Alle ore 9.45 di oggi, Festa del Battesimo del Signore, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto nella Cappella Sistina la Santa Messa nel corso della quale ha amministrato il Sacramento del Battesimo a 16 neonati.di seguito il testo dell'omelia.
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Cari fratelli e sorelle!
E’ sempre una gioia celebrare questa Santa Messa con i Battesimi dei bambini, nella Festa del Battesimo del Signore.
Vi saluto tutti con affetto, cari genitori, padrini e madrine, e tutti voi familiari e amici! Siete venuti – l’avete detto ad alta voce – perché i vostri neonati ricevano il dono della grazia di Dio, il seme della vita eterna.
Voi genitori avete voluto questo. Avete pensato al Battesimo prima ancora che il vostro bambino o la vostra bambina venisse alla luce.
La vostra responsabilità di genitori cristiani vi ha fatto pensare subito al Sacramento che segna l’ingresso nella vita cristiana. Possiamo dire che questa è stata la vostra prima scelta educativa come testimoni della fede verso i vostri figli: la scelta fondamentale!
Il compito dei genitori, aiutati dal padrino e dalla madrina, è quello di educare il figlio o la figlia.
Educare è molto impegnativo, a volte è arduo per le nostre capacità umane, sempre limitate. Ma educare diventa una meravigliosa missione se la si compie in collaborazione con Dio, che è il primo e vero educatore di ogni uomo.
Nella prima Lettura che abbiamo ascoltato, tratta dal Libro del profeta Isaia, Dio si rivolge al suo popolo proprio come un educatore. Mette in guardia gli Israeliti dal pericolo di cercare di dissetarsi e di sfamarsi alle fonti sbagliate: “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?” (Is 55,2).
Dio vuole darci cose buone da bere e da mangiare, cose che ci fanno bene; mentre a volte noi usiamo male le nostre risorse, le usiamo per cose che non servono, anzi, che sono addirittura nocive. Dio vuole darci soprattutto Se stesso e la sua Parola: sa che allontanandoci da Lui ci troveremmo ben presto in difficoltà, come il figlio prodigo della parabola, e soprattutto perderemmo la nostra dignità umana.
E per questo ci assicura che Lui è misericordia infinita, che i suoi pensieri e le sue vie non sono come i nostri – per nostra fortuna! – e che possiamo sempre ritornare a Lui, alla casa del Padre. Ci assicura poi che se accoglieremo la sua Parola, essa porterà frutti buoni nella nostra vita, come la pioggia che irriga la terra (cfr Is 55,10-11).
A questa parola che il Signore ci ha rivolto mediante il profeta Isaia, noi abbiamo risposto con il ritornello del Salmo: “Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza”.
Come persone adulte, ci siamo impegnati ad attingere alle fonti buone, per il bene nostro e di coloro che sono affidati alla nostra responsabilità, in particolare voi, cari genitori, padrini e madrine, per il bene di questi bambini.
E quali sono “le sorgenti della salvezza”?
Sono la Parola di Dio e i Sacramenti. Gli adulti sono i primi a doversi alimentare a queste fonti, per poter guidare i più giovani nella loro crescita.
I genitori devono dare tanto, ma per poter dare hanno bisogno a loro volta di ricevere, altrimenti si svuotano, si prosciugano. I genitori non sono la fonte, come anche noi sacerdoti non siamo la fonte: siamo piuttosto come dei canali, attraverso cui deve passare la linfa vitale dell’amore di Dio. Se ci stacchiamo dalla sorgente, noi stessi per primi ne risentiamo negativamente e non siamo più in grado di educare altri. Per questo ci siamo impegnati dicendo:
“Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza”.
E veniamo ora alla seconda Lettura e al Vangelo. Essi ci dicono che la prima e principale educazione avviene attraverso la testimonianza.
Il Vangelo ci parla di Giovanni il Battista. Giovanni è stato un grande educatore dei suoi discepoli, perché li ha condotti all’incontro con Gesù, al quale ha reso testimonianza. Non ha esaltato se stesso, non ha voluto tenere i discepoli legati a sé. Eppure Giovanni era un grande profeta, la sua fama era molto grande.
Quando è arrivato Gesù, si è tirato indietro e ha indicato Lui: “Viene dopo di me colui che è più forte di me… Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo” (Mc 1,7-8).
Il vero educatore non lega le persone a sé, non è possessivo. Vuole che il figlio, o il discepolo, impari a conoscere la verità, e stabilisca con essa un rapporto personale. L’educatore compie il suo dovere fino in fondo, non fa mancare la sua presenza attenta e fedele; ma il suo obiettivo è che l’educando ascolti la voce della verità parlare al suo cuore e la segua in un cammino personale.
Ritorniamo ancora alla testimonianza. Nella seconda Lettura, l’apostolo Giovanni scrive: “E’ lo Spirito che dà testimonianza” (1 Gv 5,6). Si riferisce allo Spirito Santo, lo Spirito di Dio, che rende testimonianza a Gesù, attestando che è il Cristo, il Figlio di Dio. Lo si vede anche nella scena del battesimo nel fiume Giordano: lo Spirito Santo scende su Gesù come una colomba per rivelare che Lui è il Figlio Unigenito dell’eterno Padre(cfr Mc 1,10).
Anche nel suo Vangelo Giovanni sottolinea questo aspetto, là dove Gesù dice ai discepoli: “Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).
Questo ci è di grande conforto nell’impegno di educare alla fede, perché sappiamo che non siamo soli e che la nostra testimonianza è sostenuta dallo Spirito Santo.
E’ molto importante per voi genitori, e anche per i padrini e le madrine, credere fortemente nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo, invocarlo e accoglierlo in voi, mediante la preghiera e i Sacramenti.
E’ Lui infatti che illumina la mente, riscalda il cuore dell’educatore perché sappia trasmettere la conoscenza e l’amore di Gesù. La preghiera è la prima condizione per educare, perché pregando ci mettiamo nella disposizione di lasciare a Dio l’iniziativa, di affidare i figli a Lui, che li conosce prima e meglio di noi, e sa perfettamente qual è il loro vero bene.
E, al tempo stesso, quando preghiamo ci mettiamo in ascolto delle ispirazioni di Dio per fare bene la nostra parte, che comunque ci spetta e dobbiamo realizzare. I Sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la Penitenza, ci permettono di compiere l’azione educativa in unione con Cristo, in comunione con Lui e continuamente rinnovati dal suo perdono.
La preghiera e i Sacramenti ci ottengono quella luce di verità grazie alla quale possiamo essere al tempo stesso teneri e forti, usare dolcezza e fermezza, tacere e parlare al momento giusto, rimproverare e correggere nella giusta maniera.
Cari amici, invochiamo dunque tutti insieme lo Spirito Santo, perché scenda in abbondanza su questi bambini, li consacri ad immagine di Gesù, e li accompagni sempre nel cammino della loro vita. Li affidiamo alla guida materna di Maria Santissima, perché crescano in età, sapienza e grazia e diventino veri cristiani, testimoni fedeli e gioiosi dell’amore di Dio.
Amen.
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Di seguito le parole pronunciate dal Papa prima della preghiera dell'Angelus.
Cari fratelli e sorelle!
Oggi celebriamo la festa del Battesimo del Signore. Stamani ho conferito il Sacramento del Battesimo a 16 bambini, e per questo vorrei proporre una breve riflessione sul nostro essere figli di Dio. Anzitutto però partiamo dal nostro essere semplicemente figli: questa è la condizione fondamentale che ci accomuna tutti. Non tutti siamo genitori, ma tutti sicuramente siamo figli. Venire al mondo non è mai una scelta, non ci viene chiesto prima se vogliamo nascere. Ma durante la vita, possiamo maturare un atteggiamento libero nei confronti della vita stessa: possiamo accoglierla come un dono e, in un certo senso, "diventare" ciò che già siamo: diventare figli. Questo passaggio segna una svolta di maturità nel nostro essere e nel rapporto con i nostri genitori, che si riempie di riconoscenza. E’ un passaggio che ci rende anche capaci di essere a nostra volta genitori – non biologicamente, ma moralmente.
Anche nei confronti di Dio siamo tutti figli. Dio è all’origine dell’esistenza di ogni creatura, ed è Padre in modo singolare di ogni essere umano: ha con lui o con lei una relazione unica, personale. Ognuno di noi è voluto, è amato da Dio. E anche in questa relazione con Dio noi possiamo, per così dire, "rinascere", cioè diventare ciò che siamo. Questo accade mediante la fede, mediante un "sì" profondo e personale a Dio come origine e fondamento della nostra esistenza. Con questo "sì" io accolgo la vita come dono del Padre che è nei Cieli, un Genitore che non vedo, ma in cui credo e che sento nel profondo del cuore essere il Padre mio e di tutti i miei fratelli in umanità, un Padre immensamente buono e fedele. Su che cosa si basa questa fede in Dio Padre? Si basa su Gesù Cristo: la sua persona e la sua storia ci rivelano il Padre, ce lo fanno conoscere, per quanto è possibile in questo mondo. Credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, consente di "rinascere dall’alto", cioè da Dio, che è Amore (cfr Gv 3,3). E teniamo ancora una volta presente che nessuno si fa uomo: siamo nati senza il nostro proprio fare, il passivo di essere nati precede l’attivo del nostro fare. Lo stesso è anche sul livello dell’essere cristiani: nessuno può farsi cristiano solo dalla propria volontà, anche essere cristiano è un dono che precede il nostro fare: dobbiamo essere rinati in una nuova nascita. San Giovanni dice: "A quanti l’hanno accolto / ha dato potere di diventare figli di Dio" (Gv 1,12). Questo è il senso del sacramento del Battesimo, il Battesimo è questa nuova nascita, che precede il nostro fare. Con la nostra fede possiamo andare incontro a Cristo, ma solo Lui stesso può farci cristiani e dare a questa nostra volontà, a questo nostro desiderio la risposta, la dignità, il potere di diventare figli di Dio che da noi non abbiamo.
Cari amici, questa domenica del Battesimo del Signore conclude il tempo di Natale. Rendiamo grazie a Dio per questo grande mistero, che è fonte di rigenerazione per la Chiesa e per il mondo intero. Dio si è fatto figlio dell’uomo, perché l’uomo diventi figlio di Dio. Rinnoviamo perciò la gioia di essere figli: come uomini e come cristiani; nati e rinati ad una nuova esistenza divina. Nati dall’amore di un padre e di una madre, e rinati dall’amore di Dio, mediante il Battesimo. Alla Vergine Maria, Madre di Cristo e di tutti coloro che credono in Lui, chiediamo che ci aiuti a vivere realmente da figli di Dio, non a parole, o non solo a parole, ma con i fatti. Scrive ancora san Giovanni: "Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato" (1 Gv 3,23).
Questa mattina il Papa ha inaugurato un nuovo fonte battesimale (foto sotto), la cui simbologia
è ben espressa dall'articolo seguente, di Alberto Cicerone e don Salvatore Vitiello, che riporto da
Zenit.
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è ben espressa dall'articolo seguente, di Alberto Cicerone e don Salvatore Vitiello, che riporto da
Zenit.
Il nuovo Fonte battesimale, realizzato per il Santo Padre Benedetto XVI, si compone di tre elementi simbolici: l’albero di ulivo, sui cui rami sono distribuiti ventiquattro frutti; la pietra, dall’alveo del fiume Giordano, nella quale l’albero è radicato; il sole, sostenuto dalle fronde dell’albero, come il sovrano che siede in trono, sfera che aprendosi contiene l’acqua per il sacramento del Battesimo.
La chiave di lettura che si è voluta dare al Fonte battesimale è costituita dalla visione di Giovanni, riportata nel Libro dell’Apocalisse: «In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trovava l’albero della vita» (Ap 22,1-2).
L’albero. La simbologia dell’albero proviene dall’immaginario religioso-culturale mesopotamico, ereditato dallo stesso popolo di Israele. Vi sono sottintesi due significati: c’è una vita “trattenuta” e non “data pienamente”, e c’è chi cerca di “avere pienamente” la vita. Quella ricercata è “qualitativamente altra” rispetto alla mera vita biologica. L’immagine dell’albero è strettamente connessa alla persona del sovrano: segno della sovranità è il bastone – piccolo albero sradicato e “addomesticato” – e con il frutto di un albero – l’ulivo – si unge il capo del sovrano.
Nella visione di Giovanni confluiscono nell’albero più realtà: il sovrano, «il trono di Dio e dell’Agnello» (Ap 22,3), e la nuova vita. L’albero della vita – prosegue la visione – «fa dodici frutti e […] porta il suo frutto ogni mese; e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni» (Ap 22,2). Nel Fonte, i frutti sono ventiquattro, a indicare i dodici mesi dell’anno, ripetuti due volte – quindi la sovrabbondanza che non viene mai meno – ed il compimento della storia della Salvezza, dalla chiamata di Israele, diviso in dodici tribù, segnate sulle porte della Nuova Gerusalemme, fino ai dodici Apostoli, il cui nome è segnato sui basamenti, su cui poggiano le mura della Città.
I Padri della Chiesa identificarono presto l’albero con la Croce e questa con il Crocifisso: Cristo Signore è lo stesso albero; il Corpo di Lui ne è il tronco, la Sua carne il legno, la Sua Vita la linfa che dà il frutto, e chi ne mangia vivrà in eterno. Alla descrizione dell’albero, inoltre, l’Autore sacro aveva premesso la visione del «fiume puro dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello» (Ap 22,1). Le acque di questo fiume sono le stesse che, nel Libro di Ezechiele, scaturivano dal lato Tempio e confluivano nel mare sanandone le acque. Giovanni le identifica, ora, con il torrente che sgorga dal costato trafitto di Cristo e sana l’umanità dai propri peccati.
Il sole. Nella visione di Giovanni il sole è anch’esso simbolo della sovranità; infatti, scrive: «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (Ap 21,23). Si afferma, così, come il vero sovrano sia Dio soltanto. Sull’albero della vita, cioè sul trono, siede l’Agnello immolato, Colui che è «Luce per illuminare le genti e Gloria del suo popolo» (Lc 2,32).
Il Fonte, plasmato dalla visione giovannea, appare perciò come il Sole assiso fra le fronde. L’immersione nell’acqua si configura come l’immersione nel Sole, cioè in Dio. Dentro l’Eterno, il battezzato vede immergere la propria mortalità, per risorgere immortale, partecipe della divinità di Cristo (Cfr. 1Pt 1,4).
La pietra posta a fondamento del Fonte rappresenta Colui che è il fondamento della Chiesa, «la pietra scartata dai costruttori [che] è divenuta pietra angolare» (Sal 118,22), perché «scelta e preziosa davanti a Dio» (1Pt 2,4).
Nel fonte vengono divinamente forgiate le pietre vive per la costruzione dell’“Edificio spirituale”, del quale Dio stesso ha posto la prima pietra, il Suo Figlio Unigenito, Gesù di Nazaret, Signore e Cristo. Il Fonte si innalza, dunque, come Cristo e sta in piedi, ricco di tutta la simbologia della vita, della regalità e dell’eternità, che appartengono al Figlio di Dio fatto uomo, e che vengono promesse e partecipate, sacramentalmente, ai battezzati.
