
In cerca di tratti francescani. «Oggi l’omelia è un messaggio a rischio, un discorso pubblico che perde consensi. Fare la morale oltre che perdente è antievangelico, e la sola dottrina non è in grado di nutrire la vita cristiana». Eppure, come suggerisce anche l’esempio di Papa Francesco con le omelie delle messe mattutine di Santa Marta, «una Chiesa in uscita non può non ripensare il proprio linguaggio e stile comunicativo». È da queste riflessioni che prende spunto L’omelia, evento comunicativo. In cerca di tratti francescani (Padova, Edizioni Messaggero Padova, 2015, pagine 120, euro 9,50) del teologo francescano e giornalista padre Ugo Sartorio. Dal volume, in uscita il 16 febbraio, anticipiamo ampi stralci tratti dal primo capitolo.
(Ugo Sartorio) Oggi l’omelia non gode di buona fama, anche se questo non è un motivo sufficiente per giudicare la predicazione omiletica contemporanea di bassa lega, assolutamente scoraggiante, evento induttore di sonno più che di profonde sollecitazioni spirituali. In verità siamo di fronte a un problema di sempre, non fosse altro per il fatto che non è mai stato facile parlare in pubblico facendosi ascoltare oppure, dall’altra parte, appartenere alla truppa degli ascoltatori evitando ogni sorta di distrazione o di “sonnambulismo”. Lo testimonia la Didascalia degli apostoli, del III secolo, che prevedeva, nelle assemblee eucaristiche, diaconi addetti a controllare che i fedeli non si addormentassero durante l’omelia, per non parlare di quando Cesario di Arles (prima metà del VI secolo) ordinò di chiudere le porte della chiesa perché i fedeli non se ne andassero dopo la lettura del Vangelo. A quanto pare, niente di nuovo sotto il sole.
Guardando ai nostri giorni, limitatamente al contesto della Chiesa italiana, è da ritenere una risorsa di bene incalcolabile il fatto che nelle circa 25.000 parrocchie che ne costituiscono l’intelaiatura di fondo — a cui si aggiungono innumerevoli santuari e le molte chiese officiate da religiosi — vi sia ogni santa domenica, la mattina, quasi a ogni ora, la possibilità di partecipare alla messa ascoltando un’omelia che cerca di far risuonare il Vangelo. Un’opportunità tutta italiana questa, non più fruibile negli stessi termini dentro altri contesti geografici e religiosi, soprattutto in Nord Europa. Tutti conosciamo la lettura sociologica che indica un mondo in ripresa se non in accelerazione dal punto di vista religioso, nel solco della «rivincita di Dio» evocata negli anni Novanta da Gilles Kepel: oggi vi è sicuramente più religione rispetto a cinquant’anni fa, tanto che qualcuno si mostra preoccupato di fronte a una vera e propria «proliferazione del credere» in un mondo «furiosamente religioso». Però, dentro uno scenario planetario di lievitazione (a volte incontrollata e non senza derive fondamentalistiche) del religioso, l’Europa costituirebbe un’eccezione, anche se, appunto, in questa eccezione che vede la secolarizzazione ancora galoppante e in grado di fare terra bruciata, l’Italia costituirebbe un’eccezione nell’eccezione. Non perché da noi tutto vada per il meglio e non sia evidente una perdita progressiva della forma ecclesiale della fede, ma perché persiste, a oltranza, un «cattolicesimo popolare fortemente ecclesiale» in grado di fare da mediazione tra l’istanza individuale — che pure slitta a lato della fede e ne attutisce la presa — e l’istanza sociale e comunitaria, sempre più neutra quando non ostile alla fede.
Va ricordato, inoltre, che «il processo di deecclesializzazione del cristianesimo (che in Italia procede meno veloce che in altre nazioni europee), non comporta affatto la riduzione del consumo di prodotti religiosi». E che uno dei punti deboli del cattolicesimo postconciliare — non solo italiano — è stato l’aver fatto coincidere “sacro” con “pagano”, quasi delegittimando le radici profonde della religiosità di popolo, quella religiosità popolare che è stata per decenni guardata come sorvegliato speciale anziché essere valorizzata come originale e autentica forma del vissuto di fede. Non a caso — e qui rientro nel nostro tema — si è troppo insistito sull’omelia come momento per «spiegare» qualcosa, mentre quello didascalico è solo uno dei tanti registri da utilizzare nella predicazione, non certamente l’unico e tanto meno il più importante.
Parlare dell’omelia, della sua efficacia o meno, della sua capacità comunicativa o del suo rimanere inascoltata o poco ascoltata, significa sempre rimetterla in contesto, non solo in quello dell’assemblea liturgica dove essa viene pronunciata, ma nell’orizzonte più ampio del trend della fede dentro una determinata situazione geografico-culturale. Nessuna forma di comunicazione della fede (meglio sarebbe dire «comunicazione del Vangelo» che suscita la fede), infatti, va inculturata tanto quanto l’omelia. Ma già limitatamente ai fattori di tempo, luogo e circostanze celebrative, la complessità non è poca: c’è l’omelia della “messa prima” (come si diceva una volta), al mattino presto, e quella prefestiva; ci sono, poi, oggi sempre meno, le messe per categorie: bambini, adulti, famiglie, gruppi ecclesiali, con aspettative davvero diversificate; ci sono, infine, le omelie delle feste, quelle tematiche, cioè nelle ricorrenze stabilite dalla conferenza episcopale nazionale o regionale.
Questo spinge alla preparazione, da parte del predicatore, di una sorta di omogeneizzato polivalente, un prodotto vitaminico-spirituale generico e intergenerazionale che aggira e sfuma tutto ciò che ha un chiaro riferimento all’età psicologica e alla maturità spirituale degli interlocutori. Che è come dire, voler parlare a tutti per poi finire col non parlare veramente a nessuno. Nei santuari questo è un problema molto avvertito, per il fatto che l’uditorio è non solo il più delle volte imprevedibile, ma in genere anonimo, trattandosi di frequentazione saltuaria, episodica e stagionale, comunque a spot. Detto altrimenti, il celebrante non sa bene, se non intuitivamente e quindi in maniera approssimativa, chi ha di fronte.
Abbiamo così evidenziato alcune difficoltà che l’assemblea, in quanto varia e variabile, tra l’altro riunita in orari che amplificano o spengono la comunicazione anche omiletica, può soffrire; rinunciando a tematizzare le critiche, non poche e molto severe, che il popolo di Dio muove nei confronti della predicazione domenicale. Siccome è un gioco nel quale guadagnare consenso è facile, basti accennare al disagio più che descriverlo e analizzarlo. Che tale disagio sia diffuso, l’ho potuto toccare con mano quando, alcuni anni fa, ho dedicato un editoriale del «Messaggero di sant’Antonio» alla predicazione, naturalmente con qualche appunto critico, anche se l’intento primario era quello di tracciare una tipologia di preti-predicatori secondo degli stereotipi che ne favorissero una simpatica modellizzazione. Ho registrato una sorta di reazione a catena da parte dei lettori, moltissimi dei quali hanno preso carta e penna (anche e soprattutto in formato digitale) e si sono espressi, a dir poco, in modo lamentoso, quando non risentito e apertamente critico.
Tutti in gioco, quindi, perché il Vangelo sia meglio comunicato e prima ancora accolto, che è il vero problema. Dentro una nuova stagione comunicativa tanto raffinata quanto confusa, complessa fino al punto da stordirci, planetaria e digitale, multidirezionale e no-stop, in cui l’unico grande must è always on, sempre e comunque connessi, avvinghiati all’attimo, malati di istantocrazia. In pochi anni, il significato stesso del comunicare si è trasformato con rapidità, provocando vere e proprie mutazioni antropologiche e socio-culturali (non si sta parlando di causa-effetto, bensì di un movimento circolare), per cui si è passati dalla trasmissione alla relazione. Portando questo discorso all’estremo, si arriva al punto che importante è che tu ci sia, per me, non tanto quello che tu mi dici.
L'Osservatore Romano