sabato 7 gennaio 2012

Luciano di Antiochia



San Luciano, prete dotto e discusso, morì martire a Nicomedia il 7 gennaio 312, durante la persecuzione di Massimino. Esplicò in tutto l'Oriente, con fulcro ad Antiochia, la sua opera esegetica rivelando in ciò una estrema e tormentata esigenza di precisione per i Testi della tradizione. La sua "Recensione lucianica" dell'Antico e del Nuovo Testamento era diventata dalla fine del IV secolo in avanti il testo usuale di un gran numero di Chiese.
L'opera che rimane fondamentale a tutt'oggi per la conoscenza di Luciano e del suo influsso dottrinale è il saggio di G. Bardy: "Recherches sur Saint Lucien d'Antioche et son école", pubblicato a Parigi nel 1936.
Nel 330 l'imperatore Costantino, per ossequiare la madre Elena, fondò Elenopoli. Qui vi si onorava e continuò a onorarsi nel tempo il corpo del martire San Luciano. Fantasia vuole che per il trasferimento delle reliquie di Luciano da Nicomedia a Elenopoli, la provvidenza si sia servita, via mare, di un delfino miracoloso.
Quello che è più certo è che Costantino, poco prima di morire, fu battezzato nel 337 dal vescovo Eusebio nei pressi della tomba di Luciano.
Tali scarne, frammentarie, tramandate notizie su Luciano sono importanti. Questo Santo, testimone sofferente nella ricerca di Dio, attestò con la presenza della memoria il passaggio, la Pasqua di un impero. Qualche imperatore nei secoli successivi ascoltò (e ancora oggi qualcun altro ascolta) messe per un prezzo politico. Soltanto a vicenda terrena pressoché conclusa, l'imperatore Costantino suggellò la nuova fede venerando la madre Elena e assumendo per testimone San Luciano.


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Da un’ omelia di s. Giovanni Crisostomo su s. Luciano di Antiochia, pronunciata il 7 gennaio 387. " Come infatti chi riceve il profeta nel nome del Profeta, riceverà la ricompensa del Profeta; e chi riceve il giusto nel nome del Giusto, riceverà la ricompensa del Giusto „, così chi riceve il martire nel nome del Martire, riceverà la mercede del Martire. Accogliere il martire vuol dire convenire qui a ricordarlo, partecipare al racconto delle sue lotte, a mirarne le gesta, emularne la virtù, predicarne agli altri l'eroismo. Questi sono i doni dell'ospitalità data ai Martiri; perché, come avete fatto oggi, si ricevono i Santi. Ieri il Signor Nostro fu battezzato nell'acqua; oggi il servo vien battezzato nel sangue. Ieri furono aperte le porte del Cielo, oggi sono calpestate le porte dell'inferno. Non vi meravigliate, se ho chiamato battesimo il martirio. Qui pure lo spirito discende con abbondanza di grazie, perché si compie la remissione dei peccati e una meravigliosa purificazione dell'anima. E come i battezzandi vengono immersi nell'acqua, così quelli che vengono martirizzati, si lavano nel proprio sangue. Appunto questo accadde al nostro martire. Però, prima che della sua uccisione, è necessario parlare della malizia del diavolo. E vagando attorno, procurò di cercare un supplizio per la acerbità e per la durata simul-taneamente squisito, poiché le pene più intollerabili son quelle che offrono una più pronta liberazione, mentre quelle più lunghe riescono men dolorose; egli si studiò di trovarne una che avesse a un tempo queste due qualità: cioè la lunghezza della durata e la intensità dello spasimo; e ciò per fiaccare la costanza del martire ed espugnarne la volontà. Che fa allora il diavolo? Lo assoggetta alta fame. Lontano da voi il pericolo di farne esperienza. Non ci insegnò bene Gesù a pregare perché non entrassimo In tentazione? Come una belva accovacciata nell'interno delle nostre viscere, la fame dilania tutte le membra e divora in ogni parte il corpo; e, più rabbiosa del fuoco, da un incessante e inesplicabile strazio. Che cosa infatti è più imperioso delle esigenze della natura ? Che più mutevole e fiacco dell'umana volontà? Perché tu apprendessi che nulla è più valido del timore di Dio, la volontà appare in lui più gagliarda della natura. Quel supplizio non valse però a dominare il nostro santo; non trionfò della generosa fermezza di lui il quale, di fronte a tale tormento, rimase più saldo e resistente di ogni pietra più dura. Egli si saziava del Pane della speranza del Cielo, e si gloriava di essere soggetto a simile prova. E quando il diavolo scellerato vide che il santo non si piegava di fronte a tanta necessità, si studiò di rendergli anche più duro il tormento. Prese della carne già sacrificata agli idoli, e, posatala sopra la mensa, volle che di continuo rimanesse davanti agli occhi di lui, appunto perché la facilità di usufruire di quel cibo, finisse per conquiderne il petto gagliardo. Tuttavia il martire superò anche questa insidia, tanto che ciò che secondo il pensiero del diavolo avrebbe dovuto fiaccare la fortezza di lui, gli giovò grandemente ad eccitarlo alla pugna. Al cospetto della carne tolta dai sacrifici idolatrici, il santo non solo non era tentato, ma sentiva per essa una maggiore avversione. Così che mentre aveva sotto lo sguardo la scellerata pietanza, un'altra mensa ricordava assai più preziosa, perché colma di Spirito Santo, e s'infiammava verso di quella, preferendo di sopportare ogni tormento anziché gustare delle impure vivande. In quel momento rammentava la mensa dei tre fanciulli della Scrittura»! Richiamando tutto questo alla mente, il santo derise malizia del diavolo, ne disprezzò le abili insidie, e non si piegò per niente a quanto gli fu posto sotto Io sguardo. Quando poi lo scellerato si avvide che nulla più gli restava a sperimentare la costanza del martire, lo fece ricondurre al tribunale e, sottoponendolo alla tortura, gli indirizzò continue domande. Ma il santo rispondeva solamente: " Io sono Cristiano„. E il carnefice: " Di che patria tu sei?,, E il Santo: “Io sono Cristiano”, "Quale è la tua professione?,, "Io sono Cristiano „. "Chi sono i tuoi genitori?,, " Io sono Cristiano „. Con questa unica e semplice risposta egli, colpendo il diavolo nella testa, non risparmiò di infliggergli continuamente ferite sopra a ferite. Sebbene il martire, avesse anche cultura profonda, sapeva nondimeno con evidenza che in siffatte contese, non c'era bisogno di grande eloquenza, ma di fede; non di valentia retorica, ma di un'anima amante di Dio. Sarebbe bastato un'unica parola per confonde-re tutte le falangi del diavolo. Tale risposta, però, a chi non ci fa una seria attenzione, sembra senza conclusione; ma sebben ci si pensa, si vedrà sprigionare da essa tutta la sapienza del martire. Infatti, avendo detto: " Io sono Cristiano „ dichiarò la patria, la famiglia, la professione, ogni cosa. Ma come ? Ecco! Il Cristiano non ha sulla terra una particolare città, ma ha la Gerusalemme celeste. È scritto, infatti: " La superna Gerusalemme è libera; questa "è la madre nostra”, II Cristiano inoltre non ha professione terrena, ma appartiene alla cittadinanza dei Cieli : " La nostra patria, è detto, l' abbiamo nel Cielo”. II Cristiano, poi, ha per congiunti e per cittadini tutti i Santi: " Siamo, dice, concittadini dei Santi e familiari di Dio”; così che con una sola espressione il martire insegnò con esattezza chi fosse, di dove fosse e da chi, e quale era la sua occupazione. Così dicendo morì; se ne andò di quaggiù portando salva a Cristo la sua spirituale eredità, con l'esempio delle sue sofferenze ammonendo chi lasciò sulla terra a rimaner fermo nella fede e a nulla temere, fuorché il peccato e l'apostasia.