Questo Natale si corona con la festa del nostro Battesimo che esprime per noi oggi la potenza della grazia rivelata e apparsa nel mondo. Riconosciuto da Giovanni che lo addita come l’Agnello di Dio che si carica dei nostri peccati, con Gesù anche noi entriamo nelle acque rigeneratrici. Battezzati nella sua morte ora siamo vivi della sua stessa vita. Esperienza da praticare ogni giorno per un rinnovato battesimo.
Buona domenica pb. Vito Valente.
Buona domenica pb. Vito Valente.
Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 39 per il Battesimo del Signore, 14-16. 20; PG 36, 350-351. 354. 358-359) Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria. Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell'acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e nell'acqua. Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste. «Sono io che devo ricevere da te il battesimo» (cfr. Mt 3, 14), così dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l'amico allo Sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che precorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente apparso a suo tempo. «Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi. Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante. E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce proviene dalle profondità dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in quel momento riceveva la testimonianza. Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la fine del diluvio. Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa. Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell'uomo. Per l'uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione. Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen. | |
MESSALE
Antifona d'Ingresso Cf Mt 3,16-17
Dopo il battesimo di Gesù si aprirono i cieli, e come colomba lo Spirito di Dio si fermò su di lui , e la voce del Padre disse: «Questo è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Colletta Padre onnipotente ed eterno, che dopo il battesimo nel fiume Giordano proclamasti il Cristo tuo diletto Figlio, mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo concedi ai tuoi figli, rinati dall'acqua e dallo Spirito, di vivere sempre nel tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo... Oppure: O Padre, il tuo unico Figlio si è manifestato nella nostra carne mortale, concedi a noi, che lo abbiamo conosciuto come vero uomo, di essere interiormente rinnovati a sua immagine. Egli è Dio, e vive e regna con te ... Oppure: Padre d'immensa gloria, tu hai consacrato con potenza di Spirito Santo il tuo Verbo fatto uomo, e lo hai stabilito luce del mondo e alleanza di pace per tutti i popoli: concedi a noi che oggi celebriamo il mistero del suo battesimo nel Giordano, di vivere come fedeli imitatori del tuo Figlio prediletto, in cui il tuo amore si compiace. Egli è Dio, e vive e regna con te ... LITURGIA DELLA PAROLA Prima Lettura Is 55, 1-11 Venite all'acqua: ascoltate e vivrete. Dal libro del profeta Isaia Così dice il Signore: «O voi tutti assetati, venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti.
Porgete l'orecchio e venite a me,
ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un'alleanza eterna, i favori assicurati a Davide. Ecco, l'ho costituito testimone fra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni. Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi; accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano a causa del Signore, tuo Dio, del Santo d'Israele, che ti onora. Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L'empio abbandoni la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata». Salmo Responsoriale Is 12,2-6 Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza.
Ecco, Dio è la mia salvezza;
io avrò fiducia, non avrò timore, perché mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza. Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere, fate ricordare che il suo nome è sublime. Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,
le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,
perché grande in mezzo a te è il Santo d'Israele.
Seconda Lettura 1 Gv 5, 1-9 Lo Spirito, l'acqua e il sangue. Dalla prima lettera di san Giovanni apostoloCarissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l'acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio. Canto al Vangelo Cf Gv 1,29 Alleluia, alleluia. Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Alleluia. Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento. Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». Parola del Signore.
* * *
Omelia (Congregazione per il Clero)
Non
sempre ce lo ricordiamo: noi siamo nati dall’acqua. Naturalmente,
il riferimento è all’acqua del Battesimo che ci ha fatti rinascere
come nuove creature in Cristo. I Padri hanno insegnato che, scendendo
nelle acque del fiume Giordano, il Signore Gesù ha santificato
l’acqua, rendendola veicolo della Sua redenzione. Quando perciò
veniamo lavati dall’acqua toccata dal Signore, noi nasciamo alla
vera vita: siamo rigenerati dall’acqua.
Non
basta, però, qualunque acqua, l’acqua in quanto tale.
Sant’Ambrogio lo ricorda con chiarezza: «L’acqua, senza la
predicazione della Croce del Signore, non serve a nulla per la
salvezza. Ma quando è stata consacrata dal mistero della Croce che
salva, allora è disposta per servire da bagno spirituale e da coppa
di salvezza. [...] Perciò il sacerdote pronunzia su questo fonte
[battesimale] una formula di esaltazione della Croce del Signore e
l’acqua si fa dolce per conferire la grazia. [...] L’essere
purificato istantaneamente [dal peccato] non è opera dell’acqua,
ma della grazia» (I Misteri,
12-19).
Il
Battesimo al Giordano di Gesù inaugura il Battesimo sacramentale dei
figli di Dio. L’acqua è potente fonte di vita, perché trasformata
dal mistero della Croce. Siamo nati, perciò, dall’acqua e dalla
Croce. Ecco il messaggio della seconda lettura di oggi, in cui san
Giovanni dice di Cristo: «Egli è colui che è venuto con acqua e
sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e
con il sangue». Gesù discende nel Giordano non per essere
purificato, ma per purificare e per manifestare il suo movimento di
discesa dal Cielo a questo mondo, per noi peccatori. Egli si è fatto
obbediente fino alla discesa più infima, fino allo svuotamento
(kenosi) della sua
dignità: fino alla morte di Croce. Di questo Sacrificio Egli riempie
l’acqua; acqua che, scorrendo sino a noi, ci porta la Sua Croce e
ci rinnova per i meriti della Sua Passione.
Il
Battesimo di Gesù al Giordano ci ricorda, pertanto, il valore del
nostro Battesimo e quanto esso è costato a Nostro Signore. Egli ci
ha acquistati a caro prezzo. Di conseguenza, la vita del battezzato
non può essere una vita «solo acqua», una vita annacquata: deve
essere una vita acqua e sangue, gioia e dolore, risurrezione –
certo! – ma raggiunta attraverso la Croce.
Contemplando
Gesù che discende nel Giordano, chiediamo la grazia di accogliere
anche noi il nostro destino di Croce, affinché il nostro
rinnovamento come figli di Dio giunga al compimento ultimo nella
gloria celeste, accessibile solo a coloro che scelgono – assieme a
Gesù e grazie a Lui – di vivere con amore la loro piccola kenosi.
* * *
Omelia (Manicardi)
Dopo la manifestazione di Gesù quale Signore alle genti nell’Epifania, questa festa celebra lamanifestazione del Signore a Israele. Le tre letture, attraversate dalla simbologia dell’acqua, presentano il tema della rinascita e dell’esperienza di Dio come Padre: il vangelo mostra Gesù quale nuovo Mosè che dà inizio all’esodo escatologico attraverso un’immersione nelle acque del Giordano che lo conferma Figlio obbediente al Padre; la seconda lettura rievoca il ministero terreno di Gesù attraverso i due poli dell’acqua e del sangue, cioè del battesimo e della croce, e pone la fede in Gesù, Cristo e Figlio di Dio, come radice dell’esperienza cristiana della paternità di Dio; la prima lettura ricorda ai figli d’Israele esuli a Babilonia che l’esodo dalla cattività sarà autentico se accompagnato da un movimento di conversione e ritorno al Signore che è il Padre misericordioso.
Il Gesù che viene immerso nel Giordano è in mezzo a una folla di persone che a loro volta si fanno immergere da Giovanni confessando i loro peccati. Gesù, il “senza peccato”, fin dall’inizio del suo ministero, è accanto ai peccatori, tra di loro, in una piena solidarietà. Eppure egli non vive questo come protagonismo di amore o di solidarietà con gli “ultimi”, ma come occasione per conoscere l’amore del Padre su di sé: “Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto”. La Scrittura, citata nel passo di Marco (Mc 1,11 cita Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1), interiorizzata da Gesù nella sua vita spirituale, diviene ciò che gli consente di leggere gli eventi alla luce dell’unum necessarium (cf. Lc 10,42): l’amore del Padre.
Questo il saldo fondamento della vocazione e del ministero di Gesù: l’amore del Padre attestato dallo Spirito santo che scende e rimane su di lui. Lo Spirito è il sigillo della comunione tra il Padre e il Figlio, è l’amore dall’alto che ormai è nel Figlio e che dal Figlio può essere comunicato agli uomini. Lo squarciarsi dei cieli significa l’instaurarsi della comunione tra cielo e terra, tra Dio e umanità nel Figlio Gesù Cristo su cui riposa lo Spirito santo. E poiché il momento iniziale del ministero pubblico di Gesù rinvia al momento finale, la croce, quando Gesù sarà ancora tra peccatori (in mezzo a due malfattori), sarà confessato Figlio di Dio dal centurione e quando si squarcerà il velo del tempio, alla croce apparirà che ogni uomo accede ormai, grazie al dono dello Spirito, alla comunione con Dio non attraverso il tempio, ma attraverso il corpo di Gesù, il Messia. L’umanità di Gesù Cristo è ormai il luogo dello Spirito, il luogo della comunione tra Dio e gli uomini.
Il nesso tra battesimo di Gesù e crocifissione (definita implicitamente “immersione” in Mc 10,38-39) svela anche un senso del battesimo cristiano, del battesimo nel Nome di Gesù, la cui memoria è destata da questa celebrazione: il battesimo è la figura essenziale e necessaria della fede e apre al cristiano un cammino esistenziale in cui è possibile anche la perdita della vita a motivo di Cristo. Essere cristiani significa vivere il battesimo, ovvero entrare nel dinamismo spirituale del credente che si rivolge a Dio chiamandolo Padre e che si lascia guidare dalla Parola e dallo Spirito nella vita filiale.
La voce dall’alto si rivolge a Gesù direttamente, in un dialogo personalissimo: “Tu sei il mio Figlio”. Gesù vi risponderà con tutta la sua vita in cui si rivolgerà a Dio con il “tu”, chiamandolo “Abbà”, “padre, papà” (Mc 14,36). L’inizio del ministero pubblico di Gesù è anche l’ingresso nel misterioso e nascosto dialogo di preghiera con il Padre, base solida del ministero stesso.Ministero e preghiera appaiono inscindibili in Gesù.
Il battesimo di Gesù appare anche come esperienza e impegno di obbedienza. Obbedienza a Giovanni, a cui Gesù si sottomette facendosi battezzare da lui, ma anche obbedienza al Padre. Ormai il cammino di Gesù sarà fedele a questo momento iniziale e costitutivo grazie alla sua obbedienza alla parola di Dio e alla sua docilità allo Spirito.
* * *
APPROFONDIMENTI
L'EFFUSIONE O BATTESIMO NELLO SPIRITO SANTO di Padre Raniero Cantalamessa Prima di parlare dei battesimo, o dell'effusione, dello Spirito, mi pare importante cercare di capire che cos'è il Rinnovamento nello Spirito, nel cui ambito tale esperienza si colloca, e di cui, anzi, costituisce il momento più forte. Capiremo meglio, in tal modo, che l'effusione non è un'esperienza fine a se stessa, ma piuttosto l'inizio di un cammino che ha per scopo un profondo rinnovamento della vita, nella Chiesa. Rinnovarsi nello Spirito "Rinnovamento nello Spirito" è un'espressione biblica che incontriamo, in forme equivalenti, due volte nel Nuovo Testamento. Per comprendere l'anima dei movimento carismatico, la sua ispirazione profonda, bisogna dunque interrogare anzitutto la Scrittura. Per noi, in Italia e in altri paesi europei, si tratta di scoprire il significato stesso del nome che diamo alla nostra esperienza, dal momento che da noi il movimento carismatico si chiama, abitualmente, "Rinnovamento nello Spirito Santo". Il primo dei due testi cui accennavo è Efesini 4,23-24, e dice: "Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l'uomo nuovo". In questo passo, "spirito" è scritto con la lettera minuscola, e giustamente, perché indica il "nostro" spirito, anzi la parte più intima di esso (lo spirito della nostra mente) quella che, di solito, la Scrittura chiama "il cuore. Qui la parola "spirito" indica dunque il luogo in cui bisogna rinnovarsi per somigliare a Cristo, l'uomo nuovo per eccellenza. "Rinnovarsi" significa, pertanto, sforzarsi di avere in sé gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cfr. Fil 2,5), lottare per il "cuore nuovo". Già questo testo ci illumina sul senso e sullo scopo della nostra esperienza: ci dice che il rinnovamento deve essere anzitutto quello interiore, del cuore. Dopo il Concilio, si sono rinnovate tante cose nella Chiesa: la liturgia, la pastorale, adesso il Codice di Diritto Canonico, le costituzioni e l'abito dei religiosi. Ma per quanto importanti, queste sono solo le premesse del vero rinnovamento; guai a fermarsi ad esse e ritenere esaurito tutto il compito. A Dio non premono le strutture, ma le anime.E' nelle anime che la Chiesa è bella ed è nelle anime perciò che deve "Farsi bella". A Dio preme il cuore del suo popolo, l'amore del suo popolo, e tutto il resto è in funzione di questo. Quel primo testo non basta, tuttavia, a rendere ragione del nome che portiamo: Rinnovamento nello Spirito. Esso, infatti, mette in luce l'obbligo di rinnovarsi ("dovete rinnovarvi!") e l'oggetto dei rinnovamento (il cuore), ma non ci dice "come" rinnovarci. E a che gioverebbe dirci che "dobbiamo" rinnovarci, se non ci venisse detto anche con quali forze rinnovarci? Manca insomma ancora il soggetto che rinnova, non conosciamo ancora il vero autore e il protagonista del rinnovamento. Il secondo testo biblico cui mi riferisco ci svela proprio questo; dice che Dio "...ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo " (TI 3,5). In questo testo, "Spirito" è scritto con la lettera maiuscola perché non indica il "nostro" spirito, ma lo Spirito di Dio, lo Spirito Santo. La preposizione articolata "nello", contrariamente al solito, qui non sta a indicare il luogo dove ci dobbiamo rinnovare, ma designa piuttosto lo strumento, l'agente. li nome che diamo alla nostra esperienza significa dunque una cosa ben precisa: rinnovamento ad opera dello Spirito Santo; rinnovamento di cui Dio, non l'uomo, è l'autore principale, il protagonista. "Io non voi - dice Dio - faccio nuove tutte le cose" Sembra una cosa da poco, una semplice precisazione, e invece si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana, di un ribaltamento, attraverso cui devono passare persone, istituzioni, comunità e la Chiesa intera, nel suo aspetto umano, per fare l'esperienza di un vero rinnovamento spirituale. Dal punto di vista religioso, noi pensiamo spesso con il "sistema tolemaico": alla base c'è il nostro sforzo, l'organizzazione, l'efficienza, le riforme, la buona volontà; la "terra qui è al centro; Dio viene a potenziare e coronare, con la sua grazia, il nostro sforzo. Il "Sole" gira e fa da vassallo alla terra; Dio è il satellite dell'uomo e non viceversa. "Bisogna - grida, a questo punto, la Parola di Dio - restituire il potere a Dio" (cfr. Sal 68,35), perché "il potere appartiene a Dio" (Sal 62,12). Questo è uno squillo di tromba! Per troppo tempo, abbiamo usurpato a Dio questo suo potere, gestendolo come fosse nostro, come fosse da noi "reggere" il potere di Dio. Bisogna che siamo noi a girare intorno al "Sole"; questa è la rivoluzione copernicana di cui parlavo. Grazie ad essa, noi riconosciamo, semplicemente, che, senza lo Spirito Santo, non possiamo far nulla, neppure dire "Gesù è il Signore!" (cfr. 1 Cor 12,3), che anche lo sforzo più tenace è sempre effetto, più che causa, della salvezza. E allora cominciamo davvero a "sollevare lo sguardo", a "guardare in alto", come ci esorta il profeta (cfr. Os 11,7) e a dire: "Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra " (Sal 12 1, 1 ss). Tante volte risuona nella Bibbia il comando di Dio: "Siate santi perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo!" (Lv 19, l; cfr. Lv 11,44; 1 Pt 1,15ss); ma una volta, proprio nello stesso libro del Levitico, troviamo la frase che spiega tutte le altre: "Io sono il Signore che vi vuole fare santi!" (Lv 20,8). Io sono il Signore che vuole rinnovarvi con il suo Spirito! Lasciatevi rinnovare dal mio Spirito! IL BATTESIMO, SACRAMENTO "LEGATO" Ora possiamo passare a trattare direttamente del tema che ci interessa in questo incontro: l'effusione dello Spirito. L'effusione dello Spirito non è un sacramento, ma implica il rapporto a un sacramento, anzi a più sacramenti: ai sacramenti dell'iniziazione cristiana. L'effusione attualizza e, per così dire, rinnova l'iniziazione cristiana. Il rapporto fondamentale è, però, con il sacramento del battesimo. La designazione "battesimo nello Spirito" con cui l'effusione veniva chiamata fino a poco fa, e con cui è ancora chiamata dai nostri fratelli americani, non voleva dire altro che questo, cioè che si tratta di qualcosa che si fonda sul sacramento del battesimo. Noi diciamo che l'effusione dello Spirito attualizza e ravviva il nostro battesimo. Per capire come un sacramento ricevuto tanti anni fa, addirittura agli inizi della vita, possa improvvisamente tornare a rivivere e a sprigionare tanta energia quanta ne vediamo in occasione dell'effusione, bisogna tener presenti alcuni elementi di teologia sacramentaria. La teologia cattolica conosce l'idea di sacramento valido e lecito, ma "legato". Un sacramento si dice legato" se il suo frutto rimane vincolato, non usufruito, per mancanza di certe condizioni che ne impediscono l'efficacia. Un esempio estremo è il sacramento del matrimonio o dell'ordine sacro ricevuto in stato di peccato mortale. In queste condizioni, tali sacramenti non possono conferire nessuna grazia alle persone; rimosso però l'ostacolo del peccato, con la penitenza, si dice che il sacramento rivive (reviviscit) grazie alla fedeltà e alla irrevocabilità del dono di Dio. Dio resta fedele anche se noi siamo infedeli perché egli non può rinnegare se stesso (cfr. 2 Tin 2,13). Quello del matrimonio o dell'ordine sacro ricevuto in stato di peccato è, dicevo, un caso estremo, ma sono possibili altri casi in cui il sacramento, pur non essendo del tutto legato, non è però neppure del tutto sciolto, cioè libero di operare i suoi effetti. Nel caso dei battesimo, che cos'è che fa si che il frutto dei sacramento resti legato? Bisogna richiamare qui la dottrina classica dei sacramenti. I sacramenti non sono riti magici che agiscono meccanicamente, all'insaputa dell'uomo, o prescindendo da ogni sua collaborazione. La loro efficacia è frutto di una sinergia, o collaborazione, tra l'onnipotenza divina (in concreto: la grazia di Cristo o lo Spirito Santo) e la libertà umana, perché ha detto S. Agostino: "Chi ti ha creato senza il tuo concorso, non ti salva senza la tua collaborazione" (Sermo 169,11; PL 38,923). Ancora più precisamente, il frutto del sacramento dipende tutto dalla grazia divina; solo che questa grazia divina non agisce senza il "sì', cioè il consenso e l'apporto della creatura, che è più una "conditio sine qua non " che non una con-causa. Dio si comporta come lo sposo che non impone il suo amore per forza, ma attende il "sì" libero della sposa. L'OPERA DI DIO E L'OPERA DELL'UOMO NEL BATTESIMO Tutto ciò che dipende dalla grazia divina e dalla volontà di Cristo, nel sacramento, si chiama "opus operatum", che possiamo tradurre: opera già realizzata, frutto oggettivo e immancabile del sacramento, quando è amministrato validamente; tutto ciò che invece dipende dalla libertà e dalle disposizioni del soggetto si chiama "opus operantis ", cioè opera da realizzare, apporto dell'uomo. L'opus operatum del battesimo, cioè la parte di Dio o la grazia, è molteplice e ricchissima: remissione dei peccati, dono delle virtù teologali della fede, speranza e carità (queste solo in germe), figliolanza divina; il tutto operato mediante l'efficace azione dello Spirito Santo. "Battezzati, noi siamo illuminati; illuminati, siamo adottati come figli; adottati, siamo resi perfetti; resi perfetti, riceviamo l'immortalità. Questa operazione del battesimo ha nomi diversi: grazia, illuminazione, perfezione, bagno. Bagno per cui Siamo purificati dai nostri peccati; grazia per la quale i castighi meritati per i nostri peccati sono tolti; illuminazione nella quale noi contempliamo la bella e santa luce della salvezza, cioè per la quale penetriamo con lo sguardo il divino; perfezione perché nulla manca" (Clemente Alessandrino, Pedagogo 1, 6,26). Il battesimo è davvero un ricchissimo pacco-dono che abbiamo ricevuto al momento della nostra nascita in Dio. Ma è un pacco-dono ancora sigillato: noi siamo ricchi perché possediamo quel pacco (e perciò possiamo compiere tutti gli atti necessari alla vita cristiana), ma non sappiamo cosa possediamo; parafrasando una parola di Giovanni, potremmo dire: noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che siamo non è stato ancora rivelato (cfr. 1 Gv 3,2). Ecco perché diciamo che, nella maggioranza dei cristiani, il battesimo è un sacramento "legato". Fin qui l'opus operatum. Ma in che consiste, nel battesimo, l'opus operantis, cioè la parte dell'uomo? Consiste nella fede! "Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo " (Mc 16,16): accanto al battesimo c'è dunque un altro elemento: la fede dell'uomo. "A quanti però l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome " (Gv 1, 12). Possiamo anche ricordare quel bel testo degli Atti degli Apostoli che narra del battesimo del ministro della regina Candàcel Arrivati a un corso d'acqua quell'uomo dice: 'Ecco qui c'è acqua: che cosa mi impedisce di essere battezzato? Filippo dice: Se credi con tutto il cuore è permesso (At 8,36-37, il versetto 37 è un'aggiunta della primissima comunità cristiana che ci testimonia la convinzione comune della Chiesa in questo periodo). Il battesimo è come un sigillo divino posto sulla fede dell'uomo: " ... dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza ed avere in esso creduto, avete ricevuto (nel battesimo, si intende) il suggello dello Spirito Santo " (Ef 1, 13). Scrive S. Basilio: in verità la fede e il battesimo, questi due modi della salvezza, sono legati l'uno all'altro e indivisibili, poiché se la fede riceve dal battesimo la sua perfezione, il battesimo si fonda sulla fede" (Sullo Spirito Santo, 12; PG 32,117 B). Lo stesso Santo chiama il battesimo: "sigillo della fede"(Contro Eunomio 111,5) L'opera dell'uomo, cioè la fede, non ha la stessa importanza e autonomia dell'opera di Dio, perché nell'atto stesso di fede c'è una parte di Dio; è esso stesso opera della grazia che lo suscita; tuttavia l'atto di fede comprende come elemento essenziale anche la risposta, il "Credo!" dell'uomo, e in questo senso noi lo chiamiamo opus operantis, cioè opera dell'uomo. Si capisce, adesso, perché nei primi tempi della Chiesa il battesimo fosse un evento così potente e ricco di grazia e perché non ci fosse bisogno, normalmente, di una nuova effusione dello Spirito, come quella che facciamo noi oggi. Il battesimo veniva amministrato ad adulti che si convertivano dal paganesimo e che, convenientemente istruiti, erano in grado di fare, in occasione del battesimo, un atto di fede e una scelta esistenziale libera e matura (basta leggere le Catechesi Mistagogiche sul battesimo, attribuite a Cirillo di Gerusalemme, per rendersi conto della profondità di fede cui erano condotti i battezzandi). Al battesimo insomma si arrivava attraverso una vera e propria conversione; per essi il battesimo era davvero un lavacro di rinnovamento personale, oltre che di rigenerazione nello Spirito Santo (cfr. Tt 3,5). Mi ha impressionato un testo di S. Basilio. A uno che gli aveva chiesto di scrivere un trattato sul battesimo, S. Basilio risponde che non può spiegare cosa significa il battesimo senza aver spiegato prima cosa significa essere discepoli di Gesù, poiché il comando del Signore dice: "Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato (Mt 28,19-20). Perché il battesimo operi in tutta la sua forza, bisogna che chi si accosta ad esso sia un discepolo, o sia intenzionato a diventarlo seriamente: "Discepolo è, come apprendiamo dal Signore stesso, chiunque si accosta al Signore per seguirlo, cioè per ascoltare le sue parole, credere e ubbidire a lui come a padrone e re e medico e maestro di verità... Ora, colui che crede nel Signore e si presenta come pronto al discepolato, deve prima allontanarsi da ogni peccato, e poi anche da tutte le cose che distolgono dall'ubbidienza, per molte ragioni dovuta al Signore, anche se sembrino all'apparenza ragionevoli" (S. Basilio, Sul battesimo, I,1; PG 31,1513ss). La condizione favorevole che permetteva al battesimo, alle origini della Chiesa, di operare con tanta potenza era dunque questa: che l'opera di Dio e l'opera dell'uomo si incontravano contemporaneamente, c'era un sincronismo perfetto; avveniva come quando i due poli, positivo e negativo, si toccano e fanno cosi sprigionare la luce. Ora questo sincronismo si è rotto; ricevendo il battesimo da bambini, è venuto a mancare a poco a poco un atto di fede libero e personale. Esso veniva supplito, ed emesso, per così dire, per interposta persona (genitori, padrini). Di fatto, una volta, quando tutto l'ambiente che circondava il bambino era cristiano e impregnato di fede, questa fede poteva sbocciare, anche se più lentamente. Ma ora non è più cosi; la nostra condizione è venuta ad essere ancora peggiore di quella del Medio Evo. L'ambiente infatti in cui il bambino cresce, non è tale da aiutarlo a sbocciare nella fede: non lo è spesso la famiglia, non lo è ancora più spesso la scuola e non lo è, meno che meno, la società e la cultura. Questo non significa affermare che non c'è, in questa situazione, una vita cristiana normale, né che siano mancati la santità e i carismi che l'accompagnano; solo che, anziché un fatto normale, ciò è divenuto sempre più, agli occhi dei cristiani, un'eccezione. In questa situazione, raramente, o mai, il battezzato arriva a proclamare "in Spirito Santo": Gesù è il Signore! E finché non si arriva a questo punto, tutto nella vita cristiana è sfocato, immaturo. Non avvengono più i miracoli; si ripete ciò che avvenne per i nazaretani "Gesù non potè fare molti miracoli a causa della mancanza di fede" (cfr. Mt 13,58). IL SIGNIFICATO DELL'EFFUSIONE DELLO SPIRITO Ecco, allora, il senso dell'effusione dello Spirito. Essa è una risposta di Dio alla disfunzione in cui è venuta a trovarsi la vita cristiana. In questi ultimi anni si sa che anche la Chiesa, i vescovi, hanno cominciato a preoccuparsi del fatto che i sacramenti cristiani, specialmente il battesimo, vengono amministrati a persone che poi non ne faranno alcun uso nella vita e hanno prospettato la possibilità di non dare il battesimo quando mancano le garanzie minime che esso sia coltivato e valorizzato dal bambino. Non si possono infatti "gettare le perle ai cani", come diceva Gesù, e il battesimo è una perla perché esso è il frutto del sangue di Cristo. Ma si direbbe che Dio si sia preoccupato, prima ancora della Chiesa, di questa disfunzione e abbia suscitato, qua e là nella Chiesa, movimenti tendenti a rinnovare negli adulti l'iniziazione cristiana. Il Rinnovamento nello Spirito è uno di questi movimenti, e in esso la grazia principale è senza dubbio legata all'effusione dello Spirito e a ciò che la precede. La sua efficacia nel riattivare il battesimo consiste in questo: che finalmente l'uomo reca la sua parte, cioè fa una scelta di fede, preparata nel pentimento, che permette all'opera di Dio di "liberarsi" e di sprigionare tutta la sua forza. Come se la mano tesa di Dio finalmente incontrasse quella dell'uomo e, nella stretta, facesse passare tutta la sua forza creatrice che è lo Spirito Santo; come se, per usare un'immagine tratta dal mondo fisico, la spina venisse inserita nella presa e si accendesse la luce. li dono di Dio viene finalmente "slegato" e lo Spirito si espande come profumo sulla vita cristiana. Nell'adulto, che ha già alle spalle una lunga vita cristiana, questa scelta di fede ha necessariamente il carattere di una conversione; potremmo descrivere l'effusione dello Spirito, per quanto riguarda la parte dell'uomo, sia come un rinnovamento del battesimo, che come una seconda conversione. Possiamo capire qualche cosa di più dell'effusione, vedendola in rapporto anche con la confermazione, almeno nella prassi attuale, in cui questo sacramento è staccato dal battesimo e amministrato più tardi. Oltre che un rinnovamento della grazia del battesimo, l'effusione è anche una "conferma" del proprio battesimo, un "si" cosciente detto ad esso, ai suoi frutti e ai suoi impegni, e come tale si affianca (almeno per l'aspetto soggettivo di esso) a quello che opera, sul piano oggettivo e sacramentale, la confermazione: questa infatti è vista come un sacramento che sviluppa, conferma e porta a compimento l'opera del battesimo. L'effusione è una confermazione soggettiva e spontanea (non sacramentale), in cui lo Spirito agisce non in forza dell'istituzione, ma in forza della libera iniziativa dello Spirito e della disponibilità del soggetto. Dal riferimento alla confermazione viene anche quello speciale senso di maggiore coinvolgimento nella dimensione apostolica e missionaria della Chiesa che di solito si nota in chi riceve l'effusione dello Spirito: ci si sente spinti a collaborare di più all'edificazione della Chiesa, a mettersi a servizio di essa nei vari ministeri sia clericali che laicali, a dare testimonianza a Cristo: tutte cose, queste, che richiamano l'evento della Pentecoste e sono attualizzate nel sacramento della cresima. GESU', COLUI CHE BATTEZZA IN SPIRITO SANTO L'effusione dello Spirito non è l'unica occasione che si conosca nella Chiesa per questa riviviscenza dei sacramenti dell'iniziazione, e, in particolare, della venuta dello Spirito Santo nell'anima in occasione del battesimo. C'è, per esempio, il rinnovamento delle promesse battesimali nella veglia pasquale, ci sono gli esercizi spirituali, c'è la professione religiosa, chiamata un "secondo battesimo" e, a livello sacramentale, abbiamo detto, la confermazione. Non è difficile, poi, scoprire spesso nella vita dei santi la presenza di una "effusione spontanea", specialmente in occasione della loro conversione. Ecco per esempio cosa si legge di S. Francesco al momento della sua conversione: "Terminato il banchetto, uscirono di casa. Gli antici gli camminavano innanzi; lui, tenendo in mano una specie di scettro, veniva per ultimo, ma invece di cantare, era assorto nelle sue riflessioni. D'improvviso, il Signore lo visitò e ne ebbe il cuore riboccante di tanta dolcezza, che non poteva muoversi né parlare, non percependo se non quella soavità, che lo estraniava da ogni sensazione... Gli amici, voltandosi e scorgendolo rimasto così lontano, lo raggiunsero e restarono trasecolati nel vederlo mutato quasi in un altro uomo. Lo interrogarono: 'A cosa stavi pensando, che non ci hai seguiti? Almanaccavi forse di prendere moglie. Rispose con slancio: 'E vero. Stavo pensando di prendermi in sposa la ragazza più nobile, ricca e bella che mai abbiate visto'. I compagni si misero a ridere. Francesco disse questo non di sua iniziativa, ma ispirato da Dio" (Leggenda dei tre compagni, 3,7). Dicevo che l'effusione dello Spirito non è l'unica occasione di rinnovamento della grazia battesimale. Essa però occupa un posto tutto particolare per il fatto di essere aperta a tutto il popolo di Dio, piccoli e grandi, e non soltanto ad alcuni privilegiati che fanno gli esercizi spirituali ignaziani o emettono la professione religiosa. Da dove proviene questa straordinaria forza che abbiamo sperimentato in occasione della effusione? Noi infatti non stiamo parlando di una teoria, ma di qualcosa che abbiamo sperimentato noi stessi, per cui possiamo dire come Giovanni: "Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che le nostre mani hanno toccato, questo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi" (cfr. 1 Gv 1, 1-3). La spiegazione di questa forza è nella volontà di Dio: perché è piaciuto a Dio oggi rinnovare la Chiesa con questo mezzo e basta! Ci sono certamente dei precedenti biblici come quello narrato in Atti 8,14-17, quando Pietro e Giovanni, saputo che i Samaritani avevano accolto la Parola di Dio, si recarono da loro, pregarono per loro, e imposero loro le mani perché ricevessero lo Spirito Santo. Ma il testo biblico da cui bisogna partire, per capire qualcosa del battesimo nello Spirito, è soprattutto Giovanni 1,32-33: "Giovanni rese testimonianza dicendo: Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. lo non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo". Che significa dire che Gesù è colui che battezza in Spirito Santo? L' espressione non serve solo a distinguere il battesimo di Gesù da quello di Giovanni che battezza solamente "con acqua", ma serve a distinguere l'intera persona e opera di Cristo da quelle del Precursore. In altre parole, in tutta la sua opera Gesù è colui che battezza in Spirito Santo. Battezzare ha qui un significato metaforico; vuole dire inondare, bagnare completamente, sommergere, come fa l'acqua con i corpi. Gesù "battezza in Spirito Santo" nel senso che "dà lo Spirito senza misura" (cfr. Gv 3,34), che "effonde" il suo Spirito (cfr. At 2,33) su tutta l'umanità redenta. L'espressione si riferisce più all'avvenimento della Pentecoste che al sacramento del battesimo, come si deduce anche dal seguente passo degli Atti: "Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni" (At 1,5). L'espressione "battezzare in Spirito Santo" definisce perciò l'opera essenziale di Cristo che già nelle profezie messianiche dell'Antico Testamento appare orientata a rigenerare l'umanità mediante una grande effusione di Spirito Santo (cfr. GI 3,Iss). Applicando tutto questo alla vita e al tempo della Chiesa, dobbiamo concludere che Gesù risuscitato non battezza in Spirito Santo unicamente nel sacramento del battesimo, ma, in modo diverso, anche in altri momenti: nell'eucaristia, nell'ascolto della Parola e, in genere, in tutti i "mezzi della grazia". Il battesimo nello Spirito è uno di questi modi con cui Gesù risorto continua la sua opera essenziale di "battezzare nello Spirito". Per questo motivo, se è giusto spiegare questa grazia in riferimento al battesimo e all'iniziazione cristiana. come io stesso ho fatto sopra, bisogna guardarsi dall'irrigidire anche questo punto di vista. Non è soltanto il nostro battesimo che rivive grazie ad essa, ma anche la cresima, la prima comunione, l'ordinazione sacerdotale o episcopale, la professione religiosa, il matrimonio, tutte le grazie e tutti i carismi ricevuti. E' davvero la grazia di una nuova Pentecoste. Una iniziativa, in certo senso, nuova e sovrana della grazia di Dio, che si fonda, come tutto il resto, sul battesimo, ma che non si esaurisce in esso. Non dice relazione soltanto all"'iniziazione", ma anche alla "perfezione" della vita cristiana. Solo in questo modo si spiega la presenza del battesimo nello Spirito tra i fratelli pentecostali, per i quali la iniziazione è un concetto estraneo e lo stesso battesimo di acqua non riveste sempre l'importanza che ha per noi cattolici e per le altre Chiese. Il battesimo nello Spirito ha, alla sua stessa origine, una valenza ecumenica che è necessario preservare a ogni costo, come promessa e strumento in vista dell'unità dei cristiani, evitando una eccessiva "cattolicizzazione" di questa esperienza comune, che è il battesimo nello Spirito. * * * IL VALORE DEL BATTESIMO DI GESÙ
di don Divo Barsotti
Ritiro a Bologna, 8 gennaio 1983
Noi possiamo considerare il Battesimo di Gesù, nella narrazione che ci danno di questo avvenimento i Vangeli, sotto diversi aspetti: quello che tale evento è per Lui, per nostro Signore, quello che è nei riguardi della comunità cristiana e infine per quello che riguarda il rapporto fra Antico e Nuovo Testamento. Che cosa dobbiamo scegliere fra tutti gli aspetti che ci si propongono ad una meditazione di questo mistero? Quello che soprattutto è messo in evidenza dagli Evangelisti è il fatto che il Battesimo di Gesù inizia l'era messianica. L'Incarnazione, i Vangeli dell'infanzia, non fanno parte del Vangelo: sono nel Vangelo, intendiamoci, ma non fanno parte del Vangelo. Anche il modo di scrivere è tutto un altro negli evangelisti quando ci parlano della vita nascosta di Gesù e quando ci parlano della sua vita pubblica. La vita nascosta del Signore sembra che non faccia parte della sua missione di salvezza, di Salvatore. Evidentemente l'Incarnazione è la condizione per il Signore di salvarci ma è un avvenimento che rimane segreto, è un avvenimento di cui entrano a fare parte soltanto la Vergine e san Giuseppe. Per 30 anni e forse di più, il Figlio di Dio è vissuto nell'anonimato solo per loro. Il primo atto in cui Egli entra nella vita pubblica, in cui Egli inizia la sua missione è il Battesimo: ecco la grandezza di questo avvenimento nei Vangeli. Non tutti i Vangeli ci parlano della nascita, soltanto Matteo e Luca. Nessun Vangelo ci parla di questi trenta anni, solo un episodio in san Luca quando Egli aveva dodici anni; ma dai dodici anni ai trenta, forse trentacinque - si tratta allora di circa venti anni di vita - nessuno può dire nulla di Lui. Come se Egli non fosse cresciuto fra gli uomini, come se Egli non avesse fatto nulla, non avesse detto nulla in tutto questo tempo. A questa vita nascosta, che al minimo è durata vent'anni, ma che può essere durata anche trent'anni, seguono due anni e mezzo, e secondo alcuni evangelisti un anno soltanto, di vita pubblica. Notate bene, tutta la salvezza dell'umanità, il destino di tutti gli uomini, sia prima che Egli nascesse, sia dopo che Egli è morto sopra la croce, il destino di ogni uomo dipende da Lui, e Lui vive la Sua missione di salvezza in pochi mesi di predicazione, di miracoli e soprattutto con la Sua morte di croce. Oggi c'è in tutti gli uomini il bisogno di dare un senso alla propria vita, il bisogno di una finalità della vita, non si sopporta di vivere se la vita non ha un senso. E allora i giovani cercano la preghiera. Quello che si rifiuta è la mediazione della Chiesa e del Cristo. Fintanto che si accetta una divinità impersonale, fintanto che si accetta l'unità dello spirito, anche una mistica come la mistica indù, è tutto facile o almeno più naturale per l'uomo. Ma quando si dice che Dio sale sulla croce, tu devi credere che la tua vita dipende da quell'uomo, e conosci più cose di san Paolo che di Gesù. Sul piano storico, la vita di san Paolo ha una dimensione più notevole di quella di Cristo; non si può dubitare che Gesù sia vissuto, però san Paolo ha viaggiato, ha conosciuto tante città, tante culture, è entrato in rapporto con tanti uomini anche importanti: Gallione, il re Agrippa, poi Berenice, uomini che la storia conosce. Abbiamo trovato un reperto archeologico, una pietra in cui si diceva che Ponzio Pilato è stato procuratore in quei tali anni ma non si parla di Gesù. Niente. Gesù ha avuto l'occasione di dare una certa dimensione storica alla sua vita, è stato trasportato davanti a Erode, Erode Agrippa e a Pilato, ma è stato zitto, non ha saputo neppure approfittare di quelle occasioni per farsi un po' più bello nei confronti della storia. Sul piano della storicità appare l'uomo privo di qualsivoglia dimensione pubblica. Non era neppure sommo sacerdote: è l'unico sacerdote perché è Figlio di Dio. Assumendo la natura umana, diviene necessariamente il ponte che unisce queste due rive infinitamente lontane: la creatura e il Creatore. In Lui, creatura e Creatore sono uno, ecco la mediazione del Cristo. Vi dicevo prima, è molto difficile l'accettazione di questa verità, è impossibile senza la grazia divina. Mi rendo conto che nella nostra fede c'è l'azione più pura e più grande dell'agire di Dio. Non mi farebbe tanta impressione qualsiasi miracolo. I miracoli fanno più impressione perché sono cose straordinarie, apparenti e visibili, ma è più straordinario credere, perché credere vuol dire per noi il superamento infinito direi di ogni dimensione umana. Pensare che tutta la storia tende a quell'umile atto di morte, che tutta la creazione ha il suo centro in quest'uomo, che nessuno conosce! Noi possiamo dire oggi che molto spesso la teologia tradizionale parlando della redenzione, non ha visto né chiaramente né giustamente questo mistero. II mistero della redenzione è il mistero per il quale il Cristo, assumendoci, ci fa uno con sé. Uno con sé nella sua vita mortale, per Cristo, è vivere il nostro castigo, la nostra morte e per noi vivere la sua vita, vivere la sua santità, vivere la sua divinità. Non siamo più divisi: è questa la nostra speranza, è questa la nostra salvezza. Fino al Battesimo, Gesù aveva vissuto la sua distinzione e divisione da noi; gli uomini non lo conoscevano, Egli sembrava non conoscerli e di fatto viveva soltanto per Maria e Giuseppe. Ora, siccome Maria è senza peccato, Egli assume da Maria soltanto la natura umana e assume invece da noi il peccato e col peccato la morte. Nel momento medesimo che Egli cessa di essere un figlio di famiglia e diviene uomo pubblico, Egli è l'uomo dei dolori, è l'uomo che porta il castigo di tutti i nostri peccati. Prima di portare il castigo, Egli si dichiara solidale con noi peccatori, costituendosi come Colui che è responsabile dei peccati del mondo e si sottopone a un Battesimo di penitenza. Ricordate quello che diceva nostro Signore a Silvano del Monte Athos: «Dimora nell'inferno e non disperare». Gesù è sceso; «descendit ad inferos», dice il simbolo degli Apostoli. Egli non discese soltanto fino a noi, discese più in fondo: ecco l'amore! Perché se non accettava tutto quello che noi siamo di bruttura, di responsabilità morale, di capacità di peccare, se Lui non accettava tutta la nostra miseria, Egli non avrebbe rivelato Dio come amore, amore infinito. Grande è il peccato dell'uomo e più grande è la miseria dell'uomo ma ancor più grande, infinitamente più grande è la misericordia di Dio. Ecco quello che ci dice il Battesimo di Gesù: è l'atto mediante il quale si rivela a noi come un amore redentore, come un amore salvifico. Fintanto che era il Bambino Gesù, si era fatto vicino a te perché tu Io prendessi nelle braccia, si è fatto bambino perché tu provassi per Lui quella tenerezza che uno prova per un bambino impotente; ma c'è una bella differenza fra me peccatore e Lui bambino. Un bambino ha qualcosa di così dolce che non possiamo metterlo a paragone di un assassino, di un malvagio. Il primo atto della sua vita pubblica invece, è discendere fino ad essere veramente l'Agnello che prende sopra di sé il peccato del mondo. Così infatti lo mostra Giovanni il Battista: l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Questo, forse, lo stesso Carlo de Foucauld l'ha veduto; ha detto di voler discendere, ma è disceso soltanto nella vita nascosta di Nazareth, non nell'umiliazione suprema della croce, non nella mortificazione suprema di questo Dio che di fronte agli uomini scende nelle acque per manifestarsi come il peccatore che implora il perdono. Ed è precisamente in questo atto immenso che il Padre lo riconosce suo Figlio. Che cos'è il Battesimo di Gesù dunque? Prima di tutto, la rivelazione dell'amore divino. Due volte il Padre riconosce Gesù come Suo Figlio: nel Battesimo e durante la Trasfigurazione. Alla prima manifestazione sono testimoni Giovanni il Battista, la folla e Gesù; invece nella trasfigurazione c'erano tre soltanto. Sulle rive del Giordano c'era tutta la folla che aveva visto Gesù discendere nell'acqua in mezzo a tutti gli altri peccatori, come uno di loro. Questa folla vede aprirsi i cieli e ascolta la parola del Padre: «Questo è il mio figlio diletto». Il riconoscimento di Dio e la suprema umiltà che si spoglia di tutto, un'umiltà che vuol farsi al di sotto di te per poterti portare al Padre. Miei cari fratelli, l'insegnamento che ci viene da questo avvenimento, da questo mistero, è di una grandezza impressionante veramente unica, ma anche di un valore permanente per la nostra vita cristiana e per la missione stessa della Chiesa. Funzione rivelatrice. Saper vedere Dio nell'umiltà del Figlio: ecco come Dio si è rivelato a noi. Non so se avete un po' presente il processo della rivelazione divina. Nel primo stadio della vita dell'umanità, Dio si rivela attraverso tutta la creazione. La creazione nella sua contingenza richiama l'onnipotenza divina, rivela la sua immensità, rivela la sua eternità. Il segno della rivelazione divina è la grandezza stessa di questa creazione mirabile, è la bellezza stessa di questa creazione che si dispiega dinanzi ai nostri occhi. Quando Dio si avvicina all'uomo, non è più allora soltanto il mistero della divinità ma il mistero di un Dio personale che entra in rapporto con te. Il segno di Dio diviene la storia di un popolo e lo spessore del segno diminuisce. Dalla creazione si passa alla Bibbia, si passa alla storia di un piccolo popolo: nemmeno alla storia dell'Egitto o di Babilonia, ma alla storia di un popolo che è uno dei popoli più piccoli e più poveri dell'antichità. Poi quando Egli veramente si fa presente, la rivelazione di Dio è l'umiltà di un bambino, è la povertà di un uomo, è il nascondimento dell'ostia. Quanto più Dio si rivela, tanto più si nasconde. La rivelazione di Dio è proprio questo nascondimento supremo. Allora come si può dire "rivelazione"? Noi dobbiamo capire che ambiguo è il segno: può nascondersi Dio se tu non entri nel suo piano, se tu non entri in quella che è la sua essenza divina. L'essenza di Dio definisce Dio più di ogni altra cosa e tale essenza è l'amore. Nella creazione Dio è lontano, non ha rapporti con te; tu ne vedi la grandezza e rimani soggiogato, tu ne vedi l'immensità e rimani come cancellato. Anche oggi, per l'Islam, la rivelazione divina implica l'adorazione suprema. Che cosa sono gli uomini? Nulla. Nel Vecchio Testamento non è nemmeno più l'annullamento, perché Giacobbe lotta con Dio. Dio si fa uno che entra nel contesto della storia, uno che stabilisce un rapporto con l'uomo. Dio si rivela con un amore più grande: non è più sconosciuto dall'uomo, non è più mistero insondabile, inaccessibile; si fa presente, si fa toccare o piuttosto lotta con l'uomo. Poi l'amore cresce, Dio non è più soltanto un Dio che entra nella storia, che salva Israele, che si manifesta — perché non è ancora uomo — come uno fra le altre divinità: Dio diviene realmente un uomo come te, si fa veramente tuo fratello, anzi tuo figlio. Non vi sembra che sia un po' eccessivo nostro Signore? Lo dice san Paolo che era eccessivo; l'amore di Dio supera ogni eccesso e lo supera precisamente nel fatto che aspetta tutto da te, quasi tu fossi per Lui quello che invece tu aspetti che Egli sia per te. Ma è giusto che sia così, perché chi ama, trova soltanto nell'amato la sua vita, la sua salvezza, la sua gioia. Lo dice il più grande mistico tedesco del secolo XVII: «Senza di me Egli muore». Bestemmia questo? No, non è bestemmia: di fatto, per il rifiuto degli uomini Egli è morto. Dio vuole tutto da te, quasi che senza di te Egli non potesse vivere. Ora, il primo atto dopo la nascita, è la salvezza che l'uomo ha compiuto nei riguardi di Dio. Deve essere Giuseppe a difenderlo e a salvarlo: «Prendi il tuo bambino». E poi deve essere Giuseppe col sudore della sua fronte a dargli da mangiare; poi dovranno essere i discepoli e poi dovrai essere tu la sua gioia. Non possiamo rifiutare nulla perché Egli da noi richiede Se stesso, come se senza di noi Lui non potesse vivere. Per questo dicevo, la rivelazione suprema dell'amore di Dio è proprio in questo suo abbassamento supremo. Egli ha voluto prendere su di sé tutto quello che siamo, l'ha voluto come se dipendesse da questo la sua medesima vita, la sua missione. In cambio ci dona Se stesso. Non vi sembra, se questo è vero, che non soltanto sono lecite ma sono doverose le più grandi aspirazioni dell'uomo? Non dipende tanto da noi il chiedere molto, quanto dipende dal rispondere a quello che Lui desidera: che noi chiediamo tutto, che noi tutto possiamo pretendere, dobbiamo pretendere! Tutto questo indica forse che qualche cosa è avvenuto di nuovo in Gesù di Nazareth? No, era Figlio di Dio anche prima, ma avviene qualcosa di nuovo nell'umanità che Egli rappresenta. Se si è fatto uno con tutti noi assumendo il nostro peccato, ora la parola che il Padre dice, è anche nei nostri riguardi. Ora se i cieli si aprono, si aprono per noi, non per Lui; ora se lo Spirito discende, discende perché questo Spirito ora dimora fra noi. Nel Battesimo di Gesù, dunque, già si prefigura quello che è la vita della Chiesa stessa. Il beato Ruysbroeck diceva che quello che il Padre ha detto a Gesù, il Padre Io dice per ciascuno di noi. Facendosi uno con ciascuno di noi, ciascuno di noi diviene il Figlio del Padre, e perciò il Padre si compiace di ciascuno di noi. Credere questo, e dobbiamo crederlo, non è mica facile. Noi che ci sentiamo così poveri, che ci sentiamo così indegni, credere di essere la compiacenza di Dio! Dio riposa in noi, lo Spirito Santo ci è stato donato, i cieli per noi sono aperti e da quel momento rimangono aperti; lo dice anche l'Apocalisse e prima dell'Apocalisse il capitolo 60 del libro d'Isaia. Le porte sono aperte, il Paradiso non ha porte, sono spalancate. Col Battesimo di Gesù è l'umanità intera con la quale Egli si è fatto solidale, che entra nel Paradiso di Dio; è l'umanità intera che ora ascolta la parola del Padre che dichiara l'umanità, ogni uomo, suo figlio; è sopra l'umanità che discende il suo Spirito e vi riposa. Di fatto, cosa dirà poi san Pietro nel discorso della Pentecoste? Si sono adempiute nel cristianesimo le profezie di Gioele: tutti noi siamo diventati fratelli, perché su di noi si è posato lo Spirito. Miei cari fratelli, ecco la cosa grande che noi celebriamo ora col Battesimo: celebriamo veramente la nascita della nuova umanità, è il primo atto redentore. Come le nozze di Cana nel quarto Vangelo, così il Battesimo nei Vangeli sinottici vuole in qualche modo anticipare il mistero della redenzione umana. Fattosi solidale Cristo con gli uomini, gli uomini sono uno con Lui, tutti gli uomini sono un solo figlio, diceva lo Scheeben, vivono nel Figlio, se vogliamo usare il termine teologicamente più esatto. Sono figli non soltanto per adozione, ma figli in quanto il Padre stesso si comunica a loro. Il Padre ci parla, ma che vuol dire che la voce del Padre ci parla? Se Dio parla, la generazione del Verbo che cosa implica? Dio si comunica a noi e comunicandosi a noi lo Spirito è in noi e comunicandosi in noi, il Paradiso è già qui. È aperto il Paradiso. Non si è nemmeno aperto, siamo noi il Paradiso di Dio. Quello che diceva Origene: vedendo il Figlio, riposando in noi la compiacenza del Padre, noi siamo il Paradiso di Dio. Crediamo tutto questo? Lo viviamo tutto questo? Tre cose dunque: la voce del Padre che ci genera in quanto la sua parola è la generazione del Verbo che discende a noi e perciò ci fa figli; lo Spirito Santo che dimora in noi; il Paradiso si è aperto. Siamo in questo mondo o siamo in Paradiso? Nel Paradiso non dobbiamo entrarci domani, diceva già Simeone il Nuovo Teologo: se tu speri d'entrarci domani, non ci entrerai mai. E la morte? È un accidente biologico, non cambia nulla; è come l'aprirsi del sipario, abbiamo gli occhi bendati, e tu ti accorgi di tutto quello che vivi. Che cosa tu vivi? Il Figlio di Dio. Che cosa tu vivi? Lo Spirito Santo dimora in te. Che cosa tu vivi? Sei il Paradiso di Dio. Ecco quello che dice il Battesimo di Gesù. Vedete, questo è tanto vero che Dio non condanna mai. Lo ripeto: Dio non condanna mai, non condannerà mai nessuno, è l'uomo che si condanna rifiutando di essere amato, rifiutando l'amore. È nell'uomo la condanna, non in Dio. Se il demonio per un istante solo si aprisse alla misericordia divina, accettasse di essere amato, l'inferno scomparirebbe; è che una volta morti, noi rimaniamo per sempre in quell'atto di volontà in cui la morte ci coglie. Perciò l'unica cosa che s'impone è dire di sì. È tanto facile, è più facile dire di sì che di no, eppure già i bambini incominciano a dire di no piuttosto che di sì. Dopo il peccato, l'affermazione della nostra indipendenza si esprime col rifiuto. Apriamoci davvero ad accogliere quest'amore infinito! Doniamoci a Lui, non possiamo dargli che la nostra morte e il peccato e riceviamo l'immensità del suo amore. Come noi abbiamo bisogno di tutta la sua vita, così Egli vuole da noi, come se fosse la sua vita, il nostro peccato: lo vuole proprio per liberarcene e lo vuole proprio per donarci in cambio Se stesso. Possiamo fermarci un minuto solo sul tempo che precede il Cristo per fermarci poi a considerare il nostro tempo. II contenuto della storia prima del Cristo, dice il Concilio Ecumenico Vaticano Il, è "praeparatio evangelica": tutto tende al Cristo, tutto ha un senso nella misura che si dirige a Lui, che tende a Lui, per trovare in Lui il senso, il significato, il valore. Tutto è dunque profetico in un modo o in un altro, più esplicitamente o più implicitamente, in modo più o meno evidente, ma tutto tende a Lui, tutto dunque Lo annuncia. Ed ecco perché la prima lettura è una profezia; ci vorrebbe parecchio tempo per vedere quello che questa profezia ci dice a proposito dell'evento cristiano, ma non voglio fermarmi su di essa, quanto piuttosto sulla seconda lettura che parla del nostro tempo, il tempo della Chiesa. Il tempo che precede il Cristo Io annuncia, il tempo che segue ne è il memoriale, lo fa presente. AI centro di tutto: l'evento Cristo Signore. Ma che cosa noi viviamo? Noi potremmo pensare che allontanandoci da Lui col tempo, ci si allontani anche dall'evento salvifico. Questo in fondo sembra che pensassero un poco i primi cristiani. Visto che il Cristo era venuto, non rimaneva altro che la fine del tempo, la fine del mondo e si aspettava questa fine, tanto che san Paolo doveva scrivere ai Tessalonicesi di lavorare perché non si può stare con le mani in mano. Quando verrà non lo sappiamo. Dobbiamo certo attenderlo, tuttavia non è imminente la sua venuta o piuttosto viviamo già l'ultima età, come dicevano nei giorni passati le letture tratte da san Giovanni, ma viviamo l'ultima età in un tempo che scorre, cioè viviamo la fine in un cammino. Come diceva il cardinale Newman, il nostro cammino non è un cammino oggettivo, perché se si vive nel tempo, si cammina, però non è come il cammino prima di Cristo che tendeva a qualche cosa. Ora non si attende nulla perché l'abbiamo già e allora il nostro cammino è soltanto di approfondimento, inserimento sempre più profondo in Lui fino ad una identificazione col Cristo. Non dobbiamo aspettare altro, non dobbiamo aspettare qualcosa di assolutamente nuovo. Abbiamo da aspettare quello che dicevo prima: l'aprirsi di questo sipario. Siamo già in Paradiso ma non lo sappiamo, non ce ne rendiamo conto, però ci siamo perché il Cristo è con noi, perché Egli si è già donato. Qual è il contenuto di questo tempo? La presenza stessa di Lui. Non si può andare oltre il Cristo, il tempo non va oltre il Cristo. Veramente in Cristo Dio si è incarnato, si è fatto presente, si è comunicato al mondo. Andare oltre il Cristo sarebbe ricadere nel vuoto. Noi viviamo nel tempo, anche la Chiesa vive nel tempo e perciò deve fare un cammino: è Chiesa pellegrina. Questo cammino non ci porta ad altre cose ma ci deve portare a vivere più intensamente e a prendere una coscienza più viva di quello che noi già possediamo nella fede. Il Battesimo implica il nostro morire, essere sepolti sotto l'acqua, come dice san Paolo nella lettera ai Romani e implica anche una nostra resurrezione, un nostro emergere dalle acque, vivere come figli di Dio e ascoltare la voce del Padre che ci riconosce suoi figli. Vedete, come s'inizia col Tempo dell'Avvento e cioè con il Natale di Gesù l'anno liturgico, così s'inizia ogni anno la nostra vita. È talmente grande il mistero al quale dobbiamo partecipare, che non si può celebrare ogni anno il Natale senza che si ripeta per noi la medesima grazia perché, per vivere pienamente la grazia del Cristo, quante conversioni s'impongono! AI principio ci sembra che la nostra conversione sia vera, sia totale per il fatto che lasciamo il peccato. Quando abbiamo lasciato il peccato, scopriamo in noi più peccati di prima: saranno meno gravi, ma sono più numerosi, ci accorgiamo di tante debolezze, di tante imperfezioni, di tanta polvere che si depone nella nostra anima. Dio è tanto grande, tanta immensa la sua santità che il nostro cammino verso di Lui è una novità continua, come se non l'avessimo mai conosciuto. Infatti, tanto Egli ci chiede di più, tanto Egli ci dona di più. Allora noi comprendiamo perché i santi tanto più s'avvicinano a Dio, quanto più si sentano peccatori e così potevano ottenere da Dio una maggiore effusione di grazia. Pensate a cosa dice san Francesco d'Assisi: «Chi sono io umilissimo verme? Chi sono io e chi sei Tu?». Nella luce divina che tanto più si manifesta all'anima, si scopre anche più intensamente la nostra povertà, la nostra miseria, il nostro peccato. Ma non si scopre questo nostro peccato che nell'atto stesso in cui Dio lo perdona. Nell'istante stesso che ci sottraiamo a Dio, precipitiamo giù. Siccome l'anima sperimenta sempre più la gratuità del suo esistere, la mostruosa fragilità dell'essere creato, si sente capace di ogni peccato e sente che vivere nella grazia è sempre un miracolo della grazia divina, un miracolo della potenza divina. Il vivere il Battesimo di Gesù vuol dire, prima di tutto, vivere questo: essere continuamente ricreati da Lui, sollevati dal peccato, dal proprio nulla. Se anche non hai peccato come creatura, in te stesso sei nulla: è Lui che ti salva, è Lui che ti solleva, è Lui che ti dà la vita. In te non vi è nessuna consistenza, nessuna ragione di esistere; in te non vi è nessuna possibilità di resistere a questa forza d'inerzia che ti precipita giù. Nostro Signore è emerso dall'acqua, ma è rimasto fra gli uomini; noi, invece, mediante il Battesimo ci solleviamo sempre di più verso Dio. La nostra emersione non è soltanto emersione dall'acqua: è l'emersione da questa creazione. Ecco, è questa la cosa che maggiormente differenzia il cristianesimo dalle altre religioni. Dio ci chiama per nome e ciò vuol dire che rispondere a Dio implica per noi il superamento di ogni massa, non facciamo più parte della massa umana; siamo in comunione con tutti gli uomini, ma non siamo parte di una massa. Siamo chiamati per nome, emergiamo da tutto: dal tempo, dallo spazio, da tutti i condizionamenti umani per rispondere a Lui solo. La grandezza dell'uomo è qui: è una emersione che implica un sollevarsi dell'uomo al di sopra di tutto per vivere nella contemplazione pura di Dio, per vivere in un rapporto d'amore. Questo che è vero per me, è vero per ciascuno di voi ed è vero poi nell'amore che ciascuno di noi può portare all'altro, perché tutti emergendo verso Dio, tutti in Dio troveremo riposo. Quello che dice la lettera ai Colossesi di san Paolo, si realizza per noi: finalmente troveremo una pietra su cui fondarci e la pietra è Cristo, cioè l'essere creato trova una sua consistenza eterna nel Cristo, perché Cristo è Dio. Fintanto che noi rimaniamo creature il nostro essere si disfà. Ha ragione il buddismo: tutto è vacuità, tutto è impermanenza, non c'è nulla che resista, tutto è vuoto. Ma io poggio sulla pietra che è Cristo, che è Dio, poggio su di Lui pietra eterna. Mentre prima mi minacciava la morte, ora in Dio trovo il mio fondamento ultimo: «Deus, Deus firmamentum meum!» (cf. Sal 17,3). Vi rendete conto che tutto scorre come l'acqua; tutto scorre, nulla c'è di fermo, nulla c'è d'immutabile, nulla c'è di fisso, nulla c'è di vero, di reale. Tutto è come nebbia, tutto fluisce via come l'acqua tra le mani; tutto il mio essere e di coloro che amo, tutto sparisce. No, tutto rimane e tu emergi dal nulla per ascoltare la parola di Dio che ti chiama, di un Dio che è la tua consistenza eterna. Allora può sparire tutto questo mondo, ma io non sparisco. Ci sarà un tempo in cui non ci sarà più Bologna, non ci sarà più nemmeno l'Italia, anche sul piano geografico, chissà come finirà, ma io rimango, rimaniamo. Rispondendo a Dio che ci chiama, in Dio troveremo il nostro riposo eterno. Dio è l'eternità e noi vivremo l'eternità. |