sabato 7 gennaio 2012

Il Battesimo del Signore



Questo Natale si corona con la festa del nostro Battesimo che esprime per noi oggi la potenza della grazia rivelata e apparsa nel mondo. Riconosciuto da Giovanni che lo addita come l’Agnello di Dio che si carica dei nostri peccati, con Gesù anche noi entriamo nelle acque rigeneratrici. Battezzati nella sua morte ora siamo vivi della sua stessa vita. Esperienza da praticare ogni giorno per un rinnovato battesimo. 
Buona domenica pb. Vito Valente.

                    Battesimo del Signore


Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 39 per il Battesimo del Signore, 14-16. 20; PG 36, 350-351. 354. 358-359)

Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria.
Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell'acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e nell'acqua.
Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste.
«
Sono io che devo ricevere da te il battesimo» (cfr. Mt 3, 14), così dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l'amico allo Sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che precorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente apparso a suo tempo.
«Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi.
Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante.
E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce proviene dalle profondità
dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in quel momento riceveva la testimonianza.
Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la fine del diluvio.
Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa.
Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell'uomo. Per l'uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione.
Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen.
 
MESSALE
Antifona d'Ingresso  Cf Mt 3,16-17
Dopo il battesimo di Gesù si aprirono i cieli,
e come colomba
lo Spirito di Dio si fermò su di lui ,
e la voce del Padre disse:
«Questo è il Figlio mio prediletto,
nel quale mi sono compiaciuto».
 

 

Colletta

Padre onnipotente ed eterno, che dopo il battesimo nel fiume Giordano proclamasti il Cristo tuo diletto Figlio, mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo concedi ai tuoi figli, rinati dall'acqua e dallo Spirito, di vivere sempre nel tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


Oppure:

O Padre, il tuo unico Figlio si è manifestato nella nostra carne mortale, concedi a noi, che lo abbiamo conosciuto come vero uomo, di essere interiormente rinnovati a sua immagine. Egli è Dio, e vive e regna con te ...

 

Oppure:

Padre d'immensa gloria, tu hai consacrato con potenza di Spirito Santo il tuo Verbo fatto uomo, e lo hai stabilito luce del mondo e alleanza di pace per tutti i popoli: concedi a noi che oggi celebriamo il mistero del suo battesimo nel Giordano, di vivere come fedeli imitatori del tuo Figlio prediletto, in cui il tuo amore si compiace. 
Egli è Dio, e vive e regna con te ...
  
LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura
  Is 55, 1-11
Venite all'acqua: ascoltate e vivrete.
 

Dal libro del profeta Isaia
Così dice il Signore:
«O voi tutti assetati, venite all'acqua,
voi che non avete denaro, venite;
comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro,
senza pagare, vino e latte.
Perché spendete denaro per ciò che non è pane,
il vostro guadagno per ciò che non sazia?
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti.
Porgete l'orecchio e venite a me,
ascoltate e vivrete.
Io stabilirò per voi un'alleanza eterna,
i favori assicurati a Davide.
Ecco, l'ho costituito testimone fra i popoli,
principe e sovrano sulle nazioni.
Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi;
accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano
a causa del Signore, tuo Dio,
del Santo d'Israele, che ti onora.
Cercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.
L'empio abbandoni la sua via
e l'uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie.
Oracolo del Signore.
Quan­to il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
 e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata».
 
Salmo Responsoriale  Is 12,2-6
Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza.
 
Ecco, Dio è la mia salvezza;
io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza.

Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere,
fate ricordare che il suo nome è sublime.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,
le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,
perché grande in mezzo a te è il Santo d'Israele.
 
Seconda Lettura
  1 Gv 5, 1-9
Lo Spirito, l'acqua e il sangue.
 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e os­serviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l'acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio.
Canto al Vangelo   Cf Gv 1,29
Alleluia, alleluia.

Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse:
«Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». 

Alleluia.

  
  
Vangelo  
Mc 1, 7-11

Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento.
 

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». Parola del Signore.

* * * 

Omelia (Congregazione per il Clero)
Non sempre ce lo ricordiamo: noi siamo nati dall’acqua. Naturalmente, il riferimento è all’acqua del Battesimo che ci ha fatti rinascere come nuove creature in Cristo. I Padri hanno insegnato che, scendendo nelle acque del fiume Giordano, il Signore Gesù ha santificato l’acqua, rendendola veicolo della Sua redenzione. Quando perciò veniamo lavati dall’acqua toccata dal Signore, noi nasciamo alla vera vita: siamo rigenerati dall’acqua.
Non basta, però, qualunque acqua, l’acqua in quanto tale. Sant’Ambrogio lo ricorda con chiarezza: «L’acqua, senza la predicazione della Croce del Signore, non serve a nulla per la salvezza. Ma quando è stata consacrata dal mistero della Croce che salva, allora è disposta per servire da bagno spirituale e da coppa di salvezza. [...] Perciò il sacerdote pronunzia su questo fonte [battesimale] una formula di esaltazione della Croce del Signore e l’acqua si fa dolce per conferire la grazia. [...] L’essere purificato istantaneamente [dal peccato] non è opera dell’acqua, ma della grazia» (I Misteri, 12-19).
Il Battesimo al Giordano di Gesù inaugura il Battesimo sacramentale dei figli di Dio. L’acqua è potente fonte di vita, perché trasformata dal mistero della Croce. Siamo nati, perciò, dall’acqua e dalla Croce. Ecco il messaggio della seconda lettura di oggi, in cui san Giovanni dice di Cristo: «Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue». Gesù discende nel Giordano non per essere purificato, ma per purificare e per manifestare il suo movimento di discesa dal Cielo a questo mondo, per noi peccatori. Egli si è fatto obbediente fino alla discesa più infima, fino allo svuotamento (kenosi) della sua dignità: fino alla morte di Croce. Di questo Sacrificio Egli riempie l’acqua; acqua che, scorrendo sino a noi, ci porta la Sua Croce e ci rinnova per i meriti della Sua Passione.
Il Battesimo di Gesù al Giordano ci ricorda, pertanto, il valore del nostro Battesimo e quanto esso è costato a Nostro Signore. Egli ci ha acquistati a caro prezzo. Di conseguenza, la vita del battezzato non può essere una vita «solo acqua», una vita annacquata: deve essere una vita acqua e sangue, gioia e dolore, risurrezione – certo! – ma raggiunta attraverso la Croce.
Contemplando Gesù che discende nel Giordano, chiediamo la grazia di accogliere anche noi il nostro destino di Croce, affinché il nostro rinnovamento come figli di Dio giunga al compimento ultimo nella gloria celeste, accessibile solo a coloro che scelgono – assieme a Gesù e grazie a Lui – di vivere con amore la loro piccola kenosi.

* * *
Omelia (Manicardi)
Dopo la manifestazione di Gesù quale Signore alle genti nell’Epifania, questa festa celebra lamanifestazione del Signore a Israele. Le tre letture, attraversate dalla simbologia dell’acqua, presentano il tema della rinascita e dell’esperienza di Dio come Padre: il vangelo mostra Gesù quale nuovo Mosè che dà inizio all’esodo escatologico attraverso un’immersione nelle acque del Giordano che lo conferma Figlio obbediente al Padre; la seconda lettura rievoca il ministero terreno di Gesù attraverso i due poli dell’acqua e del sangue, cioè del battesimo e della croce, e pone la fede in Gesù, Cristo e Figlio di Dio, come radice dell’esperienza cristiana della paternità di Dio; la prima lettura ricorda ai figli d’Israele esuli a Babilonia che l’esodo dalla cattività sarà autentico se accompagnato da un movimento di conversione e ritorno al Signore che è il Padre misericordioso.
Il Gesù che viene immerso nel Giordano è in mezzo a una folla di persone che a loro volta si fanno immergere da Giovanni confessando i loro peccati. Gesù, il “senza peccato”, fin dall’inizio del suo ministero, è accanto ai peccatori, tra di loro, in una piena solidarietà. Eppure egli non vive questo come protagonismo di amore o di solidarietà con gli “ultimi”, ma come occasione per conoscere l’amore del Padre su di sé: “Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto”. La Scrittura, citata nel passo di Marco (Mc 1,11 cita Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1), interiorizzata da Gesù nella sua vita spirituale, diviene ciò che gli consente di leggere gli eventi alla luce dell’unum necessarium (cf. Lc 10,42): l’amore del Padre.

Questo il saldo fondamento della vocazione e del ministero di Gesù: l’amore del Padre attestato dallo Spirito santo che scende e rimane su di lui. Lo Spirito è il sigillo della comunione tra il Padre e il Figlio, è l’amore dall’alto che ormai è nel Figlio e che dal Figlio può essere comunicato agli uomini. Lo squarciarsi dei cieli significa l’instaurarsi della comunione tra cielo e terra, tra Dio e umanità nel Figlio Gesù Cristo su cui riposa lo Spirito santo. E poiché il momento iniziale del ministero pubblico di Gesù rinvia al momento finale, la croce, quando Gesù sarà ancora tra peccatori (in mezzo a due malfattori), sarà confessato Figlio di Dio dal centurione e quando si squarcerà il velo del tempio, alla croce apparirà che ogni uomo accede ormai, grazie al dono dello Spirito, alla comunione con Dio non attraverso il tempio, ma attraverso il corpo di Gesù, il Messia. L’umanità di Gesù Cristo è ormai il luogo dello Spirito, il luogo della comunione tra Dio e gli uomini.
Il nesso tra battesimo di Gesù e crocifissione (definita implicitamente “immersione” in Mc 10,38-39) svela anche un senso del battesimo cristiano, del battesimo nel Nome di Gesù, la cui memoria è destata da questa celebrazione: il battesimo è la figura essenziale e necessaria della fede e apre al cristiano un cammino esistenziale in cui è possibile anche la perdita della vita a motivo di Cristo. Essere cristiani significa vivere il battesimo, ovvero entrare nel dinamismo spirituale del credente che si rivolge a Dio chiamandolo Padre e che si lascia guidare dalla Parola e dallo Spirito nella vita filiale.
La voce dall’alto si rivolge a Gesù direttamente, in un dialogo personalissimo: “Tu sei il mio Figlio”. Gesù vi risponderà con tutta la sua vita in cui si rivolgerà a Dio con il “tu”, chiamandolo “Abbà”, “padre, papà” (Mc 14,36). L’inizio del ministero pubblico di Gesù è anche l’ingresso nel misterioso e nascosto dialogo di preghiera con il Padre, base solida del ministero stesso.Ministero e preghiera appaiono inscindibili in Gesù.
Il battesimo di Gesù appare anche come esperienza e impegno di obbedienza. Obbedienza a Giovanni, a cui Gesù si sottomette facendosi battezzare da lui, ma anche obbedienza al Padre. Ormai il cammino di Gesù sarà fedele a questo momento iniziale e costitutivo grazie alla sua obbedienza alla parola di Dio e alla sua docilità allo Spirito.

* * *

APPROFONDIMENTI


L'EFFUSIONE O BATTESIMO NELLO SPIRITO SANTO
di Padre Raniero Cantalamessa



Prima di parlare dei battesimo, o dell'effusione, dello Spirito, mi
pare importante cercare di capire che cos'è il Rinnovamento nello
Spirito, nel cui ambito tale esperienza si colloca, e di cui, anzi,
costituisce il momento più forte. Capiremo meglio, in tal modo, che
l'effusione non è un'esperienza fine a se stessa, ma piuttosto l'inizio
di un cammino che ha per scopo un profondo rinnovamento della
vita, nella Chiesa.
Rinnovarsi nello Spirito
"Rinnovamento nello Spirito" è un'espressione biblica che
incontriamo, in forme equivalenti, due volte nel Nuovo Testamento.
Per comprendere l'anima dei movimento carismatico, la sua
ispirazione profonda, bisogna dunque interrogare anzitutto la
Scrittura. Per noi, in Italia e in altri paesi europei, si tratta di
scoprire il significato stesso del nome che diamo alla nostra
esperienza, dal momento che da noi il movimento carismatico si
chiama, abitualmente, "Rinnovamento nello Spirito Santo".
Il primo dei due testi cui accennavo è Efesini 4,23-24, e dice:
"Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire
l'uomo nuovo". In questo passo, "spirito" è scritto con la lettera
minuscola, e giustamente, perché indica il "nostro" spirito, anzi la
parte più intima di esso (lo spirito della nostra mente) quella che, di
solito, la Scrittura chiama "il cuore. Qui la parola "spirito" indica
dunque il luogo in cui bisogna rinnovarsi per somigliare a Cristo,
l'uomo nuovo per eccellenza. "Rinnovarsi" significa, pertanto,
sforzarsi di avere in sé gli stessi sentimenti che furono in
Cristo Gesù (cfr. Fil 2,5), lottare per il "cuore nuovo".
Già questo testo ci illumina sul senso e sullo scopo della nostra
esperienza: ci dice che il rinnovamento deve essere anzitutto quello
interiore, del cuore. Dopo il Concilio, si sono rinnovate tante cose
nella Chiesa: la liturgia, la pastorale, adesso il Codice di Diritto
Canonico, le costituzioni e l'abito dei religiosi. Ma per quanto
importanti, queste sono solo le premesse del vero rinnovamento;
guai a fermarsi ad esse e ritenere esaurito tutto il compito. A
Dio non premono le strutture, ma le anime.E' nelle anime che
la Chiesa è bella ed è nelle anime perciò che deve "Farsi bella". A
Dio preme il cuore del suo popolo, l'amore del suo popolo, e tutto il
resto è in funzione di questo.
Quel primo testo non basta, tuttavia, a rendere ragione del nome
che portiamo: Rinnovamento nello Spirito. Esso, infatti, mette in
luce l'obbligo di rinnovarsi ("dovete rinnovarvi!") e l'oggetto
dei rinnovamento (il cuore), ma non ci dice "come"
rinnovarci. E a che gioverebbe dirci che "dobbiamo" rinnovarci, se
non ci venisse detto anche con quali forze rinnovarci? Manca
insomma ancora il soggetto che rinnova, non conosciamo ancora il
vero autore e il protagonista del rinnovamento. Il secondo testo
biblico cui mi riferisco ci svela proprio questo; dice che Dio "...ci
ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute,
ma per sua misericordia mediante un lavacro di
rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo " (TI
3,5).
In questo testo, "Spirito" è scritto con la lettera maiuscola perché
non indica il "nostro" spirito, ma lo Spirito di Dio, lo Spirito Santo.
La preposizione articolata "nello", contrariamente al solito, qui non
sta a indicare il luogo dove ci dobbiamo rinnovare, ma designa
piuttosto lo strumento, l'agente. li nome che diamo alla nostra
esperienza significa dunque una cosa ben precisa: rinnovamento
ad opera dello Spirito Santo; rinnovamento di cui Dio, non
l'uomo, è l'autore principale, il protagonista. "Io non voi - dice
Dio - faccio nuove tutte le cose"
Sembra una cosa da poco, una semplice precisazione, e invece si
tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana, di un
ribaltamento, attraverso cui devono passare persone, istituzioni,
comunità e la Chiesa intera, nel suo aspetto umano, per fare
l'esperienza di un vero rinnovamento spirituale.
Dal punto di vista religioso, noi pensiamo spesso con il "sistema
tolemaico": alla base c'è il nostro sforzo, l'organizzazione,
l'efficienza, le riforme, la buona volontà; la "terra qui è al centro;
Dio viene a potenziare e coronare, con la sua grazia, il nostro
sforzo. Il "Sole" gira e fa da vassallo alla terra; Dio è il satellite
dell'uomo e non viceversa.
"Bisogna - grida, a questo punto, la Parola di Dio - restituire
il potere a Dio" (cfr. Sal 68,35), perché "il potere appartiene a
Dio" (Sal 62,12). Questo è uno squillo di tromba! Per troppo tempo,
abbiamo usurpato a Dio questo suo potere, gestendolo come fosse
nostro, come fosse da noi "reggere" il potere di Dio. Bisogna che
siamo noi a girare intorno al "Sole"; questa è la rivoluzione
copernicana di cui parlavo.
Grazie ad essa, noi riconosciamo, semplicemente, che, senza lo
Spirito Santo, non possiamo far nulla, neppure dire "Gesù è il
Signore!" (cfr. 1 Cor 12,3), che anche lo sforzo più tenace è sempre
effetto, più che causa, della salvezza. E allora cominciamo davvero
a "sollevare lo sguardo", a "guardare in alto", come ci esorta il
profeta (cfr. Os 11,7) e a dire: "Alzo gli occhi verso i monti: da
dove mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha
fatto cielo e terra " (Sal 12 1, 1 ss).
Tante volte risuona nella Bibbia il comando di Dio: "Siate santi
perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo!" (Lv 19, l; cfr. Lv
11,44; 1 Pt 1,15ss); ma una volta, proprio nello stesso libro del
Levitico, troviamo la frase che spiega tutte le altre: "Io sono il
Signore che vi vuole fare santi!" (Lv 20,8). Io sono il Signore
che vuole rinnovarvi con il suo Spirito! Lasciatevi rinnovare
dal mio Spirito!
IL BATTESIMO, SACRAMENTO "LEGATO"
Ora possiamo passare a trattare direttamente del tema che ci
interessa in questo incontro: l'effusione dello Spirito.
L'effusione dello Spirito non è un sacramento, ma implica il
rapporto a un sacramento, anzi a più sacramenti: ai
sacramenti dell'iniziazione cristiana. L'effusione attualizza e, per
così dire, rinnova l'iniziazione cristiana.
Il rapporto fondamentale è, però, con il sacramento del
battesimo.
La designazione "battesimo nello Spirito" con cui l'effusione veniva
chiamata fino a poco fa, e con cui è ancora chiamata dai nostri
fratelli americani, non voleva dire altro che questo, cioè che si
tratta di qualcosa che si fonda sul sacramento del battesimo.
Noi diciamo che l'effusione dello Spirito attualizza e ravviva il nostro
battesimo.
Per capire come un sacramento ricevuto tanti anni fa, addirittura
agli inizi della vita, possa improvvisamente tornare a rivivere e a
sprigionare tanta energia quanta ne vediamo in occasione
dell'effusione, bisogna tener presenti alcuni elementi di teologia
sacramentaria.
La teologia cattolica conosce l'idea di sacramento valido e lecito, ma
"legato". Un sacramento si dice legato" se il suo frutto rimane
vincolato, non usufruito, per mancanza di certe condizioni che ne
impediscono l'efficacia. Un esempio estremo è il sacramento del
matrimonio o dell'ordine sacro ricevuto in stato di peccato mortale.
In queste condizioni, tali sacramenti non possono conferire
nessuna grazia alle persone; rimosso però l'ostacolo del
peccato, con la penitenza, si dice che il sacramento rivive
(reviviscit) grazie alla fedeltà e alla irrevocabilità del dono di
Dio. Dio resta fedele anche se noi siamo infedeli perché egli
non può rinnegare se stesso (cfr. 2 Tin 2,13).
Quello del matrimonio o dell'ordine sacro ricevuto in stato di
peccato è, dicevo, un caso estremo, ma sono possibili altri casi in
cui il sacramento, pur non essendo del tutto legato, non è però
neppure del tutto sciolto, cioè libero di operare i suoi effetti. Nel
caso dei battesimo, che cos'è che fa si che il frutto dei
sacramento resti legato? Bisogna richiamare qui la dottrina
classica dei sacramenti. I sacramenti non sono riti magici che
agiscono meccanicamente, all'insaputa dell'uomo, o prescindendo
da ogni sua collaborazione. La loro efficacia è frutto di una
sinergia, o collaborazione, tra l'onnipotenza divina (in
concreto: la grazia di Cristo o lo Spirito Santo) e la libertà
umana, perché ha detto S. Agostino: "Chi ti ha creato senza il
tuo concorso, non ti salva senza la tua collaborazione"
(Sermo 169,11; PL 38,923).
Ancora più precisamente, il frutto del sacramento dipende tutto
dalla grazia divina; solo che questa grazia divina non agisce
senza il "sì', cioè il consenso e l'apporto della creatura, che è
più una "conditio sine qua non " che non una con-causa. Dio
si comporta come lo sposo che non impone il suo amore per forza,
ma attende il "sì" libero della sposa.
L'OPERA DI DIO E L'OPERA DELL'UOMO NEL BATTESIMO
Tutto ciò che dipende dalla grazia divina e dalla volontà di Cristo,
nel sacramento, si chiama "opus operatum", che possiamo
tradurre: opera già realizzata, frutto oggettivo e immancabile
del sacramento, quando è amministrato validamente; tutto
ciò che invece dipende dalla libertà e dalle disposizioni del soggetto
si chiama "opus operantis ", cioè opera da realizzare, apporto
dell'uomo.
L'opus operatum del battesimo, cioè la parte di Dio o la
grazia, è molteplice e ricchissima: remissione dei peccati,
dono delle virtù teologali della fede, speranza e carità
(queste solo in germe), figliolanza divina; il tutto operato
mediante l'efficace azione dello Spirito Santo. "Battezzati,
noi siamo illuminati; illuminati, siamo adottati come figli;
adottati, siamo resi perfetti; resi perfetti, riceviamo
l'immortalità.
Questa operazione del battesimo ha nomi diversi: grazia,
illuminazione, perfezione, bagno. Bagno per cui Siamo purificati dai
nostri peccati; grazia per la quale i castighi meritati per i nostri
peccati sono tolti; illuminazione nella quale noi contempliamo la
bella e santa luce della salvezza, cioè per la quale penetriamo con
lo sguardo il divino; perfezione perché nulla manca" (Clemente
Alessandrino, Pedagogo 1, 6,26).
Il battesimo è davvero un ricchissimo pacco-dono che
abbiamo ricevuto al momento della nostra nascita in Dio. Ma
è un pacco-dono ancora sigillato: noi siamo ricchi perché
possediamo quel pacco (e perciò possiamo compiere tutti gli atti
necessari alla vita cristiana), ma non sappiamo cosa possediamo;
parafrasando una parola di Giovanni, potremmo dire: noi fin d'ora
siamo figli di Dio, ma ciò che siamo non è stato ancora
rivelato (cfr. 1 Gv 3,2). Ecco perché diciamo che, nella
maggioranza dei cristiani, il battesimo è un sacramento "legato".
Fin qui l'opus operatum. Ma in che consiste, nel battesimo, l'opus
operantis, cioè la parte dell'uomo? Consiste nella fede! "Chi
crederà e sarà battezzato sarà salvo " (Mc 16,16): accanto al
battesimo c'è dunque un altro elemento: la fede dell'uomo. "A
quanti però l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di
Dio: a quelli che credono nel suo nome " (Gv 1, 12). Possiamo
anche ricordare quel bel testo degli Atti degli Apostoli che narra del
battesimo del ministro della regina Candàcel Arrivati a un corso
d'acqua quell'uomo dice: 'Ecco qui c'è acqua: che cosa mi
impedisce di essere battezzato? Filippo dice: Se credi con tutto il
cuore è permesso (At 8,36-37, il versetto 37 è un'aggiunta della
primissima comunità cristiana che ci testimonia la convinzione
comune della Chiesa in questo periodo). Il battesimo è come un
sigillo divino posto sulla fede dell'uomo: " ... dopo aver
ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza ed
avere in esso creduto, avete ricevuto (nel battesimo, si intende) il
suggello dello Spirito Santo " (Ef 1, 13).
Scrive S. Basilio: in verità la fede e il battesimo, questi due modi
della salvezza, sono legati l'uno all'altro e indivisibili, poiché se la
fede riceve dal battesimo la sua perfezione, il battesimo si fonda
sulla fede" (Sullo Spirito Santo, 12; PG 32,117 B). Lo stesso Santo
chiama il battesimo: "sigillo della fede"(Contro Eunomio 111,5)
L'opera dell'uomo, cioè la fede, non ha la stessa importanza e
autonomia dell'opera di Dio, perché nell'atto stesso di fede c'è una
parte di Dio; è esso stesso opera della grazia che lo suscita;
tuttavia l'atto di fede comprende come elemento essenziale anche
la risposta, il "Credo!" dell'uomo, e in questo senso noi lo
chiamiamo opus operantis, cioè opera dell'uomo.
Si capisce, adesso, perché nei primi tempi della Chiesa il battesimo
fosse un evento così potente e ricco di grazia e perché non ci
fosse bisogno, normalmente, di una nuova effusione dello
Spirito, come quella che facciamo noi oggi.
Il battesimo veniva amministrato ad adulti che si
convertivano dal paganesimo e che, convenientemente
istruiti, erano in grado di fare, in occasione del battesimo, un
atto di fede e una scelta esistenziale libera e matura (basta
leggere le Catechesi Mistagogiche sul battesimo, attribuite a Cirillo
di Gerusalemme, per rendersi conto della profondità di fede cui
erano condotti i battezzandi).
Al battesimo insomma si arrivava attraverso una vera e propria
conversione; per essi il battesimo era davvero un lavacro di
rinnovamento personale, oltre che di rigenerazione nello Spirito
Santo (cfr. Tt 3,5). Mi ha impressionato un testo di S. Basilio. A uno
che gli aveva chiesto di scrivere un trattato sul battesimo, S.
Basilio risponde che non può spiegare cosa significa il
battesimo senza aver spiegato prima cosa significa essere
discepoli di Gesù, poiché il comando del Signore dice:
"Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni,
battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho
comandato (Mt 28,19-20).
Perché il battesimo operi in tutta la sua forza, bisogna che chi si
accosta ad esso sia un discepolo, o sia intenzionato a diventarlo
seriamente: "Discepolo è, come apprendiamo dal Signore stesso,
chiunque si accosta al Signore per seguirlo, cioè per ascoltare le
sue parole, credere e ubbidire a lui come a padrone e re e medico e
maestro di verità... Ora, colui che crede nel Signore e si presenta
come pronto al discepolato, deve prima allontanarsi da ogni
peccato, e poi anche da tutte le cose che distolgono dall'ubbidienza,
per molte ragioni dovuta al Signore, anche se sembrino
all'apparenza ragionevoli" (S. Basilio, Sul battesimo, I,1; PG
31,1513ss).
La condizione favorevole che permetteva al battesimo, alle origini
della Chiesa, di operare con tanta potenza era dunque questa: che
l'opera di Dio e l'opera dell'uomo si incontravano
contemporaneamente, c'era un sincronismo perfetto; avveniva
come quando i due poli, positivo e negativo, si toccano e fanno cosi
sprigionare la luce.
Ora questo sincronismo si è rotto; ricevendo il battesimo da
bambini, è venuto a mancare a poco a poco un atto di fede
libero e personale. Esso veniva supplito, ed emesso, per così
dire, per interposta persona (genitori, padrini). Di fatto, una
volta, quando tutto l'ambiente che circondava il bambino era
cristiano e impregnato di fede, questa fede poteva sbocciare,
anche se più lentamente. Ma ora non è più cosi; la nostra
condizione è venuta ad essere ancora peggiore di quella del
Medio Evo. L'ambiente infatti in cui il bambino cresce, non è tale
da aiutarlo a sbocciare nella fede: non lo è spesso la famiglia,
non lo è ancora più spesso la scuola e non lo è, meno che
meno, la società e la cultura. Questo non significa affermare che
non c'è, in questa situazione, una vita cristiana normale, né che
siano mancati la santità e i carismi che l'accompagnano; solo che,
anziché un fatto normale, ciò è divenuto sempre più, agli occhi dei
cristiani, un'eccezione.
In questa situazione, raramente, o mai, il battezzato arriva a
proclamare "in Spirito Santo": Gesù è il Signore! E finché non
si arriva a questo punto, tutto nella vita cristiana è sfocato,
immaturo. Non avvengono più i miracoli; si ripete ciò che avvenne
per i nazaretani "Gesù non potè fare molti miracoli a causa della
mancanza di fede" (cfr. Mt 13,58).
IL SIGNIFICATO DELL'EFFUSIONE DELLO SPIRITO
Ecco, allora, il senso dell'effusione dello Spirito.
Essa è una risposta di Dio alla disfunzione in cui è venuta a
trovarsi la vita cristiana. In questi ultimi anni si sa che anche la
Chiesa, i vescovi, hanno cominciato a preoccuparsi del fatto che i
sacramenti cristiani, specialmente il battesimo, vengono
amministrati a persone che poi non ne faranno alcun uso nella vita
e hanno prospettato la possibilità di non dare il battesimo quando
mancano le garanzie minime che esso sia coltivato e valorizzato dal
bambino.
Non si possono infatti "gettare le perle ai cani", come diceva
Gesù, e il battesimo è una perla perché esso è il frutto del
sangue di Cristo. Ma si direbbe che Dio si sia preoccupato, prima
ancora della Chiesa, di questa disfunzione e abbia suscitato, qua e
là nella Chiesa, movimenti tendenti a rinnovare negli adulti
l'iniziazione cristiana.
Il Rinnovamento nello Spirito è uno di questi movimenti, e in esso
la grazia principale è senza dubbio legata all'effusione dello Spirito
e a ciò che la precede. La sua efficacia nel riattivare il
battesimo consiste in questo: che finalmente l'uomo reca la sua
parte, cioè fa una scelta di fede, preparata nel pentimento, che
permette all'opera di Dio di "liberarsi" e di sprigionare tutta la sua
forza. Come se la mano tesa di Dio finalmente incontrasse quella
dell'uomo e, nella stretta, facesse passare tutta la sua forza
creatrice che è lo Spirito Santo; come se, per usare un'immagine
tratta dal mondo fisico, la spina venisse inserita nella presa e si
accendesse la luce. li dono di Dio viene finalmente "slegato" e lo
Spirito si espande come profumo sulla vita cristiana.
Nell'adulto, che ha già alle spalle una lunga vita cristiana, questa
scelta di fede ha necessariamente il carattere di una conversione;
potremmo descrivere l'effusione dello Spirito, per quanto riguarda
la parte dell'uomo, sia come un rinnovamento del battesimo,
che come una seconda conversione.
Possiamo capire qualche cosa di più dell'effusione, vedendola in
rapporto anche con la confermazione, almeno nella prassi attuale,
in cui questo sacramento è staccato dal battesimo e amministrato
più tardi. Oltre che un rinnovamento della grazia del
battesimo, l'effusione è anche una "conferma" del proprio
battesimo, un "si" cosciente detto ad esso, ai suoi frutti e ai
suoi impegni, e come tale si affianca (almeno per l'aspetto
soggettivo di esso) a quello che opera, sul piano oggettivo e
sacramentale, la confermazione: questa infatti è vista come un
sacramento che sviluppa, conferma e porta a compimento l'opera
del battesimo.
L'effusione è una confermazione soggettiva e spontanea
(non sacramentale), in cui lo Spirito agisce non in forza
dell'istituzione, ma in forza della libera iniziativa dello
Spirito e della disponibilità del soggetto.
Dal riferimento alla confermazione viene anche quello speciale
senso di maggiore coinvolgimento nella dimensione apostolica e
missionaria della Chiesa che di solito si nota in chi riceve l'effusione
dello Spirito: ci si sente spinti a collaborare di più
all'edificazione della Chiesa, a mettersi a servizio di essa nei
vari ministeri sia clericali che laicali, a dare testimonianza a
Cristo: tutte cose, queste, che richiamano l'evento della Pentecoste
e sono attualizzate nel sacramento della cresima.
GESU', COLUI CHE BATTEZZA IN SPIRITO SANTO
L'effusione dello Spirito non è l'unica occasione che si
conosca nella Chiesa per questa riviviscenza dei sacramenti
dell'iniziazione, e, in particolare, della venuta dello Spirito Santo
nell'anima in occasione del battesimo. C'è, per esempio, il
rinnovamento delle promesse battesimali nella veglia pasquale, ci
sono gli esercizi spirituali, c'è la professione religiosa, chiamata un
"secondo battesimo" e, a livello sacramentale, abbiamo detto, la
confermazione.
Non è difficile, poi, scoprire spesso nella vita dei santi la presenza di
una "effusione spontanea", specialmente in occasione della loro
conversione. Ecco per esempio cosa si legge di S. Francesco al
momento della sua conversione: "Terminato il banchetto, uscirono
di casa. Gli antici gli camminavano innanzi; lui, tenendo in mano
una specie di scettro, veniva per ultimo, ma invece di cantare, era
assorto nelle sue riflessioni. D'improvviso, il Signore lo visitò e ne
ebbe il cuore riboccante di tanta dolcezza, che non poteva muoversi
né parlare, non percependo se non quella soavità, che lo estraniava
da ogni sensazione... Gli amici, voltandosi e scorgendolo rimasto
così lontano, lo raggiunsero e restarono trasecolati nel vederlo
mutato quasi in un altro uomo. Lo interrogarono: 'A cosa stavi
pensando, che non ci hai seguiti? Almanaccavi forse di prendere
moglie. Rispose con slancio: 'E vero. Stavo pensando di prendermi
in sposa la ragazza più nobile, ricca e bella che mai abbiate visto'. I
compagni si misero a ridere. Francesco disse questo non di sua
iniziativa, ma ispirato da Dio" (Leggenda dei tre compagni, 3,7).
Dicevo che l'effusione dello Spirito non è l'unica occasione di
rinnovamento della grazia battesimale. Essa però occupa un
posto tutto particolare per il fatto di essere aperta a tutto il
popolo di Dio, piccoli e grandi, e non soltanto ad alcuni
privilegiati che fanno gli esercizi spirituali ignaziani o
emettono la professione religiosa.
Da dove proviene questa straordinaria forza che abbiamo
sperimentato in occasione della effusione? Noi infatti non stiamo
parlando di una teoria, ma di qualcosa che abbiamo sperimentato
noi stessi, per cui possiamo dire come Giovanni:
"Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i
nostri occhi, ciò che le nostre mani hanno toccato, questo
annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in
comunione con noi" (cfr. 1 Gv 1, 1-3).
La spiegazione di questa forza è nella volontà di Dio: perché è
piaciuto a Dio oggi rinnovare la Chiesa con questo mezzo e basta!
Ci sono certamente dei precedenti biblici come quello narrato in Atti
8,14-17, quando Pietro e Giovanni, saputo che i Samaritani
avevano accolto la Parola di Dio, si recarono da loro, pregarono
per loro, e imposero loro le mani perché ricevessero lo
Spirito Santo. Ma il testo biblico da cui bisogna partire, per
capire qualcosa del battesimo nello Spirito, è soprattutto
Giovanni 1,32-33: "Giovanni rese testimonianza dicendo: Ho
visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e
posarsi su di lui. lo non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a
battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale
vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in
Spirito Santo".
Che significa dire che Gesù è colui che battezza in Spirito Santo?
L' espressione non serve solo a distinguere il battesimo di
Gesù da quello di Giovanni che battezza solamente "con
acqua", ma serve a distinguere l'intera persona e opera di
Cristo da quelle del Precursore. In altre parole, in tutta la sua
opera Gesù è colui che battezza in Spirito Santo.
Battezzare ha qui un significato metaforico; vuole dire
inondare, bagnare completamente, sommergere, come fa l'acqua
con i corpi. Gesù "battezza in Spirito Santo" nel senso che "dà lo
Spirito senza misura" (cfr. Gv 3,34), che "effonde" il suo Spirito (cfr.
At 2,33) su tutta l'umanità redenta.
L'espressione si riferisce più all'avvenimento della
Pentecoste che al sacramento del battesimo, come si deduce
anche dal seguente passo degli Atti: "Giovanni ha battezzato
con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra
non molti giorni" (At 1,5).
L'espressione "battezzare in Spirito Santo" definisce perciò l'opera
essenziale di Cristo che già nelle profezie messianiche dell'Antico
Testamento appare orientata a rigenerare l'umanità mediante una
grande effusione di Spirito Santo (cfr. GI 3,Iss).
Applicando tutto questo alla vita e al tempo della Chiesa,
dobbiamo concludere che Gesù risuscitato non battezza in
Spirito Santo unicamente nel sacramento del battesimo, ma,
in modo diverso, anche in altri momenti: nell'eucaristia,
nell'ascolto della Parola e, in genere, in tutti i "mezzi della
grazia".
Il battesimo nello Spirito è uno di questi modi con cui Gesù risorto
continua la sua opera essenziale di "battezzare nello Spirito". Per
questo motivo, se è giusto spiegare questa grazia in riferimento al
battesimo e all'iniziazione cristiana. come io stesso ho fatto sopra,
bisogna guardarsi dall'irrigidire anche questo punto di vista. Non è
soltanto il nostro battesimo che rivive grazie ad essa, ma anche la
cresima, la prima comunione, l'ordinazione sacerdotale o
episcopale, la professione religiosa, il matrimonio, tutte le grazie e
tutti i carismi ricevuti. E' davvero la grazia di una nuova Pentecoste.
Una iniziativa, in certo senso, nuova e sovrana della grazia di Dio,
che si fonda, come tutto il resto, sul battesimo, ma che non si
esaurisce in esso. Non dice relazione soltanto all"'iniziazione", ma
anche alla "perfezione" della vita cristiana.
Solo in questo modo si spiega la presenza del battesimo
nello Spirito tra i fratelli pentecostali, per i quali la
iniziazione è un concetto estraneo e lo stesso battesimo di
acqua non riveste sempre l'importanza che ha per noi
cattolici e per le altre Chiese.
Il battesimo nello Spirito ha, alla sua stessa origine, una valenza
ecumenica che è necessario preservare a ogni costo, come
promessa e strumento in vista dell'unità dei cristiani, evitando una
eccessiva "cattolicizzazione" di questa esperienza comune, che è il
battesimo nello Spirito.

* * *

IL VALORE DEL BATTESIMO DI GESÙ

di don Divo Barsotti




Ritiro a Bologna, 8 gennaio 1983
Come comprendere il Battesimo di Gesù?
Stasera incominciamo l'ultima festa del tempo di Natale, il Battesimo di Gesù. Prima del Concilio, questo tempo terminava col 2 febbraio, ora invece termina con la seconda domenica di gennaio, che commemora il Battesimo. Se entriamo in questa festività, la festività stessa ci dà l'argomento per meditare uno dei più grandi misteri della vita di Cristo: il suo Battesimo.
Noi possiamo considerare il Battesimo di Gesù, nella narrazione che ci danno di questo avvenimento i Vangeli, sotto diversi aspetti: quello che tale evento è per Lui, per nostro Signore, quello che è nei riguardi della comunità cristiana e infine per quello che riguarda il rapporto fra Antico e Nuovo Testamento. Che cosa dobbiamo scegliere fra tutti gli aspetti che ci si propongono ad una meditazione di questo mistero? Quello che soprattutto è messo in evidenza dagli Evangelisti è il fatto che il Battesimo di Gesù inizia l'era messianica. L'Incarnazione, i Vangeli dell'infanzia, non fanno parte del Vangelo: sono nel Vangelo, intendiamoci, ma non fanno parte del Vangelo. Anche il modo di scrivere è tutto un altro negli evangelisti quando ci parlano della vita nascosta di Gesù e quando ci parlano della sua vita pubblica. La vita nascosta del Signore sembra che non faccia parte della sua missione di salvezza, di Salvatore. Evidentemente l'Incarnazione è la condizione per il Signore di salvarci ma è un avvenimento che rimane segreto, è un avvenimento di cui entrano a fare parte soltanto la Vergine e san Giuseppe. Per 30 anni e forse di più, il Figlio di Dio è vissuto nell'anonimato solo per loro.
La vita nascosta di Gesù
Quale mistero! L'umanità aveva aspettato il Salvatore per millenni ed ora che Egli viene, nessuno lo sa: vive nel nascondimento più completo, vive nel silenzio, nell'umiltà senza che nessuno sappia più nulla di Lui. È impressionante il fatto che il Figlio di Dio facendosi uomo vive in mezzo agli uomini in tal modo da non potersi sottrarre agli altri, perché i villaggi di allora erano costituiti da tante piccole case che avevano soltanto un vano per dormire. Tutto il giorno, gli abitanti del villaggio vivevano nelle piazze, nelle strade: nelle strade anche mangiavano, facevano da mangiare, tutto. Non c'era modo di vivere dentro la casa, forse senza finestre, dove soltanto si andava per essere riparati dal freddo della notte. Gesù ha vissuto così forse per 30 o 35 anni con tutti gli altri e nessuno si è accorto mai di nulla. Egli ha scelto di essere veramente l'ultimo di tutti gli uomini, in tutto uguale, in tutto simile a noi fuorché nel peccato.
Il primo atto in cui Egli entra nella vita pubblica, in cui Egli inizia la sua missione è il Battesimo: ecco la grandezza di questo avvenimento nei Vangeli. Non tutti i Vangeli ci parlano della nascita, soltanto Matteo e Luca. Nessun Vangelo ci parla di questi trenta anni, solo un episodio in san Luca quando Egli aveva dodici anni; ma dai dodici anni ai trenta, forse trentacinque - si tratta allora di circa venti anni di vita - nessuno può dire nulla di Lui. Come se Egli non fosse cresciuto fra gli uomini, come se Egli non avesse fatto nulla, non avesse detto nulla in tutto questo tempo. A questa vita nascosta, che al minimo è durata vent'anni, ma che può essere durata anche trent'anni, seguono due anni e mezzo, e secondo alcuni evangelisti un anno soltanto, di vita pubblica. Notate bene, tutta la salvezza dell'umanità, il destino di tutti gli uomini, sia prima che Egli nascesse, sia dopo che Egli è morto sopra la croce, il destino di ogni uomo dipende da Lui, e Lui vive la Sua missione di salvezza in pochi mesi di predicazione, di miracoli e soprattutto con la Sua morte di croce.
Si può credere a Gesù?
Veramente si comprende la difficoltà degli uomini a credere; si capisce bene come il credere sia il miracolo più grande che si possa vivere. Mi sembra che credere nel Cristo sia un miracolo più grande che credere nella resurrezione dei morti. Pensare che il destino di ogni uomo dipende da questa morte, da una morte che, seppur grande quanto si voglia, rimane la morte di un supplizio il più infame di tutti, riservato agli schiavi. Si può credere oggi, diceva Dostoevskij cent'anni fa, che Gesù Cristo è Figlio di Dio? Tutto dipende da questo, che Dio si sia manifestato, sia entrato nel contesto della storia, si sia comunicato all'uomo, si sia fatto uomo e sia morto per noi. Si può credere che Gesù Cristo è Figlio di Dio? Quello che distingue gli uomini e che li divide è precisamente questa verità. È la domanda che d'altra parte Gesù fa ad ogni generazione che appaia sulla terra: «Chi dite che sia il Figlio dell'uomo?». Un profeta, perché oggi la maggior parte degli uomini dice che è un profeta, un grande uomo, un grande sapiente. «Ma voi chi dite che io sia?». «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Il cristiano è colui che compie questo atto che veramente è straordinario. Ma se Dio non ci aiutasse, se Dio non vivesse in noi, noi non saremmo capaci di dirlo, non saremmo capaci di viverlo. Davvero si manifesta una forza divina. Si può dire che siamo soltanto dei pazzi? Chi è che ci fa dire che in quell'avvenimento, la morte di croce, in quell'uomo che i suoi contemporanei hanno veduto, hanno toccato, hanno ascoltato, dipende il destino di tutta l'umanità? Certamente qui lo Spirito Santo interviene, qui davvero è la manifestazione più grande della trascendenza del cristianesimo.
Oggi c'è in tutti gli uomini il bisogno di dare un senso alla propria vita, il bisogno di una finalità della vita, non si sopporta di vivere se la vita non ha un senso. E allora i giovani cercano la preghiera. Quello che si rifiuta è la mediazione della Chiesa e del Cristo. Fintanto che si accetta una divinità impersonale, fintanto che si accetta l'unità dello spirito, anche una mistica come la mistica indù, è tutto facile o almeno più naturale per l'uomo. Ma quando si dice che Dio sale sulla croce, tu devi credere che la tua vita dipende da quell'uomo, e conosci più cose di san Paolo che di Gesù. Sul piano storico, la vita di san Paolo ha una dimensione più notevole di quella di Cristo; non si può dubitare che Gesù sia vissuto, però san Paolo ha viaggiato, ha conosciuto tante città, tante culture, è entrato in rapporto con tanti uomini anche importanti: Gallione, il re Agrippa, poi Berenice, uomini che la storia conosce. Abbiamo trovato un reperto archeologico, una pietra in cui si diceva che Ponzio Pilato è stato procuratore in quei tali anni ma non si parla di Gesù. Niente. Gesù ha avuto l'occasione di dare una certa dimensione storica alla sua vita, è stato trasportato davanti a Erode, Erode Agrippa e a Pilato, ma è stato zitto, non ha saputo neppure approfittare di quelle occasioni per farsi un po' più bello nei confronti della storia. Sul piano della storicità appare l'uomo privo di qualsivoglia dimensione pubblica. Non era neppure sommo sacerdote: è l'unico sacerdote perché è Figlio di Dio. Assumendo la natura umana, diviene necessariamente il ponte che unisce queste due rive infinitamente lontane: la creatura e il Creatore. In Lui, creatura e Creatore sono uno, ecco la mediazione del Cristo. Vi dicevo prima, è molto difficile l'accettazione di questa verità, è impossibile senza la grazia divina. Mi rendo conto che nella nostra fede c'è l'azione più pura e più grande dell'agire di Dio. Non mi farebbe tanta impressione qualsiasi miracolo. I miracoli fanno più impressione perché sono cose straordinarie, apparenti e visibili, ma è più straordinario credere, perché credere vuol dire per noi il superamento infinito direi di ogni dimensione umana. Pensare che tutta la storia tende a quell'umile atto di morte, che tutta la creazione ha il suo centro in quest'uomo, che nessuno conosce!
Il senso del Battesimo di Gesù
Ora dicevo: nostro Signore ha iniziato la vita pubblica col Battesimo e il Battesimo è come una certa anticipazione della morte. Il Battista, per un intuito soprannaturale, si rende conto di chi è Colui che viene per essere battezzato. «Sono io che debbo essere battezzato da Te», gli dice Giovanni. «Lascia che si compia ogni giustizia» — risponde Gesù. Che vuole dire per Gesù essere battezzato? Vuol dire riconoscersi peccatore. Quello di Giovanni è un battesimo di penitenza. Il Battesimo di Gesù inizia la sua missione di Salvatore. L'ha presentato così Giovanni Battista, come l'agnello che porta i peccati del mondo. Gesù si fa presente — Figlio di Dio, notatelo bene — si manifesta agli uomini nell'atto in cui assume il peccato del mondo: si costituisce come penitente pubblico e universale di fronte al Padre, si carica della responsabilità di tutto l'universale peccato e si sottopone a un Battesimo. Che cos'è allora la salvezza nel cristianesimo? È precisamente questo: Dio che si carica di tutto quello che noi siamo di debolezza, d'infermità, di peccato e ci dona in cambio la sua divinità. Questo vuol dire il Battesimo. Gesù si costituisce quasi peccatore: Lui che non aveva peccato, in un atto di solidarietà umana con noi, per il non volersi in nessun modo dividere da noi peccatori, si fa solidale con noi per fare noi solidali con Lui. Dice san Paolo nella lettera ai Galati che Egli diviene peccato senza avere peccato per fare noi Dio, e l'unione si realizza precisamente in questo. La salvezza è tutta qui.
Noi possiamo dire oggi che molto spesso la teologia tradizionale parlando della redenzione, non ha visto né chiaramente né giustamente questo mistero. II mistero della redenzione è il mistero per il quale il Cristo, assumendoci, ci fa uno con sé. Uno con sé nella sua vita mortale, per Cristo, è vivere il nostro castigo, la nostra morte e per noi vivere la sua vita, vivere la sua santità, vivere la sua divinità. Non siamo più divisi: è questa la nostra speranza, è questa la nostra salvezza.
Fino al Battesimo, Gesù aveva vissuto la sua distinzione e divisione da noi; gli uomini non lo conoscevano, Egli sembrava non conoscerli e di fatto viveva soltanto per Maria e Giuseppe. Ora, siccome Maria è senza peccato, Egli assume da Maria soltanto la natura umana e assume invece da noi il peccato e col peccato la morte. Nel momento medesimo che Egli cessa di essere un figlio di famiglia e diviene uomo pubblico, Egli è l'uomo dei dolori, è l'uomo che porta il castigo di tutti i nostri peccati. Prima di portare il castigo, Egli si dichiara solidale con noi peccatori, costituendosi come Colui che è responsabile dei peccati del mondo e si sottopone a un Battesimo di penitenza.
La "discesa agli Inferi"
Ecco in che senso il Battesimo chiude il ciclo natalizio. Il ciclo natalizio, a differenza del ciclo pasquale, è il ciclo della rivelazione divina. Continuamente la liturgia di questi giorni richiama il senso di questa apparizione di Dio. Ma come Dio ci appare? Qual è la rivelazione che gli uomini hanno di Dio? La rivelazione che gli uomini hanno di Dio è la rivelazione di un Dio che è amore e si spoglia di ogni sua grandezza, si spoglia di ogni sua potenza e, per il suo amore per noi, si fa come noi. Più ancora: il Battesimo è la rivelazione dell'amore divino, più grande ancora che nell'Incarnazione. Nell'Incarnazione tu vedi un Dio che è infinita potenza, un Dio che è l'immensità, un Dio che è la grandezza assoluta che diviene debolezza, impotenza, umiltà: è un bambino. Un bambino nonostante tutto provoca tenerezza da parte di chi lo vede. Ma nel Battesimo Gesù scende ancora più in basso: si fa peccatore, Egli entra nell'acqua costituendosi come peccatore pubblico, come penitente. Egli non esita a scendere nel fondo più abissale della nostra povertà, della nostra umiliazione, del nostro peccato. Non commette Egli peccato, non può commetterlo, però scende tanto in basso che nessun uomo potrebbe mai togliergli questo posto poiché è il più basso di tutti. Ed è giusto così. Se non scendesse così in fondo non potrebbe salvare tutti. Per portare poi tutto l'universo macchiato dal peccato, contaminato dal male, fino nel seno del Padre, deve scendere fino nell'abisso più fondo. Allora può portare su in alto, tutta la creazione, tutta l'umanità; ora è in questa umiliazione estrema del Figlio di Dio che si rivela Dio. Vi ricordate, voi che recitate tutti i giorni le Lodi di Dio Altissimo, quello che dice al centro di questa preghiera san Francesco di Assisi? «Tu sei umiltà»: non vi è atto in cui Dio manifesti di più questo suo amore infinito che discendendo nell'abisso dell'umiltà più profonda. È proprio in questa discesa che si manifesta Dio come amore. L'amore è non soltanto lo spogliarsi di ogni grandezza per farsi simile a te: è assumere tutti i tuoi pesi, tutte le tue responsabilità, per liberartene. Quello che è il tuo posto Egli lo prende, e dà a te il suo posto. Egli ti conduce nel seno del Padre e Lui discende nell'inferno. Guardate che quando noi meditiamo il Vangelo, specialmente nella morte di Croce, noi vediamo che Gesù non poteva nel senso spirituale vivere la pena dell'inferno, la pena di danno, però l'ha voluta vivere sul piano psicologico perché ha voluto soffrire, Lui Figlio di Dio, l'abbandono stesso dal Padre. Che cos'è l'abbandono dal Padre se non in qualche modo la pena del danno?
Ricordate quello che diceva nostro Signore a Silvano del Monte Athos: «Dimora nell'inferno e non disperare». Gesù è sceso; «descendit ad inferos», dice il simbolo degli Apostoli. Egli non discese soltanto fino a noi, discese più in fondo: ecco l'amore! Perché se non accettava tutto quello che noi siamo di bruttura, di responsabilità morale, di capacità di peccare, se Lui non accettava tutta la nostra miseria, Egli non avrebbe rivelato Dio come amore, amore infinito. Grande è il peccato dell'uomo e più grande è la miseria dell'uomo ma ancor più grande, infinitamente più grande è la misericordia di Dio. Ecco quello che ci dice il Battesimo di Gesù: è l'atto mediante il quale si rivela a noi come un amore redentore, come un amore salvifico.
Fintanto che era il Bambino Gesù, si era fatto vicino a te perché tu Io prendessi nelle braccia, si è fatto bambino perché tu provassi per Lui quella tenerezza che uno prova per un bambino impotente; ma c'è una bella differenza fra me peccatore e Lui bambino. Un bambino ha qualcosa di così dolce che non possiamo metterlo a paragone di un assassino, di un malvagio. Il primo atto della sua vita pubblica invece, è discendere fino ad essere veramente l'Agnello che prende sopra di sé il peccato del mondo. Così infatti lo mostra Giovanni il Battista: l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Questo, forse, lo stesso Carlo de Foucauld l'ha veduto; ha detto di voler discendere, ma è disceso soltanto nella vita nascosta di Nazareth, non nell'umiliazione suprema della croce, non nella mortificazione suprema di questo Dio che di fronte agli uomini scende nelle acque per manifestarsi come il peccatore che implora il perdono. Ed è precisamente in questo atto immenso che il Padre lo riconosce suo Figlio.
Dio è amore
Si riconosce Dio proprio nell'amore. Che cosa dice infatti il Nuovo Testamento di Dio? Qual è la definizione più alta che ne dà? È l'Onnipotenza? Niente. È la sapienza? Niente. È l'immensità? Niente. L'infinità? Niente. Dio è amore. Certo è un amore che è infinito, immenso, onnipotente, è un amore che è infinita sapienza ma l'onnipotenza si manifesta proprio nel fatto che Egli si spoglia di ogni potenza. Nei confronti di coloro che negano la rivelazione di Dio in Cristo, perché dicono che non può essere Dio che si manifesta così impotente nell'amore, i teologi cattolici hanno buon modo di rispondere col dire che proprio in questo si manifesta l'onnipotenza divina, che Egli può anche rinunciare al proprio potere e nella sua estrema debolezza d'uomo morto, Egli compie l'atto, il più grande, il più efficace che si possa pensare, perché da questo atto dipende la salvezza del mondo.
Che cos'è il Battesimo di Gesù dunque? Prima di tutto, la rivelazione dell'amore divino. Due volte il Padre riconosce Gesù come Suo Figlio: nel Battesimo e durante la Trasfigurazione. Alla prima manifestazione sono testimoni Giovanni il Battista, la folla e Gesù; invece nella trasfigurazione c'erano tre soltanto. Sulle rive del Giordano c'era tutta la folla che aveva visto Gesù discendere nell'acqua in mezzo a tutti gli altri peccatori, come uno di loro. Questa folla vede aprirsi i cieli e ascolta la parola del Padre: «Questo è il mio figlio diletto». Il riconoscimento di Dio e la suprema umiltà che si spoglia di tutto, un'umiltà che vuol farsi al di sotto di te per poterti portare al Padre. Miei cari fratelli, l'insegnamento che ci viene da questo avvenimento, da questo mistero, è di una grandezza impressionante veramente unica, ma anche di un valore permanente per la nostra vita cristiana e per la missione stessa della Chiesa.
La missione della Chiesa
Parliamo prima di tutto della missione della Chiesa. Tanto spesso pensiamo alla missione della Chiesa come si pensa della missione di qualsiasi società. Si vuole vedere l'efficacia della Chiesa nelle opere e nell'azione che può svolgere nella storia del mondo. Dobbiamo sapere che dubiteremmo di Dio affermando che la Chiesa non compie la sua missione: non può non compierla. Il Signore non lascia, non abbandona questa umanità per la quale ha versato il suo Sangue. È la Chiesa che fa presente il Cristo e realizza, generazione dopo generazione, la salvezza degli uomini. Ma come? Attraverso la sua umiltà. Sì, un po' di apparenza la Chiesa deve averla, è una società visibile, come Gesù era visibile, però questa visibilità della Chiesa nei confronti di tutto quello che la Chiesa dice di essere, sembra una cosa così miserevole: i preti, i religiosi, il popolo. Per noi stessi preti è difficile entrare nel piano divino, accettare il piano divino, perché noi siamo un po' pagani. Siamo tutti battezzati, ma un po' di paganesimo rimane sempre anche in noi. Si vorrebbe che la Chiesa, come Dio, si manifestasse nella vittoria, nella potenza, che sgominasse i nemici. Lui invece subisce la disfatta: muore sopra una croce. Così è la Chiesa. lo credo che oggi più di prima, la Chiesa opera nel mondo perché si è spogliata di ogni vestito di gala, del potere temporale anche sul piano culturale. La Chiesa è diventata l'umile serva come la Vergine. Sappiamo noi ancora vedere in questa solidarietà della Chiesa col Cristo, in questo mistero di umiltà lo strumento di Dio per la salvezza degli uomini? E sappiamo noi accettare di vivere questa medesima umiliazione come mezzo per realizzare i piani divini? Anche noi cerchiamo piuttosto, magari attraverso la santità, il fulgore nostro, la nostra grandezza. Il valore del Battesimo di Gesù ha un valore permanente. Noi crediamo che quando sembra che tutto crolli, che tutto finisca, allora probabilmente la Chiesa opera più efficacemente, in un modo misterioso. Ma chi pensava, quando Gesù si fece battezzare nel Giordano, quando Gesù moriva sulla croce, che proprio era quell'avvenimento, di quel disgraziato che pendeva dalla croce, di quell'uomo, operaio di Nazareth che viveva in mezzo agli altri peccatori, da cui dipendeva il destino di tutta l'umanità? Qualche cosa di simile noi possiamo vedere anche nella storia della Chiesa. Qui a Bologna, chi è in fondo in questi ultimi secoli che ha dato maggiore testimonianza di una presenza di Dio? Una bambina morta quando aveva 21 anni, Clelia Barbieri. Anche la Chiesa di Dio, negli uomini che ne fanno parte, è sempre tentata da un certo paganesimo. La Chiesa vorrebbe in tutti i modi, l'ho detto altre volte, canonizzare, beatificare alcuni cardinali; sono grandi figure, intendiamoci, il cardinale Ferrari, il cardinale Newman... Non ci riesce: non fanno miracoli. E invece sono venuti fuori due grandi santi nel secolo passato, persone molto umili. Una era una suora portinaia, Maria Repetto che è stata beatificata quest'anno e proprio a Genova, città detta "la superba". L'altro un cappuccino di Campobasso. Un frate cercatore ed una suora portinaia: ecco la grandezza di Dio come si manifesta! Capite cos'è la fede? Vi rendete conto che un atto di fede congiunge la creazione a Dio? Che cosa possono essere tutte le opere che l'uomo compie quando poi tutte le sue opere cadono nel nulla, nel vuoto, dal momento che non raggiungono l'eternità? Soltanto una vita di fede, di speranza e di carità ha la dimensione stessa di Dio.
L'amore dà e riceve
Ci rendiamo noi conto che quello che è apparente è puro segno? Il segno nello stesso tempo rivela e nasconde. Che cosa sarà mai la vita dopo, quando questa apparenza cadrà e noi saremo posti nella realtà ultima delle cose? Allora ci apparirà la grandezza del Cristo, allora vedremo come tutta la storia, tutto, si incentra in Lui, anzi cala in Lui. Vedremo allora come questo uomo, che è vissuto a Nazareth ed è morto a Gerusalemme sopra una croce, questo uomo è più di tutta la creazione e tutta la creazione si salva in quanto sussiste in Lui. Oggi tutto questo ci è nascosto, oggi quello che è visibile è soltanto un segno ma che dimostra l'amore che si dona, un amore che non vuole nulla per sé, un amore che assume tutto il male del mondo per farsi uno con tutti. Ma non è soltanto un amore che si dona; un amore che si dona, non lo accetto. È come l'amore del marchese ne I Promessi Sposi, che era tanto buono da mettersi al di sotto degli altri, ma non da amare, cioè ha un amore che vuole donare e non vuole ricevere. Gesù si è donato perché ha ricevuto tutto quello che noi siamo da noi: in questo si è dimostrato il suo amore. Si è dimostrato il suo amore certamente perché si è donato a noi, ma soprattutto perché ha ricevuto da noi quello che noi siamo: la nostra povertà, la nostra debolezza, il nostro peccato. Quello ha voluto ricevere e lo ha preso sopra di sé. Guardate, il più grande torto che possiamo fare a nostro Signore è quello non dico di non credere alla sua misericordia, di non credere al suo perdono, ma quello di non dargli i nostri peccati. Perché ci teniamo tanto a tenerli, dal momento che Lui li vuole? Ed è questo che Lui ci chiede perché amandoci vuole liberarci da tutti i nostri pesi per donarci la sua santità. L'amore veramente non è soltanto un dare: è anche un saper ricevere l'altro. Da me, che cosa riceve Dio se non la morte? Che cosa riceve da me se non l'umiliazione suprema, se non la povertà, se non l'impotenza? Il Battesimo di Gesù è allora rivelazione suprema dell'amore di Dio e proprio in questo atto Egli inizia la vita pubblica. Cosa vuol dire per nostro Signore iniziare la vita pubblica? Egli è stato da sempre il Figlio di Dio, ma la vita pubblica consiste per Lui nel vivere, come anche per noi, la sua missione, nella sua funzione rivelatrice, nella sua funzione regale, nella sua funzione sacerdotale.
Funzione rivelatrice. Saper vedere Dio nell'umiltà del Figlio: ecco come Dio si è rivelato a noi. Non so se avete un po' presente il processo della rivelazione divina. Nel primo stadio della vita dell'umanità, Dio si rivela attraverso tutta la creazione. La creazione nella sua contingenza richiama l'onnipotenza divina, rivela la sua immensità, rivela la sua eternità. Il segno della rivelazione divina è la grandezza stessa di questa creazione mirabile, è la bellezza stessa di questa creazione che si dispiega dinanzi ai nostri occhi. Quando Dio si avvicina all'uomo, non è più allora soltanto il mistero della divinità ma il mistero di un Dio personale che entra in rapporto con te. Il segno di Dio diviene la storia di un popolo e lo spessore del segno diminuisce. Dalla creazione si passa alla Bibbia, si passa alla storia di un piccolo popolo: nemmeno alla storia dell'Egitto o di Babilonia, ma alla storia di un popolo che è uno dei popoli più piccoli e più poveri dell'antichità. Poi quando Egli veramente si fa presente, la rivelazione di Dio è l'umiltà di un bambino, è la povertà di un uomo, è il nascondimento dell'ostia. Quanto più Dio si rivela, tanto più si nasconde. La rivelazione di Dio è proprio questo nascondimento supremo. Allora come si può dire "rivelazione"? Noi dobbiamo capire che ambiguo è il segno: può nascondersi Dio se tu non entri nel suo piano, se tu non entri in quella che è la sua essenza divina. L'essenza di Dio definisce Dio più di ogni altra cosa e tale essenza è l'amore. Nella creazione Dio è lontano, non ha rapporti con te; tu ne vedi la grandezza e rimani soggiogato, tu ne vedi l'immensità e rimani come cancellato. Anche oggi, per l'Islam, la rivelazione divina implica l'adorazione suprema. Che cosa sono gli uomini? Nulla. Nel Vecchio Testamento non è nemmeno più l'annullamento, perché Giacobbe lotta con Dio. Dio si fa uno che entra nel contesto della storia, uno che stabilisce un rapporto con l'uomo. Dio si rivela con un amore più grande: non è più sconosciuto dall'uomo, non è più mistero insondabile, inaccessibile; si fa presente, si fa toccare o piuttosto lotta con l'uomo. Poi l'amore cresce, Dio non è più soltanto un Dio che entra nella storia, che salva Israele, che si manifesta — perché non è ancora uomo — come uno fra le altre divinità: Dio diviene realmente un uomo come te, si fa veramente tuo fratello, anzi tuo figlio.
Tutto Dio attende da me
È tale il suo amore che veramente Egli ti rende capace di dargli la vita. In questo, l'amore di Dio si manifesta il più grande, il più immenso. Lui si è fatto uomo per salvarti ma poi, il primo atto che Egli riceve dall'uomo, è quello di essere salvato. Che cosa dice l'Angelo appena dopo che Egli è nato a Giuseppe? «Va', prendi il tuo bambino, quello che ti è nato e va' in Egitto perché Erode lo vuole uccidere». È Giuseppe che salva il Bambino. Colui che è venuto per salvare tutti, si lascia salvare. La debolezza eterna dell'amore! Fintanto che l'amore non si riduce a questa debolezza, così da chiedere a te la sua vita, non è amore. Noi parliamo sempre dell'amore in quanto si dona. Certo, il vero amore è oblativo, però è ancora più bello quando l'amore chiede tutto a te, quando sembra che senza di te non possa vivere, quasi che tu sia la sua vita, la sua salvezza, la sua gioia: tutto! Se tu non divieni la gioia di Dio, Dio non ti ama. Non è che deve essere Dio la tua gioia: questo è facile dal momento che è Lui l'immensità, la beatitudine, dal momento che è Lui l'eternità. Certo l'uomo non può trovare altra gioia che in Dio, ma questo non è amore. Questo è l'amore così come lo potevano concepire anche i greci: Dio è desiderato perché è la perfezione infinita. Lui si dona a me ma in fondo essendo infinito, anche se mi dà tutto, Lui rimane il tutto! Non è questo l'amore. Iddio si manifesta nel suo amore, nel fatto che Egli vuole da te la salvezza, vuole da te la vita. Così si rivolge l'Angelo a Maria, così da attendere dal suo "Fiat" l'adempimento di tutto il piano divino. Da questa donna, pur essendo poco più che bambina, dipendeva la vita dell'universo, dipendeva il compimento stesso della volontà divina. Ecco l'amore. Dio stimava talmente tanto questa bambina che faceva dipendere tutto da lei, come se Lui non potesse fare nulla senza il sì di Maria.
Non vi sembra che sia un po' eccessivo nostro Signore? Lo dice san Paolo che era eccessivo; l'amore di Dio supera ogni eccesso e lo supera precisamente nel fatto che aspetta tutto da te, quasi tu fossi per Lui quello che invece tu aspetti che Egli sia per te. Ma è giusto che sia così, perché chi ama, trova soltanto nell'amato la sua vita, la sua salvezza, la sua gioia. Lo dice il più grande mistico tedesco del secolo XVII: «Senza di me Egli muore». Bestemmia questo? No, non è bestemmia: di fatto, per il rifiuto degli uomini Egli è morto. Dio vuole tutto da te, quasi che senza di te Egli non potesse vivere. Ora, il primo atto dopo la nascita, è la salvezza che l'uomo ha compiuto nei riguardi di Dio. Deve essere Giuseppe a difenderlo e a salvarlo: «Prendi il tuo bambino». E poi deve essere Giuseppe col sudore della sua fronte a dargli da mangiare; poi dovranno essere i discepoli e poi dovrai essere tu la sua gioia. Non possiamo rifiutare nulla perché Egli da noi richiede Se stesso, come se senza di noi Lui non potesse vivere. Per questo dicevo, la rivelazione suprema dell'amore di Dio è proprio in questo suo abbassamento supremo. Egli ha voluto prendere su di sé tutto quello che siamo, l'ha voluto come se dipendesse da questo la sua medesima vita, la sua missione. In cambio ci dona Se stesso. Non vi sembra, se questo è vero, che non soltanto sono lecite ma sono doverose le più grandi aspirazioni dell'uomo? Non dipende tanto da noi il chiedere molto, quanto dipende dal rispondere a quello che Lui desidera: che noi chiediamo tutto, che noi tutto possiamo pretendere, dobbiamo pretendere!
Manifestazione dell'amore
Detto che il Battesimo è la rivelazione dell'amore divino, non in quanto Dio soltanto si fa uomo, ma in quanto prende sopra di sé la nostra miseria, la responsabilità del nostro peccato, possiamo poi vedere come il Battesimo sia nello stesso tempo anche manifestazione della potenza di questo amore. Gesù non è vinto dal peccato, non è distrutto dal peccato dell'uomo; il peccato dell'uomo Egli lo prende sopra di sé. Prendendolo sopra di sé, il Padre lo riconosce suo Figlio e dice che in Lui ha trovato la Sua compiacenza e sopra di Lui discende Io Spirito. Quando emerge dalle acque si aprono i cieli. Vedete, dopo il peccato dell'uomo, il cielo si è chiuso. Dice la Genesi che i cherubini con le spade fiammeggianti impediscono a tutti di rientrare nel Paradiso dal quale Adamo ed Eva sono stati cacciati. Ora invece il Vangelo ci dice che i cieli si aprono. Non solo: fino ad allora l'uomo non aveva ascoltato più Dio, ora l'uomo torna ad ascoltare Dio. Di più: discende lo Spirito e si posa sopra Gesù.
Tutto questo indica forse che qualche cosa è avvenuto di nuovo in Gesù di Nazareth? No, era Figlio di Dio anche prima, ma avviene qualcosa di nuovo nell'umanità che Egli rappresenta. Se si è fatto uno con tutti noi assumendo il nostro peccato, ora la parola che il Padre dice, è anche nei nostri riguardi. Ora se i cieli si aprono, si aprono per noi, non per Lui; ora se lo Spirito discende, discende perché questo Spirito ora dimora fra noi. Nel Battesimo di Gesù, dunque, già si prefigura quello che è la vita della Chiesa stessa. Il beato Ruysbroeck diceva che quello che il Padre ha detto a Gesù, il Padre Io dice per ciascuno di noi. Facendosi uno con ciascuno di noi, ciascuno di noi diviene il Figlio del Padre, e perciò il Padre si compiace di ciascuno di noi. Credere questo, e dobbiamo crederlo, non è mica facile. Noi che ci sentiamo così poveri, che ci sentiamo così indegni, credere di essere la compiacenza di Dio! Dio riposa in noi, lo Spirito Santo ci è stato donato, i cieli per noi sono aperti e da quel momento rimangono aperti; lo dice anche l'Apocalisse e prima dell'Apocalisse il capitolo 60 del libro d'Isaia. Le porte sono aperte, il Paradiso non ha porte, sono spalancate. Col Battesimo di Gesù è l'umanità intera con la quale Egli si è fatto solidale, che entra nel Paradiso di Dio; è l'umanità intera che ora ascolta la parola del Padre che dichiara l'umanità, ogni uomo, suo figlio; è sopra l'umanità che discende il suo Spirito e vi riposa. Di fatto, cosa dirà poi san Pietro nel discorso della Pentecoste? Si sono adempiute nel cristianesimo le profezie di Gioele: tutti noi siamo diventati fratelli, perché su di noi si è posato lo Spirito.
Miei cari fratelli, ecco la cosa grande che noi celebriamo ora col Battesimo: celebriamo veramente la nascita della nuova umanità, è il primo atto redentore. Come le nozze di Cana nel quarto Vangelo, così il Battesimo nei Vangeli sinottici vuole in qualche modo anticipare il mistero della redenzione umana. Fattosi solidale Cristo con gli uomini, gli uomini sono uno con Lui, tutti gli uomini sono un solo figlio, diceva lo Scheeben, vivono nel Figlio, se vogliamo usare il termine teologicamente più esatto. Sono figli non soltanto per adozione, ma figli in quanto il Padre stesso si comunica a loro. Il Padre ci parla, ma che vuol dire che la voce del Padre ci parla? Se Dio parla, la generazione del Verbo che cosa implica? Dio si comunica a noi e comunicandosi a noi lo Spirito è in noi e comunicandosi in noi, il Paradiso è già qui. È aperto il Paradiso. Non si è nemmeno aperto, siamo noi il Paradiso di Dio. Quello che diceva Origene: vedendo il Figlio, riposando in noi la compiacenza del Padre, noi siamo il Paradiso di Dio.
Crediamo tutto questo? Lo viviamo tutto questo? Tre cose dunque: la voce del Padre che ci genera in quanto la sua parola è la generazione del Verbo che discende a noi e perciò ci fa figli; lo Spirito Santo che dimora in noi; il Paradiso si è aperto. Siamo in questo mondo o siamo in Paradiso? Nel Paradiso non dobbiamo entrarci domani, diceva già Simeone il Nuovo Teologo: se tu speri d'entrarci domani, non ci entrerai mai. E la morte? È un accidente biologico, non cambia nulla; è come l'aprirsi del sipario, abbiamo gli occhi bendati, e tu ti accorgi di tutto quello che vivi. Che cosa tu vivi? Il Figlio di Dio. Che cosa tu vivi? Lo Spirito Santo dimora in te. Che cosa tu vivi? Sei il Paradiso di Dio. Ecco quello che dice il Battesimo di Gesù.
Il nostro sì
Che cosa ha voluto dire per Gesù assumere il peccato del mondo? Ha voluto dire cancellarlo immediatamente, sì che questo mondo divenisse una sola cosa con Lui. Già, ma dobbiamo essere attenti qui: in atto primo tutto questo è avvenuto, in atto secondo c'è la nostra libertà, il nostro consenso. Ma saremmo proprio stupidi se noi dicessimo di no, a non voler vivere noi questa pienezza di vita. Quello che s'impone per noi è soltanto questo consenso all'amore divino. Si rivela nel Battesimo di Cristo l'amore infinito del Padre; vuoi accettare questo amore? Vedete, molti di voi sono sposati: per sposare ci vuole il consenso. Nella nuova liturgia del matrimonio c'è tutto un discorso in cui si manifesta ancora più chiaramente di prima il consenso di ciascuno, di essere dell'altro. Ebbene, l'amore importa sempre questo: non è amore là dove non c'è libertà, non è amore là dove non c'è consenso. Rendiamoci conto che tutto dipende dall'amore in Dio ed in noi. In Dio, perché è gratuito il suo amore; in noi perché anche noi possiamo rifiutare di essere amati. Quello che il Battesimo ci chiede è precisamente il nostro consenso a Dio che vuole da noi i nostri peccati: diamoglieli! È una cosa tanto bella liberarci da tutti questi pesi. Li vuoi portare con te? È meglio che tu li dia a Lui, dal momento che li vuole! A lui la nostra miseria, il nostro peccato per ricevere in cambio l'eredità eterna che Egli ci dona donandoci se stesso; siamo figli di Dio, siamo il Paradiso di Dio, possediamo in noi il medesimo Spirito che è l'unità del Padre e del Figlio. Si tratta di consentire. Non c'è possibilità di salvezza senza questo consenso: senza consenso noi rifiutiamo l'amore. L'amore di Dio rimane e rimarrà sempre; Dio non potrà non amare, ma tu non sei amato fintanto che non vuoi, cioè non accogli l'amore fintanto che tu non vuoi.
Vedete, questo è tanto vero che Dio non condanna mai. Lo ripeto: Dio non condanna mai, non condannerà mai nessuno, è l'uomo che si condanna rifiutando di essere amato, rifiutando l'amore. È nell'uomo la condanna, non in Dio. Se il demonio per un istante solo si aprisse alla misericordia divina, accettasse di essere amato, l'inferno scomparirebbe; è che una volta morti, noi rimaniamo per sempre in quell'atto di volontà in cui la morte ci coglie. Perciò l'unica cosa che s'impone è dire di sì. È tanto facile, è più facile dire di sì che di no, eppure già i bambini incominciano a dire di no piuttosto che di sì. Dopo il peccato, l'affermazione della nostra indipendenza si esprime col rifiuto. Apriamoci davvero ad accogliere quest'amore infinito! Doniamoci a Lui, non possiamo dargli che la nostra morte e il peccato e riceviamo l'immensità del suo amore.
Come noi abbiamo bisogno di tutta la sua vita, così Egli vuole da noi, come se fosse la sua vita, il nostro peccato: lo vuole proprio per liberarcene e lo vuole proprio per donarci in cambio Se stesso.
Omelia
Il tempo e il Cristo

Il Vangelo (Lc 3,15-22) che abbiamo letto, si trova, nel piano della rivelazione, come collocato fra la prima e la seconda lettura. Infatti la seconda lettura è uno dei discorsi di Pietro dopo l'Ascensione del Cristo, cioè nel tempo della Chiesa (At 10,34-38), mentre la prima invece, è nel tempo della promessa, della profezia (Is 42,1-7). AI centro il Vangelo, cioè il compimento delle promesse, avvenimento che, preannunciato dai profeti, è reso presente attraverso la liturgia della Chiesa dopo l'Ascensione del Cristo. Ora, la prima cosa che dobbiamo notare è precisamente questa: che cos'è il tempo prima della sua venuta, che cos'è il tempo dopo che Egli è asceso al cielo? Qual è il contenuto di questa storia che precede il Cristo, di questo tempo che segue la sua ascensione gloriosa? È il primo insegnamento che ci viene dalle letture che abbiamo ascoltato.
Possiamo fermarci un minuto solo sul tempo che precede il Cristo per fermarci poi a considerare il nostro tempo. II contenuto della storia prima del Cristo, dice il Concilio Ecumenico Vaticano Il, è "praeparatio evangelica": tutto tende al Cristo, tutto ha un senso nella misura che si dirige a Lui, che tende a Lui, per trovare in Lui il senso, il significato, il valore. Tutto è dunque profetico in un modo o in un altro, più esplicitamente o più implicitamente, in modo più o meno evidente, ma tutto tende a Lui, tutto dunque Lo annuncia. Ed ecco perché la prima lettura è una profezia; ci vorrebbe parecchio tempo per vedere quello che questa profezia ci dice a proposito dell'evento cristiano, ma non voglio fermarmi su di essa, quanto piuttosto sulla seconda lettura che parla del nostro tempo, il tempo della Chiesa.
Il tempo che precede il Cristo Io annuncia, il tempo che segue ne è il memoriale, lo fa presente. AI centro di tutto: l'evento Cristo Signore. Ma che cosa noi viviamo? Noi potremmo pensare che allontanandoci da Lui col tempo, ci si allontani anche dall'evento salvifico. Questo in fondo sembra che pensassero un poco i primi cristiani. Visto che il Cristo era venuto, non rimaneva altro che la fine del tempo, la fine del mondo e si aspettava questa fine, tanto che san Paolo doveva scrivere ai Tessalonicesi di lavorare perché non si può stare con le mani in mano. Quando verrà non lo sappiamo. Dobbiamo certo attenderlo, tuttavia non è imminente la sua venuta o piuttosto viviamo già l'ultima età, come dicevano nei giorni passati le letture tratte da san Giovanni, ma viviamo l'ultima età in un tempo che scorre, cioè viviamo la fine in un cammino. Come diceva il cardinale Newman, il nostro cammino non è un cammino oggettivo, perché se si vive nel tempo, si cammina, però non è come il cammino prima di Cristo che tendeva a qualche cosa. Ora non si attende nulla perché l'abbiamo già e allora il nostro cammino è soltanto di approfondimento, inserimento sempre più profondo in Lui fino ad una identificazione col Cristo. Non dobbiamo aspettare altro, non dobbiamo aspettare qualcosa di assolutamente nuovo. Abbiamo da aspettare quello che dicevo prima: l'aprirsi di questo sipario.
Siamo già in Paradiso ma non lo sappiamo, non ce ne rendiamo conto, però ci siamo perché il Cristo è con noi, perché Egli si è già donato. Qual è il contenuto di questo tempo? La presenza stessa di Lui. Non si può andare oltre il Cristo, il tempo non va oltre il Cristo. Veramente in Cristo Dio si è incarnato, si è fatto presente, si è comunicato al mondo. Andare oltre il Cristo sarebbe ricadere nel vuoto. Noi viviamo nel tempo, anche la Chiesa vive nel tempo e perciò deve fare un cammino: è Chiesa pellegrina. Questo cammino non ci porta ad altre cose ma ci deve portare a vivere più intensamente e a prendere una coscienza più viva di quello che noi già possediamo nella fede.
Il nostro Battesimo
Ora per quanto riguarda il Battesimo di Gesù, che cosa vuol dire per noi vivere questo mistero? Nel Battesimo Gesù assume tutti i nostri peccati, si è fatto solidale con noi. Cosa vuol dire allora per noi vivere questa festività? Vuol dire vivere nel Battesimo di Gesù fintanto che Egli abbia preso tutto da ciascuno di noi e ci abbia dato ogni cosa. E come Egli prende tutto da noi? Attraverso il nostro Battesimo. Nel nostro Battesimo infatti noi deponiamo — diceva San Gregorio di Nissa — le nostri pelli, i nostri vestiti fatti di pelli morte, deponiamo cioè la nostra mortalità, deponiamo in Cristo il nostro peccato e così siamo rinnovati. II primo effetto del Battesimo è la remissione dei peccati. I peccati ci sono rimessi per il fatto stesso che Lui li assume, li prende sopra di Sé e noi diveniamo figli di Dio. Gesù ha preso sopra di Sé il peccato del mondo, emergendo dalle acque ha ottenuto per tutti l'adozione filiale, ma poiché noi non c'eravamo in quel momento, non abbiamo preso parte a tutto ciò. Quel mistero si fa ora presente nel nostro Battesimo.
Il Battesimo implica il nostro morire, essere sepolti sotto l'acqua, come dice san Paolo nella lettera ai Romani e implica anche una nostra resurrezione, un nostro emergere dalle acque, vivere come figli di Dio e ascoltare la voce del Padre che ci riconosce suoi figli. Vedete, come s'inizia col Tempo dell'Avvento e cioè con il Natale di Gesù l'anno liturgico, così s'inizia ogni anno la nostra vita. È talmente grande il mistero al quale dobbiamo partecipare, che non si può celebrare ogni anno il Natale senza che si ripeta per noi la medesima grazia perché, per vivere pienamente la grazia del Cristo, quante conversioni s'impongono! AI principio ci sembra che la nostra conversione sia vera, sia totale per il fatto che lasciamo il peccato. Quando abbiamo lasciato il peccato, scopriamo in noi più peccati di prima: saranno meno gravi, ma sono più numerosi, ci accorgiamo di tante debolezze, di tante imperfezioni, di tanta polvere che si depone nella nostra anima. Dio è tanto grande, tanta immensa la sua santità che il nostro cammino verso di Lui è una novità continua, come se non l'avessimo mai conosciuto. Infatti, tanto Egli ci chiede di più, tanto Egli ci dona di più. Allora noi comprendiamo perché i santi tanto più s'avvicinano a Dio, quanto più si sentano peccatori e così potevano ottenere da Dio una maggiore effusione di grazia. Pensate a cosa dice san Francesco d'Assisi: «Chi sono io umilissimo verme? Chi sono io e chi sei Tu?». Nella luce divina che tanto più si manifesta all'anima, si scopre anche più intensamente la nostra povertà, la nostra miseria, il nostro peccato. Ma non si scopre questo nostro peccato che nell'atto stesso in cui Dio lo perdona.
I veri cristiani
Volete sapere chi sono i cristiani? Quelli che si sentono peccatori. Dovete scappare subito da chi si sente santo, perché lì c'è l'inferno, c'è il demonio, perché è mai possibile che l'uomo vivendo nella presenza divina, non senta la sua imperfezione, non senta la sua povertà, non senta la sua debolezza? San Francesco d'Assisi, dicevo lassù alla Verna, si sentiva peggiore di Lucifero, proprio perché avvicinandosi sempre più a Gesù, la luce divina scopre sempre più l'abisso della nostra miseria, della nostra capacità di peccato, della nostra debolezza. L'anima scopre sempre di più di essere sospesa nel vuoto. È possibile che un sasso lanciato in alto rimanga in aria? Così anche l'anima: com'è possibile che rimanga sospesa nel vuoto, senza cadere? Ricordiamoci che siamo creature; creature vuol dire essere tratte dal nulla. Sono due le leggi che guidano l'uomo: la legge d'inerzia che ci fa sprofondare nel nulla e la forza divina che ci solleva a sé. Bisogna però che noi ci abbandoniamo a questa forza per essere sollevati. Se vogliamo vivere le virtù teologali, s'impone un certo raccoglimento interno per noi: non il silenzio perpetuo, non la solitudine, ma certo l'eliminazione di tutto quello che è inutile alla nostra vita, che è superfluo. E non farlo soltanto a riguardo della ricchezza, ma anche riguardo all'attività. lo non sono contento delle persone che vogliono moltiplicare le loro opere: facciano pure! Come attività, basterebbe, come i primi cristiani, dire tre Pater al giorno, ma dirli bene! Si tratta, dunque, non di moltiplicare le nostre opere, i nostri esercizi di pietà, le nostre mortificazioni, ma una certa eliminazione del superfluo, perché l'anima si raccolga nella divina presenza. Sei una madre di famiglia? Ne hai abbastanza, non andare, per esempio, all'Azione Cattolica. Non voglio dire che l'Azione Cattolica non sia buona, ma non ci andare se sei madre. La santità si concepisce molto spesso come un moltiplicare le opere buone, i meriti, le indulgenze. Niente, niente, niente! Fate il vuoto.
Nell'istante stesso che ci sottraiamo a Dio, precipitiamo giù. Siccome l'anima sperimenta sempre più la gratuità del suo esistere, la mostruosa fragilità dell'essere creato, si sente capace di ogni peccato e sente che vivere nella grazia è sempre un miracolo della grazia divina, un miracolo della potenza divina. Il vivere il Battesimo di Gesù vuol dire, prima di tutto, vivere questo: essere continuamente ricreati da Lui, sollevati dal peccato, dal proprio nulla. Se anche non hai peccato come creatura, in te stesso sei nulla: è Lui che ti salva, è Lui che ti solleva, è Lui che ti dà la vita. In te non vi è nessuna consistenza, nessuna ragione di esistere; in te non vi è nessuna possibilità di resistere a questa forza d'inerzia che ti precipita giù.
Una nuova creazione
Quel senso dunque della gratuità, quel senso dunque della nullità, è come una nuova nascita. Il fatto che tu viva, ti assicura forse che tra un minuto sei ancora vivo? Nessuno di noi può essere certo di questo fatto, non solo per quanto riguarda la nostra esistenza, ma anche per quanto riguarda la nostra ragione, per quanto riguarda la nostra volontà, per quanto riguarda tutte le nostre potenze. Non abbiamo nessuna sicurezza, nessuna garanzia. Dio crea, la volontà sua rimane ferma, perché non è una volontà arbitraria, è una volontà che è dominata dalla sapienza divina; perciò se Egli ha disposto una cosa, l'ha disposta per sempre, ma rimane sempre libera, è sempre dipendente dalla volontà di Dio che non è una legge. Non c'è nulla di necessario, nemmeno che il mondo rimanga; tutto dipende da questa volontà assolutamente libera e anche tu dipendi da essa. Ecco, prima di tutto il Battesimo implica proprio il senso di una creazione. Notatelo bene, voi sapete come la creazione è stata concepita nella Genesi: è come un emergere dal caos. Il caos è come acqua, è un caos informe a cui risponde nella concezione ebraica, l'acqua del diluvio. L'acqua cancella tutto; chi ha avuto l'alluvione, si rende conto cosa voglia dire l'acqua: cancella veramente ogni cosa, riempie tutto, dà la morte a tutte le cose. In questa acqua il Cristo sprofonda e muore; da questa acqua Egli emerge. Anche il nostro essere è continuamente creato, è emergente continuamente dal nulla, non riposa. Pura gratuità dell'essere, un sentirsi sospesi soltanto a questo filo, ma è un filo che è una forza infinita: è la volontà di Dio. Tutto è sospeso alla sua volontà.
«Ascolta, figlio mio»
Ti senti dunque di essere creato da quel Battesimo, di emergere per ascoltare la voce di Dio che ti chiama. Ecco l'altro aspetto del Battesimo. Non vi parlo soltanto della remissione del peccato e dell'adozione filiale, vi parlo precisamente di quello che implica il Battesimo: un emergere per ascoltare. Ora è precisamente questa la vita dell'uomo. Che cos'è la vita dell'uomo? È accogliere la parola creatrice; noi siamo nella misura che Dio ci evoca dal nulla. Come si esprime nella Genesi la creazione del mondo? «E Dio disse». È la parola di Dio che suscita le cose dal nulla. Dio ti chiama. La chiamata di Dio mi solleva sempre più a Lui e mi solleva come figlio, in quanto sono uno con Lui, in quanto mi vuole uno con Lui. Ecco che cosa vuol dire per noi vivere il Battesimo. Non solo il senso della gratuità dell'essere creato, questo essere sospesi nel nulla: anche questo sentirci chiamati per essere sollevati ogni giorno di più verso il Signore che ci chiama.
Nostro Signore è emerso dall'acqua, ma è rimasto fra gli uomini; noi, invece, mediante il Battesimo ci solleviamo sempre di più verso Dio. La nostra emersione non è soltanto emersione dall'acqua: è l'emersione da questa creazione. Ecco, è questa la cosa che maggiormente differenzia il cristianesimo dalle altre religioni. Dio ci chiama per nome e ciò vuol dire che rispondere a Dio implica per noi il superamento di ogni massa, non facciamo più parte della massa umana; siamo in comunione con tutti gli uomini, ma non siamo parte di una massa. Siamo chiamati per nome, emergiamo da tutto: dal tempo, dallo spazio, da tutti i condizionamenti umani per rispondere a Lui solo. La grandezza dell'uomo è qui: è una emersione che implica un sollevarsi dell'uomo al di sopra di tutto per vivere nella contemplazione pura di Dio, per vivere in un rapporto d'amore. Questo che è vero per me, è vero per ciascuno di voi ed è vero poi nell'amore che ciascuno di noi può portare all'altro, perché tutti emergendo verso Dio, tutti in Dio troveremo riposo. Quello che dice la lettera ai Colossesi di san Paolo, si realizza per noi: finalmente troveremo una pietra su cui fondarci e la pietra è Cristo, cioè l'essere creato trova una sua consistenza eterna nel Cristo, perché Cristo è Dio. Fintanto che noi rimaniamo creature il nostro essere si disfà. Ha ragione il buddismo: tutto è vacuità, tutto è impermanenza, non c'è nulla che resista, tutto è vuoto. Ma io poggio sulla pietra che è Cristo, che è Dio, poggio su di Lui pietra eterna. Mentre prima mi minacciava la morte, ora in Dio trovo il mio fondamento ultimo: «Deus, Deus firmamentum meum!» (cf. Sal 17,3). Vi rendete conto che tutto scorre come l'acqua; tutto scorre, nulla c'è di fermo, nulla c'è d'immutabile, nulla c'è di fisso, nulla c'è di vero, di reale. Tutto è come nebbia, tutto fluisce via come l'acqua tra le mani; tutto il mio essere e di coloro che amo, tutto sparisce. No, tutto rimane e tu emergi dal nulla per ascoltare la parola di Dio che ti chiama, di un Dio che è la tua consistenza eterna. Allora può sparire tutto questo mondo, ma io non sparisco. Ci sarà un tempo in cui non ci sarà più Bologna, non ci sarà più nemmeno l'Italia, anche sul piano geografico, chissà come finirà, ma io rimango, rimaniamo. Rispondendo a Dio che ci chiama, in Dio troveremo il nostro riposo eterno. Dio è l'eternità e noi vivremo l'eternità.
Emergere dal nulla
Il Battesimo è precisamente questo: è un emergere dal nulla. E questo è sempre vero, finché non avremo trovato la consistenza eterna nel Cristo. Emergere per rispondere alla voce di Colui che ci chiama suoi figli, che ci chiama figli nel Figlio suo. Vivere questa festa del Battesimo di Gesù, vuol dire vivere il nostro Battesimo come impegno a una novità continua del nostro essere, del perdono di Dio che ci salva, di una misericordia che ci solleva dal nulla, perché è sempre miracolo. Aveva ragione sant'Agostino nel dire che i miracoli più grandi sono quelli dei quali ci siamo assuefatti. Il fatto per esempio di vivere: che miracolo! Che volete che sia un miracolo nei confronti del fatto che io sono vivo. Ecco, sentire la novità dell'essere, perché non abbiamo mica nessuna ragione di essere. Potevamo non essere: come mai siamo? Guardate che è un grande problema, il più vero che si pone Hegel: come mai le cose sono, anziché non essere? Lui non poteva rispondere perché non credeva in un Dio personale.
Noi saremo e più di ciò che ora siamo. È una vita fasulla quella che viviamo ora, ma vivremo la vita stessa di Dio. Noi viviamo questa vita come un camminare nella nebbia, in una realtà che sembra sogno, dice Teresa di Gesù e la vera realtà è la realtà di Dio, l'immutabilità divina, la pienezza della gioia divina. Ecco è questo che dobbiamo vivere con il Battesimo, perché il Battesimo è l'inizio di questo cammino, l'inizio di questo emergere, l'inizio di questo sollevarsi fino a Dio. Il vero Battesimo sarà proprio il Battesimo nello Spirito Santo e nel fuoco, e sapete cosa diceva Origene? Ci sono tre battesimi: il Battesimo di acqua soltanto — quello di san Giovanni Battista — nel quale l'uomo si riconosceva peccatore ma non era sicuro nemmeno del perdono di Dio. Poi c'è il Battesimo dello Spirito Santo e del fuoco, ma questo Battesimo è ancora da venire. Cos'è il Battesimo nello Spirito Santo e nel fuoco? Vi ricordate la Divina Commedia al canto XXVII del Purgatorio? Di là c'è il Paradiso terrestre, di qua c'è l'ultimo girone del Purgatorio, e tra l'ultimo girone del Purgatorio e il Paradiso terrestre Dante vede un muro di fuoco. Dice Virgilio a Dante: «Bisogna che tu passi per questo muro per vedere il Paradiso». In altre parole, qual è l'ultimo Battesimo? Quello del Purgatorio. Se non avremo vissuto quaggiù il Battesimo di fuoco in modo da purificarci da ogni imperfezione, dovremo passare attraverso questo Battesimo per giungere finalmente al Paradiso di Dio, alla luce, alla gloria, alla bellezza, al volto divino.
Non aspettiamo però di vedere il muro di fuoco. Anche se fa un po' specie passare attraverso il fuoco, è meglio passarlo qui pur di giungere a fermarci, a riposare, a vivere fin da ora la vita stessa di Dio. È il nostro Battesimo, Battesimo che dura fintanto che non saremo giunti nella visione beatifica del volto di Dio.