lunedì 5 agosto 2013

Solennità della Dedicazione della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.



Solennità della Dedicazione della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore. L’icona mariana di Santa Maria: potentissima madre

Santa Maria Maggiore, chiesa fatta costruire da Papa Sisto III poco dopo il Concilio di Efeso del 431, in cui Maria venne proclamata solennemente Madre di Dio, è il santuario mariano più antico d'Occidente. Oggi alle 10.00: Santa Messa presieduta dal Cardinale Arciprete Santos Abril y Castellò. 
(Fabrizio Bisconti) La consuetudine di Papa Francesco di pregare, in momenti salienti del suo pontificato, dinnanzi alla icona mariana conservata nella basilica pontificia di Santa Maria Maggiore, consiglia al devoto, ma anche allo storico e allo studioso dell’architettura paleocristiana, di approfondire la genesi e lo sviluppo monumentale di questa celebre memoria mariana.
Il colle Esquilino — com’è noto — era costellato di edifici di culto, tra i quali emergono quello di Santa Pudenziana, caratterizzato dal simbolico mosaico absidale, attraversato dal nuovo messaggio epocale e apocalittico, e quello di Santa Prassede, ora decorato con un prezioso programma musivo, ordinato in età altomedievale da Papa Pasquale 1 (817-824). Un altro edificio di culto, purtroppo oggi obliterato, sorgeva sul mons Cispius, nella propaggine nord-occidentale dell’Esquilino. Questa chiesa fu ricavata da una sontuosa aula della domus di Giunio Basso, console nel 331 e padre del praefectus Urbi sepolto nel 359 nello splendido sarcofago situato nella necropoli vaticana e oggi conservato nel Museo del Tesoro della Basilica di San Pietro. L’aula, decorata con preziosissimi sectilia colorati a tema profano, pertinenti alla domus originaria, ancora in parte conservati, fu dedicata a sant’Andrea da Papa Simplicio (468-483), che la ebbe in dono dal patrizio goto Valila. Nell’alto medioevo la chiesa fu definita di Sant’Andrea in Catabarbara, derivando tale denominazione da una Barbara fondatrice di un vicino monastero femminile.
Nell’Esquilino dobbiamo anche collocare la basilica Liberii, fatta costruire dall’omonimo Pontefice (352-366) in un quartiere estremamente popolare presso il mercato delle carni, ovvero iuxta Macellum Liviae, non lontano dall’arco di Gallieno, dove sorge la chiesetta quattrocentesca di San Vito. La basilica liberiana, dunque, non può essere considerata — come pensarono alcuni studiosi — l’antefatto della basilica di Santa Maria Maggiore, fondata da Sisto III (432-440) e considerata la prima ecclesia sanctae Dei genitrici che ancora, nonostante gli infiniti rifacimenti e restauri, mantiene i volumi, parte della decorazione e la luminosità della basilica paleocristiana. La basilica, la più grande tra quelle commissionate dai Pontefici romani, fu pensata per accogliere il popolo di Dio, quella plebs Dei, a cui si accenna nell’iscrizione musiva dell’arco trionfale, che si stringeva attorno al suo vescovo per elevare la preghiera della città alla madre di Dio, all’indomani del concilio di Efeso del 431, che assegnò a Maria il tiolo di Theotokos, corrispettivo greco della formula latina genitrix Dei. La fondazione pontificia segna una vera e propria svolta nella committenza e nella dedica delle basiliche romane, sino a quel momento riservate all’imperatore, come dimostrano, in un’area prospiciente a quella di cui si ragiona, i casi della basilica Lateranense e di quella di Santa Croce in Gerusalemme, volute rispettivamente da Costantino e dalla madre Elena.
L’ampio edificio, situato su una serie di ambienti precedenti, attualmente indagati dagli archeologi, comunque non riferibili — come si è detto — alla basilica liberiana, è scandito da tre navate e caratterizzato da un’abside profonda e creata al tempo di papa Nicola IV (1288-1292), che incaricò Jacopo Torriti di decorare la calotta. Non abbiamo notizia del programma decorativo che interessava l’abside paleocristiana, ma è assai probabile che, al centro fosse situata l’immagine della Madre con il Bambino, avvolta da complicati racemi vegetali popolati di animali, secondo un’iconografia che interessava l’abside della chiesa, pure perduta, di Santa Maria a Santa Maria Capua Vetere della prima metà del V secolo.
L’arco absidale, ora divenuto arco trionfale, mantiene la decorazione musiva sistina con le scene salienti relative alla infantia Salvatoris, attingendo anche agli scritti apocrifi, mentre lungo le navate restano i quadri relativi alle storie del Vecchio Testamento, dando luogo a un significativo esempio della concordia tra le due economie testamentarie.
La fisionomia dell’edificio paleocristiano — come si diceva — ha mantenuto sostanzialmente l’aspetto originario, tanto che, in parte, si sono mantenuti anche i colonnati e alcuni capitelli, persino quando il monumento conobbe un rifacimento importante per opera di Ferdinando Fuga, tra il 1746 e il 1750.
Se l’attuale basilica rappresenta un vero e proprio “museo diffuso”, l’attenzione del visitatore si ferma sulla affascinante icona della Salus populi Romani, tanto cara a Papa Francesco, situata sull’altare della cappella Paolina. Nella storia di Roma, l’icona mariana, incoronata da Pio XII nel 1954, ha sempre rivestito un ruolo importante, tanto che ha assunto sempre postazioni privilegiate, nell’ambito del tempio sistino. 
Così, con il titolo di Regina Coeli, viene ricordata sino dal 1240 prima lungo una navata, poi in un ciborio marmoreo, per approdare nel 1613 nella cappella Paolina, costruita appositamente per ospitarla, tanto che viene anche definita Cappella della Madonna. L’icona, ritenuta dagli storici dell’arte opera bizantina o anche medievale, è considerata la protettrice del popolo romano, da tempi immemorabili, quando veniva portata in processione in occasione di pestilenze ed eventi bellici. Per questo la suggestiva immagine è divenuta così cara ai Pontefici del nostro tempo, da Paolo VI a Giovanni Paolo II, che la volle a Tor Vergata, in occasione della Giornata mondiale della gioventù, nell’agosto del 2000, consegnandola proprio ai giovani affinché rimanesse evidente che Maria «è una potentissima Madre che si conduce a Cristo».
L'Osservatore Romano