mano e la bocca”.
Nel suo testamento, San Francesco stesso scrisse: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (Fonti Francescane, 110). Nei lebbrosi, che Francesco incontrò quando era ancora “nei peccati – come egli dice -, era presente Gesù. E quando Francesco si avvicinò a uno di loro e, vincendo il proprio ribrezzo, lo abbracciò, Gesù lo guarì dalla sua lebbra, cioè dal suo orgoglio, e lo convertì all’amore di Dio. Ecco la vittoria di Cristo, che è la nostra guarigione profonda e la nostra risurrezione a vita nuova. 
San Francesco d’Assisi mostrò e mostra ancora che il Vangelo non è il racconto di una fiaba per suscitare buoni sentimenti ed insegnare una morale, ma la narrazione di una Presenza che fa miracoli. Il miracolo, per Gesù, è la confluenza di due volontà buone; il contatto vivo tra la volontà di bontà di chi agisce e la fede di chi è agito. La collaborazione di due forze. Un combaciamento, una convergenza di due certezze: una che domanda “Se vuoi, puoi guarirmi” e l’altra che purificando guarisce non solo il corpo ma anche il cuore malato.
2) Gesù ci purifica dalla nostra “lebbra”.
Non ha nome né volto il lebbroso del Vangelo, perché così ognuno di noi può identificarsi in lui. La sua voce esprime il nostro desiderio di salute fisica e spirituale. In modo discreto supplica: “Se vuoi, guariscimi”.
Il lebbroso esprime questa supplica perché, più o meno consapevolmente, si chiede: “Che cosa vuole Dio per me? Cosa vuole da questa carne sfatta, da questo corpo piagato, da questi anni di dolore (per chi soffre il tempo della malattia è sempre lungo). Gli scribi di ogni epoca ripetono che il dolore è punizione per i peccati o maestro di vita o incomprensibile volontà di Dio. La domanda del lebbroso è “teologica”, perché a partire dalla sua esperienza di sofferenza quest’uomo si rivolge al Figlio di Dio-Amore. La fede del lebbroso non è teorica o astratta: nasce da un cuore che palpita e che ha capito che Dio è il Dio della compassione. Il dolore fa emergere l’amore da cui si è nati.
Facciamo nostro questo appello del lebbroso: “Se vuoi, puoi mondarmi”. Non la nostra purezza legale, ma la nostra miseria ci dà il diritto di rivolgerci al Signore, invocandoLo e mettendoci in ginocchio, perché riconosciamo la sua divinità ed il suo amore. Noi siamo bisogno di Dio e del suo amore. L’importante è riconoscere il nostro male e voler guarire.
E Gesù, commosso3, ci tocca. Per Gesù il lebbroso (ciascuno di noi) non è un caso da risolvere, ma è una lama nella carne. Per Lui il malato di lebbra non è un una domanda teorica a cui rispondere, ma un fratello per il quale le sue viscere fremono, come quelle di una madre per il figlio. Dio ha verso di noi questa commozione materna, genera gesti, che fa quasi violenza alla mano, la fa stendere, la fa toccare. Gesù tocca il lebbroso, sapendo che per la legge mosaica toccare un lebbroso è diventare impuro . Per lui l’uomo vale più di questa a legge. Con una carezza, che purifica, il Redentore porta a pienezza la legge antica mediante la nuova legge dell’amore e della libertà.
Eternamente Dio vuole figli guariti. A ciascuno di noi, come al lebbroso, a Lazzaro, alla figlia di Giairo, alla suocera di Simone ripete: lo voglio, alzati, guarisci.
Dio è salute e salvezza, è guarigione dal male di vivere. Non ne conosciamo i tempi e i modi, ma sappiamo dalla fede che Lui rinnoverà il cuore, battito su battito. Con la compassione, con una carezza della sua mano, con la forza tenera della sua voce ci toglie sempre e per sempre dall’abisso del dolore.
Un esempio attuale di questa compassione sono le Vergini Consacrate nel mondo. In forza di questa consacrazione esse sono chiamate ad essere testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Se da una parte queste donne sono chiamate ad essere, mediante il dono totale di sé stesse nella verginità a servire Dio nella preghiera, in particolare quella liturgica, dall’altra esse sono chiamate al servizio della carità nei confronti del prossimo, che consiste appunto nel fatto che, in Dio e con Dio, amano anche la persona che non è gradita, che la malattia rende ripugnante. “Totalmente consacrate a Dio, sono totalmente consegnate ai fratelli, per portare la luce di Cristo là dove più fitte sono le tenebre e per diffondere la sua speranza nei cuori sfiduciati. Le persone consacrate sono segno di Dio nei diversi ambienti di vita, sono lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna, sono profezia di condivisione con i piccoli e i poveri. Così intesa e vissuta, la vita consacrata ci appare proprio come essa è realmente: è un dono di Dio, un dono di Dio alla Chiesa, un dono di Dio al suo Popolo” (Papa Francesco).
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NOTE

1 “Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: ‘Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro’. Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.” (Mc 1,40-45).
2 La prima e la terza lettura di oggi ci pongono dinanzi a quello che è stato per secoli un vero e proprio incubo, un terribile spettro che suscita repulsione e orrore: la lebbra.Il primo testo è tratto dal libro del Levitico, in particolare da quella sezione (capp.13-14) che tratta minuziosamente della lebbra: il cap.13 ne descrive la tipologia includendo in maniera piuttosto larga forme diverse (72 ne avrebbe elencato la Mishnah, raccolta di commenti tradizionali della Legge del Vecchio Testamento) di malattie della pelle, di cui molte guaribili; il cap. 14 presenta il rituale della purificazione dei lebbrosi e delle case infette.E' evidente il motivo igienico che ispira un comportamento comunitario attento alle malattie infettive. I sacerdoti erano i competenti ad esaminare l'ammalato e a diagnosticarne il contagio dichiarandolo "immondo" (cap.13, a.3); lo stesso sacerdote avrebbe poi, eventualmente, certificato la guarigione (cap.14, vv.1-4). Nelle società antiche le norme precauzionali erano effettivamente l'unica difesa possibile verso malattie contagiose, soprattutto se inguaribili; di qui le dure norme esposte nei vv. 45-46:“Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: - Immondo! Immondo! - Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento”.
3 Il verbo greco, che è tradotto con “commosso” indica l’essere preso allo stomaco, dice di una mano che ti stringe le viscere: provò com­passione.