
(Reinhard Marx) Il Trattato di Lisbona, ratificato nel 2009, dichiara che «un’economia sociale di mercato altamente competitiva» deve essere uno degli obiettivi consolidati dei trattati europei, sancendo così l’economia sociale di mercato come il concetto cardine dell’Unione europea. Nel gennaio 2012, la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) ha pubblicato un documento su questo tema, intitolato «Una Comunità europea di solidarietà e di responsabilità», al fine di fornire un significato a questo trattato. Un’Europa sociale deve impegnarsi a raggiungere l’obiettivo di costruire un’economia sociale di mercato a livello europeo. In questo contesto, la nostra proposta di vescovi è stata quella di continuare a sviluppare il mercato comune.
Il fatto che le politiche sociali ed economiche siano inseparabili coincide con la mia interpretazione di un’economia sociale di mercato come un concetto collegato ai valori e agli obiettivi della dottrina sociale della Chiesa: un modello economico e sociale che collega la libertà del mercato al principio di giustizia. A questo scopo, dà luogo, per prima cosa, a una struttura che veicoli una competitività più giusta ed equa, sfruttando quindi i vantaggi offerti dal mercato. Mentre, in secondo luogo, mantiene le norme della perequazione sociale.
Un’economia sociale di mercato a livello europeo deve naturalmente continuare a essere competitiva, ma in un mercato regolato da regole chiare, definite dagli attori istituzionali europei e la cui politica di regolamentazione deve essere alla base dell’Europa sociale. La dichiarazione della Comece infatti sottolinea come «un’economia di mercato che serve esclusivamente gli interessi del capitale non può essere detta “sociale”».
In un’economia sociale di mercato le politiche di regolamentazione devono di fatto andare di pari passo con le politiche sociali. Un’equa perequazione deve essere creata secondo i principi di solidarietà e sussidiarietà. In più, oggi non potremmo occuparci di un’attività economica sostenibile in un’economia sociale di mercato senza considerare le ricadute ecologiche delle nostre azioni. Il cambiamento climatico è diventato negli ultimi anni il fulcro dei problemi ecologici. Ha fatto sorgere quesiti come quello della giustizia globale e intergenerazionale, poiché coloro che ne sono vittime non sono coloro che inquinano. Il cambiamento climatico rappresenta quindi una sfida per smettere di sfruttare eccessivamente il creato e organizzare le nostre vite e le nostre economie in modo sostenibile. Nel lungo periodo, non sarà possibile raggiungere competitività economica e giustizia sociale se trascuriamo le conseguenze ecologiche delle nostre azioni.
Oltre alla protezione sociale e alla sostenibilità economica, c’è un’altra ragione per integrare le politiche economiche all’interno di un concetto politico più ampio. Non possiamo permettere che il mercato permei tutti gli aspetti della nostra vita e che arrivi a dominarli; il mercato non può soddisfare tutti i nostri bisogni. In questo contesto è bene discutere anche della protezione della giornata della domenica a livello europeo. Per ragioni sia culturali sia religiose, è importante e giusto dare priorità alla pace e alla tranquillità piuttosto che alle attività economiche che si possono svolgere in quel giorno. La famiglia e le sue relazioni sono tra quelle questioni che non dovrebbero essere incluse nelle riflessioni di carattere economico. La famiglia rende possibile la vita ed è quindi il fondamento della nostra vita in comune e del futuro della nostra società. Anche se l’Unione europea non è direttamente responsabile delle politiche familiari, politiche che favoriscano la famiglia devono essere parte di un’economia sociale di mercato europea.
Quale contributo può dare la Chiesa cattolica alla formazione di un’Europa sociale? La Chiesa non ha una soluzione tecnica a portata di mano. Non ha neppure un suo modello politico o economico che possa competere nell’arena politica. Tuttavia, poiché la Chiesa vive realmente fra gli uomini, essa condivide anche le loro preoccupazioni e necessità quotidiane. Con la sua dottrina sociale, la Chiesa può offrire dei principi guida per costruire una società più giusta.
Il santo Giovanni Paolo ii ha sottolineato in Ecclesia in Europa come la dottrina sociale della Chiesa «contribuisce a porre solide basi per una convivenza a misura d’uomo, nella giustizia, nella verità, nella libertà e nella solidarietà». La dottrina sociale della Chiesa non include tuttavia solo i dettami sociali del Papa e dei vescovi. Gli insegnamenti della Chiesa, infatti, non formano che uno dei tre pilastri. Il secondo è costituito dallo studio accademico dell’etica sociale nelle facoltà teologiche. Il terzo, invece, è stato rappresentato per anni dal movimento sociale cattolico. È proprio in questo campo che richiamo urgentemente ai cattolici laici di far sentire la loro voce sulle politiche europee, di difendere la posizione della dottrina sociale della Chiesa nell’arena politica. L’efficacia della dottrina sociale dipenderà soprattutto dal fatto se i cristiani saranno in grado di impegnarsi nella comunità dell’Europa e di occuparsi dell’attività politica sociale cristiana.
*
Per rispondere ai nuovi volti della guerra. Più diritti umani

«Nel terzo millennio la guerra sembra assumere aspetti che possono in parte considerarsi nuovi rispetto al passato. Alla guerra tradizionale, purtroppo sempre presente, si affianca un tipo di conflitto in cui il volto del nemico quasi scompare, non è più distinguibile, mimetizzato nelle situazioni della vita ordinaria e così capace di portare in seno a essa la sua azione distruttiva e destabilizzante. Le azioni di terrorismo costituiscono la più grande forma di degenerazione del combattimento fino ad oggi conosciuta». Così l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, al convegno «I nuovi volti della guerra» organizzato il 9 ottobre a Roma dall’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”. «Il terrorismo — sostiene Gallagher — per alcuni versi assomiglia alla guerriglia, ma se ne distingue in ragione delle vittime, volutamente le più impreparate e inermi e quindi incapaci di ogni reazione difensiva. Nelle azioni di terrorismo la popolazione civile non è più un obiettivo indiretto ed eventuale dell’azione bellica, ma il suo obiettivo primario ed essenziale».
Ed è principalmente proprio per la minaccia del terrorismo, continua l’arcivescovo, «che la comunità internazionale sembra intenzionata ad arginare l’espansione del cosiddetto Stato islamico nei territori siriano e iracheno, contro la quale la Santa Sede ha sin dall’inizio levato la propria voce per denunciare le atrocità che hanno costretto migliaia di cristiani e di persone appartenenti ad altre minoranze religiose o etniche a fuggire dalle proprie case e cercare rifugio altrove, in condizioni di precarietà e di sofferenza fisica e morale».
Assieme all’azione terrorista e alle possibilità offerte dalle scoperte tecnologiche, Gallagher sottolinea i rischi di un altro volto della guerra, in parte anch’esso nuovo, ma di diversa matrice. Questo, sostiene il segretario per i Rapporti con gli Stati, «consiste nell’agire a livello teorico giuridico al fine di ampliare le possibilità di un legittimo ricorso allo strumento della guerra, come soluzione delle controversie internazionali. Questo “volto” dell’azione militare si sviluppa a monte di operazioni belliche concrete e non implica l’uso diretto di armi da guerra, ma il ragionamento, i diritti e le norme, al fine di piegarli e orientarli verso un uso più diffuso e un accesso più semplificato all’uso della forza». Tale tentativo viene condotto «al livello dello stesso diritto internazionale, ogni qualvolta si tenti di affermare interpretazioni, prassi, se non addirittura la necessità di nuove regole e procedure, denunciando quelle attuali come insufficienti; e ciò al solo fine di giustificare un più immediato e diretto uso della forza da parte degli Stati militarmente più organizzati».
Il riferimento è al ricorso alla cosiddetta “guerra preventiva”, ovvero a interventi militari, anche solo occasionali, che si svolgono senza la dichiarazione di guerra o senza addirittura interrompere le relazioni diplomatiche con lo Stato che viene attaccato. «Ciò che occorre denunciare in questo e in altri casi — rileva Gallagher — sono i tentativi di ricorrere alla guerra in assenza del rispetto anche solo formale del diritto internazionale e dei meccanismi che esso stabilisce per tentare la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. Tentativi mascherati da una vera e propria manipolazione del diritto, che viene considerato e utilizzato come puro strumento per il conseguimento di obiettivi di natura politica».
C’è inoltre ancora un altro fenomeno che deve preoccupare, quello del narcotraffico, che è un diverso tipo di conflitto armato al quale fanno da corollario altri fenomeni criminali come la tratta delle persone, il riciclaggio di denaro, il traffico di armi, lo sfruttamento infantile e altre forme di corruzione.
A fronte di questi volti, vecchi e nuovi, che il fenomeno della guerra sta assumendo bisogna chiedersi quali siano le sfide che si presentano a chi voglia operare per la pace. Le risposte possono essere molte, ma tutte, sottolinea Gallagher, «corrono il rischio di rimanere inefficaci se non sono sostenute e alimentate dalla speranza che un futuro diverso e migliore sia possibile. La pace è sempre il risultato di un compito e di un impegno inevitabilmente gravosi che a volte solo la speranza può aiutare a sostenere. È questa infatti che sprona e incoraggia gli uomini e le donne di buona volontà a operare, impegnarsi, spendersi e compromettersi per una trasformazione del mondo nella direzione di una giustizia crescente, che progressivamente riduca le differenze in termini di possibilità di vita che la geografia mondiale presenta».
Una prima sfida, per chi voglia operare in questo campo, è quella del rispetto delle regole già esistenti. «È vero — dice l’arcivescovo — che le regole non danno la pace, ma è ancor più vero che senza regole non c’è pace possibile e duratura. Ciò non esclude la necessità di una riflessione giuridica che abbia a oggetto il diritto internazionale vigente. In relazione a questi scopi una riflessione giuridica è sempre necessaria. Questa riflessione però, lungi dall’abbattere i limiti e i condizionamenti dell’azione militare, deve invece rafforzarli valorizzando gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie e rafforzando i meccanismi e le possibilità del dialogo tra le parti contendenti, al fine di evitare il più possibile soluzioni unilaterali».
Bisogna infatti tenere conto che una delle sfide che si presenta all’umanità nel suo complesso, al fine di erigere più solidi deterrenti al propagarsi della piaga della guerra, riguarda proprio la tutela dei diritti umani. E le problematiche che concernono i diritti umani, sottolinea Gallagher, «sono condizionate direttamente e immediatamente dalla concezione dell’uomo e dalle visioni antropologiche che i diversi ordinamenti accolgono o rifiutano. La perdita della dimensione trascendente dell’essere umano implica, senza soluzione di continuità, la perdita di senso della vita e il dissolversi con esso delle risorse preziose in grado di dare agli uomini e alle donne di ogni tempo la forza e le ragioni per vivere in pienezza ed in modo sensato le difficoltà e le gioie che il cammino della vita presenta».
È per questo motivo, conclude il segretario per i Rapporti con gli Stati, che «la Chiesa non si stanca mai di ribadire che il tema dei diritti umani non può prescindere dalla tutela della libertà religiosa la quale costituisce una risorsa feconda per uno sviluppo equilibrato della comunità nel suo insieme. Basti considerare in tal senso tutta la ricchezza che la tradizione religiosa cattolica e le altre tradizioni cristiane, come pure di altre fedi, hanno apportato alla storia mondiale ed il modo in cui abbiano operato come fattore di reale progresso scientifico e sociale».
L'Osservatore Romano