lunedì 2 maggio 2016

Ancora la Visitazione




(Lucetta Scaraffia) Iniziamo il quinto anno di donne chiesa mondo con una grossa novità — il cambiamento di formato — ma anche con un ritorno: in questo numero, infatti, riprendiamo a riflettere su quello che è stato il nostro tema iniziale, la Visitazione. Tema che consideriamo in un certo senso l’icona programmatica del nostro mensile. 
Abbiamo cominciato il nostro lavoro, infatti, richiamandoci a quel momento iniziale dei vangeli in cui due donne — Maria ed Elisabetta — si incontrano, l’una venendo in soccorso dell’altra nelle necessità quotidiane. Ma ridurre questo incontro a un momento di solidarietà fra donne sarebbe veramente poco: Maria ed Elisabetta, infatti, sono entrambe capaci di vedere il significato vero e profondo degli eventi che stanno vivendo, di scorgere il divino anche quando è ancora celato. E lo fanno prima degli uomini, prima dei sacerdoti e dei sapienti. La Visitazione quindi è l’icona del nostro progetto: donne che portano alla luce, alla conoscenza del mondo, ciò che altre donne hanno da dire o che nel passato hanno detto e scritto, che fanno o hanno fatto. Donne desiderose di conoscersi, di ascoltarsi e di venire in aiuto. Ma anche icona dello sguardo specifico delle donne sul sacro. Uno sguardo diverso da quello degli uomini, e proprio per questo necessario, ma così spesso emarginato e dimenticato. Noi vogliamo farlo conoscere e diffonderlo nel mondo. Il nostro mensile trova il suo alimento proprio in quella rivoluzione intellettuale che le donne hanno operato nella cultura cattolica a cominciare dal secolo scorso, e che si è intensificata nei decenni del dopo concilio, quando le donne hanno avuto finalmente accesso agli studi teologici. È stata una rivoluzione nascosta, quasi ignorata all’interno della Chiesa, ma straordinariamente viva, ricca di calore e di speranza. Vogliamo che la sinergia fra maschile e femminile diventi vera forza positiva nella vita della Chiesa e non solamente esortazione astratta e vuota, per il bene di tutti i credenti e di coloro che, attratti da questo esempio di armonia, si vorranno accostare alla fede. (lucetta scaraffia)
LOsservatore Romano, 2 maggio 2016.

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Accettare la lotta
L'Osservatore Romano - donne chiesa mondo 
(A cura delle sorelle di Bose) Marco 9, 38-50 - Gesù dice ai suoi discepoli parole gravi sulla necessità di non essere di scandalo, di impedimento né ai piccoli che credono in lui, né a chi agisce a favore degli esseri umani nel suo nome, e neppure a se stessi. 
Se nel vangelo che precede immediatamente il nostro emergeva che il non voler ascoltare, capire, ricordare l’annuncio fatto da Gesù della sua Passione, lasciava subito lo spazio alla tentazione mondana di sapere chi tra i discepoli fosse il più grande, oggi lo stesso oblio lascia lo spazio a un’altra tentazione: quella di sovrastimare l’appartenenza ecclesiale, il “noi” dei discepoli, nei confronti degli altri, diventando così impedimento, persino per chi agisce bene nel nome e per amore di Gesù. Quando il discepolo Giovanni gli riferisce che avevano impedito a un tale di scacciare i demoni nel suo nome solo perché non li seguiva, Gesù risponde: No! Non glielo impedite! Non conta nulla una buona appartenenza, bensì un buon fare, e ciascuno sarà riconosciuto dai suoi frutti e da nient’altro. Perché mettervi contro chi non ci segue? A Gesù stava a cuore la liberazione degli esseri umani dai demoni, mentre per i discepoli, qui, più importante della liberazione degli esseri umani è il “noi” ecclesiale. No, dice Gesù. E Gesù incalza: «chiunque vi darà da bere un bicchier d’acqua nel mio nome, perché siete miei, non perderà la sua ricompensa». Chiunque qui indica qualcuno che non li segue, che è fuori dallo spazio ecclesiale. Liberare dai demoni, così come dissetare gli assetati: questo è cristico, trasparenza della vita di Gesù, narrazione della compassione del Dio d’Israele. Qui sembra che per Gesù l’appartenenza a lui possa fruttar ai discepoli un bicchier d’acqua, ricevuto per la sete e il bisogno sottintesi. Ma la ricompensa di cui Gesù parla non è per la loro sete ma per chi porge loro un bicchier d’acqua, chiunque egli sia. Gesù sembra dire: non è già molto che qualcuno non sia contro di voi? Cosa sognate? Gesù supplica, scongiura i discepoli di non essere di scandalo per i piccoli. «Guai a chi scandalizza uno dei piccoli che credono: meglio è per lui essere ucciso»: Gesù ribadisce qui il cuore del vangelo, la parola della croce per ciascuno di noi: il senso del morire, persino di una morte infamante, e il non-senso del far morire, del nuocere. Gesù ci chiama alla fiducia in lui per liberarci dalla paura della nostra morte, affinché nella libertà impariamo ad amare fino a preferire morire piuttosto che impedire la vita umana e spirituale di chiunque altro. Ma il comando di non scandalizzare riguarda anche noi stessi. E qui ciò che è meglio del restare scandalizzati, non è un passivo «essere gettati nel mare con la pietra al collo», ma è un’attiva violenza che ognuno deve esercitare su se stesso. Qui è narrata la lotta interiore. «Se la tua mano, il tuo piede, se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, toglilo e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella vita ferito e monco, orbo di un occhio, piuttosto che essere gettato tutto intero nella Geenna». Questo «tutto intero» indica la nostra vita preservata da tutti e da tutto e a ogni costo, che non solo non ci serve per entrare nel Regno, ma che forse ci impedirà di entrarci. Ne è icona Giacobbe che lottò con Dio, e non con il fratello Esaù, e uscì dalla lotta sciancato e benedetto per sempre. Questa parola che ci invita a cercare e a trovare in noi stessi ciò che ci scandalizza, tenta di correggere il nostro istinto che sempre è tentato del contrario: di trovare cioè nell’altro, e non in sé, il motivo dell’inciampo. Tutto ciò che ci impedisce uno sguardo veritiero e compassionevole, con l’aiuto della parola del Signore ognuno lo amputi da sé. Gesù ci ha messo in guardia da noi stessi, non dagli altri! Sapendo che lo Spirito santo ci convince del peccato, del nostro, mentre è la trave nell’occhio quella che ci fa vedere solo i peccati altrui, e senza misericordia.  
L'Osservatore Romano